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martedì 3 gennaio 2017

Stranieri. Fond. Migrantes: "I Cie hanno già fallito. Ricordiamo che erano diventati luoghi di radicalizzazione"

Avvenire 
Si torna a parlare dei Centri di identificazione ed espulsione per i migranti illegali, ma questo modello, già sperimentato per anni, non ha funzionato. Anzi ha prodotto danni e condanne


Continua il dibattito sulla riorganizzazione dei centri di identificazione ed espulsione. Molti i dubbi, però. In passato però non hanno risolto i problemi, anzi hanno creato tensioni e difficoltà. Ne abbiamo parlato con don Giancarlo Perego, direttore di Migrantes

Vennero chiusi perché non funzionavano, costavano troppo, attiravano le denunce delle organizzazioni umanitarie e le sentenze della Corte dei diritti dell’uomo. Soprattutto i Cie vennero chiusi perché la politica dei rimpatri ha sempre fatto flop.

Cosa è cambiato da allora? «Niente - risponde don Giancarlo Perego - direttore della fondazione Migrantes - . Salvo quelli con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria, non ci sono accordi per rimpatri forzati né assistiti, dunque una volta identificati i cosiddetti irregolari, e appurato che non c’è modo di riportarli nei Paesi d’origine, il governo come intende procedere?».

Il punto debole dei Centri di identificazione ed espulsione è sempre lo stesso, perciò sono stati chiusi. Le norme, che non sono cambiate, contenevano molte falle. Una per tutti. Quando uno straniero viene arrestato a causa di un reato comune (furto, rapina, spaccio di droga etc.) subito dopo la condanna viene condotto in carcere, ma durante il periodo di detenzione non vi è alcun obbligo all’effettiva identificazione. Ne conseguiva che, una volta scontata la pena, il pregiudicato veniva accompagnato nei Cie per espletare le pratiche di reale riconoscimento per periodi che non di rado superavano i 180 giorni.

Questo non solo esacerbava gli animi – facendo condividere la permanenza in promiscuità tra delinquenti matricolati e magari padri di famiglia, pizzicati a lavorare in nero e senza permesso di soggiorno – ma gonfiava a dismisura la popolazione dei Cie. Per non dire delle numerose inchieste sugli appalti per la gestione delle strutture, alcune delle quali chiuse d’imperio dai prefetti dopo che le inchieste giornalistiche avevano permesso di scoprire che agli ospiti non erano garantiti i diritti minimi e che i dipendenti non ricevevano il salario.

Istituiti nel ’98 come Centri di permanenza temporanea per gli stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno e non aventi titolo per chiedere asilo o protezione internazionale, sono stati a lungo al centro di violente polemiche perché paragonati a delle carceri: non a caso il tempo di "detenzione" (amministrativa) è più volte oscillato nel tempo da un minimo di 30 giorni a un massimo di 18 mesi.

«La proposta di affidare ancora una volta le politiche sull’immigrazione a un investimento sui Cie, è vecchia e stantia ancor prima di essere avviata. Ci hanno già provato – sapendo che si tratta solo di un’uscita propagandistica, che alimenta odio e razzismo e favorisce i predicatori d’odio – ministri e governi precedenti, senza ottenere alcun risultato concreto». È quanto scrive la presidente nazionale dell’Arci, Francesca Chiavacci, in una lettera aperta indirizzata al ministro dell’Interno Marco Minniti.

«Si era sempre parlato di hub regionali per accoglienza persone da identificare. Strutture per accogliere persone per pochi giorni. Perciò è una brutta sorpresa, lo scoprire una circolare nella quale si riportano in vita strutture che hanno segnato il fallimento delle politiche migratorie», insiste don Perego ricordando come i Cie «fossero diventati luoghi di radicalizzazione, nei quali avvenivano scontri, proteste, incendi».

Nell’anno del boom degli sbarchi, era il 2014, si contavano quattro tipologie di strutture: i Centri di identificazione ed espulsione (Cie); i Centri governativi per richiedenti asilo (Cara, Centri di primo soccorso ed accoglienza, Centri di accoglienza); le strutture temporanee e i posti Sprar (Sistema d’accoglienza per richiedenti asilo).

L’eredità dei vecchi Cie è lungi dal venire dimenticata. Appena dieci giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato la condanna contro le autorità nel caso di un cittadino straniero, rinchiuso nel Cie di Bari, destinatario di un’espulsione senza che gli fosse stata fornita adeguata assistenza, a cominciare dalla possibilità di ottenere asilo politico o una qualche forma di protezione.

Al momento, i Cie effettivamente operativi sono cinque, per una capienza totale di circa 350 posti: Roma, Torino, Brindisi, Caltanissetta e Bari (quest’ultimo però inagibile per lavori). Trapani di recente è stato trasformato in "hotspot", uno dei centri per l’identificazione dei migranti richiesti dalle normative europee, mentre in diverse delle vecchie strutture si è optato per la chiusura oppure sono in corso lavori di ripristino e ricostruzione imposti quasi sempre da roghi dolosi e danneggiamenti volontari.

giovedì 15 ottobre 2015

Immigrati - I Cie sono inutili e dannosi. Reclusi per mesi stranieri che non possono essere espulsi

Il Manifesto
I Cen­tri di iden­ti­fi­ca­zione e di espul­sione per stra­nieri irre­go­lari (Cie) sono non­luo­ghi pre­ci­pi­tati nello spa­zio ottu­sa­mente vuoto di un non­tempo. 

CIE di Ponte Galeria - Roma
Forse le sedi più cru­deli di pri­va­zione della libertà pre­senti nel nostro Paese: ed è pro­prio per que­sta ragione che intorno alla loro natura e alle loro fina­lità, alle norme che li rego­la­men­tano e alle ini­quità che vi si con­su­mano, si gioca una par­tita dura, molto dura, dall’esito incerto, con­dotta su molti piani.
Uno di que­sti, tutt’altro che secon­da­rio, è quello giu­di­zia­rio. E da qui pro­viene, final­mente una buona noti­zia. Qual­che giorno fa, la Cas­sa­zione, con sen­tenza 18748/15, ha annul­lato il prov­ve­di­mento di trat­te­ni­mento nel Cie di Ponte Gale­ria, all’estrema peri­fe­ria di Roma. Prov­ve­di­mento a carico di un cit­ta­dino libico di etnia tua­reg impu­gnato dall’avvocato Ales­san­dro Fer­rara, col­la­bo­ra­tore dell’Associazione A Buon Diritto. 

Il periodo di per­ma­nenza all’interno di quel cen­tro era stato più volte pro­ro­gato, nono­stante la stessa auto­rità libica in Ita­lia si fosse da subito oppo­sta al rim­pa­trio, per­ché avrebbe espo­sto lo stesso trat­te­nuto «a un grave rischio per la pro­pria vita e inco­lu­mità». Quelle stesse auto­rità ave­vano con­sta­tato, inol­tre, che l’impossibilità del rim­pa­trio costi­tuiva «una situa­zione per­ma­nente» e non tran­si­to­ria, che dun­que faceva venir meno anche la neces­sità del trat­te­ni­mento. 

Si tratta di una sen­tenza molto impor­tante che con­ferma la totale ina­de­gua­tezza di una misura come l’ingresso nel Cie per per­sone che, sin dal prin­ci­pio, si rive­lano ine­spel­li­bili. Ne sono un esem­pio tutti coloro che ven­gono trat­te­nuti più volte, anche sei o sette, senza che le auto­rità siano in grado di pro­ce­dere al rim­pa­trio per man­canza di indi­ca­zioni atten­di­bili sulla loro nazio­na­lità. Basti pen­sare ai rom pro­ve­nienti dalla Bosnia o dalla Ser­bia che non ven­gono rico­no­sciuti come cit­ta­dini di quei paesi a causa di pro­fondi cam­bia­menti geo­po­li­tici avve­nuti nel corso degli anni ’90. La con­di­zione di irre­go­la­rità, dif­fi­cile da sanare, li con­danna a ripe­tuti trat­te­ni­menti che si con­clu­dono sem­pre in un nulla di fatto.

Eppure baste­rebbe che anche solo una delle figure pro­fes­sio­nali con cui ven­gono in con­tatto — assi­stenti sociali, avvo­cati, giu­dici di pace, fun­zio­nari della Que­stura — for­nisse loro qual­che infor­ma­zione su come acce­dere al rico­no­sci­mento dello sta­tus di apo­lide. Tut­ta­via, c’è da dire che, anche se quell’informazione fosse più acces­si­bile, rimar­rebbe fati­coso com­ple­tare la pro­ce­dura, il cui esito si deter­mina in sede giu­di­zia­ria più che amministrativa.

