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domenica 8 aprile 2018

Ciad - Blogger Tadjadine Mahamat Babouri scarcerato, scongiurato l’ergastolo

Presenza
Patisce ancora le conseguenze delle torture che ha subito in carcere, dove a causa dell’assenza di cure mediche ha anche contratto la tubercolosi, ma da oggi Tadjadine Mahamat Babouri, un blogger del Ciad conosciuto da tutti come Mahadine, potrà iniziare a riprendersi: Ieri sera è stato rilasciato su decisione dell’Alta Corte, dato che la sua detenzione preventiva aveva ecceduto i limiti previsti dalla legge.
Tadjadine Mahamat Babouri
Mahadine era stato arrestato il 30 settembre 2016 con le accuse di aver minacciato l’ordine costituzionale, l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale e di aver collaborato con un movimento insurrezionalista. Se giudicato colpevole, sarebbe stato condannato all’ergastolo.

In realtà, Mahadine aveva solo pubblicato sul suo profilo Facebook dei video in cui criticava l’assenza di trasparenza del governo nella gestione dei fondi pubblici, in un periodo di grave crisi economica.

Meno di un mese fa, il 19 marzo, le accuse erano state ritirate e sostituite con quella di diffamazione.

Mahadine è stato al centro di un’enorme mobilitazione di Amnesty International, che lo scorso anno nell’ambito della sua campagna “Write for Rights” ha inviato alle autorità ciadiane quasi 700.000 appelli.

La campagna proseguirà fino a quando Mahadine non sarà prosciolto anche dall’ultima accusa. Il processo è previsto il 19 aprile.

martedì 26 dicembre 2017

Cina, blogger attivista Wu Gan condannato a otto anni per «sovversione»

Corriere della Sera
Il blogger, noto per la sua ironia nelle campagne per i diritti umani, è stato anche privato dei diritti politici per cinque anni.



Un famoso blogger e attivista cinese, Wu Gan, noto per usare ironia e umorismo nelle sue campagne a favore dei diritti umani, è stato condannato a otto anni di prigione per «sovversione contro il potere dello Stato». Lo ha deciso il tribunale della città di Tianjin (al nord) privandolo anche dei diritti politici per cinque anni. 


Come era già successo all’inizio del processo, il 14 agosto scorso, la polizia ha impedito ai giornalisti di entrare nel tribunale.
L’attivista ha dichiarato il suo avvocato Ge Yongxi. «Sono grato al partito per avermi concesso questo alto onore», ha ironizzato Wu in tribunale dopo la lettura della sentenza. «Rimarrò fedele alla nostra aspirazione originaria, mi rimboccherò le maniche e mi impegnerò ancor di più», ha aggiunto l’oppositore giocando con note frasi che il presidente cinese Xi Jinping usa spesso per esortare i funzionari del Partito comunista a migliorare il loro lavoro.

La sentenza è arrivata nelle stesse ore in cui un altro notissimo avvocato cinese, Xie Yang - che nei mesi scorsi aveva denunciato di essere stato torturato durante la detenzione - è stato condannato per «sovversione», il reato spesso attribuito agli attivisti a favore dei diritti umani; in questo caso però il tribunale poi ha deciso di risparmiargli la pena detentiva.

Wu, 45 anni, noto su Internet con il soprannome «macellaio volgare» era stato accusato di «diffondere informazioni false su Internet, esagerare casi controversi e attaccare il regime». Era stato arrestato nel maggio 2015 dopo aver denunciato che quattro persone, accusate di un crimine, erano state torturate per estorcergli confessioni forzate (un anno più tardi i quattro erano poi stati assolti). 


Nell’agosto 2016 era stato nuovamente arrestato e aveva sostenuto di essere stato torturato. Wu era diventato famoso nel 2009 denunciando il caso di Deng Yujiao, una giovane donna cinese che uccise un politico locale nella provincia dell’Hubei perché aveva cercato di abusare sessualmente di lei. Il caso era diventato famosissimo, aveva suscitato un’ondata di empatia con il mondo femminile nell’opinione pubblica cinese e aveva anche ispirato il film «Il tocco del peccato» del regista cinese Jia Zhangke, premiato al Festival di Cannes 2013 per la migliore sceneggiatura. Wu ha anche lavorato come consulente nello studio legale Fengrui, diventato una delle principali vittime della campagna di repressione lanciata dal regime, a partire dal 2015, contro gli avvocati che difendono casi relativi alla lesione dei diritti umani. Uno degli avvocati dello studio, Wang Yu, ha difeso Wu dopo il suo primo arresto, ma poi è stata lei stessa arrestata.

Ex militare e guardia di sicurezza, Wu ha cominciato il suo attivismo dieci anni fa, e si sospetta che suo padre, Xu Xiaoshun, sia stato condannato nel 2016 per frode come punizione per le attività di suo figlio. Il crimine di sovversione contro il potere dello Stato è spesso attribuito a dissidenti, ed è stato per esempio quello che è costato una condanna di 11 anni di carcere allo scrittore e vincitore del premio Nobel Liu Xiaobo, che è morto nel luglio di quest’anno. Anche quella sentenza, nel 2009, fu emanata il 25 dicembre, durante le festività di Natale: il che fa sospettare che il regime comunista approfitti di queste feste, in cui ci sono meno giornalisti stranieri nel Paese, per definire i processi più controversi.

domenica 22 ottobre 2017

L'uccisione di Daphne Caruana Galizia, si indaga tra gli articoli della blogger

La Repubblica
Un pool di investigatori, sostenuto da esperti Usa e olandesi, sta spulciando una serie di articoli in cui la blogger accusava alcune persone, maltesi e straniere. Il governo offre ricompensa da un milione a chi darà informazioni utili alle indagini.
Alcuni articoli di denuncia, soprattutto quelli pubblicati a marzo, e due messaggi telefonici inviati in tempi recenti al suo avvocato. E' su quetso materiale che indaga in queste ore la polizia maltese per cercare un indizio o una pista da seguire nell'inchiesta sulla morte di Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger uccisa lunedì scorso con un'autobomba nei pressi della sua abitazione.

