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sabato 6 aprile 2019

Italia - Morte in carcere. Un decesso ogni 3 giorni. Un suicidio a settimana.

Dimano Press
Nelle carceri continua a morire una persona ogni tre giorni. È così da vent’anni, un arco di tempo durante il quale più di mille detenuti si sono tolti la vita. Eppure, le condizioni in cui versa il sistema penitenziario italiano dovrebbero essere ben conosciute dai parlamentari, se non altro perché i deputati lo scorso 27 marzo hanno ricevuto la mappa completa e aggiornata in 400 pagine della reclusione italiana, cioè, la relazione annuale sulla detenzione (del 2018) che il Garante Nazionale Detenuti, Mauro Palma, ha presentato al Parlamento.


Un suicidio alla settimana. Un morto, per le cause più disparate, ogni tre giorni. Sono i numeri, le cifre fredde dei decessi nelle celle italiane, nei primi tre mesi del 2019. 

È un bollettino di guerra che si continua ad aggiornare, di anno in anno. Come ha rilevato in vent’anni di attività l’Osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti nei penitenziari italiani si muore costantemente, «a causa dell’assistenza sanitaria disastrata, per overdose, per la volontà del detenuto di togliersi la vita, o, in alcuni casi, accade anche che qualcuno di loro muoia per cause e in circostanze, non del tutto chiare». Il centro studi di Padova ha calcolato che dal 1990 a oggi sono decedute in carcere 2915 persone (i dati sono aggiornati a ieri) e, tra questi, più di un terzo sono stati classificati come suicidi

Nel carcere di Viterbo si muore spesso. L’ultimo decesso in cella è avvenuto qualche giorno fa, lo scorso 29 marzo, nel carcere di Viterbo. Si è trattato di un omicidio; come le cronache hanno riferito «un detenuto indiano, già arrestato lo scorso febbraio per tentato omicidio, ha ucciso un altro detenuto, un uomo italiano di 61 anni, suo compagno di cella, dopo averlo colpito con uno sgabello. La lite sarebbe scoppiata per futili motivi». E in riferimento all’episodio, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini era intervenuto subito con una nota stampa, annunciando di «aver chiesto l’invio delle relazioni di servizio, al fine di poter ricostruire l’esatta dinamica dei fatti e valutare eventuali profili di responsabilità da parte del personale».

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Gaetano De Monte

lunedì 22 giugno 2015

Cadaveri dimenticati, la morte anonima di immigrati e clochard. Sono 1385 negli obitoiri italiani

Linkiesta
Di fronte a questa realtà di uomini e donne "invisibili" a Roma, Caritas e Comunità di Sant'Egidio cercano di rintracciare l'identità della persona deceduta e dove è possibile il contatto con la famiglia e collaborano con l'AMA per una degna sepoltura. Questo gesto di pietà restituisce la dignità anche nella morte.
Blog Diritti Umani - Human Rights 
Negli obitori di tutta Italia giacciono 1.385 corpi senza vita che nessuno reclama. Persone invisibili nella vita e nella morte
Per distinguerli, si usano i numeri. Come documenti tutti uguali da archiviare. “Non identificato” uno, due, tre, e così via. Fino al numero 1.385 (dato aggiornato a giugno 2015). Da Nord a Sud, negli obitori di tutta Italia e nelle celle frigorifere degli istituti di medicina legale, sono conservati 1.385 cadaveri senza nome che nessuno reclama, 122 in più rispetto a un anno fa.

La metà si trova in Sicilia: sono i corpi dei migranti annegati in mare durante le traversate nel Mediterraneo. A seguire c’è il Lazio: 154 corpi senza nome si trovano solo negli obitori del Comune di Roma. Sono italiani e stranieri, clochard senza documenti, immigrati irregolari e anziani malati di Alzheimer. Alcune volte ci sono famiglie che li cercano senza trovarli, altre volte sono gli “invisibili” che vivono ai margini della società e che muoiono senza che nessuno ne senta la mancanza. Persone che da vive sostano negli angoli delle stazioni e dei parchi. E che anche da morte vivono in un limbo nell’attesa che qualcuno vada a recuperarli prima di essere sepolti, di solito per mancanza di spazio negli obitori, con la scritta “sconosciuto” sulla lapide. Un problema non solo italiano, ma europeo a quanto pare. In tutta Europa, circa il 30% dei cadaveri senza nome verrà sepolto senza identità, mentre l’altro 70% verrà identificato con mesi o anni di ritardo.