Ma il caso dei rom è solo uno tra i molti pos­si­bili. In gene­rale, il man­cato rico­no­sci­mento da parte delle auto­rità con­so­lari, non sem­pre coin­cide con il rila­scio della per­sona trat­te­nuta, come inse­gna la vicenda qui ricordata.
E tutto ciò dimo­stra come, a pro­po­sito dei cen­tri di iden­ti­fi­ca­zione e di espul­sione, ci sia ancora molto da fare. Uno spi­ra­glio si era aperto con la ridu­zione dei tempi di trat­te­ni­mento da diciotto a tre mesi; con l’emanazione del rego­la­mento nazio­nale; e, infine, con il rece­pi­mento della diret­tiva euro­pea sull’accoglienza. Si è trat­tato di tre impor­tanti occa­sioni che, però, non hanno miglio­rato le con­di­zioni di vivi­bi­lità all’interno di quei luo­ghi. Addi­rit­tura si può dire che, con l’ultimo prov­ve­di­mento, quelle con­di­zioni sono desti­nate a peg­gio­rarle. E ciò per­ché sono state intro­dotte spe­ci­fi­che indi­ca­zioni sulla reclu­sione di una par­ti­co­lare tipo­lo­gia pro­fu­ghi, all’interno dei Cie per un periodo fino a dodici mesi.
Insomma, appare sem­pre più evi­dente che il trat­te­ni­mento venga uti­liz­zato come stru­mento puni­tivo nei con­fronti di chi non abbia i docu­menti in regola; e che poco si fac­cia per pro­muo­vere misure alter­na­tive al trat­te­ni­mento e altre forme di rimpatrio. 

I costi umani ed eco­no­mici che la per­ma­nenza nei Cie com­porta sono ormai troppo alti se con­fron­tati con il numero di rim­pa­tri effet­ti­va­mente rea­liz­zati. Ancora oggi, appena il 50% dei trat­te­nuti viene ripor­tato nel paese di ori­gine. Un mezzo fal­li­mento pro­prio rispetto allo scopo per il quale quei luo­ghi orri­bili sono stati creati.

di L. Manconi e V. Brinis

martedì 31 marzo 2015

Immigrazione: nasce la Commissione d'inchiesta sul sistema di accoglienza degli immigrati in Italia

ANSA
Roma - Nasce la Commissione d'inchiesta sul sistema di accoglienza degli immigrati in Italia, CIE, CARA, Centri di Prima Accoglienza voluta da Democrazia Solidale (PI-CD), da SEL e dal PD con tre disegni di legge poi approvati in aula sul testo unificato da Gennaro Migliore.

L'elezione a scrutinio segreto ha visto grande convergenza su Gennaro Migliore (presidente) mentre Marazziti e Patriarca saranno i vice presidenti (Segretari Palazzotto e Gadda).
Marazziti, dicendosi soddisfatto per la nascita della commissione, ha ricordato di averla sollecitata "con il mio disegno di legge all'indomani della tragedia di Lampedusa, che la Camera ha unificato con i disegni di legge Palazzotto e Fiano. 

Abbiamo un anno per capire perche' si sono create condizioni di invivibilita' e per aiutare il Paese a dotarsi di un sistema di accoglienza per immigrati e rifugiati, e selezione degli aventi diritto a rimanere nel nostro Paese, all'altezza delle tradizioni di solidarieta' e di rispetto della dignita' umana che fanno dell'Italia la porta dell'Europa".
"Spero - ha concluso - che la Commissione di inchiesta si pensi indipendentemente dalle appartenenze perche' abbiamo da svolgere un lavoro che serve al Paese e in cui deve esistere solo l'oggettivita' della verita' ricercata in maniera seria, senza pregiudizi. E penso che ci riusciremo".

sabato 21 febbraio 2015

Grecia: sarà chiuso il Cie di Amygdaleza, un passo avanti contro la tortura agli immigrati

Il Garantista
Ora è ufficiale, la Grecia abolirà i centri di identificazione ed espulsione. In particolar modo sarà abolito il famigerato Cie di Amygdaleza, in cui - secondo i media ellenici - negli ultimi giorni i poliziotti si sarebbero organizzati in veri e propri squadroni del terrore per picchiare e torturare gli immigrati.


Cie di Amygdaleza
A confermarlo, sono stati i ministri dell'Immigrazione e della Protezione dei cittadini del nuovo governo Tsipras. Con un comunicato stampa i due ministri hanno anche annunciato altre misure che portano a un radicale cambiamento della politica ellenica verso gli immigrati, facendo seguire subito i fatti a quello che era il programma politico di Syriza illustrato durante la recente campagna elettorale. L'abolizione dei Cie avverrà in maniera graduale.

Le prime azioni punteranno con una scrematura: saranno rilasciati tutti i minori non accompagnati, le donne incinte, i bambini, gli anziani, i malati, le vittime di tortura, le famiglie, i disabili e tutte le categorie più vulnerabili di persone finora detenute.

Coloro che presenteranno problemi di salute, saranno trasferiti in ospedali e strutture sanitarie; inoltre ci sarà la liberazione immediata di tutti i richiedenti asilo e l'abolizione della decisione ministeriale - presa dal precedente governo greco nel 2014 - che permetteva la detenzione nei centri per un periodo superiore ai 18 mesi, aspetto questo che è contrario alle direttive europee in materia; inoltre, per gli immigrati irregolari detenuti nei Cie per più di 18 mesi, ci sarà il conseguente rilascio.

Il passo successivo del governo ellenico sarà la costruzione di una vera e propria l'alternativa ai cie, proponendo l'obbligo di firma in un commissariato di polizia o l'obbligo di dichiarare la propria residenza. Le stesse misure alternative si potranno applicare, secondo la nota dell'esecutivo di Atene, anche ai sans papiers che da ora in avanti vivranno nel paese. Ma non finisce qui.

Il governo Tsipras si prepara a cancellare l'operazione Xenios Zeus, il durissimo piano di intervento della polizia messo a punto dal governo di Antonis Samaras - duramente contestato da Amnesty International e molte altre organizzazioni umanitarie - per combattere l'immigrazione illegale.

Xenios Zeus è stato per molte ong uno dei più violenti interventi contro gli immigrati mai messo in atto in Europa. Il protocollo è stato messo a punto dal vecchio esecutivo di Samaras per coprirsi le spalle a destra nei momenti in cui Alba Dorata viaggiava attorno al 10% nei sondaggi e dava in sostanza mano libera alle forse dell'ordine per bloccare, identificare e trattenere cittadini stranieri. Ordini che tradotti sul campo, si sono trasformati in diversi episodi "di abusi impuniti da parte della polizia", come ha scritto Amnesty International in un rapporto dello scorso aprile

Un esame delle operazioni tra aprile 2012 e giugno 2013 dell'organizzazione umanitaria ha raccontato di oltre 120mila persone fermate e identificate spesso in modo piuttosto brusco su basi puramente razziali. "Le forze dell'ordine sono state usate in modo indiscriminato dalle autorità - aveva detto all'epoca Jezerca Tigani, direttore di Amnesty per l'Europa - Invece di mantenere l'ordine si sono accaniti su gruppi vulnerabili di persone. E le loro azioni non sono state monitorate e perseguite".

Ricordiamo anche che il neo vice ministro della Protezione del cittadino e dell'ordine pubblico - che corrisponde al ministro degli interni nostrano - ha anticipato che la sua prima azione politica sarà la completa abolizione del carcere di tipologia c, una sorta di 41 bis in salsa greca, la detenzione di rigore nei confronti dei detenuti accusati o condannati definitivamente per terrorismo, ma anche dei prigionieri comuni per reati di grave entità.

Queste azioni di governo rischiano però di aprire qualche focolaio di tensione con Anel, il partito di destra - quindi non assolutamente sensibile a queste tematiche - che garantisce a Syriza la maggioranza in Parlamento. Ma non è detto che non trovino voti tra i moderati di centro sinistra per tradurre in legge questi loro intenti di carattere umanitario e di rafforzamento dello stato di diritto.

di Damiano Aliprandi

domenica 21 dicembre 2014

Immigrazione: tensione nel Cie di Ponte Galeria, peggiorate le condizioni dopo il cambio di gestione della struttura

www.fanpage.it
Sale la tensione dentro il Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria alle porte di Roma dopo il cambio di gestione della struttura. A denunciarlo dopo una visita nel Centro la consigliera regionale Marta Bonafoni.


Sale la tensione nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria alle porte di Roma, che al momento ospita 76 uomini e 22 donne. Il passaggio di gestione dalla cooperativa Auxilium alla società Gepsa avvenuto appena cinque giorni sta creando disagi per i migranti detenuti nel centro: non viene fornito loro sapone e spazzolini da denti, niente abiti puliti e molti sono ancora vestiti con il kit estivo (ciabatte e pantaloncini) nonostante siamo in pieno inverno; le donne lamentano la carenza di assorbenti. Problemi anche con il pocket money, ovvero la piccola cifra che i reclusi hanno a disposizione per le piccole spese come telefonate e sigarette, passato da 3,5 euro al giorno a 2,5. A raccogliere le testimonianze Marta Bonafoni, consigliera regionale eletta nella lista Per il Lazio collegata al governatore Nicola Zingaretti, che ieri si è recata in visita nel Cie romano.

