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sabato 15 ottobre 2022

Turchia - Stretta sui media, governo vuole zittire voci critiche prima delle elezioni, Amnesty contro la nuova legge

Ansa
Amnesty International ha criticato la legge, approvata ieri dal Parlamento turco, che prevede pene fino a tre anni di reclusione per chi diffonde "disinformazione" o "fake news" su internet. "Oggi è un altro giorno buio per la libertà di espressione on-line e la libertà di stampa in Turchia", ha affermato Guney Yildiz, ricercatore della sezione turca di Amnesty International.

Citando un "maggiore controllo del governo sui media negli ultimi anni", Yildiz ha affermato che "con il pretesto di combattere la disinformazione" il nuovo provvedimento "consente al governo di censurare ulteriormente e mettere a tacere le voci critiche in vista delle prossime elezioni in Turchia", che si terranno nella primavera del 2023. Secondo Amnesty, con la nuova legge, ci potrebbero essere arresti per persone che semplicemente ritwittano contenuti ritenuti "disinformazione".

Il provvedimento, voluto dal partito Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, prevede infatti sanzioni penali per chi viene ritenuto colpevole di avere diffuso on-line informazioni false o fuorvianti e richiede ai social network e ai siti internet di consegnare dati personali di utenti sospettati di "propagare informazioni ingannevoli". 

La legge consente ai tribunali di condannare, a pene che vanno da 1 a 3 anni di reclusione, giornalisti accreditati e regolari utenti dei social media che "diffondono apertamente informazioni fuorvianti".

giovedì 12 agosto 2021

Bielorussia - Non si ferma la repressione, violenze contro i giornalisti per cercare di nascondere le proteste iniziate dopo le elezioni di un anno fa.

Il Domani
Nell'ultimo
anno sono aumentate le violenze nei confronti dei giornalisti. L'obiettivo è bloccare l'informazione indipendente. A un anno dall'ennesima vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni del 9 agosto 2020, la repressione delle opposizioni e della libertà di stampa in Bielorussia non si è mai fermata. 


Le manifestazioni di un anno fa contro l'autoritarismo di Lukashenko e i brogli elettorali avevano richiamato l'attenzione dei paesi europei e delle organizzazioni internazionali. Ma la persecuzione sistematica di giornalisti e media, che coinvolge anche le testate straniere, rende difficile mantenere quel livello di attenzione.

"Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020, i media indipendenti bielorussi hanno vissuto le più brutali repressioni dall'indipendenza della Bielorussia nel 1991", si legge in un rapporto di Reporter senza frontiere (Rsf). La battaglia contro la libertà di stampa è parte integrante della politica del governo che mira a eliminare qualsiasi spazio di informazione al fine di monopolizzare tutti i contenuti. L'obiettivo è quello di impedire un'informazione libera, plurale e indipendente che racconti la reale situazione del paese, mettendo in atto una repressione che Rsf definisce "massiva, sistemica e duratura".
Il numero di violazioni, secondo i dati raccolti dall'Associazione bielorussa di giornalisti nel 2020, risulta 8 volte superiore rispetto alla media del decennio 2010-2019. Un totale di 856 casi di arresto, detenzione, cause amministrative e penali, contro una media di 104,8. Nello specifico l'associazione parla di 447 detenzioni nel 2020: 97 i giornalisti in carcere nell'ambito di un processo amministrativo, almeno 62 hanno subito violenze da parte delle forze di sicurezza e 15 rappresentanti della stampa sono stati incriminati nell'ambito di un procedimento penale. 
Nel 2021 la situazione non è cambiata, anzi si può dire peggiorata poiché le autorità hanno iniziato a perseguire i giornalisti con accuse formali e procedimenti penali.