«Sono persone scomparse e senzatetto andate via di casa da anni», spiega il prefetto Vittorio Piscitelli, dal 2014 Commissario straordinario per le persone scomparse del Viminale. «In molti casi, dietro ci sono storie di povertà e solitudine». Ci sono resti carbonizzati in una baracca, corpi uccisi dal freddo all’angolo di una strada, annegati in mare, fiumi o laghi, investititi da un treno o per strada. Il Registro generale dei cadaveri non identificati del ministero dell’Interno, istituito nel 2007, li descrive uno a uno, con il luogo e la data di ritrovamento, l’età presunta e i segni particolari, dai tatuaggi alle amputazioni fino ai vestiti che indossavano nel giorno della morte. «Il problema è che c’è un difetto di circolarità delle notizie», spiega Piscitelli. «Manca l’incrocio tra i dati delle persone scomparse e quelli dei corpi senza vita non identificati. Dare un nome ai corpi non identificati, però, è un dovere etico. Finché non diamo un’identità a un corpo siamo tutti un po’ in torto».

Solo a marzo 2015 a Milano è stato firmato un protocollo da adottare nel caso delle morti in ospedale di persone senza identità o di ritrovamento di corpi non identificati. E dal 2014, sempre nel capoluogo lombardo, è partito in via sperimentale il cosiddetto “protocollo Lampedusa” per mettere a punto un modello replicabile per l’identificazione dei cadaveri dei migranti annegati nel Mediterraneo (ne abbiamo parlato qui).

Ma si tratta di modelli sperimentali, nati da poco e concentrati in alcune realtà. Altrove regna il caos. Può capitare che se un senzatetto di cui è stata denunciata la scomparsa a Napoli muore a Torino, il corpo finisce per non essere mai identificato. Senza contare che spesso, non essendo morti sospette, le procure non autorizzano le autopsie e altri esami per la compilazione delle schede post mortem. «Si tratta di costi che poi i magistrati devono giustificare alla Corte dei conti», dice Piscitelli. E così non si fanno. E di alcuni corpi messi male si finisce per non conoscere neanche il sesso.

Solo all’obitorio di Milano arrivano ogni anno in media cinquanta morti senza nome. «Una volta costruito il profilo biologico, l’ideale poi sarebbe poter confrontare questi dati con una banca dati di persone scomparse», spiega Cristina Cattaneo, direttrice del Laboratorio di antropologia e ontologia forense (Labanof) dell’Istituto di Medicina legale di Milano, centro di eccellenza in Italia per l’identificazione dei corpi. Ma questo non è possibile. Per cui anche se sei una persona con una vita normale e muori lontano da casa senza documenti, rischi di essere sepolto senza un nome. Figuriamoci se sei un senzatetto che vive per strada. O peggio ancora un extracomunitario con i parenti in un altro Stato o continente.

Si resta così in balia della buona volontà di magistrati, poliziotti o trasmissioni televisive, spiega Cristina Cattaneo. Per questo motivo, al Labanof hanno deciso di pubblicare online l’identikit dei morti senza nome passati dal laboratorio per aumentare la possibilità di dare un’identità ai soggetti. Grazie a questo metodo, è stato possibile restituire un’identità a diverse persone. In alcuni casi, i parenti sono capitati per caso sulla lista aggiornata dallo staff della dottoressa Cattaneo; altre volte è stato fondamentale l’incrocio con le segnalazioni della trasmissione Chi l’ha visto?.

Anche la pubblicazione online del registro dei corpi senza cadavere è servita per risolvere alcuni casi. «Abbiamo identificato due corpi rimasti per anni custoditi nelle celle frigorifere», racconta Piscitelli. «Una ragazza inglese, leggendo sul registro le circostanze in cui era stato trovato un corpo, ha riconosciuto il suo fidanzato. Mentre un altro lo abbiamo identificato grazie alle impronte lasciate ai tempi del militare».