La Polizia di Malta sta lavorando in collaborazione con esperti forensi olandesi e statunitensi e sta investigando sugli articoli pubblicati sul blog della giornalista. L'attenzione, a quanto si apprende, è concentrata su quelli pubblicati nello scorso marzo. Secondo gli investigatori, ci sono degli articoli in cui la giornalista dimostra con chiarezza che ci sono molte persone che sono una minaccia per la sua vita. In questi articoli, la giornalista si riferisce a persone sia maltesi che straniere coinvolte in varie attività illecite.

Caruana Galizia scrisse di aver parlato con alcune di queste persone e di aver avuto delle minacce in risposta. Un gruppo di esperti sta ora analizzando in dettaglio tutti gli articoli, sia quelli recenti sia quelli di alcuni mesi fa, in particolare quelli in cui Caruana Galizia si riferisce alle minacce. La polizia maltese sta anche valutando due messaggi che Daphne Caruana Galizia ha inviato al suo avvocato nove giorni prima di essere uccisa. Il legale, Robert Montalto, ha confermato di avere ricevuto questi sms sul cellulare, ma di non avere mai rivelato il contenuto dei messaggi.

Intanto, sul fronte delle indagini, un contadino che si trovava vicino alla zona dell'esplosione, ha dichiarato di aver sentito distintamente tre forti boati a pochi secondi l'uno dall'altro. Secondo gli investigatori, Daphne Caruana Galizia sarebbe stata uccisa nella seconda esplosione. Il governo di Malta, contro il quale si è scagliato nei giorni seguenti all'omicidio il figlio della giornalista, ha offerto una ricompensa di un milione di euro a chi sia in grado di fornire informazioni utili che possano portare all'arresto dei responsabili dell'assassinio.

lunedì 27 marzo 2017

Proteste e tensione a Mosca: arrestato il blogger oppositore Navalny, 500 fermi

Global List
Nel paese 80 manifestazioni contro la corruzione: fermi della polizia anche a Vladivostok
Momenti la tensione e la paura che gli incidenti diventassero qualcosa di ancora più grande. Ma forse tutto è solo rimandato: la polizia russa ha fermato il leader dell'opposizione Alexei Navalny durante una manifestazione indetta dallo stesso Navalny nel centro di Mosca per protestare contro la corruzione. 

L'arresto di Alexei Navalny
L'oppositore politico è stato bloccato in Tverskaya Street e caricarlo su un pulmino. Centinaia di manifestanti sono corsi dietro il mezzo urlando contro la polizia.
Nello stesso tempo centinaia di persone hanno continuato a protestare in piazza Pushkin stanno continuando a gridare slogan: 'Russia libera', 'La corruzione ruba il nostro futuro'.

Il tutto mentre la polizia interveniva: così sono state decine le persone arrestate durante le proteste indette in tutta la Russia, dopo che l'opposizione ha esortato la popolazione a scendere in strada contro la corruzione e per chiedere le dimissioni del premier Dmitry Medvedev.
Alexei Navalni incriminato per violazione della legge sulle proteste
Alexei Navalni è stato incriminato per aver violato l'articolo 20.2 del codice amministrativo russo che regola le procedure per organizzare manifestazioni e cortei.
Lo ha detto un portavoce della polizia di Mosca alla Tass. In base alla suddetta violazione, precisa la Tass, Navalni rischia "una multa, lavori obbligatori o l'arresto", ma sempre per violazione amministrativa.
Oltre 500 persone fermate a Mosca
"Più di 500 persone" sono state fermate durante la manifestazione non autorizzata organizzata da Alexei Navalni a Mosca. Lo ha detto una fonte della polizia alla Tass. "Molte persone si trovano sugli autobus che si stanno dirigendo verso le stazioni di polizia", ha detto la fonte secondo cui la maggior parte "verrà liberata" dopo la contestazione "di violazione amministrativa".
La situazione nel centro di Mosca è calma. Le persone stanno camminando liberamente lungo la via Tverskaya su entrambi i marciapiedi.
Proteste in tutta la Russia
Prima del suo arresto Navalny aveva scritto sul proprio sito che i cortei organizzati erano oltre 80 in tutto il Paese.
Venerdì il Cremlino aveva fatto sapere che le manifestazioni nel centro di Mosca sarebbero state viste come una provocazione illegale. E a Vladivostok almeno 30 manifestanti sono stati fermati in una protesta non autorizzata ma organizzata da centinaia di giovani nella piazza davanti alla stazione centrale.
Centinaia di persone si sono riunite anche nella città di Yekaterinburg nella regione industriali degli Urali.

lunedì 12 dicembre 2016

Algeria. Morto in carcere il blogger Tamalt, aveva criticato il presidente Bouteflika

La Stampa
Morire in carcere solo per aver osato criticare il presidente. È quanto accaduto al giornalista e blogger algerino Mohamed Tamalt. Una voce libera e dissidente che esprimeva senza filtri le sue analisi e critiche sull'Algeria e sull'operato del presidente Abdelaziz Bouteflika attraverso il suo blog, Facebook e almeno due giornali con i quali collaborava dalla Gran Bretagna. 