Le modalità di repressione - La repressione della libertà di stampa ha assunto diverse forme, dalle più manifeste alle più subdole. Restrizioni di accesso a internet, blackout della connessione, censura, licenziamenti, sono alcuni degli strumenti con cui le autorità limitano la libertà dei giornalisti. Già nei giorni successivi alle elezioni il governo aveva impedito la circolazione di notizie, attraverso il blocco della rete dati dei cellulari. È stato poi bloccato l'accesso ai siti web di molti media indipendenti (almeno 50 siti di informazione). Sono numerosi i quotidiani indipendenti che hanno dovuto sospendere la propria attività a causa dei divieti di stampa e distribuzione e le limitazioni hanno colpito anche i giornalisti stranieri, che si sono visti negare l'accredito.

Uno degli strumenti più comuni, con cui sono state esercitate pressioni, è il procedimento penale. Secondo Rsf, è un meccanismo messo in atto dal regime bielorusso da almeno trent'anni. Le detenzioni per accuse infondate sono prolungate e le garanzie dell'equo processo vengono violate. "Nel 2020-2021 i giornalisti sono stati perseguiti penalmente per il solo fatto di svolgere la propria attività professionale", dice Rsf. Dal 15 luglio 2021 infatti i gli operatori dell'informazione detenuti sono 29: tra questi, 12 sono in carcere nell'ambito del caso tut.by, un sito web indipendente che nel 2019 veniva letto dal 62,58 per cento di tutti gli utenti bielorussi e che si è visto revocare le credenziali giornalistiche.

Sono molti i giornalisti, bielorussi e stranieri, che hanno denunciato violenze fisiche, torture e trattamenti inumani durante le manifestazioni. Secondo il rapporto le responsabilità ricadono sul ministero degli Interni e, nello specifico, sulle unità speciali e su cellule non identificate che, con l'ordine di perseguire i giornalisti, hanno commesso violenze nelle strade, nei dipartimenti di polizia e nelle carceri. La repressione non è solo individuale, il regime ha un piano di soffocamento di tutti gli organi di stampa, attraverso la chiusura obbligata dei media, il blocco dei siti, le sanzioni, o il divieto di stampa o di diffusione.

Le testimonianze - Iryna Arakhouskaya, una giornalista freelance che collaborava con il canale televisivo The Belsat, è stata ferita alla gamba da una pallottola di gomma. Stava seguendo le manifestazioni del 10 agosto a Minsk ed è stata inseguita da un agente della sicurezza "Quando alcune persone con il volto coperto e uniformi nere si sono avvicinate a un gruppo di giornalisti, ho smesso di filmare e ho iniziato a correre. Due persone con uniformi nere e volto coperto e lunghi fucili ci hanno inseguito. In quel momento, uno dei due mi ha sparato e io ho continuato a correre", racconta. "Qualcuno mi ha dato un calcio in faccia. Quando sono caduto, due persone hanno iniziato a calciarmi e colpirmi con dei bastoni. Mi hanno dato circa 10 colpi. Gli stessi agenti mi hanno portato su un autobus, continuando a colpirmi nello stesso modo", dice Yan Roman, un giornalista di Televizija Polska che stava raccontando le manifestazioni a Hrodna l'11 agosto 2020 ed è stato arrestato e portato nel dipartimento di polizia. A causa dei pestaggi ha perso quattro denti, ha avuto un ematoma all'occhio, una frattura al braccio sinistro e numerosi lividi e abrasioni.

Marika Ikonomu

venerdì 12 febbraio 2021

L'Ungheria chiude Klubradio, l'ultima radio libera. Continua la soppressione delle voci indipendenti

TgCom24
Klubradio, l'ultima radio libera dell'Ungheria, si spegne definitivamente dalla mezzanotte di domenica 14 febbraio, da quando non avrà più la licenza per andare in onda. La Corte di giustizia di Budapest ha infatti respinto il ricorso dell'emittente contro la decisione dell'Autorità sui media (Nmhh) di toglierle l'autorizzazione a trasmettere. La sua voce, l'unica critica nei confronti del governo di Viktor Orban nel panorama radiofonico, era già stata silenziata qualche mese fa, con motivi subito apparsi pretestuosi.