Le famiglie spesso non ci sono, non vogliono o non possono farsi carico delle spese di sepoltura. «È capitato con un padre marocchino», racconta Cristina Cattaneo, «che non ha riconosciuto il corpo del figlio morto perché non aveva i soldi per fargli il funerale». In un altro caso, invece, «abbiamo effettuato gratuitamente una cremazione perché i parenti non avevano i soldi per rimpatriare il corpo intero in Bulgaria. In questo modo almeno potevano tenere le ceneri a casa».

Ma se i corpi non vengono reclamati e negli obitori c’è bisogno di spazio, non resta che la sepoltura senza nome. 
A Roma a occuparsene è l’Ama, l’azienda municipale per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Nel cimitero di Prima Porta, nello spazio dedicato alle tombe dei senza nome, vengono sepolti ogni anno oltre 200 corpi. Ma grazie ai volontari della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio negli ultimi anni è stato possibile dare un nome e un funerale a molti dei senzatetto morti per le strade della Capitale. Le due associazioni hanno stipulato una convenzione con l’Ama per garantire un funerale gratuito alle persone che frequentavano le mense e i dormitori. «Il funerale però può essere celebrato solo dopo che sia stata stabilità una identità certa», spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio. «A tutti la prima volta che arrivano da noi diamo un tesserino su cui è scritto un nome fornito da loro stessi e, a volte, anche una foto». Così capita che molti dei senza fissa dimora trovati morti per le strade di Roma abbiano il tesserino della mensa in tasca. «Noi stessi collaboriamo con la polizia per identificare le persone che vengono nelle nostre strutture», racconta Santoro. «Facciamo una dichiarazione in cui diciamo che li conosciamo, che sono non abbienti e che non c’è nessuno che si faccia carico della loro sepoltura». Tramite la polizia e le ambasciate si prova anche a rintracciare le famiglie, ma molte non vogliono essere contattate. «E con gli stranieri la ricerca è ancora più difficile».

Ogni anno, a fine gennaio, in una cerimonia nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, i volontari della Comunità di Sant’Egidio pronunciano uno a uno i nomi di tutti coloro che hanno perso la vita per strada. «Vivono nell’anonimato per tutta la vita, senza una famiglia», dice Carlo Santoro, «noi vogliamo dar loro un nome e la dignità anche nella morte. Il terrore di molti di loro è proprio quello che nessuno li ricorderà più». Ma a quell’elenco pronunciato ogni sfugge sempre qualche nome. «Ogni anno in tutta Roma noi veniamo a conoscenza della morte in strada di circa 30-40 persone, ma ci rendiamo conto che potrebbero essere molti di più. Chi lo saprà mai?». Tanti senzatetto vengono caricati in ambulanza e ricoverati senza nome negli ospedali. E la legge sulla privacy, se non sei un parente, non permette di accedere alla lista dei ricoverati. Oltre al fatto che, per mancanza di posti letto, spesso i senza dimora vengono trasferiti negli ospedali fuori città. Così piano piano si perdono le tracce, e la possibilità di dare un nome a un malato prima e a un corpo senza vita poi si riduce fino a renderli invisibili. Anche da morti.
Lidia Baratta

mercoledì 9 aprile 2014

Italia - Altri 2 morti in carcere negli ultimi 4 giorni, entrambi avevano solo 37 anni

www.radiocarcere.com
Dal 4 all'8 aprile sono morte nelle carceri italiane ben due persone. Un detenuto è deceduto nel carcere di Civitavecchia, mentre un altro è morto nel carcere Pagliarelli di Palermo. Salgono così a 39 le persone detenute morte nei primi 4 mesi del 2014, tra cui ben 11 sono stati i suicidi. 39 detenuti morti in meno di 4 mesi ovvero una media di 10 decessi al mese.

Civitavecchia, venerdì 4 aprile. Fabio Giannotta, di 37 anni, muore intorno alle 10 e 30 nella sua cella del carcere di Civitavecchia. Fabio Giannotta, che era detenuto dall'ottobre del 2012, non godeva certo di buona salute. Da quanto si è appreso pare che era in grave sotto peso, soffriva di disturbi mentali tanto che assumeva degli psicofarmaci ed era anche tossicodipendente e attendeva di essere trasferito in una comunità terapeutica... domani si svolgeranno i funerali, mentre è stata già disposta l'autopsia.

Palermo, martedì 8 aprile. Vito Bonanno, di 37 anni, muore nel carcere Pagliarelli di Palermo. Laconico e generico il certificato della morte: arresto cardio circolatorio, mentre val la pena di precisare che Vito Bonanno era detenuto in attesa di I giudizio...era quindi presunto non colpevole.