Mohamed Tamalt
Paese nel quale aveva continuato i suoi studi, acquisito la cittadinanza e forse anche quell'illusione di sentirsi una penna libera anche guardando al suo paese d'origine. 

L'Algeria, paese opaco, difficile da penetrare, raccontare e seguire proprio perché la voce del dissenso è soffocata così come non è concesso a tutti i giornalisti varcare la frontiera algerina.
Tamalt infatti si era dovuto rifugiare quasi in esilio in Gran Bretagna per poter scrivere liberamente del suo paese e solo attraverso alcune rassicurazioni politiche - a quanto si apprende da varie fonti - si era fidato a tornare ad Algeri. Una vera trappola. Si era infatti dovuto ricredere quest'anno quando in pieno Ramadan, il 17 giugno, fu arrestato nella capitale e in seguito condannato il 4 luglio a due anni di carcere e 200mila dinari di multa perché per il tribunale algerino, Tamalt aveva osato criticare la figura del Presidente Bouteflika.
A nulla servirono le richieste dei colleghi e non solo - in nome della libertà di stampa - per il suo rilascio, così come non servirono da attenuante nemmeno le sue condizioni di salute, molto precarie a causa della sua malattia. Per non parlare degli appelli delle varie organizzazioni internazionali dei diritti del uomo. 

Dal 17 giugno, anche le visite dei suoi parenti erano vietate e da qualche settimana aveva iniziato uno sciopero della fame, sfidando la sua malattia e chi lo aveva ingiustamente incarcerato.
Nella settimana che ricorda la giornata mondiale dei diritti umani, un'altra voce coraggiosa viene soffocata e si spegne. L'amministrazione penitenziaria parla di infezione polmonare. Amnesty International chiede alle autorità internazionali di aprire un'inchiesta indipendente.
Tamalt, intanto, non può più osare criticare il suo presidente perché ormai non c'è più. Ma il suo nome e i suoi scritti, sono nero su bianco, continuano e continueranno a viaggiare sul web attraverso i social network, da un profilo all'altro. Fino a quando invece l'Algeria continuerà a chiudersi e a credere di poter silenziare ogni sintomo di critica?

di Karima Moual

lunedì 18 gennaio 2016

Human Rights - Tweet Storm for Hossein Ronaghi-Maleki Iranian blogger arrested in December 2009

ciluna27's Blog
One of the people I have been supporting for some time is the Iranian blogger Hossein Ronaghi-Maleki. In this post, I give you some information about him and – more important – invite you to join a Tweet Storm for him on Monday, 18 January 2016.

Please join and share the post. We want as many participants as possible. Please read the post and continue to support him even when the Tweet Storm is over.
1. Who is Hossein Ronaghi-Maleki?
Hossein Ronaghi-Maleki is a 30 year old blogger from Iran. He was arrested in December 2009, because he had protested earlier in 2009 against the results of the Iranian presidential elections. In addition he was a member of Proxy Iran, a Committee against Censorship.

He and his brother were arrested, they were kept in solitary confinement and both were mistreated and tortured. His brother Hassan was not involved in any protests or political activity, but was only targeted to put pressure on Hossein.

Hossein was sentenced to 15 years in prison. The charges were:
Membership in the Committee against Censorship in Iran (10 years)
Insulting President Ahmadinejad and the Supreme Leader (4 years)
Propaganda against the regime (1 year)

Hossein is prosecuted because he defended freedom of speech. He is a prisoner of conscience. Amnesty International reports that in June 2015 his sentence was reduced to 13 years.

Hossein developed problems with his kidneys. These were a result of the torture he had to endure during interrogations added to long periods in solitary confinement. Because he did not get proper medical care, his condition became worse and he lost a kidney. His health condition is still critical and he cannot get proper medical treatment in prison.
2. Why shall I participate in the Tweet Storm?
On 17 June 2015 Hossain Ronaghi-Maleki was given furlough on medical grounds. Initially the furlough was only given for one week, but then extended. He and his family had to endure constant pressure and harassment during the furlough, because the authorities asked him to return to prison.

On Monday 11 January 2016 he was ordered back to prison. There are serious concerns that his health will deteriorate further, if he returns to prison. The Medical Examiner has found him unfit to serve his sentence because he has multiple medical problems.
3. When does the Tweet Storm take place?
The Tweet Storm is effectively a Twitter Day and it takes place on Monday 18 January 2016.

You can start sending tweets after midnight in your time zone and tweet during the whole Monday until midnight. Tweet as much as you can, if many people from different time zones take part, we have hopefully tweets during the whole of Monday.