Il pretesto? - Klubradio non aveva, infatti, notificato in tempo alle autorità governative quanta musica ungherese fosse stata messa in onda nei suoi programmi. Notifica che è obbligatoria per tutte le stazioni. L'infrazione è stata però commessa anche da altri, che non sono stati sanzionati perché, generalmente, del tutto allineati con l'esecutivo di Fidesz.

L'Autorità, per legge, regola l'uso delle frequenze e controlla i contenuti dei media. Klubradio, emittente privata tanto critica quanto ascoltata, aveva già perso le sue frequenze in provincia, e negli ultimi anni poteva trasmettere solo a Budapest.

"Me l'aspettavo ma si tratta comunque di una decisione vergognosa e codarda", ha commentato il direttore e proprietario Andras Arato, secondo il quale non è altro che "un'esecuzione", attraverso la quale "Orban fa tacere l'ultima radio libera del Paese".

"Un altro colpo contro il pluralismo dei media: in Ungheria e' in corso la soppressione sistematica delle voci indipendenti", e' stato poi il commento di Katalin Cseh europarlamentare liberale. Il ricorso alla Corte era l'ultima speranza, nella lotta per la sopravvivenza di Klubradio. E la sentenza è stata motivata con una sola frase: "La radio aveva infranto l'obbligo di notifica".

Il ruolo dell'Europa - Arato, comunque, vuole continuare la battaglia giuridica, facendo appello e poi ricorso anche alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, e alla Corte europea di Lussemburgo, riferendosi al recente regolamento sullo stato di diritto.

Nel Consiglio Ue, dal 2018, è in atto nei confronti dell'Ungheria una procedura per violazioni gravi dei valori dichiarati nel trattato sull'Ue, la procedura dell'articolo 7: fra le contestazioni che si muovono a Budapest c'è anche la soppressione della liberta' di stampa.

domenica 26 gennaio 2020

Qatar - "Un nuovo attacco alla libertà di espressione" - Carcere per notizie che danneggino l'interesse nazionale

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International: "Un nuovo attacco alla libertà di espressione". Si vuole colpire l’intenzione di danneggiare l’interesse nazionale e "infiammare l’opinione pubblica".
Sul un nuovo emendamento al codice penale del Qatar, che penalizza un’ampia gamma di attività nel campo dell’editoria e della comunicazione, si concentra la critica di Amnesty International. Si tratta di una decisione politica che, di fatto, limitetà in modo significativo la libertà di espressione, ad appena due anni dall’adesione del Paese al Patto internazionale sui diritti civili e politici. 

La legge, emanata dall’emiro Tamim bin Hamad Al Thani, emenda il codice penale aggiungendo l’articolo 136-bis, che autorizza il carcere per “chiunque diffonda, pubblichi, o ripubblichi voci non confermate, dichiarazioni, notizie false o faziose, propaganda provocatoria, a livello nazionale o all’estero, con l’intenzione di danneggiare l’interesse nazionale, infiammare l’opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello stato“.

Una legge che disattende impegni del passato. “Questa legge - dice Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International - indica chiaramente una preoccupante regressione rispetto agli impegni presi due anni fa a garanzia del diritto di libertà di espressione. Il Qatar possiede già numerose leggi repressive, ma quest’ultima dà un altro duro colpo alla libertà di espressione del paese e costituisce una palese violazione del diritto internazionale dei diritti umani. L’approvazione di una legge che può essere utilizzata con lo scopo di mettere a tacere critiche pacifiche è molto preoccupante - ha aggiunto - le autorità qatarine dovrebbero abrogare tali leggi coerentemente con i loro obblighi giuridici internazionali, e non approvarne altre“.