Morale sale a 39 il numero delle persone detenute morte nei primi 4 mesi del 2014, tra cui ben 11 sono stati i suicidi. 39 detenuti morti in meno di 4 mesi ovvero una media di 10 decessi al mese.

di Riccardo Arena

mercoledì 16 ottobre 2013

Carcere: muore 82enne malato a Regina Coeli per un malore. Giorni fa negata revisione pena per salute

Il Messaggero
Si è sentito male all'interno della sua cella. subito soccorso e trasportato all'ospedale di Santo Spirito, è deceduto dopo due giorni di agonia. È morto così un detenuto di 82 anni recluso nel carcere di Regina Coeli.
La notizia di questo nuovo decesso nelle carceri del Lazio, il 15mo dall'inizio del 2013, è stata diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. «Due settimane fa - ha detto il Garante - il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta, presentata dai legali, di differimento della pena per motivi di salute. L'uomo, 82 anni, era affetto da gravi patologie ed era anche stato colpito da ictus. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che una persona con questo quadro clinico ed anagrafico avrebbe dovuto scontare la sua pena in una struttura diversa dal carcere e maggiormente adatta alle sue condizioni.
L'uomo, S. C., aveva un fine pena previsto nel 2026. Nel 2005 a 75 anni di età,in preda ad una crisi depressiva dovuta alla sua situazione finanziaria, in quello che fu definito il suo giorno di ordinaria follia, aggredì una coppia a cui aveva venduto l'appartamento e la falegnameria che gestiva. L'uomo venne ucciso, la donna gravemente ferita.

«Nel corso della sua detenzione S.C. era stato anche a Rebibbia. Non aveva contatti con l'esterno se non qualche saltuario colloquio con un anziano fratello», ricorda il garante. Questo, sottolinea il garante, è il decesso numero 15 registrato nelle carceri del Lazio da gennaio: cinque sono stati i suicidi, quattro i decessi per malattia e cinque per cause da accertare. Al computo va aggiunta anche una donna che lavorava come infermiera a Rebibbia.

«La morte di quest'uomo - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - riporta in primo piano la questione dei detenuti anziani e malati reclusi nelle carceri di tutta Italia. Si tratta di decine di persone che spesso sono ospitate nelle infermerie e nei centri clinici perché hanno bisogno di un'assistenza continua che, in una situazione di emergenza, comporta costi umani ed economici sempre più difficili da sostenere. Auspico che il Parlamento faccia al più presto proprio il grido d'allarme lanciato, una settimana fa, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questi drammi rischiano di diventare all'ordine del giorno perché sovraffollamento, ristrettezze economiche e vuoti di organico sono fattori che, purtroppo, nascondono le persone, i loro problemi e le loro debolezze».

mercoledì 26 giugno 2013

Monza: muore in carcere a 22 anni per “arresto cardiocircolatorio”, la mamma chiede verità

Ristretti Orizzonti
Francesco Smeragliuolo aveva solamente 22 anni ed era stato arrestato il 1° maggio scorso per una rapina. È morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno, ma la notizia ci è arrivata solo oggi, grazie alla denuncia della madre del giovane, Giovanna D’Aiello. 

La signora D’Aiello chiede con forza di conoscere la verità sulla morte del figlio: “Sono sicura che non è morto di morte naturale, i suoi organi erano sani. Dopo averlo visto a colloquio in carcere, il lunedì prima della sua morte (3 giugno, ndr) avevo fatto presente che mio figlio stava male. Ha perso sedici chili in un mese. Avevo chiesto lo mettessero in una struttura adeguata, che lo aiutassero. Lui non aveva problemi di salute. Se aveva sbagliato, doveva rispondere per quello che aveva fatto, ma non è giusto che sia morto così. Voglio sapere cosa è successo, voglio la verità”.

“Io mi rivolgerò a tutti, non mi fermo qui - ha proseguito - perché la morte di Francesco deve servire da monito per tanti ragazzi. Avrei voluto che morisse tenendo la sua mano nella mia. E invece è andata in questo modo atroce”.

I famigliari escludono anche l’ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava “ai tanti progetti insieme”.