Please join, even if you have only time for a few tweets at a specific time. It is a team effort and we all work together.
4. What shall I tweet?
Send tweets to @HosseinRonaghi with words of support. You can tweet that you stand with him and that you will campaign for him until he is released and similar messages.
Send tweets to Iran, in particular to Hassan Rouhani, the President of Iran [@HassanRouhani (English account) or @Rouhani_ir (Persian account)] and to Ayatollah Seyed Ali Khamenei, Iran’s Supreme Leader @Khamenei_ir and ask them to reverse their decision and to quash the judgement against Hossein Ronaghi-Maleki.
You can also tweet to politicians in Europe and the US, e.g. Federica Mogherini (@FedericaMog) and the Ministry of Foreign Affairs of your country. Feel free to tweet in your own language.
Send tweets to raise your followers’ awareness for Hossein Ronaghi Maleki. You can also send tweets to journalists and newspapers and ask them to report about him.
5. Is there a special hashtag?
Please use for all your tweets (irrespective of the language in which you tweet) the special hashtag #NoJail4Hossein. If everyone does, it is easy to find and retweet the tweets of others.
6. Suggested tweets
You can write your own tweets, but if you need some inspiration here are some suggested tweets:
#NoJail4Hossein. We ask #Iran to release @HosseinRonaghi immediately. He is a prisoner of conscience and not a criminal.#FreeHosseinRonaghi
.@Khamenei_ir quash the unfair sentence against @HosseinRonaghi and don’t send him back to prison. #NoJail4Hossein #FreeHosseinRonaghi #Iran
.@HassanRouhani Do everything to impede that @HosseinRonaghi is sent back to jail. He needs medical care outside of jail. #NoJail4Hossein
Please @FedericaMog intercede for @HosseinRonaghi #Iran. His health will be at serious risk, if he has to return to prison. #NoJail4Hossein
Please @guardian write about @HosseinRonaghi #Iran. His life is at risk, if he has to return to jail. He needs medical care #NoJail4Hossein
Please be assured @HosseinRonaghi that we stand with you and will campaign for you until you are free at last. #NoJail4Hossein #Iran
We will keep shouting: #NoJail4Hossein #FreeHosseinRonaghi until #Iran finally releases @HosseinRonaghi unconditionally
We will not be silent or turn away, but continue to demand #NoJail4Hossein #FreeHosseinRonaghi as long as it takes. @HosseinRonaghi
7. Where can I find more information about Hossein Ronaghi-Maleki?
If you want to know more about Hossein Ronaghi-Maleki there are some useful websites:

a) The website “Journalism is not a crime” has a good summary article about him with links to current articles and an Amnesty Urgent Action.

b) Laleh writes a blog about human rights in Iran. She writes often about Hossein Ronaghi-Maleki. It is also worth following her blog.

c) Hossein Ronaghi-Maleki has also a blog. Most of his posts are in Persian, but some have an English translation.

d) Here is a link to a letter in which Hossein Ronaghi-Maleki describes the actions towards his family and him during the first 24 hours of his detainment in 2009.

e) Hossein Ronaghi-Maleki’s father spoke with IranWire in March 2015. Here you can find the article “I will set myself on fire.”
8. Can I do anything after 18 January?
Please do not stop supporting Hossein Ronaghi-Maleki when the Tweet Storm on 18 January 2016 is over.

Amnesty International will hopefully update their urgent action for him. If they do, you will find a link here once the updated action is online. PEN International has also actions for him on their website: here a link to the English action and here a link to the German action. Write to Iran on his behalf.

As always, if you are on Twitter or in other Social Media, please continue to raise his case and make other people aware of it. If you like the suggested tweets, just continue to use them.

Show your support and show Iran that we will not forget Hossein Ronaghi-Maleki and will campaign for him until he is free.

domenica 6 dicembre 2015

Nasce "Afriactivistes", rete di blogger africani per la democrazia al lavoro il 35 paesi

Radio Vaticana
A Dakar, in Senegal, è nata ufficialmente “Afriactivistes”, la Lega dei blogger africani per la democrazia. Al lavoro in 35 Paesi, attraverso la tecnologia e i social network mobilitano la popolazione, come nel caso della campagna per elezioni trasparenti in Burkina Faso tre giorni fa

Veronica Di Benedetto Montaccini ha intervistato Souleymane Ouedrago, portavoce di Balai Citoyen, movimento del Burkina Faso, tra i fondatori della Lega dei blogger:

R. – I cyber-attivisti d’Africa, ovvero tutti i blogger impegnati nelle battaglie sociali, si sono riuniti a Dakar, abbiamo così cercato di mettere in piedi una lega. Abbiamo capito che i social network in Internet hanno contribuito enormemente a sensibilizzare la popolazione, a mobilitarla.

D. – Nel caso particolare del Burkina Faso, movimenti di cittadini come “Je vote et Je reste” (io voto, e dunque resisto ndr) sono fondamentali per elezioni trasparenti e libere?

R. – In Burkina Faso, per esempio, è la Rete che ha permesso che si sviluppasse la mobilitazione e che il potere cambiasse. Con Balai Citoyen abbiamo lanciato la campagna “Je vote et je reste” che ha lo scopo di sensibilizzare la popolazione affinché il maggior numero di persone possibile vada a votare. E’ importante che ciascuno si senta osservatore: ognuno svolge un ruolo di controllo, di sentinella per le elezioni libere, così come per altri diritti in altri Stati dell’Africa.

D. – Mi racconta quali sono le azioni pratiche che si possono svolgere attraverso Internet?

R. – Considerate che le radio avevano avuto il divieto di trasmettere, la televisione pure e non noi avevamo altro se non Facebook, Twitter e gli altri social network per comunicare tra di noi. Facebook, Twitter e YouTube sono stati strumenti molto utilizzati per informare la popolazione, per sensibilizzarla, per mobilitarla in funzione dei diversi incontri e delle diverse manifestazioni. Perfino chi non è andato a scuola o chi non sa leggere né scrivere molto bene, si trova sulla rete dei social!

D. – Ma come possono essere possibili queste strategie con un divario digitale? Quante persone hanno uno smartphone o un portatile?

R. – Devo dirle che circa l’80 per cento della popolazione ha il cellulare, e bisogna dire anche che in Burkina Faso ci sono tra le 150 mila e le 200 mila persone che sono iscritte a Facebook. E’ sufficiente che solo una percentuale anche bassa di popolazione sia sulle reti, affinché un evento della vita reale vada a toccare tutto il resto della popolazione, diventi quindi virale. E’ una rivoluzione che è in atto nel Burkina dal 2014: d’ora in avanti, tutti dovranno fare i conti con Internet.