Carcere fino a 5 anni e sanzione di 25.000 euro. Secondo questa nuova disposizione, la trasmissione o la pubblicazione “faziosa” può essere punita con il carcere fino a cinque anni e una sanzione di 100.000 riyal (quasi 25.000 euro), in palese violazione dell’articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantisce il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee; nel 2018 il Qatar aveva ricevuto il plauso internazionale per la sua adesione al patto. Il 18 gennaio, il giornale qatarino al-Raya ha pubblicato sul sito un articolo abbastanza dettagliato sulla nuova legge, riportandone il contenuto limitandosi a riassumere molte disposizioni senza alcun commento o analisi editoriale. Alcune formule erano diverse dal testo finale, ma i dettagli essenziali erano giusti; tra questi, un accurato riferimento alla potenziale pena di cinque anni di reclusione per “fomento dell’opinione pubblica”.

Le scuse di un giornale per aver pubblicato la notizia. In 24 ore, tuttavia, il giornale ha provveduto a emettere una nota di scuse per aver pubblicato la notizia, esprimendo rammarico per “aver fomentato lo polemica”, cancellando l’articolo e dichiarando che il testo era arrivato “da una fonte non ufficiale ed era stato pubblicato senza verifiche con le autorità competenti“. Il Qatar ha già leggi che limitano in maniera arbitraria la libertà di espressione, come la Legge sulla stampa e le pubblicazioni del 1979 e quella sui reati informatici del 2014. Nel 2012, il poeta qatarino Mohammed al-Ajami fu condannato a un lungo periodo di detenzione per aver recitato una poesia critica nei confronti dell’emiro nel suo appartamento privato mentre viveva all’estero (in seguito ha ottenuto la grazia ed è stato rilasciato).

Preoccupa anche il trattamento dei lavoratori immigrati. I dati sui diritti umani in Qatar sono molto preoccupanti, soprattutto quelli sul trattamento dei lavoratori migranti. La scorsa settimana, dopo che il Qatar ha annunciato una nuova legge che abolisce la necessità del permesso di uscita dal paese per i collaboratori domestici migranti, il ministero degli Interni ha dichiarato che le sanzioni per i lavoratori partiti dal Qatar senza permesso del datore di lavoro saranno ancora applicate, sebbene non esista nella legge alcuna disposizione che le preveda.

domenica 5 gennaio 2020

Dietro le sbarre delle prigioni turche, migliaia di innocenti colpevoli di aver criticato Erdogan - di Roberto Saviano

L'Espresso
Erdogan ha messo in galera migliaia di persone colpevoli solamente di criticarlo. La testimonianza dell’artista curda Zehra Dogan.
Quando Enes Kanter, il cestista turco dei Boston Celtics, si è schierato a favore della causa curda contro l’aggressione militare turca, la domanda che gli veniva posta più di frequente era questa : «Ma perché prendi posizione, tu che sei una star del basket in Usa e potresti vivere una vita tranquilla?». Kanter ha sempre risposto che per lui era impossibile tacere perché nelle prigioni turche ci sono migliaia di detenuti innocenti, la cui unica colpa è aver criticato il governo di Erdogan.

Allo stesso modo, quando lo scrittore e giornalista turco Ahmet Altan è stato scarcerato - solo per pochi giorni - dall’ingiusta detenzione cui è costretto dal 2016, ha detto di non riuscire a gioire pienamente perché il suo pensiero andava alle migliaia di persone ingiustamente detenute.

Dalle parole di Kanter e di Altan è evidente che bisogna raccontare cosa accade nelle prigioni turche, che bisogna spiegare chi è detenuto e perché.

lunedì 7 ottobre 2019

Etiopia, cinque giornalisti in carcere per accuse infondate di terrorismo

Corriere della Sera
Dopo un mese di detenzione preventiva Bikila Amenu, Abdisa Gutata, Firomsa Bekele, Gadaa Bulti e Adugna Keso, cinque giornalisti arrestati nella capitale Addis Abeba il 5 settembre, sono comparsi di fronte a un giudice.



Nella prima udienza del 3 ottobre non è stata presentata alcuna prova a sostegno dell’accusa di “incitamento al terrorismo”, mossa nei loro confronti ai sensi della Legge antiterrorismo proclamata a giugno. 