Su disposizione del magistrato è stata effettuata l’autopsia, che (per quanto è dato sapere) ha escluso che la morte di Francesco sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato “decesso causato da arresto cardiocircolatorio”.

Nel solo mese di giugno sono già 11 i detenuti morti: 4 per suicidio, 3 per malattia e 4 per cause “da accertare”. Da inizio anno i detenuti suicidi sono 27 e il totale dei decessi in carcere è di 85. (Dati dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere).

Da sottolineare che in NESSUNO di questi casi la comunicazione è arrivata direttamente dall’Amministrazione Penitenziaria, che pure sarebbe tenuta a dare informazione sulle morti in carcere, come previsto dalla Circolare GDAP-0397498-2011 “Sala Situazioni. Modello Organizzativo e nomina Responsabile”, all’Articolo 5, Comma 6, che recita: Per garantire una trasparente e corretta informazione dei fenomeni inseriti nell’applicativo degli “eventi critici” le principali notizie d’interesse saranno, inoltre trasmesse al Direttore dell’Ufficio Stampa e Relazioni esterne per le attività di informazione e comunicazione agli organi di stampa e la eventuale diffusione mediante i canali di comunicazione di cui dispone il DAP (rivista istituzionale, newsletter siti istituzionali).

A noi non risulta che questa disposizione sia rispettata e le notizie delle morti in carcere si basano di solito sulle segnalazioni che arrivano dai parenti dei detenuti, dai volontari, dai sindacati della polizia penitenziaria… partendo da queste segnalazioni inizia un lavoro di “ricostruzione” giornalistica, con telefonate alle Direzioni degli Istituti di Pena, agli Ospedali (nel caso il detenuto sia stato trasportato ancora in vita), etc., etc.

Taranto - Muore di infarto detenuto di 50 anni in una cella affollata con temperature sui 35°C

TR News
E’ morto d’infarto, questa notte, nel Carcere di Taranto un detenuto di cittadinanza italiana. Il Coordinamento del Sindacato Penitenziario (COOSP), insorge da tempo evidenziando le condizioni di super affollamentodegli istituti penitenziari pugliesi: fanalino di coda nelle medie nazionali.

“La notizia – si legge nella nota stampa – è appena trapelata dagli ambienti tarantini. Il detenuto aveva appena 50 anni e stava espiando una pena per reati contro il patrimonio. Nonostante l’intervento tempestivo e professionale dei baschi azzurri – spiega il segretario generale COOSP, Domenico Mastrulli – gli agenti non hanno potuto far altro, che riscontrarne il decesso.”

La vittima d’infarto era detenuta in una cella affollata, con temperature intorno ai 35°C. Il Carcere di Taranto su una dotazione media consentita di 350 detenuti, al contrario ne ospita quasi il doppio tra reparto maschile, e femminile.

Sono solo 70 gli agenti penitenziari che ricoprono quasi tutti gli incarichi, oltre ad effettuare servizio di piantonamento.

giovedì 13 giugno 2013

Diagnosi sbagliata, detenuto muore in carcere «I nomi dei medici cancellati dal diario clinico»

Corriere della Sera
Arrestato e rinchiuso a Regina Coeli, è stato assolto un mese prima del decesso. Inchiesta per omicidio colposo
ROMA - Un tratto nero di un pennarello per far scomparire i nomi dei medici di Regina Coeli dalla cartella sanitaria di un detenuto vittima di un grave errore nelle cure. È successo nel luglio del 2011 dopo il ricovero di Solomon Solom all'ospedale Fatebenefratelli dove l'uomo, arrivato debilitato, perde l'uso di entrambi i reni per colpa di un virus sfuggito per mesi all'attenzione dei dottori del carcere. La vittima, poi assolto dall'accusa di sfruttamento della prostituzione nell'aprile del 2012, è morta il 19 maggio scorso al termine di un calvario cominciato due anni fa e fatto di quattro dialisi settimanali.