D. – 35 Stati si sono uniti a questa Lega dei Blogger Africani. Quali sono, secondo lei, i punti in comune di questi Paesi?

R. – Abbiamo deciso di formalizzare le cose, cioè di incontrarci per istituire questa “Lega” per far sì che le esperienze di ciascun Paese possano diventare utili agli altri Paesi. E credo che siamo riusciti a mettere in piedi un buon coordinamento. Sono solo piccoli passi, quelli che stiamo facendo, perché a lungo termine le voci dei popoli, le voci dei giovani siano ascoltate ai livelli politici più alti in Africa.
(Veronica Di Benedetto Montaccini)

domenica 29 novembre 2015

Arabia Saudita - Sentenza sospesa per blogger diritti umani Raif Badawi. Avviata procedura di grazia.

TVA Nouvelle
Ensaf Haidar, moglie del blogger per i diritti umani Raif Badawi detenuto in Arabia Saudita, auspica che possa avere successo la procedura di grazia per il marito condannato a 10 anni di carcere e 1.000 frustate .

Il segretario di stato svizzero per gli Affari Esteri, Yves Rossier ha detto la sentenza contro il  blogger
31enne "è stata sospesa."

"E' in atto una procedura di grazia presso il Capo di Stato, e presso il re 
Salmane ben Abdelaziz al-Saoud". Il quotidiano di Friburgo, La Liberté, ha precisato che è stata sollevata la questione nella sua visita ufficiale a Riad questa settimana.
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Français


«Procédure de grâce» en cours pour Raif Badawi
Ensaf Haidar, l'épouse du blogueur saoudien emprisonné Raif Badawi, a exprimé samedi son espoir de voir aboutir favorablement la «procédure de grâce» pour son mari condamné en Arabie saoudite à 10 ans de prison et 1000 coups de fouet.

Plus tôt samedi, le secrétaire d'État suisse aux Affaires étrangères, Yves Rossier a indiqué que la sentence à l'encontre du blogueur de 31 ans «a été suspendue».

«Une procédure de grâce est maintenant en cours auprès du chef de l'État, donc du roi Salmane ben Abdelaziz al-Saoud», a-t-il confié au quotidien de Fribourg, La Liberté, précisant avoir évoqué cette affaire lors de sa visite officielle à Ryad cette semaine.


lunedì 19 ottobre 2015

Etiopia assolti i blogger accusati di terrorismo

MISNA
Quattro blogger accusati di terrorismo per articoli critici delle autorità pubblicati sul sito Zone 9 sono stati assolti da un tribunale di Addis Abeba. Si conclude così una vicenda iniziata ad aprile 2014 con l’arresto di nove tra giornalisti e ricercatori accusati di essere legati - proprio tramite Zone 9 - a un gruppo d’opposizione basato negli Stati Uniti.

Altri cinque blogger erano stati scarcerati a luglio, e le accuse a loro carico erano cadute, dopo una lunga mobilitazione a loro favore.
La notizia è stata accolta con favore dall’ong per la libertà di stampa Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), che tuttavia ha notato come uno dei blogger Befekadu Hailu resti in carcere con l'accusa di aver incitato alla violenza, chiedendone dunque il rilascio. Un’udienza per la scarcerazione di Hailu su cauzione è in calendario per mercoledì.

[DM]

lunedì 10 agosto 2015

Bangladesh, ucciso Niloy Chakrabarti. E’ il quarto blogger dall’inizio dell’anno

Articolo 21
Niloy Chakrabarti, conosciuto in rete come Niloy Neel, è stato assassinato questa mattina nel suo appartamento, nella capitale Dacca: è il quarto blogger assassinato in Bangladesh dall’inizio dell’anno. 

Era su una lista della morte dei militanti islamisti. Secondo le prime indagini di polizia, sei uomini hanno bussato alla porta di Chakrabarti dicendo che stavano cercando un appartamento in affitto. Una volta dentro, lo hanno accoltellato a morte. 

Chi lo conosceva, descrive Chakrabarti come un uomo critico nei confronti di ogni religione. “Era un libero pensatore, un ateo. Aveva fondato un movimento razionalista”, ricorda un altro blogger, Asif Mohiuddin, scampato a un’aggressione nel 2013 e da allora rifugiato a Berlino.

Come Mohiuddin, molti altri blogger sono stati costretti a lasciare il paese. Prima di Chakrabarti erano stati uccisi Avijit Roy a febbraio, Washiqur Rahman a marzo e Ananta Bijoy Das a maggio.

Riccardo Noury

lunedì 30 marzo 2015

Bangladesh estremisti uccidono il blogger Washiqur Rahman Mishu, il secondo in un mese

MISNA
Washiqur Rahman Mishu, un blogger del Bangladesh, conosciuto come Washiqur Babu , è stato ucciso questa mattina nella zona industriale di Tejgaon, nella capitale, da un gruppo di tre persone tra i quali due studenti di madrassa (scuola coranica), uno a Chittagong e l’altro a Mirpur, Dhaka, secondo fonti di funzionari della polizia metropolitana. La polizia ha detto di aver sequestrato tre macheti usati nell’attacco.