Il rischio è che la tensione e l'esasperazione crescente porti a nuovi episodi di rivolta o a gesti eclatanti, come quando nel dicembre dello scorso anno 13 migranti si cucirono la bocca. Per Bonafoni il problema è che la gara vinta dalla Gepsa è stata vinta c0n una corsa al ribasso: "l personale è passato dalle 67 unità di prima alle circa 35 di adesso, con turni di copresenza diurni di 7 persone, che scendono a 3 la notte. E tutto non per inadempienze della Gepsa, ma rispettando il capitolato della gara bandita dalla Prefettura di Roma. Proprio il tema della qualità e della trasparenza delle gare per gli appalti delle strutture per migranti e rifugiati è saltato all'attenzione della cronaca con l'inchiesta Mafia Capitale: un elemento in più per farci dire oggi che su queste materie va ripensata completamente la politica nazionale". Proprio per questo Bonafoni ha chiesto al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti di inoltrare formalmente una richiesta di chiarezza e informazione al Viminale.

martedì 18 novembre 2014

Indagine parlamentare sui Cie, Camera approva commissione inchiesta

Adnkronos
Sempre acceso il confronto sui temi dell'immigrazione. A dividere stavolta è la decisione della Camera di istituire una commissione d'inchiesta chiamata a far luce su quanto avviene nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati e nelle altre strutture di accoglienza. 

Quali sono le condizioni di vita? Vengono rispettati i diritti fondamentali della persona? Si assiste a violazioni di norme da parte del personale di sorveglianza e dalle persone ospitate? Come valutare gli enti di gestione? Saranno queste le domande a cui dovrà rispondere l'organismo parlamentare, composto da 21 membri in rappresentanza di tutti i Gruppi, e chiamato a terminare il suo lavoro entro un anno. Le conclusioni andranno poi messe nero su bianco in una relazione finale.

A favore dell'istituzione della commissione la maggioranza che sostiene il governo, Sel e Movimento 5 stelle; contrari Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia-An. 348 i voti favorevoli, 59 i contrari. Dura contrapposizione tra le forze politiche che sulla questione immigrazione sono su posizioni fortemente divergenti, anche se durante la discussione a Montecitorio i toni sono rimasti nell'alveo di un confronto civile, con la presidente Laura Boldrini in Aula a vigilare sul corretto andamento dei lavori.

"Riteniamo che soprattutto in questa fase storica di tutto ci sia bisogno fuorché di mettere in discussione l'operato di quei centri che lo Stato ha voluto", ha affermato Fabio Rampelli, capogruppo di Fdi-An. "Questa Commissione d'inchiesta -la replica di Mario Marazziti, già portavoce della Comunità di Sant'Egidio e tra gli autori della proposta- aiuta tutti, aiuta anche chi lavora nei centri di accoglienza a non perdere la propria dignità, magari assuefacendosi al degrado".

La commissione dovrà indagare sul sistema di accoglienza e di identificazione nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri destinati all'accoglienza e al trattenimento di immigrati, vale a dire i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), i Centri di accoglienza (Cda) ed i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara).

Tra gli obiettivi dell'inchiesta l'accertamento delle condizioni di permanenza dei migranti e della efficienza delle strutture nonché di eventuali condotte illegali e atti lesivi dei diritti fondamentali e della dignità umana; la verifica delle procedure per l'affidamento della gestione dei centri; la valutazione dell'operato delle autorità preposte al controllo dei centri e la corretta tenuta dei registri di presenza unitamente ad una valutazione circa la sostenibilità del sistema sotto il profilo economico anche riguardo a possibili, nuove soluzioni normative per la gestione della questione immigrazione.

Inoltre la commissione dovrà anche accertare eventuali gravi violazioni delle regole dei centri nonché comportamenti violenti o in violazione di disposizioni normative da parte delle persone ospitate. Viene poi specificato che la valutazione degli enti di gestione comprende anche la verifica di eventuali procedimenti penali relativamente alla gestione, anche in passato, di centri di accoglienza o di identificazione ed espulsione. Per il funzionamento della commissione infine è autorizzata una spesa di 100mila euro.

mercoledì 11 giugno 2014

Immigrazione: Leggi Ue; per extracomunitari massimo 180 giorni trattenuti nei Cie

Public Policy
Il periodo massimo di trattenimento del cittadino extracomunitario all'interno del centro di identificazione e di espulsione non può essere superiore a 180 giorni. È quanto prevede un emendamento al disegno di legge "Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea in materia di immigrazione e rimpatri" approvato in Aula alla Camera.
L'emendamento era stato presentato da Giuseppe Guerini (Pd). "La convalida comporta la permanenza nel centro per un periodo di complessivi trenta giorni. Qualora l'accertamento dell'identità e della nazionalità ovvero l'acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà, il giudice, su richiesta del questore, può prorogare il termine di ulteriori trenta giorni", si legge nell'emendamento.

"Anche prima di tale termine, il questore esegue l'espulsione o il respingimento, dandone comunicazione senza ritardo al giudice. Trascorso tale termine, il questore può chiedere al giudice di pace una o più proroghe qualora siano emersi elementi concreti che consentano di ritenere probabile l'identificazione ovvero sia necessario al fine di organizzare le operazioni di rimpatrio. In ogni caso - continua l'emendamento - il periodo massimo di trattenimento del cittadino extracomunitario all'interno del centro di identificazione e di espulsione non può essere superiore a centottanta giorni".

Il cittadino extracomunitario che sia trattenuto per un periodo pari a 180 giorni presso le strutture carcerarie, "può essere trattenuto presso il centro per un periodo massimo di trenta giorni". "Nei confronti del cittadino extracomunitario a qualsiasi titolo detenuto, la direzione della struttura penitenziaria richiede al questore del luogo le informazioni sull'identità e nazionalità dello stesso. Nei medesimi casi il questore avvia la procedura di identificazione interessando le competenti autorità diplomatiche.

Ai soli fini dell'identificazione - conclude il testo - l'autorità giudiziaria su richiesta del questore dispone la traduzione del detenuto presso il più vicino posto di polizia per il tempo strettamente necessario al compimento di tali operazioni. A tal fine il ministro dell'Interno e il ministro della Giustizia adottano i necessari strumenti di coordinamento".

domenica 12 gennaio 2014

Bari, il giudice: “Migranti più garantiti in carcere che nel Cie”

Il fatto Quotidiano

E' il contenuto choc dell’ordinanza con cui il Tribunale civile barese ha imposto a presidenza del Consiglio dei Ministri, ministero dell'Interno e prefettura di mettere a norma, entro 90 giorni, la struttura del capoluogo pugliese

Al peggio non c’è mai fine. I Cie sono più infernali di un carcere e i migranti che lì sono rinchiusi hanno meno garanzie dei detenuti. A metterlo nero su bianco è Francesco Caso, giudice della I Sezione civile del Tribunale di Bari. Lo scrive nell’ordinanza destinata a fare scuola in Italia, quella con cui ha imposto alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministero dell’Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari Palese. “Non è azzardato concludere che, se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato assoggettato alla disciplina dell’ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore o comunque più ‘garantita’, quanto meno sul piano formale”.

Sono le parole che squarciano il velo dell’ipocrisia che continua a imperare in materia e la dicono lunga anche su una situazione che di legittimo ha solo l’alibi che le è stato offerto. Il magistrato pugliese è chiaro: “La nostra Carta Fondamentale detta direttamente regole sul se e come le persone possono essere ristrette nella libertà personale e su come e per quali fini, una volta ristrette, debbano essere trattate”. Non solo. Il nostro ordinamento penitenziario, a livello di legislazione ordinaria, è un “sistema fortemente garantito a livello normativo, affidato da sempre alle cure dell’Amministrazione della Giustizia, sotto il diretto controllo dell’autorità giudiziaria competente”. Differenze abissali con la disciplina dei Cie: “Poche righe” per regolare una “condizione comunque limitativa della libertà personale (che attualmente può giungere fino ad almeno 18 mesi complessivamente), laddove la disciplina dei detenuti e internati è contenuta complessivamente in centinaia di articoli”.

Discrepanze profonde anche su un altro versante: del governo di questi centri è stata incaricata “del tutto un’amministrazione dello Stato, quella dell’Interno, che ormai da tempo era stata privata di qualsiasi esperienza e di strutture nel settore della ‘reclusione’ delle persone per periodi prolungati”, tant’è che la gestione dei Cie “è stata affidata (per non dire ‘subappaltata’) a soggetti privati esterni all’amministrazione statale”. Una mortificazione normativa, di fronte alla quale, tuttavia, il Tribunale di Bari decide di non avventurarsi oltre: “Ogni ipotetico incidente di legittimità costituzionale a riguardo parrebbe destinato all’insuccesso, sul duplice rilievo della limitata temporaneità (sebbene piuttosto prolungata nella durata massima) della misura del trattenimento, peraltro tuttora orientata anche alla ‘necessaria assistenza’ degli interessati, e soprattutto della diversità delle situazioni che la inducono in confronto alla ‘detenzione’ vera e propria; il che potrebbe far considerare legittimo il regime attuale, che, d’altronde, finora ha praticamente resistito a reiterate censure di incostituzionalità”.