Sulle cause dell'ennesimo episodio di malasanità in un penitenziario, macchiato anche dall'occultamento dei nomi dei responsabili dell'errore, il pm Attilio Pisani ha indagato per due anni. Poi si è arreso e ha chiesto l'archiviazione del procedimento. Ma il gip Giulia Proto è stato di tutt'altro avviso: «Bisogna proseguire le indagini per accertare chi, con un pennarello nero, ha cancellato i nomi dei medici sul diario clinico della casa circondariale». La morte di Solomon ha impresso una svolta alle indagini, che adesso procedono per omicidio colposo. «Il mio assistito è entrato in galera da uomo sano e ne uscito perdendo l'uso dei due reni per omissioni e ritardi del personale medico uniti alla noncuranza degli agenti delle penitenziaria», accusa l'avvocato Francesco Olivieri, che ha seguito Solomon passo dopo passo dal momento dell'arresto.


Il calvario del 23enne nigeriano inizia con l'arresto del 1° febbraio del 2011. Un errore giudiziario, come stabilirà sedici mesi dopo il Tribunale. Ma è da lì che parte la catena di eventi terminata pochi giorni fa con il suo decesso. Solomon entra in perfetta forma a Regina Coeli, come sostiene Olivieri e come testimonia la cartella clinica del nigeriano. A maggio avverte dei dolori in tutto il corpo, vomita sangue, si fa visitare ma i medici gli diagnosticano solo un'influenza. I malesseri continuano, torna dal dottore di Regina Coeli, che però non lo vista perché dice di essere troppo «impegnato». La mattina del 9 luglio sviene e così viene ricoverato al Fatebenefratelli, dove gli comunicano che la situazione è talmente grave la perdita dell'uso dei due reni. Da quel momento la vita, breve, di Solomon sarà scandita da quattro dialisi a settimana.

mercoledì 12 giugno 2013

Roma - Rebibbia 4 morti in dieci giorni

Ristretti Orizzonti
“Come sindacato abbiamo appreso dei 4 morti in soli 10 giorni nel carcere romano di Rebibbia grazie ad una conversazione con gli amici di “Radio Carcere” su Radio Radicale e la cosa ci ha lasciato completamente esterrefatti, tenuto conto che, per quanto ci riguarda, una condizione di tale gravità è stata tenuta abilmente nascosta dagli organi dell’Amministrazione penitenziaria”.

È quanto racconta Leo Beneduci segretario generale dell’Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) che aggiunge: “a Rebibbia, per cause definite “naturali”, quali l’infarto, a partire dal 28 maggio e fino al 7 giugno sono morti 3 detenuti, rispettivamente di 45, di 31 e di 68 anni e un’infermiera di 62 anni - prosegue il leader dell’Osapp - e se responsabilità reali non se ne possono attribuire ad alcuno permane il sospetto che, in termini di prevenzione e di organizzazione, ci sia qualcosa che non funziona più a dovere nella struttura penitenziaria un tempo ‘fiore all’occhiellò dell’Amministrazione penitenziaria in ambito nazionale”. “Peraltro, per colpa di un’Amministrazione centrale del tutto assente, per Rebibbia con 1.800 detenuti in 1.218 posti-letto e almeno 100 agenti in meno del previsto e per Regina-Coeli con 1.050 detenuti in 725 posti e almeno 140 agenti in meno - prosegue il leader dell’Osapp - da nove mesi, con decine e decine di Dirigenti “a spasso” sul territorio nazionale, c’è un Direttore unico per entrambe le strutture, con condizioni di assoluta precarietà anche per quanto riguarda dei diritti minimi lavorativi degli addetti del Corpo, le relazioni sindacali e la piena trasparenza nella gestione dei vari posti di servizio”, “Per questi motivi, che riteniamo di ingiustificata gravità, per i quali abbiamo lungamente e del tutto vanamente richiesto al Provveditore Regionale e da ultimo al Capo del Dap Tamburino l’adozione di urgenti correttivi - conclude Beneduci - non ci resta che l’adozione nei prossimi giorni di adeguate e tangibili iniziative di protesta da organizzare in prossimità di entrambi gli istituti penitenziari e presso la sede del Dipartimento centrale”.

lunedì 20 maggio 2013

Ergastolano di 67 anni muore a Torino: da inizio anno sono deceduti 8 detenuti ultra 65enni


Ristretti Orizzonti
Giuseppe Ciulla, che stava scontando l’ergastolo nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, è morto nel pomeriggio di venerdì 18 maggio scorso nel Repartino Detenuti dell’Ospedale “Molinette”, dove era stato trasportato a seguito dell’aggravamento delle patologie di cui soffriva.