L’unico pezzo di carta esibito è una lettera in cui la polizia chiede ai servizi segreti assistenza nelle indagini.

I cinque imputati, tutti giornalisti, appartengono a “La voce dei giovani per la libertà”. A partire dal 2011 hanno svolto un ruolo importante nella denuncia delle violazioni dei diritti umani e hanno seguito da vicino le proteste del 2015 nella regione di Oromia.


Da allora il governo è cambiato, ma le vecchie abitudini repressive non sono evidentemente terminate.


Riccardo Noury

domenica 26 maggio 2019

Giudice Usa sospeso sei mesi per aver criticato Donald Trump (come la prof italiana)

Globalist
Sospeso sia in tribunale sia sui social network. Ecco cosa significano i populisti al potere.

Tutto il mondo (populista e fascista) è paese. Questa storia ci ricorda quella della prof sospesa in Italia per non aver censurato i suoi studenti che avevano fatto un lavoro di analisi e confronto tra il periodo delle leggi razziali degli anni '30 e il decreto Salvini sugli immigrati di oggi. 

Un giudice statunitense è stato sanzionato con una sospensione di sei mesi per aver criticato Donald Trump in tribunale e sui social network. È quanto emerge da una decisione della Corte Suprema dello Utah di cui la France Presse ha potuto prendere visione.

Secondo questo documento, il giudice Michael Kwan, che è stato in carica per più di 20 anni, ha iniziato a pubblicare, tramite i suoi account Facebook e LinkedIn, commenti sprezzanti su Donald Trump nel 2016, quando era solo candidato per le elezioni presidenziali.

Aveva proseguito dopo la vittoria di Trump, bollandolo ad esempio di "incapacità di governare e incompetenza politica" il giorno stesso della sua investitura alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Qualche settimana dopo, il giudice Kwan aveva parlato di una "presa di potere fascista", chiedendo la vigilanza nei confronti dei parlamentari repubblicani, il partito di Donald Trump, al Congresso per paura che trasformassero il parlamento americano in "Reichstag".

martedì 22 gennaio 2019

Un altro giornalista assassinato in Messico, Jose Rafael Murua Manriquez: era il direttore di una radio locale

Globalist
Jose Rafael Murua Manriquez è stato trovato in un cespuglio sul bordo di una strada nella località di Mulege. Aveva ricebuto minacce ma non gli avevano dato la protezione.
La stampa non è davvero libera nel Messico, paese nel quale i narcos e i loro protettori istituzionali e politici non gradiscono troppo che qualcuno parli dei loro traffici: c'è stato un altri giornalista ucciso in Messico. L'ufficio del procuratore dello stato settentrionale della Baja California Sur ha annunciato che ieri il corpo di Jose Rafael Murua Manriquez, 34enne direttore di una radio locale, è stato trovato nei cespuglio sul bordo di una strada nella località di Mulege.

Poche ore prima la famiglia aveva denunciato la scomparsa del giornalista che sabato sera era uscito per una passeggiata e non aveva mai fatto ritorno a casa.
Jan-Albert Hootsen, rappresentante messicano del Comitato per la protezione dei giornalisti, ha reso noto oggi che Murua aveva ricevuto minacce lo scorso novembre e per questo gli era stata data una protezione.

martedì 9 ottobre 2018

Difendiamo la libertà di espressione - Firma l'appello al Presidente del Consiglio

Articolo21 e Progressi
Signor Presidente,
siamo cittadine e cittadini preoccupati per la serie di intimidazioni che alcuni esponenti del suo governo stanno rivolgendo a giornalisti, scrittori e professionisti dell'informazione perché critici verso le loro politiche.
Le rivolgiamo un appello affinché si pronunci in modo fermo in difesa della libertà di espressione e manifestazione del pensiero, del diritto di cronaca, di critica e di satira, principi fondanti della nostra Repubblica e della nostra democrazia.
Anziché rispondere in modo aperto alle critiche e alle inchieste giornalistiche che li riguardano, i ministri degli Interni e del Lavoro hanno lanciato intimidazioni a chi dissente, tradendo lo stesso mandato delle istituzioni che rappresentano.