Insomma, si alzano le mani per non rischiare una bocciatura e, forse, anche per mettere al riparo un pronunciamento che ha già di per sé una portata dirompente. Non era ancora accaduto che venisse obbligato all’intervento di messa a norma di un Cie, entro tre mesi, l’intero apparato dello Stato, trascinato in aula, attraverso lo strumento giuridico dell’azione popolare, da due avvocati, membri dell’associazione Class Action Procedimentale. “Il provvedimento per noi costituisce un’ulteriore tappa per la definitiva chiusura di una struttura carceraria extra ordinem che calpesta i valori fondamentali di tutela dei diritti umani”, dice Luigi Paccione, che accanto ad Alessio Carlucci si è costituito in giudizio “in sostituzione” del Comune e della Provincia di Bari.

Era nato per essere un “centro di permanenza temporaneo per immigrati irregolari”, il Cie pugliese, adeguato solo in parte e al centro da sempre di clamorose proteste. “Trasmoda nell’illegalità”, secondo il giudice Caso: servizi igienici insufficienti; box doccia sporchi e senza porte, in barba a qualsiasi tutela della privacy; porte blindate a chiudere ciascun modulo abitativo, tanto da limitare fortemente la libertà delle persone; finestre prive di sistemi di oscuramento; camere alloggio senza impianti di ventilazione, con temperature estive che oscillano tra i 25 e i 31 gradi; infrastrutture sportive, motorie e ludico ricreative insufficienti; nessun intervento volto alla riduzione del malesseree dello stato di sofferenza. C’è stato sì un “modesto miglioramento” rispetto al 2012, ma “la situazione presenta ancora numerosi elementi di criticità”. I 90 giorni per iniziare a rendere civile la struttura stanno già trascorrendo. E “in caso di mancata o parziale esecuzione di quanto disposto”, si legge nell’ordinanza, “tutti gli stranieri ancora trattenuti” dovranno essere “trasferiti in altri Cie”.

domenica 29 dicembre 2013

Immigrazione: Cie Bari; perizia choc, per il tribunale condizioni di invivibilità

La Repubblica
Nel Cie di Bari si vive in condizioni non accettabili: niente tende, niente aerazione, bagni praticamente impresentabili, nessuna attenzione alle attività sociali e didattiche degli occupanti che, non a caso, utilizzano in massa psicofarmaci. 

A sostenerlo è il perito nominato dal tribunale di Bari che nelle scorse settimana ha depositato una perizia al giudice sulle condizioni del Centro di identificazione di Bari: venti pagine nelle quali spiega che "i lavori effettuati alla struttura non sono sufficienti per un significativo miglioramento delle condizioni di vita degli occupanti". 

Si tratta della seconda relazione depositata dall'ingegner Francesco Saverio Campanale in un procedimento nato dalla class action proposta dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci. I legali avevano denunciato quella che definiscono "una struttura carceraria che costringe "gli ospiti" a un regime di detenzione". Il presidente del tribunale, Vito Savino, aveva nominato un suo perito chiedendogli di verificare le condizioni all'interno del centro. L'ingegner Campanale aveva individuato una serie di mancanze e il giudice aveva ordinato ai gestori del centro una serie di opere per metterlo a norma. Nelle scorse settimane c'è stato un nuovo sopralluogo: il tecnico ha depositato così la nuova relazione e il giudice si è riservato di decidere sul da farsi. "Noi - spiega l'avvocato Paccione - visto quello che ha scritto il suo perito speriamo proprio che ordini di chiudere un centro che viola i diritti umani".

L'ingegner Campanale aveva disposto più di un anno fa la realizzazione di alcuni interventi di messa a norma. Che però, spiega oggi, "sono stati eseguiti soltanto in parte: l'attuale situazione presenta ancora numerosi elementi di criticità". Per esempio sono "ancora troppo pochi e i box doccia e i vasi alla turca" che vengono utilizzati come servizi igienici. Oppure "non esiste un sistema di oscuramento, anche parziale delle finestre delle stanze alloggio". Non ci sono tende, quindi, ed è difficile riposare. "Le dimensioni della sala mensa sono rimaste inalterate, pertanto inferiori a quelle indicate nelle linee guida, così come non risulta incrementato il numero delle aule per le attività occupazionali, didattiche e ricreative. Per quanto riguarda il suggerimento - si legge ancora - di incrementare le strutture e attrezzature sportive, queste sono rimaste invariate, in attesa della realizzazione di un secondo campo polifunzionale. In conclusione - continua nella relazione - gli interventi effettuati al Cie hanno comportato soltanto un modesto miglioramento rispetto a quanto constatato nelle precedenti indagini, pertanto non sufficiente per un significativo miglioramento delle condizioni di vita degli occupanti".

La relazione dell'ingegner Campanale apre un precedente molto importante nella storia dei Centri di identificazione ed espulsione. Quella di Bari è la prima esperienza in questo senso, con una class action presentata dai cittadini per chiudere il centro per motivi umanitari. 

Ai legali si è poi unito anche il comune di Bari che ha mandato un suo tecnico a visitare la struttura che è arrivato alle stesse conclusioni, se non peggiori, di quelle del perito del giudice. "Le condizioni di vivibilità all'interno del centro - ha scritto l'ingegner De Corato - sono critiche anche in relazione alla lunga permanenza degli immigrati fino a 18 mesi. La mancanza di idonee e sufficienti attività determina forti tensioni che spesso si traducono in rivolta. La mancanza di una biblioteca, di un computer e di un apparecchio Tv che non sia obsoleto e, pertanto, la struttura non garantisce condizioni di vivibilità che sono invece garantite ai detenuti nelle carceri".

Cie Ponte Galeria: "È peggio del carcere". Vi racconto la mia visita

L'HUFFINGTON POST
"Qui è peggio del carcere. Scrivilo questo. Scrivilo". Ventenne, magrebino, magro di corporatura. Le sue parole sono concitate. Gli occhi rabbiosi. Non è il solo ad avvicinarsi. In molti manifestano il desiderio di relazionarsi con l'esterno per denunciare la realtà che vivono.
"È una vergogna, siamo rinchiusi in un lager e trattati come bestie", dice un altro mostrandoci una stanza diroccata. I muri anneriti lasciano ancora tracce della protesta di febbraio scorso, quando scoppiò una vera e propria rivolta: molte camerate, come gesto di protesta, furono incendiate. Alla fine le forze dell'ordine intervennero per sedare il tumulto e arrestarono 15 persone.

Benvenuti nel Centro d'Identificazione ed Espulsione (Cie) di Ponte Galeria di Roma. Chi scrive l'ha ispezionato recentemente spacciandosi per assistente di una parlamentare. Per i giornalisti è infatti difficile ottenere il permesso per una visita. Come per le carceri: meglio non raccontare e far sapere pubblicamente la disumanità di tali luoghi.

Siamo a Parco Leonardo, all'estrema periferia della Capitale. Intorno il deserto. Vicino ad una caserma dei carabinieri sorge il Cie, uno dei 13 centri presenti sul territorio italiano. Può ospitare fino a 180 persone, è diviso in due bracci: femminile e maschile. La detenzione per i migranti può arrivare ad un massimo di 180 giorni, la media è 4-5 mesi. Al momento nel Cie sono rinchiusi 69 uomini e 36 donne.
L'ispezione inizia proprio dal braccio femminile. A guidare la visita una rappresentante della prefettura e alcuni operatori della Auxilium, la cooperativa che ha vinto l'appalto per la gestione del centro. Si supera una porta, poi un cancello. Poi ancora una seconda porta. Evadere è molto difficile: 13 militari e 15 uomini della questura si preoccupano di vigilanza e controllo. 