Washiqur Rahman Mishu
Un canale televisivo privato ha riferito ai giornalisti che Mishu, 27 anni, era un blogger e lavorava per una Ong. Sul suo sito di Facebook, Washiqur ha scritto più volte contro l’irrazionalità di molte credenze religiose. Salauddin, funzionario della polizia di Tejgaon, ha detto che Mishu è stato assassinato nello stesso modo con cui fu ucciso il blogger Rajeeb Haider, il 15 febbraio 2013, sempre alla capitale, nella zona Pallabi.

In questi ultimi due anni, Mishu è il terzo blogger ad essere ucciso a Dhaka da estremisti islamici e a solo un mese dall’uccisione di Avijit Roy, un blogger e scrittore bengalese laico, con cittadinanza americana, assalito a Dhaka mentre usciva dalla Fiera nazionale del Libro. Un tribunale Dhaka il 18 marzo ha accusato il capo di Ansarullah Bangla, un gruppo radicale messo al bando, e sette studenti di una università privata per l’omicidio di Haidar, mentre un’altra inchiesta del Federal Bureau of Investigation (Fbi) è ancora in corso per individuare i responsabili.

“Presumo che estremisti islamici hanno ucciso Washiqur Rahman e sono stati incoraggiati da una cultura dell’impunità. Nel paese, gli atei sono una minoranza e non hanno alcun potere per chiedere giustizia da parte del governo ” ha detto Alam Pervez, un blogger di Dhaka. “Se continua così, – ha aggiunto Alam – altri blogger saranno uccisi per mano di radicali. a meno che non ci sia una volontà politica di salvarli”.

martedì 24 febbraio 2015

Egitto, cinque anni di carcere per il blogger Alaa Abd El-Fattah leader delle manifestazioni di piazza Tahrir

La Repubblica
Il giovane attivista, già incarcerato a lungo, è stato condannato in base alla legge contro le manifestazioni. Sentenza accolta da cori di protesta.

Il Cairo - Alaa Abd El-Fattah, uno dei più noti attivisti e blogger egiziani, è stato condannato oggi al Cairo a cinque anni di reclusione nella riedizione del processo intentato a suo carico sulla base della controversa legge contro le manifestazioni. 

La sentenza, trasmessa in tv, è appellabile. In aula i numerosi attivisti presenti per ascoltare la sentenza hanno intonato cori contro il regime: "Via, via il regime militare". Insieme con lui erano imputati altri 15 dissidenti, ai quali sono state inflitte pene da tre a 15 anni i carcere.
Alaa è stato tra i leader delle manifestazioni di piazza Tahrir, cominciate il 25 gennaio 2011, che hanno portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak. Nel settembre scorso Alaa era stato liberato, in attesa del nuovo processo.


E' stato invece rinviato al prossimo 8 marzo il processo a carico di due giornalisti di Al-jazeera, arrestati nel dicembre 2013 con il collega australiano Peter Greste con l'accusa di sostenere il movimento fuorilegge dei fratelli musulmani. Baher Mohamed e Mohamed Fahmy sono stati liberati il 13 febbraio scorso, dopo oltre 400 giorni di prigione. 

Oggi la corte ha deciso di aggiornare l'udienza per l'assenza dei testimoni. Fahmy, Mohamed e Greste, deportato il 1 febbraio scorso su decreto presidenziale e rientrato da allora in Australia, erano stati condannati in primo grado a 10 anni di prigione, ma a gennaio la corte di cassazione ha ordinato di tenere un nuovo processo per mancanza di prove. "Speriamo che la giustizia prevalga, in modo da avere un giusto processo", ha detto oggi Fahmy.

venerdì 20 febbraio 2015

Iran - Soheil Arabi, condannato a morte per un post su Facebook: salvo blogger iraniano

Corriere della Sera
Cambia l’imputazione, Soheil Arabi non rischia più la pena capitale. Per il suo caso, erano state raccolte centinaia di migliaia di firme sulla piattaforma Change.org

Soheil Arabi
Soheil Arabi, il blogger iraniano condannato per «insulti al Profeta» postati su Facebook, non rischia più la pena di morte. A comunicarlo è stato Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, che ha saputo dall’ambasciata iraniana che l’uomo, 30 anni e padre di una bambina di 5, non è più in attesa della sentenza capitale e che il suo capo di imputazione è stato modificato. 

«Un importante risultato al quale hanno contribuito Change.org e tutti coloro che si sono impegnati, con tutti i mezzi a disposizione, per affermare la priorità della vita umana», commenta Manconi. Per salvare Soheil, infatti, era stata anche lanciata una petizione sulla piattaforma Change.org, lanciata da Sabri Najafi, che ha raccolto centinaia di migliaia di firme in Italia, Francia e negli Stati Uniti.

In cella dal 2013
Soheil era stato arrestato nel novembre del 2013 e trasportato nel carcere di Evin a Teheran. Del caso si erano interessate anche le organizzazioni per i diritti umani Human Rights e Amnestey International. La condanna di primo grado era basata sulle confessioni dell’uomo, ma la moglie aveva riferito che era stato sottoposto a forti pressioni psicologiche e aveva potuto incontrare il suo avvocato solo poco prima del processo. La Corte suprema, invece di limitarsi a confermare o modificare la sentenza di primo grado, vi ha aggiunto il reato aggiuntivo di «seminare corruzione sulla terra», un reato che precluderebbe la possibilità di un’amnistia. Inoltre, i giudici hanno respinto la difesa del giovane, che ha detto di avere solo condiviso sui social media i post di altri. L’art. 263 del codice penale prevede che chi abbia «insultato il profeta» in stato di ubriachezza o citando altri deve essere punito con 74 frustate e non con la morte.

domenica 15 febbraio 2015

Arabia Saudita: blogger Badawi condannato a 1.000 frustate, "rata" rinviata per quinta volta

Askanews
Rinviata, ancora una volta, la pena della fustigazione inflitta al blogger saudita Raef Badawi, condannato dalle autorità del suo Paese a 1.000 frustate da scontare in 20 settimane per avere "insultato l'Islam", come ha reso noto oggi Amnesty International. 