Con il decesso di Giuseppe Ciulla salgono a 71 i detenuti che hanno perso la vita da inizio anno (21 per suicidio, 32 per malattia e 18 per cause “da accertare). Otto di loro avevano più di 65 anni e 5 avevano superato i 70 anni, limite oltre il quale è possibile scontare la pena in detenzione domiciliare presso la propria abitazione, o presso un luogo di cura, come previsto dalla Legge n. 251 del 5 dicembre 2005 (cosiddetta “ex-Cirielli”, o anche “Salva Previti”).

Nonostante la suddetta norma sia in vigore da oltre 7 anni, 31 dicembre 2012 gli ultrasettantenni presenti nelle carceri italiane risultavano ben 587, mentre i detenuti con un’età compresa tra i 60 ed i 70 anni erano 2.489.

L’attuale situazione carceraria, caratterizzata in molti Istituti di Pena da sovraffollamento, condizioni igieniche ed ambientali degradate, carenze dell’assistenza sanitaria e insufficiente presenza di Personale penitenziario, per i detenuti anziani rappresenta una vera e propria condanna a “morire di carcere”.

 
Detenuti ultra 65enni morti nelle carceri italiane da inizio anno
 
Cognome
Nome
Età
Data morte
Causa
Carcere
Ciulla
Giuseppe
67 anni
18-mag-13
Malattia
Torino
G.
Pierino
73 anni
8-mag-13
Malattia
Teramo
Bombaker
Sliman
78 anni
2-mag-13
Malattia
San Vittore (Mi)
De Deker
Jacques
66 anni
31-mar-13
Malattia
Sassari
Iaria
Giovanni
65 anni
12-feb-13
Malattia
Asti
Pasquini
Francesco
77 anni
3-feb-13
Suicidio
Lanciano (Ch)
Finotto
Savino
70 anni
20-gen-13
Malattia
Udine
Paradiso
Michele
76 anni
19-gen-13
Malattia
Vibo Valentia
   

giovedì 18 aprile 2013

Svizzera: morto detenuto in sciopero della fame da gennaio, ha rifiutato cure, desiderio rispettato "come suo diritto”

Apcom
Un carcerato è morto martedì nell’ospedale di Baar, dov’era stato ricoverato dopo aver intrapreso uno sciopero della fame, sciopero che durava da gennaio. Nel dare la notizia, le autorità del Cantone Zugo hanno precisato che l’uomo, uno svizzero di 32 anni in pieno possesso delle sue facoltà mentali, aveva intrapreso la protesta per ottenere la liberazione. Richiesta impossibile da assecondare. In prigione dal 2009, era stato condannato per aver attentato alla vita altrui. Il detenuto ha rifiutato qualsiasi cura volta a salvargli la vita, desiderio che è stato rispettato, avendone diritto.

venerdì 5 aprile 2013

Altre due morti in carcere: un suicidio a Catanzaro e un decesso alll'OPG di Mantova


Ristretti Orizzonti
Casa Circondariale di Catanzaro. Il 3 aprile è morto Carmine Morra, nato a Napoli nel 1957: Si è suicidato impiccandosi in cella.
Era detenuto in regime di Alta Sicurezza dal luglio 2008, quando fu raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico nell’ambito di una maxi-operazione contro il “Clan Licciardi” di Secondigliano. Questo suicidio arriva a pochi giorni da quello di un altro esponente camorristico, Domenico Antonio Pagano, 46 anni, che si è tolto la vita il 17 marzo scorso nel carcere di Opera (Mi), dove era sottoposto al regime di 41bis, il cosiddetto “carcere duro”.

Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mn). Ieri pomeriggio è morto Christian Ubiali, nato a Bergamo nel 1982. Era internato dal 28 gennaio 2011, con una valutazione di “doppia diagnosi” (tossicodipendenza e problemi psichici). Un percorso riabilitativo in famiglia non era stato ritenuto praticabile dai giudici, che avevano richiesto invece un ricovero in strutture “ad alta protezione” del territorio (comunità psichiatriche). Ma queste, contattate, si erano dichiarate “non disponibili” all’accoglienza e pertanto per il giovane si erano aperte le porte dell’Opg. Il 15 marzo era uscito per trascorrere un permesso con i genitori. Ieri notte ha avuto forti dolori addominali ed è stato portato all’ospedale di Castiglione delle Stiviere e poi trasferito a quello di Mantova dove è deceduto alle 15. Dalla documentazione medica risulta il decesso per arresto cardiocircolatorio: è probabile che nelle prossime ore sarà disposta l’autopsia, che dovrà accertare le esatte cause della morte.