Ogni braccio è diviso in moduli ed ogni modulo composto da due stanze comunicanti e un bagno. La composizione delle camere è in base al criterio etnico, per evitare violenze e scontri tra loro.
Le condizioni igieniche sono precarie pur non esistendo - come per le carceri - il problema del sovraffollamento. Alle 22 di sera si spengono le luci nella struttura: si impone di andare a dormire. Oltre alle stanze, ogni modulo, ha uno spazio esterno perimetrato da un alto cancello con spuntoni e filo spinato. Di fatto, una gabbia a cielo aperto. Le donne - quasi tutte provenienti dall'Africa Nera - passano il tempo davanti la televisione e a letto. Con loro non possono avere né forbicine né altri materiali pericolosi o contundenti. "Per paura che compiano gesti di autolesionismo" spiega un mediatore culturale, sette in totale nella struttura. Presente anche una psicologa.
Nel braccio femminile si può usufruire di visite specialistiche - sotto richiesta - ed esistono attività gestite da differenti associazioni e cooperative esterne. La Bee Free si occupa di intraprendere un percorso di genere con le recluse, il Centro Astalli lavora sulle richiedenti asilo, la comunità di Sant'Egidio e la Usmi, suore, danno conforto spirituale. "Possiamo chiudere qui la visita, se volete. Il braccio maschile è come quello femminile", ci viene detto. Rifiutiamo e continuiamo la nostra ispezione. E se la sezione donne aveva lasciato qualche perplessità, quella maschile lascia esterrefatti. Un carcere. Sporcizia ovunque. Stanze e bagni distrutti. Materassi a terra. Lenzuola di carta. Appena intravedono il bloc notes e la penna, si avvicinano. Gridano il loro malcontento. Chiedono di uscire.
Quasi l'80 per cento proviene dalle carceri dove ha già scontato la pena per il reato commesso.
"Dopo la galera - sbraita un altro magrebino (la netta maggioranza) in perfetto italiano -ero convinto di godermi la libertà e invece sono finito nuovamente in cella. Sono tre mesi che sono qui e non so niente del mio futuro". Abbandonati a se stessi.
Nell'aria si respira un clima di immensa insofferenza. Intere giornate di reclusione senza nessuna attività di carattere culturale o socio-lavorativa. La loro rabbia si manifesta con gesti autolesionistici (come il caso attuale delle 8 bocche cucite) e sugli oggetti. "Fatichiamo a gestirli e a coinvolgerli in qualsiasi impegno" spiega una responsabile della cooperativa Auxilium, costretta ad ammettere la differenza tra i due bracci: "Le donne sono coinvolte in progetti, con gli uomini non ci riusciamo. Anche l'ora di sport diventa un momento per risse e tensioni". Per sedare gli animi, e non solo, c'è una grande diffusione di psicofarmaci all'interno della struttura. Qualcuno è tossicodipendente.
Altri si avvicinano dicendo di essere richiedenti asilo. Vogliono sapere, ignari di tutto, a che punto sia la propria pratica. Vicino ai moduli una piccola cappella e una moschea per pregare. Molto affollata.
"Non ci rimane che pregare in Dio e sperare" sussurra un latinamericano sull'uscio della chiesetta. Intanto un nigeriano ci invita a far vedere la perdita d'acqua e l'enorme macchia di muffa che rende l'aria irrespirabile nella sua stanza.
"Fate qualcosa per noi" le ultime parole ascoltate prima che la porta si chiuda dietro di noi. Sboom. Ispezione terminata. Alla fine si discute di introdurre l'identificazione direttamente in carcere ma forse il problema è più complesso e riguarda la natura stessa dei centri. "È l'Inferno, vogliamo la libertà", ci dicevano. Benvenuti nel Cie di Ponte Galeria.

martedì 24 dicembre 2013

Immigrazione: Medici diritti umani, Cie inutili e incivili

ANSA
I Cie sono luoghi generatori di violenza, non garantiscono in alcun modo i diritti umani delle persone trattenute e si sono dimostrati fallimentari nel contrasto dell'immigrazione irregolare: solo l'1% dei migranti irregolari viene infatti effettivamente rimpatriato attraverso il sistema della detenzione amministrativa e nel 2013 è probabile che questa percentuale si abbasserà ulteriormente. I Cie sono, in due parole, inutili e incivili. E' quanto afferma in una nota "Medici per i diritti umani" (Medu).
CIE di Torino
I recenti episodi di cronaca secondo Medu "dimostrano una volta ancora la necessità di riformare radicalmente - e da subito - un sistema di gestione dell'immigrazione incompatibile con quei diritti fondamentali che uno stato di diritto deve sempre garantire". "Le situazioni inumane e degradanti all'interno di queste strutture non sono episodi sporadici, comunque inaccettabili, ma pratiche e condizioni oggettive frequenti e perduranti" affermano.

Nel Cie di Torino, secondo quanto rilevato direttamente da Medici per i Diritti Umani, gli episodi di autolesionismo messi in atto dai migranti trattenuti nel corso del 2011 sono stati 157, vale a dire un episodio ogni 56 ore.

Il drammatico disagio nei centri non riguarda del resto solo i migranti, precisa Medu: le condizioni di lavoro degli operatori degli enti, per lo più privati, che amministrano i centri e degli agenti di pubblica sicurezza sono assai critiche. E l'introduzione dei bandi di gara al massimo ribasso sembra aver avuto l'effetto di un detonatore. Dal 2012, sottolineano, il governo ha infatti adottato come unico criterio per l'assegnazione della gestione dei centri quello dell'offerta economica minima, a prescindere dalla qualità dei beni e dei servizi garantiti, determinando un ulteriore scadimento delle strutture e dei servizi e un aumento delle rivolte e delle proteste da parte dei trattenuti.

Medu torna dunque a chiedere la chiusura di tutti i Cie.

sabato 21 dicembre 2013

Protesta in Cie Roma, quattro immigrati si cuciono bocca

ANSA
I magrebini protestavano contro il protrarsi della permanenza nel centro di accoglienza
Protesta choc al Centro di accoglienza immigrati di Ponte Galeria a Roma: quattro magrebini, ospiti della struttura, si sono cuciti la bocca per protestare contro il protrarsi della permanenza nel centro. I quattro africani, subito soccorsi dagli agenti e assistiti da un medico, si erano cuciti la bocca in alcuni punti, questa mattina, con ago e filo. Al momento non si sono registrate altre situazioni di tensione all'interno del centro.

Uno dei quatto magrebini, che ha inscenato la protesta cucendosi la bocca, avrebbe dovuto lasciare la struttura lunedì prossimo per essere rimpatriato nel suo paese. Dei quattro africani, due hanno circa vent'anni e sono ospiti del centro da poco, gli altri due hanno oltre trent'anni.

Si sono cuciti la bocca in un punto laterale con una sorta di ago ricavato dalla graffetta di un accendino e hanno utilizzato il filo di una coperta, i quattro africani che questa mattina hanno inscenato la protesta nel centro di accoglienza per immigrati di Ponte Galeria a Roma. I magrebini, che protestano contro la loro permanenza nella struttura, sono assistiti dai medici.

Nel Centro di accoglienza per immigrati di Ponte Galeria a Roma ci sono un centinaio di persone. Il settore maschile è quello più numeroso e accoglie 70 uomini, l'altro settore, quello femminile, è meno saturo e ospita una trentina di donne.

Marino, luoghi disumani - "La loro protesta ci impone con forza di riaprire il dibattito nazionale su questi luoghi disumani e su una legge, la Bossi-Fini, che equipara a criminali chi fugge da guerre, violenze e povertà. Non possiamo, e non vogliamo abituarci alle tragedie. Dobbiamo, al contrario, impegnarci tutti contro l'indifferenza". Così il sindaco di Roma, Ignazio Marino, commenta su Facebook quanto accaduto al Cie di Ponte Galeria dove quattro immigrati si sono cuciti la bocca con ago e filo per protestare contro il protrarsi della permanenza nel centro.

domenica 1 dicembre 2013

Immigrazione: Garante detenuti; al Cie di Roma Ponte Galeria ora è emergenza freddo

Ristretti Orizzonti
Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: "fra le piogge torrenziali ed i primi veri freddi della stagione, gli oltre cento ospiti della struttura costretti a sopravvivere tra i disagi". Da giorni sotto le piogge torrenziali e, per di più, senza riscaldamenti per difendersi dai primi veri freddi dell'inverno. È questa la situazione attuale degli oltre 100 ospiti extracomunitari del Centro di Identificazione ed Espulsione (C.I.E.) di Ponte Galeria. 

A denunciarla, il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. Nonostante i livelli di affollamento siano fra i più bassi registrati negli ultimi mesi (la struttura ha, infatti, una capienza di circa 360 posti complessivi nei due settori maschile e femminile) la qualità e le condizioni di vita all'interno del C.I.E. sono tutt'altro che migliori. Nei giorni scorsi, caratterizzati da piogge torrenziali, è stato necessario l'utilizzo di un'autovettura per consentire agli operatori ed ai volontari di accedere al centro guadando un'enorme lago che si è formato proprio all'ingresso del Centro.