Nel giorno della settimana stabilito per scontare la pena e si tratta quindi del quinto rinvio dopo le prime 50 frustate subite lo scorso 9 gennaio: le fustigazioni successive infatti non hanno avuto luogo, "per motivi di salute".

"Raef non è si è presentato alla sessione odierna per la fustigazione. Non sappiamo perché, ma lui rimane in prigione", come recita un tweet postato dall'Organizzazione in difesa dei diritti umani sul proprio account ufficiale. Il caso del blogger ha provocato indignazione in tutto il mondo con una denuncia delle Nazioni Unite, che hanno parlato di una punizione "crudele e disumana". Il 31enne Badawi, vincitore nel 2014 del premio Reporter senza frontiere per la libertà di stampa, è detenuto dal 2012.

Condannato per "offesa" all'Islam, il blogger, dallo scorso novembre sta scontando una condanna a 10 anni di reclusione. Come pena aggiuntiva è stato condannato anche a mille frustate da subire 50 alla volta per la durata di 20 settimane. 

La "colpa" di Badawi è per aver scritto questa frase sul suo blog: "Il laicismo rispetta ogni persona e non offende nessuno. È la soluzione concreta per far salire i Paesi (incluso il nostro) dal terzo mondo verso il primo".

sabato 27 dicembre 2014

Tunisia: arrestato il blogger Yassine Ayari, aveva "screditato" l'esercito su Facebook

La Repubblica
L'attivista era stato condannato in contumacia per la diffamazione di quadri militari. È stato prelevato dagli agenti al suo arrivo in aeroporto dalla Francia. È stato uno dei leader della rivoluzione dei gelsomini. 

L'attivista tunisino Yassine Ayari è stato arrestato ieri sera tardi al suo arrivo dalla Francia all'aeroporto di Tunisi. Lo riportano la stampa locale e quella francese. Radio France Internationale cita come fonte l'avvocato di Ayari, Samir Ben Amor, il quale spiega che l'arresto giunge perché l'attivista il 18 novembre scorso era stato condannato in contumacia a tre anni di prigione dalla giustizia militare con l'accusa di avere screditato l'esercito con dei post su Facebook. Il blogger si è opposto adesso alla condanna e l'udienza è stata fissata per il 6 gennaio. Il legale precisa però che il blogger non era stato avvisato né del processo a suo carico né della condanna, e sostiene che si tratti di un attacco al giovane per le sue posizioni politiche.

Samir Ben Amor punta il dito contro l'ancien regime di Ben Ali e sostiene che il suo cliente sia perseguito solo per le sue opinioni dal momento che ha annunciato l'appoggio al Cpr del presidente uscente Moncef Marzouki, il quale non è stato rieletto e nelle elezioni presidenziali di domenica è stato battuto dal leader di Nidaa Tounes, l'88enne Beji Caid Essebsi.

La procura militare, riporta la stampa francese, ha precisato che a carico del giovane ci sono tre capi di accusa: diffamazione di funzionari e quadri del ministero della Difesa, pubblicazione di indiscrezioni che rischiano di provocare confusione nelle unità militari e accuse di presunti responsabili di infrazioni finanziarie e amministrative senza presentazioni di prove.

Yassine Ayari, attivista già sotto il regime di Ben Ali, ha continuato a operare anche dopo la Rivoluzione dei gelsomini. Figlio del colonnello dell'esercito Tahar Ayari, ucciso a maggio del 2011 negli scontri con un gruppo di jihadisti a Rouhia nel nordovest della Tunisia, negli ultimi mesi si è mostrato molto critico nei confronti del partito Nidaa Tounes e del suo leader Essebsi, denunciando per esempio in un video il disprezzo per i martiri della rivoluzione espresso da alcuni sostenitori di Essebsi.

martedì 16 settembre 2014

Egitto - Rilasciato blogger militante anti-mubarak Alaa Abdel Fattah

MISNA
Un tribunale egiziano ha ordinato il rilascio su cauzione del noto blogger Alaa Abdel Fattah, figura di spicco della rivolta popolare culminata nel 2011 nella caduta del presidente Hosni Mubarak.
Al processo d’appello per la condanna a 25 anni inflittagli per aver violato nel novembre dello scorso anno una controversa legge che regola le proteste popolari, Alaa Abdel Fattah e altri due altri attivisti si sono visti riconoscere le proprie ragioni. La cauzione è stata fissata a 500 lire egiziane

La stessa corte ha chiesto l’apertura di un’inchiesta della procura sull’utilizzo di video personali appartenenti al blogger che costituisce una violazione, ha riferito il suo avvocato.

All’udienza precedente, secondo i giudici erano stati diffusi video dell’imputato senza alcuna attinenza con la causa. L’11 giugno lo stesso tribunale lo aveva condannato insieme ad altri 24 attivisti per aver partecipato a violenze nel corso di una manifestazione illegale.

giovedì 11 settembre 2014

Egitto: oltre 60 in sciopero della fame in carcere, in solidarietà con il blogger Alaa

Ansa
Sono oltre 60 i detenuti nelle carceri egiziane che hanno iniziato lo sciopero della fame, in solidarietà con la protesta lanciata due settimane fa dal blogger icona della Primavera araba, Alaa Abdel-Fattah. 