Perché è importante?
Ogni tentativo di attaccare, delegittimare e intimidire chi dissente dalle politiche di un governo indebolisce le istituzioni e con esse la coesione sociale, portandoci verso derive autoritarie che gli italiani non vogliono tornare a vivere.
Citiamo, a questo proposito, le prime righe dell'Articolo 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato "l'importanza primaria della libertà di informazione, un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione".

Se il governo da lei presieduto consente a un ministro di minacciare un giornalista noto, che ha risorse e mezzi per difendersi, che cosa accadrà ai tanti giornalisti che non godono delle stesse possibilità?

Nelle classifiche internazionali della libertà di informazione l'Italia già occupa una posizione non degna di un paese democratico. Non facciamo altri passi indietro, difendiamo la libertà di espressione!

lunedì 3 settembre 2018

Myanmar, condannati a 7 anni due giornalisti della Reuters. Indagarono sulle stragi dei Rohingya

La Stampa
I due sono accusati di aver ottenuto documenti relativi alle operazioni delle forze di sicurezza birmane nello stato di Rakhine.


Due giornalisti della Reuters, arrestati a settembre con l’accusa di aver violato la legge sul segreto di Stato, sono stati condannati a 7 anni di carcere ciascuno in un processo che ha suscitato l’indignazione globale ed è stato ritenuto un attacco alla libertà di stampa.

Wa Lone, 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28enne, entrambi cittadini del Myanmar, lavoravano a un’inchiesta per denunciare l’uccisione extragiudiziale per mano dell’esercito di dieci musulmani Rohingya in un villaggio del Rakhine nel settembre scorso. 

I due giornalisti, detenuti nella prigione Insein di Yangon, hanno sempre respinto le accuse sostenendo di essere stati invitati a cena dalla polizia che ha consegnato loro il materiale riservato e di essere stati arrestati mentre lasciavano il ristorante con quel materiale. 

Il giudice Ye Lwin non ha però preso in considerazione la loro difesa. «Credo nella democrazia e nella libertà di stampa, non ho fatto nulla di male», ha detto Wa Lone in aula rivolto ai suoi sostenitori. La sentenza, ha affermato Khin Maung Zaw, difensore dei due giornalisti, «fa male alla libertà di stampa, fa male alla democrazia, fa male a Myanmar».

Sabato scorso un centinaio di giornalisti avevano marciato a Yangon a sostegno dei loro colleghi per chiederne l’immediato rilascio. L’Onu, dopo la condanna, ha chiesto la scarcerazione dei due reporter.

La scorsa settimana, gli investigatori dell’Onu hanno reso pubblico un rapporto nel quale i militari di Myanmar sono accusati di genocidio nello stato di Rakhine, dal quale 700mila appartenenti alla minoranza Rohingya sono stati costretti a fuggire a causa della repressione iniziata lo scorso anno.

giovedì 26 luglio 2018

Appello al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte "Difendiamo la libertà di espressione"

Articolo 21 e Progressi

Signor Presidente,
siamo cittadine e cittadini preoccupati per la serie di intimidazioni che alcuni esponenti del suo governo stanno rivolgendo a giornalisti, scrittori e professionisti dell'informazione perché critici verso le loro politiche.

Le rivolgiamo un appello affinché si pronunci in modo fermo in difesa della libertà di espressione e manifestazione del pensiero, del diritto di cronaca, di critica e di satira, principi fondanti della nostra Repubblica e della nostra democrazia.

In particolare, ci riferiamo alla querela da parte del ministro dell'Interno Matteo Salvini nei confronti di Roberto Saviano, che fa seguito alla minaccia di togliere la scorta allo scrittore, da anni nel mirino della criminalità organizzata.