La notte, poi, gli ospiti sono costretti a fare i conti con il mancato funzionamento dell'impianto di riscaldamento di cui è dotato ogni modulo abitativo della struttura. Un disservizio che, a quanto hanno appreso gli operatori del Garante che settimanalmente visitano la struttura, permane da diverso tempo. A questi disagi, la settimana scorsa si è anche aggiunto un guasto che ha comportato la sospensione dell'erogazione di acqua corrente nella struttura,

"Nonostante l'encomiabile impegno della cooperativa Auxilium, che gestisce il CIE e lo spirito di sacrificio delle forze dell'ordine che ne garantiscono la sicurezza, - ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni - periodicamente siamo costretti a documentare disservizi e tensioni all'interno della struttura di Ponte Galeria. Lo scorso anno, ad esempio, nel bel mezzo dell'inverno, gli ospiti erano costretti a vivere in ciabatte per prevenire i rischi di fuga. Chi ha la responsabilità della gestione di queste strutture deve mettere in preventivo che le condizioni di vita nel CIE sono pesantissime e i lunghi tempi di permanenza le trasformano in veri e propri luoghi di detenzione dove, paradossalmente, mancano le garanzie che ci sono nelle carceri. Eppure basterebbero sensibilità e senso pratico per disinnescare tante piccole criticità che potrebbero sfociare in tensioni e malumori".

lunedì 4 novembre 2013

Immigrazione: Cie di Gradisca reso inagibile dagli incendi e proteste dei "detenuti"

Ansa
La situazione è sempre più rovente: molti ospiti del centro sono stati espulsi o mandati in altre strutture italiane
Ancora una notte di proteste e violenza al Centro di Identificazione ed Espulsione di Gradisca. Ancora fuoco e distruzione. 

Tutte le camerate sono ormai inagibili, tanto che gli ospiti del centro (o i "detenuti" come ritengono in molti) dovranno dormire e vivere nei corridoi. Quel che è certo è che la situazione ormai ha superato il limite della vivibilità. Questa mattina, la parlamentare Serena Pellegrino si è recata presso la struttura di Gradisca D'Isonzo. Al termine del sopralluogo, con una breve dichiarazione ha anticipato la presentazione al Ministro dell'Interno, nei prossimi giorni, di un'interpellanza urgente, che si affiancherà all'analoga iniziativa con cui il sen. 

Luigi Manconi ha descritto la situazione al Centro dopo i disordini e gli incendi delle scorse notti, sollecitando per l'ennesima volta la chiusura. "Ho voluto entrare al Cie di Gradisca per verificare di persona il contesto in cui si trovano gli immigrati. Non servono le mie competenze tecniche di architetto per affermare che la struttura va chiusa, è inagibile nella sua interezza visto che le stanze si trovano in assoluto stato di degrado e che le persone sono trattenute in condizioni igienico sanitarie indescrivibili. Nelle prossime ore intendo verificare concretamente questa vergognosa situazione".

"Il mio intervento politico - continua la Pellegrino - è una domanda di evidente gravità: chi si assume la responsabilità del fatto che il Cie di Gradisca è rimasto comunque operativo, nonostante le ripetute specifiche denunce e le richieste di chiusura, e nonostante il Ministro dell'interno abbia formalmente riconosciuto che il meccanismo nel suo complesso vada rivisto e che in tutti i Cie le modalità di gestione debbano assicurare alle persone il rispetto della dignità umana e garantire normali condizioni igienico sanitarie? Mi è stato riferito - ha concluso Pellegrino - che dopo i disordini di questi giorni si sono succedute con significativa rapidità le espulsioni dall'Italia e lo spostamento di diverse persone in altri Cie italiani. 

Ritengo che questo processo possa proseguire - scongiurando l'accadere di nuovi incidenti e di ulteriori manifestazioni dell'esasperazione dei trattenuti - e affrettare così i tempi necessari per la chiusura definitiva del Centro".

giovedì 12 settembre 2013

Immigrazione: Manconi; il Cie di Gradisca d'Isonzo tra i peggiori d'Italia

Il Piccolo
Il presidente della Commissione diritti umani del Senato Manconi in visita all'ex Polonio. Pressing sul governo per la chiusura.

"Il Cie di Gradisca, in queste condizioni, va chiuso. Se sinora il problema non è stato affrontato e governato è anche per una gravissima sottovalutazione da parte delle autorità statuali". Non ha badato troppo ai giri di parole il parlamentare Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato.

Manconi e alcuni membri della commissione ieri hanno visitato la struttura di Gradisca accompagnati dal prefetto e dal questore di Gorizia, dai parlamentari Serena Pellegrino e Francesco Russo, dall'assessore provinciale Ilaria Cecot, e infine da delegati di varie associazioni e movimenti, tra cui Tenda per la pace, Asg e A buon diritto.

"Oggi al Cie di Gradisca ci sono 44 persone che vivono in gabbia peggio dei carcerati. È illegale, qualcosa di indegno per un Paese civile. Non dimentichiamoci che una persona è tuttora in coma per avere cercato di sfuggire ad una situazione inumana. Un fatto che deve interrogarci e che da solo dovrebbe aprire una crisi istituzionale su questi temi" ha affermato Manconi, sostenendo che "i Cie sono in generale strumenti gravemente deficitari per la tutela dei diritti umani, inefficaci rispetto il raggiungimento dei loro obiettivi, e inutilmente dispendiosi.

E quello di Gradisca - ha dichiarato Manconi, che ha successivamente incontrato la giunta comunale della cittadina isontina - è in condizioni più critiche di altri che ho visitato". Secondo il senatore Pd la Commissione "deve discutere l'intero sistema dei Cie, che va riformato. Intendo sostenere una mozione per far chiudere il Cie di Gradisca.

Sostengo e condivido la richiesta elaborata dal governatore della Regione Serracchiani e dal sindaco Tommasini". Manconi ha invece esortato a fare "un distinguo tra Cie e Cara" nel dibattito attorno all'ex caserma Polonio. "La prossimità è un grave limite ed un errore, ma la struttura per richiedenti asilo presenta problematiche che, seppure impattino sulla cittadina di Gradisca, sono risolvibili. Apprezzo l'atteggiamento del sindaco e dei suoi concittadini che mai hanno dato vita a sterili invettive dimostrando grande civiltà e senso di responsabilità".

Il tutto mentre a pochi chilometri di distanza il ministro della Difesa, Mario Mauro (Pdl) sul tema tagliava corto: "Non sono qui per parlare del Cie". Soddisfatto il commento sulla visita ispettiva di ieri da parte di Serena Pellegrino: "Manconi ha rilevato esattamente quanto avevo denunciato un mese fa: tutela dei diritti civili e principi umanitari non stanno di casa al Cie di Gradisca. La struttura così com'è va chiusa, a tutela delle persone trattenute e di tutti coloro che per ragioni di lavoro varcano i cancelli dei centri. L'intero sistema va ripensato".

 di Luigi Murciano

sabato 24 agosto 2013

CIE - I costi disumani - Luoghi dove si vive un tempo sospeso, senza fare nulla. Costo 143 milioni anno

Famiglia Cristiana
Nelle periferie delle città, magari a due passi da casa nostra, per i Cie sono transitate lo scorso anno 8 mila persone. I Centri di identificazione ed espulsione sono stati istituiti per dare effettività ai provvedimenti di allontanamento coattivo nei confronti dei cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, nei casi in cui non risultino immediatamente eseguibili. 

I motivi che possono ostacolare l’esecuzione immediata dell’espulsione sono essenzialmente due: la mancata identificazione della persona o l’indisponibilità del mezzo di trasporto necessario per effettuare il rimpatrio.

E così, senza aver commesso nessun reato se non quello di clandestinità, si finisce in luoghi di detenzione, con sbarre alte sette metri e filo spinato, sorvegliati giorno e notte da militari e agenti.

 Spiega una detenuta sudamericana del Cie di Ponte Galeria a Roma, il più grande d’Italia: «Quando commetti un delitto, la condanna è giusta, però io non ho commesso nessun delitto».

Nei Cie, finiscono persone dalle vite molto diverse: padri di famiglia che hanno perso il lavoro e non possono rinnovare il permesso, giovani da poco entrati in Italia alla ricerca di un futuro migliore, lavoratori in nero perché senza documenti, ragazzi cresciuti nel Belpaese che parlano con accento milanese, romano, o toscano.

 A Ponte Galeria, l’ente gestore stima che l’80 per cento delle donne detenute siano vittime di tratta. Inoltre, la metà dei detenuti arriva nei Cie dal carcere: il paradosso è che la direttiva Amato-Mastella del 2007 prevede che si proceda già nelle prigioni all’identificazione dello straniero in modo che sia possibile eventualmente eseguire il rimpatrio allo scadere della pena ed evitare così la detenzione amministrativa. Peccato che la direttiva sia completamente disattesa. 

Nei Cie si vive sospesi: inizialmente la permanenza massima era di trenta giorni, ma interventi successivi hanno allungato il periodo di detenzione. Il record è del 2011, quando l’allora ministro Maroni la prolungò da un massimo di sei a diciotto mesi. Tutto ciò ha un prezzo altissimo per le casse dello Stato. 

Secondo la onlus Lunaria, che ha presentato in Senato il report “Costi disumani”, dal 2005 al 2011 sono stati spesi oltre un miliardo di euro per l’allestimento, il funzionamento, la gestione e la manutenzione dei Cie e degli altri centri simili (Cpsa, Cda, Cara), in media 143,8 milioni l’anno. A regime, cioè senza le spese iniziali di costruzione, l’attuale sistema costa circa 55 milioni l’anno, tra costi di funzionamento (25,1 milioni), di sorveglianza (26,3), personale in missioni di rimpatrio (3,6). Nel corso degli anni, le risorse impegnate sono cresciute notevolmente: dai 73,7 milioni di euro del 2005 siamo passati ai 158,6 milioni del 2011.