mercoledì 3 aprile 2013

Morte in carcere - Due giovani detenuti ritrovati senza vita nelle rispettive celle a Velletri (Rm) e Teramo - 49 i detenuti morti (14 per suicidio), età media 38 anni

Ristretti Orizzonti
Nelle carceri italiane un decesso ogni 2 giorni e un suicidio la settimana. 38 anni l'età media delle vittime.
Da inizio anno sono 49 i detenuti morti (14 per suicidio), 38 anni la loro età media.

Il 27 marzo nella Casa Circondariale di Velletri, in Provincia di Roma, muore Mohamed Saadaoui, di 27 anni. Sembra il decesso sia stato conseguente all'inalazione di gas dalla bomboletta in dotazione ai detenuti, ma sono in corso indagini volte a chiarire l'esatta dinamica dei fatti. Mohamed è sesto detenuto che muore a Velletri negli ultimi 4 anni (2 per suicidio, 1 per malattia, 3 per cause "da accertare").

La notte tra il 31 marzo e l'1 aprile, nella Casa Circondariale di Teramo, muore Vincenzo Fabiano, 35 anni, nativo di Pescara. L'uomo aveva gravi problemi cardiaci e stava da tempo cercando di dimostrare che le sue condizioni di salute erano incompatibili con il regime carcerario. A metà aprile per lui era fissata un'udienza davanti al tribunale di sorveglianza, che avrebbe dovuto valutare una perizia già effettuata sulle sue condizioni psicofisiche e decidere se scarcerarlo o meno. Vincenzo a quell'appuntamento così importante non c'è arrivato e sulla sua morte aleggia, pesante, il dubbio che le istituzioni non abbiano valutato tempestivamente la situazione. Con la sua morte salgono a 13 i decessi registrati nel carcere di Teramo negli ultimi 4 anni (8 per suicidio, 1 per malattia, 4 per cause "da accertare"). L'Istituto penitenziario teramano (430 detenuti a fronte di 270 posti) si colloca al al primo posto in Italia per la frequenza delle morti in cella. Lo stesso numero di decessi (13 negli ultimi 4 anni) si è verificato soltanto a Rebibbia, dove però sono ristrette oltre 2.000 persone.

martedì 19 marzo 2013

Italia - Nelle carceri si continua a morire, 6 decessi nei primi 15 giorni di marzo

Ristretti Orizzonti


Nelle carceri italiane si continua a morire. Sei decessi nei primi 15 giorni di marzo. In tre casi si tratta sicuramente di suicidio, mentre per gli altri 3 casi le cause non sono ancora state accertate.
Opg di Reggio Emilia, 16 marzo 2013. Un detenuto ghanese di 47 anni si toglie la vita. L’uomo si è inferto una ferita allo stomaco ed è stato portato d’urgenza al pronto soccorso dell’Arcispedale Santa Maria Nuova. I medici hanno tentato di operarlo per salvargli la vita, ma la ferita era troppo profonda. Il 47enne si è spento sabato mattina presto nel reparto di Chirurgia. Casa di Reclusione di Massa Carrara, 18 marzo 2013. Detenuto muore in cella il giorno prima di uscire in permesso premio. Non si hanno ulteriori notizie. Casa Circondariale di Milano San Vittore, 15 marzo 2013. Detenuto muore nella notte. Era rinchiuso nel terzo raggio e di nazionalità straniera. Opg di Reggio Emilia, 13 marzo 2013. Daniele De Luca, 29 anni, originario di Roma, detenuto per “reati minori” viene ritrovato morto in cella. Il corpo viene trasferito all’obitorio di Coviolo. Casa Circondariale di Pescara, 8 marzo 2013. Un detenuto tunisino viene ritrovato senza vita nella sua cella. Secondo i primi risultati dell’autopsia la morte è dovuta ad “asfissia acuta”. Casa Circondariale di Crotone, 6 marzo 2013. Pasquale Maccarrone, 27 anni, si impicca al letto a castello della cella (nella quale era rinchiuso da solo!). Era stato arrestato il giorno precedente con l’accusa di aver preso parte ad una rapina.