Lo riferisce all'Ansa Nasser Amin, uno degli avvocati per i diritti umani più noti del Paese. La protesta si estende anche all'esterno delle celle, un'altra settantina di persone a piede libero è sciopero - perlopiù attivisti anti-Mubarak - in solidarietà con gli attivisti.

mercoledì 10 settembre 2014

Vietnam - Attivista diritti umani blogger condannata a 3 anni di carcere per aver "bloccato il traffico"

Global Voices
Un tribunale ha condannato la blogger attivista vietnamita Bui Thi Minh Hang a tre anni di prigione per aver attuato una “grave ostruzione del traffico”. Due sue compagne, Nguyen Thi Thuy Quynh e Nguyen Van Minh, sono state condannate rispettivamente a due anni e due anni e mezzo di galera.

Le tre ragazze sono stati arrestati lo scorso febbraio, insieme ad altre 21 persone, mentre marciavano in motocicletta da Ho Chi Minh City verso la provincia di Dong Thap, dove avevano in programma di far visita ad un ex-prigioniero politico e avvocato. In mezzo al gruppo, tuttavia, la polizia ha accusato solamente le tre blogger per aver violato l'Articolo 245 del codice penale, ossia per aver causato disordine pubblico.

Bui Thi Minh Hang è una nota attivista anti-cinese, oltre che oppositrice delle politiche vietnamite sulla terra, la religione e i diritti umani. Anche Nguyen Thi Thuy Quynh è una blogger e attivista, mentre Nguyen Van Minh è un'attivista per la libertà religiosa e adepta della setta buddhista nota come Hao-Hao.

Dopo 6 mesi di detenzione preliminare, questa settimana è stato reso noto il verdetto di colpevolezza. Un gran numero di persone, tra cui amici e parenti, si sono riuniti nella provincia di Dong Thap per dare appoggio alle accusate il giorno del verdetto, tuttavia la polizia ha tenuto la folla a distanza e ha arrestato chiunque osasse avvicinarsi.

sabato 23 agosto 2014

Egitto, dopo il blogger Alaa Abdel-Fattah altri attivisti in carcere in sciopero della fame

Adnkronos/Aki
Il Cairo, Si allarga in Egitto la protesta degli attivisti in carcere. Dopo il blogger egiziano Alaa Abdel-Fattah, in sciopero della fame da lunedì in segno di protesta contro la sua detenzione, sono in sciopero della fame anche il fondatore del movimento giovanile del 6 Aprile, Ahmed Maher, l'attivista del gruppo Mohamed Adel, il noto attivista Ahmed Douma e il fotoreporter Mohamed Abdel Moneim (Al-Noubi). Tutti, si legge sul giornale Ahram Online, protestano da ieri sera contro la loro detenzione.

"Gli attivisti detenuti proseguiranno con lo sciopero della fame fin quando non verranno rilasciati", ha detto Zizo Abdo, membro del 6 Aprile, in dichiarazioni ad Ahram Online.

Abdel-Fattah e Al-Noubi sono detenuti in attesa di un nuovo processo con l'accusa di aver violato la nuova legge sulle manifestazioni. Maher, Adel e Douma sono stati condannati lo scorso dicembre a tre anni di carcere e al pagamento di una multa sulla base della stessa normativa.

giovedì 21 agosto 2014

Egitto: blogger in carcere Alaa Abdel-Fattah comincia sciopero della fame

La Presse
Il blogger egiziano Alaa Abdel-Fattah, molto attivo durante la rivolta del 2011 contro l'allora presidente dell'Egitto Hosni Mubarak, ha cominciato lunedì sera lo sciopero della fame per protestare contro la sua incarcerazione.

Lo riferisce la famiglia oggi in una nota, in cui sottolinea che ritiene le autorità responsabili della sicurezza del giovane. La decisione di cominciare il digiuno è giunta dopo che ieri ha fatto visita al padre, un avvocato per la difesa dei diritti umani, che si trova in carcere dopo un intervento chirurgico. "La scena del padre in stato di incoscienza è stato un punto di svolta per Alaa e alla fine della visita ha deciso che non collaborerà più con questa situazione ingiusta anche se il prezzo sarà la sua vita", si legge nel comunicato. Anche la sorella di Alaa è in carcere per accuse analoghe alle sue.

Abdel-Fattah è stato messo in carcere dopo che a giugno è stato condannato a 15 anni con l'accusa di avere partecipato l'anno scorso a una manifestazione. Successivamente ha però vinto in appello ottenendo la possibilità di avere un nuovo processo, in attesa del quale resta però in prigione.

"Non interpreterò più la parte che hanno scritto per me", dice l'attivista nella dichiarazione diffusa oggi. La sentenza di giugno è stata la più dura mai emessa in Egitto contro un attivista impegnato nella rivolta di 18 giorni che portò alla cacciata di Mubarak. Si è trattato anche della prima condanna di un noto attivista da quando l'ex capo dell'esercito Abdel-Fattah el-Sissi ha assunto l'incarico di presidente.

Nei tre anni dalla cacciata di Mubarak Abdel-Fattah è stato più volte in prigione. Ha portato avanti campagne contro i processi ai civili da parte dell'esercito nei 17 mesi in cui i generali hanno mantenuto il potere dopo le dimissioni di Mubarak. Inoltre si è opposto anche al presidente deposto Mohammed Morsi, rappresentante dei Fratelli musulmani, ma ha espresso forte disapprovazione per il ritorno dell'esercito in politica con il colpo di Stato militare del 3 luglio 2013 con il quale Morsi fu destituito.