Questo enorme sforzo economico in tempi di crisi quali risultati garantisce? Serve veramente al «contrasto dell’immigrazione irregolare»? Fin dalla loro istituzione, solo la metà dei detenuti transitati nei Cie è stata effettivamente rimpatriata; nel 2012, sono stati 4.015 su 7.944, cioè il 50,5 per cento. L’allungamento della detenzione a 18 mesi, in nome del “pugno di ferro”, ha portato nel 2011 a un aumento dei migranti effettivamente rimpatriati di appena il 2,3 per cento. A fronte invece di un aumento della spesa pubblica ben più rilevante.

Un altro dato su cui riflettere: nel 2012, il totale dei rimpatriati attraverso i Cie è stato l’1,2 per cento del totale degli immigrati in condizioni d’irregolarità presenti sul territorio italiano (326.000 secondo l’Ismu). La metà dei detenuti che non è rimpatriata, viene rilasciata ugualmente senza documenti dopo diciotto mesi. Ma con un anno e mezzo di vita in meno.Nei Cie, infatti, si «vive senza fare nulla», come riassume una ragazza di Ponte Galeria: «Resti tutto il giorno così, diventi vecchia. Fumiamo sigarette come pazzi, a pranzo mangiamo come pecore». Paradossalmente, la direttiva del ministero dell’Interno prevede che i Cie vadano concepiti e concretamente gestiti «in modo tale che gli stessi, pur garantendo il non allontanamento degli stranieri, non comportino alcun ulteriore affievolimento dei diritti della persona trattenuta».

Esattamente ciò che non avviene. A Gradisca, secondo l’Asgi, «mancano le lenzuola, è vietato l’uso di cellulari, libri e giornali; non è possibile svolgere nessuna attività ricreativa, neanche all’aperto; non risulta possibile usare il piccolo campo da calcio da oltre un anno e la mensa, pure agibile, è chiusa. I trattenuti non possono muoversi nel centro, sono limitati nelle stanze e possono accedere all'aperto a vere e proprie gabbie consistenti in uno piccolo spazio cementato, ricoperto da grate verso il cielo e da pareti di plexiglass sui quattro lati, luoghi che si arroventano senza pietà sotto il sole estivo».

Una ragazza bosniaca detenuta a Ponte Galeria ha invece raccontato: «Le condizioni qui nel centro sono brutte perché la dignità di una donna non esiste. Nel bagno non c’è una porta. Un pettine non esiste e dobbiamo pettinarci con le forchette. D’inverno, faceva un freddo cane perché il riscaldamento è rotto e spesso manca l’acqua calda».


A Torino, nel 2011 sono avvenuti 156 atti di autolesionismo, cento per ingestione di corpi estranei e 56 per ferite d’arma da taglio. Da queste condizioni nasce una forte tensione. Fughe (580 evasioni nel 2011), rivolte, scioperi della fame, scontri e proteste segnano la quotidianità dei Cie italiani. Spesso, la risposta è l’abuso di psicofarmaci; secondo Medici per i Diritti Umani, a Ponte Galeria, ma dati simili valgono per l’intero “Sistema Cie”, il 50 per cento dei detenuti è sotto ansiolitici, senza prescrizione medica. Tutto ciò è una novità? Una rivelazione sconosciuta alla politica italiana? Non proprio. Basterebbe leggere il “Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti” pubblicato a marzo 2012 dalla Commissione Diritti Umani del Senato. Si parla di «trattamenti degradanti e disumani» e si legge: «Le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei Cie sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri».
di Stefano Pasta

giovedì 22 agosto 2013

Italia - MEDU (Medici per i Diritti Umani) insostenibile sistema dei CIE - Adottare nuove strategie per la gestione dell’immigrazione irregolare

AGENPARL
Roma, Medici per i Diritti Umani (MEDU) esprime profonda costernazione per il decesso del giovane Moustapha Anaki trattenuto presso il Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) Sant’Anna di di Isola Capo Rizzuto (Crotone). 

Secondo le prime, frammentarie notizie riportate dai mezzi di informazione, le cause della morte, avvenuta il 10 agosto, rimangono ancora da chiarire: in base all'autopsia disposta dalla Procura della Repubblica il decesso sarebbe stato provocato da una non meglio specificata “cardiopatia” anche se il medico legale si e' riservato l'esito finale, dopo aver riscontrato nel corpo del giovane la presenza di alcune sostanze, probabilmente farmaci, alle quali potrebbe essere ricondotta una concausa della morte. 

La tragica notizia è stata riportata dalla stampa solo ieri, a nove giorni dal decesso e a una settimana dallo scoppio di una rivolta dei trattenuti che ha causato la totale inagibilità e quindi la chiusura temporanea della struttura. 

Ciò conferma la natura di luoghi chiusi di questi centri, separati dal territorio e in alcuni casi difficilmente accessibili da parte della stampa, delle organizzazioni indipendenti e della società civile.

 Il Cie in questione è stato visitato dai medici e gli operatori socio-legali di MEDU lo scorso gennaio (si veda il report della visita a pagina 11 della sintesi di Arcipelago CIE) e in quell’occasione venivano rilevate gravi carenze. 

Il Cie appariva infatti in pessime condizioni strutturali (nonostante la chiusura dal 2010 al 2012 per lavori di ristrutturazione in seguito a gravi danneggiamenti causati da una serie di rivolte nel 2010), con standard qualitativi non adeguati e servizi ridotti al minimo (il budget giornaliero per singolo trattenuto è di 21,42 euro al giorno, il più basso di tutti i Cie). 

Ad aggravare la situazione contribuiscono l’estrema restrizione degli spazi di vita (gli edifici circondati da sbarre di ferro sono ulteriormente suddivisi al loro interno in sezioni separate) e l’assenza di attività e di spazi comuni e lo stato di isolamento e abbandono, in assenza di servizi adeguati.

 Le criticità specifiche riscontrate a Crotone non sono estranee ai restanti Cie, in particolar modo in seguito all’introduzione dei bandi di gara al massimo ribasso, che adottano come unico criterio di assegnazione quello dell’offerta economica minima, indipendentemente dalla qualità dei beni e dei servizi garantiti. Ciò ha inevitabilmente determinato un ulteriore scadimento delle strutture e dei servizi.

 A questo proposito, è da rilevare come fatto particolarmente negativo nel Cie di Crotone, la chiusura per ragioni economiche (febbraio 2013) della convenzione con l'Azienda sanitaria provinciale, che permetteva agli operatori del servizio sanitario pubblico - caso unico tra tutti i Cie italiani - di operare all'interno del centro. 

 D’altra parte - secondo quanto ampiamente documentato da un recente rapporto di MEDU, che ha visitato nell’ultimo anno tutti i Cie operativi in Italia - quello di Crotone non è un caso isolato, ma la prevedibile conseguenza di un sistema, quello della detenzione amministrativa, incapace di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali e della dignità umana, inefficace e inefficiente al fine di contrastare l’immigrazione irregolare (attraverso i Cie si stima che venga rimpatriato ogni anno appena l’1% dei migranti irregolari presenti in Italia), realisticamente non riformabile a quindici anni dalla sua istituzione. 

Lo confermano le recenti rivolte e devastazioni presso il Cie di Gradisca di Isonzo, anch’esse con costi umani drammatici, e la chiusura dei Cie di Bologna e Modena, amministrati proprio in base al criterio del massimo ribasso, con esiti disastrosi sia per le condizioni di vita dei trattenuti sia dal punto di vista della gestione complessiva. A fronte dei tali episodi, che – è ancora il caso di ricordare - non rappresentano un’eccezione, ma la naturale deriva dell’attuale sistema della detenzione amministrativa, MEDU torna a chiedere con forza il definitivo superamento dei Cie, ormai urgente e indifferibile, e l’adozione di nuove strategie per la gestione dell’immigrazione irregolare più efficaci e rispettose della dignità umana.

martedì 20 agosto 2013

Immigrazione: Unione delle Camere Penali; interrogarsi su livello di civiltà dei Cie

Adnkronos
"Già in passato il Cie di Crotone era stato oggetto di rivolte, e rispetto a quei fatti, che oggi sono ripetuti tanto da portare alla chiusura del Centro, il giudice del luogo ha assolto gli ospiti accusati di danneggiamento in ragione delle condizioni disumane riservate agli immigrati, tali da rendere giustificata e comprensibile la ribellione".

A denunciarlo è l'Ucpi, che aggiunge: "due mesi fa era stata proprio l'Unione delle Camere Penali a denunciare la persistenza nel centro calabrese della intollerabile situazione di illiceità e violazione dei diritti umani, situazione purtroppo comune a quella di altri Cie, dei quali a questo punto dovremmo attendere e sperare la chiusura soltanto a seguito di analoghe giustificate devastazioni da parte dei reclusi, magari conseguenti al decesso di qualche migrante".

"È il caso, peraltro, di rammentare - continua l'Ucpi - che gli extracomunitari sono costretti a permanere in veri e propri lager, nei quali non vige alcun rispetto neanche delle condizioni di vivibilità previste per le carceri, nonostante gli stessi non siano detenuti ma soltanto trattenuti per mesi in attesa di espletamento delle pratiche amministrative che consentano il rimpatrio". La prosecuzione di questi trattamenti nei Cie, ai quali si affianca "l'inadempienza dell'Italia rispetto ai diritti dei detenuti, già riconosciuta dalla Cedu e non ancora risolta - conclude in una nota l'Ucpi - pone un serio interrogativo sul livello di civiltà e attenzione ai diritti dell'uomo esistente nel nostro paese".

Immigrazione: chiuso Cie di Crotone, devastato da una rivolta dopo morte di un detenuto

La Repubblica
Il decesso di un marocchino all'origine della protesta che ha portato alla chiusura del Centro di identificazione e di espulsione di Isola Capo Rizzuto. L'uomo sarebbe morto per un malore, di cui non si conoscono le cause.

Si chiamava Moustapha Anaki, era marocchino e aveva 31 anni. È morto in circostanze ancora non chiarite mentre era trattenuto nel Centro di identificazione e di espulsione "Sant'Anna" di Isola Capo Rizzuto, vicino a Crotone. Ufficialmente il decesso è stato causato da un non meglio specificato "malore".

L'uomo era recluso nel Cie da circa un mese perché immigrato irregolare in attesa del rimpatrio ed era stato trasferito nel centro calabrese dopo avere scontato una pena nel carcere di Salerno. Si trovava in Italia da sette anni, sempre senza permesso di soggiorno, condizione che dal 2009 anche in Italia costituisce reato, anche se non punito con la detenzione in carcere.

La notizia è trapelata dai familiari che vivono a Roma e in parte in Calabria. Dopo la morte dell'uomo, avvenuta il 10 agosto, nel Cie è scoppiata una violenta protesta che ha portato, secondo quanto riferisce la prefettura, alla totale inagibilità del centro fino alla chiusura intorno a ferragosto.

Il Centro è stato così svuotato da tutti i trattenuti che avevano condiviso la detenzione amministrativa con Anaki. I reclusi, che il ministero dell'Interno chiama "ospiti", sono stati sparpagliati in vari altri centri di detenzione amministrativa italiani.

"È un caso abbastanza singolare quello che è successo" spiegano dalla prefettura di Crotone, dove confermano che il 12 agosto c'è stata una rivolta, "a seguito della morte di un ospite per un malore". Questa la versione ufficiale comunicata in Prefettura sia dalla questura, sia dall'ente gestore, le Misericordie di Isola Capo Rizzuto, fondate da don Edoardo Scordio.

Le Misericordie hanno vinto l'appalto per la gestione dal 2012 al 2015 e sono responsabili anche dell'assistenza sanitaria all'interno. Il vicepresidente nazionale Leonardo Sacco parla di "una morte naturale, Anaki soffriva di cardiopatia. La protesta era invece legata ai tempi di permanenza".

Il funzionario della prefettura incaricato di occuparsi del Centro era in ferie e afferma di avere notizie solo frammentarie, in attesa di comunicazioni sugli esiti dell'autopsia.

Dalla prefettura di Crotone fanno sapere anche il Cie è chiuso "temporaneamente", ma "a tempo indeterminato", a causa dei danni particolarmente ingenti. La struttura, secondo quanto si apprende, è andata completamente distrutta ed è stata anche incendiata dai trattenuti. La causa della chiusura improvvisa del centro, sarebbe quindi la rivolta e non la morte di uno degli internati. Il Cie, la prigione amministrativa, era stato aperto nel 2009, poi chiuso nel 2010 dopo un'altra rivolta e riaperto solo nel 2012, appena ristrutturato.
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I Cie restano strutture difficilmente accessibili per la stampa. Abbiamo fatto richiesta alla prefettura di Crotone a febbraio scorso per poter entrare e verificare di persona le condizioni di trattenimento, ma non è stato possibile "per motivi di ordine pubblico".

Abbiamo rinnovato la richiesta per il Cie e per il Cara un mese fa, ma siamo ancora in attesa di risposta. Il Cie di Crotone è stato gestito con il budget più basso d'Italia, di soli 21,4 euro a persona, secondo quanto riferisce l'indagine "Arcipelago Cie" dell'associazione Medici per i diritti umani.

Un'ispezione diretta effettuata dal tribunale di Crotone alla fine dello scorso anno, ha rilevato "che gli immigrati sono stati trattenuti nel Cie in strutture al limite della decenza", e ancora "costretti a dormire su materassi luridi privi di lenzuola con coperte altrettanto sporche", "con lavabi e bagni alla turca luridi, asciugamani altrettanto sporchi" e "costretti a mangiare senza sedie né tavoli in quantità insufficienti". Per questo, a dicembre 2012 il giudice Edoardo D'Ambrosio ha assolto tre immigrati dall'accusa di avere danneggiato il Cie nel corso di una rivolta, affermando che hanno agito per legittima difesa. Secondo la sentenza, il loro trattenimento era illegittimo e "gli imputati non avevano altro strumento per difendere i loro diritti che quelli in concreto impiegati".

di Raffaella Cosentino

domenica 18 agosto 2013

La protesta al CIE di Gradisca

Progre.eu
Ieri a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) si è tenuta una manifestazione per chiedere la chiusura immediata del CIE, considerato – per le condizioni in cui versano gli immigrati lì trattenuti – il peggiore d’Italia.

Nel CIE di Gradisca non esistono spazi comuni, né una mensa: nelle stesse stanze in cui si dorme, si consumano i pasti e passano le ore i ragazzi rinchiusi. Ai trattenuti, qui tutti uomini, non è permesso fare una partita di calcetto, e nemmeno è concesso avere fogli di carta per scrivere una lettera. Sono sorvegliati 24 ore su 24 da polizia ed esercito. Spesso – denunciano gli organizzatori della manifestazione – vengono anche somministrati psicofarmaci.

La protesta di ieri, promossa dai Centri sociali Nord Est e altri collettivi autonomi, ha visto anche la partecipazione di esponenti di SEL, Rifondazione Comunista e M5S, nonché di diversi assessori regionali e comunali del Friuli.
Nei giorni scorsi, peraltro, erano già intervenute la parlamentare di SEL, Serena Pellegrino che, in seguito alla visita del centro, ha chiesto un immediato incontro con il prefetto per «garantire i principi umanitari e la tutela dei diritti civili in questo luogo di disperazione. Diritti che riguardano tutti: detenuti e forze dell’ordine»; e la presidentessa della Regione, Debora Serracchiani, la quale ha dichiarato essere necessaria la chiusura immediata dei centri e l’auspicio che il governo si occupi quanto prima della questione.

Tra altoparlanti, striscioni e testimonianze, i trattenuti hanno preso parte alla manifestazione dal tetto interno della struttura al grido «noi non siamo criminali, vogliamo la libertà e grazie a tutti voi per essere qui», lamentando, tra l’altro, il fatto che gli fosse precluso avere notizie del ragazzo scivolato dal tetto qualche giorno fa in un tentativo di fuga: «non sappiamo nemmeno se sia vivo o morto, non ci dicono niente!».
Anche a chi ha provato a visitarlo all’ospedale, secondo quanto dichiarato da una tra gli organizzatori, non è stata fornita alcuna informazione sulle sue condizioni di salute.

La situazione del centro per ora resta invariata. In mancanza di un’azione di governo e del Ministero degli Interni, le possibilità di azione sui centri da parte dei governi territoriali resta limitata, ma se non altro l’agitazione di questi giorni ha portato maggiore consapevolezza alle istituzioni regionali, che ora possono provare a operare congiuntamente a quelle di altre regioni perché, a livello nazionale, si muova qualcosa.

La legge Bossi-Fini va ripensata, la sua inefficienza è stata ormai più volte dichiarata dalle organizzazioni, enti e operatori che lavorano in questo campo.Tuttavia, pare che la riforma della legge sull’immigrazione non sia una delle priorità dell’attuale governo.
La situazione dei CIE non può però essere ricondotta nell’alveo della stessa riforma, e rimandata a data da destinarsi: prima che un problema politico, i CIE pongono un problema di violazione dei diritti della persona. L’Italia, che aderisce alla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo e alla Carta dei diritti dell’Unione Europea, non può più permettersi di portare avanti politiche di questo tipo incuranti del rispetto della libertà personale e dei diritti umani.
La politica migratoria è una cosa, l’umanità è un’altra e costituisce un limite per la prima. E qui, è di umanità che si tratta.
Giulia Travain