Anziché rispondere in modo aperto alle critiche e alle inchieste giornalistiche che lo riguardano, il ministro intimidisce e punisce chi dissente, tradendo lo stesso mandato dell'istituzione che rappresenta. Ricordiamo che tra le funzioni principali del ministro dell'Interno c'è la tutela dei diritti civili per tutti i cittadini.

Perché è importante?
Ogni tentativo di attaccare, delegittimare e intimidire chi dissente dalle politiche di un governo indebolisce le istituzioni e con esse la coesione sociale, portandoci verso derive autoritarie che gli italiani non vogliono tornare a vivere.

Citiamo, a questo proposito, le prime righe dell'Articolo 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato "l'importanza primaria della libertà di informazione, un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione".

Se il governo da lei presieduto consente a un ministro di minacciare un giornalista noto, che ha risorse e mezzi per difendersi, che cosa accadrà ai tanti giornalisti che non godono delle stesse possibilità?

Nelle classifiche internazionali della libertà di informazione l'Italia già occupa una posizione non degna di un paese democratico. Non facciamo altri passi indietro, difendiamo la libertà di espressione!

lunedì 19 marzo 2018

Turchia: Fnsi, non lasciamo soli i 150 giornalisti incarcerati

Ansa
'La Turchia è la più grande prigione dei giornalisti', dove il ''sistema politico controlla quasi totalmente il sistema giuridico'' e dove chiunque si metta contro il potere finisce in carcere. E' questo il messaggio lanciato a Roma in un incontro organizzato dalla Fnsi, Federazione nazionale della stampa italiana.


Sono 150 i giornalisti attualmente in carcere - di cui 120 arrestati dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016 - mentre 520 sono sotto processo. Le testate chiuse sono invece 180, e moltissimi i blogger finiti in prigione per una presunta affiliazione con il gruppo del religioso Fetullah Gulen.

Numeri allarmanti su cui non si può tacere. Colleghi che non possono essere dimenticati, ha detto il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti. Il nostro dovere, ha aggiunto, ''è quello di non lasciarli soli e di essere la loro voce''.

Il prossimo 2 maggio, fa sapere, ''in occasione della giornata dedicata alla libertà di informazione (che si celebra il 3 maggio), insieme ad Amnesty International, ricorderemo tutti i colleghi turchi in carcere''. Difendere chi lotta per la libertà, ha esortato, ''è nostro compito, anche rafforzando la nostra presenza come Fnsi, chiedendo anche di prendere parte ai processi dei colleghi turchi''.

Esemplare nella dura repressione delle autorità turche è il caso dello storico quotidiano di opposizione Cumhuriyet: 17 gli imputati nel processo in corso a Instabul, dove sono state chieste 13 condanne. Ad essere sotto attacco non è un singolo giornalista, ha detto Antonella Napoli, di Articolo 21 - ma ''tutto un giornale e la sua linea editoriale, nel tentativo di cancellare totalmente il quotidiano''.

Pochi giorni fa erano stati scarcerati il direttore, Murat Sabuncu, e il giornalista d'inchiesta Ahmet Sik. Tutti legati secondo l'accusa all'imam e finanziere residente negli Usa, additato da Ankara come la mente del fallito golpe.

Ad essere colpiti nella Turchia al tempo di Erdogan non ci sono soltanto esponenti del mondo dell'informazione, ma anche ''500 avvocati incarcerati e 8 mila giudici, sui 22 mila magistrati turchi, 43 sindaci, 11 parlamentari, sono stati incarcerati'', ricorda dal canto suo Murat Cinar.
Il giornalista è anche curatore del libro ''Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al contro-golpe di Erdogan', edito da Rosenberg & Sellier e firmato dal collega turco-tedesco, Deniz Yucel, tornato a casa dopo un anno di carcere con l'accusa di ''propaganda terroristica'' e ''incitamento all'odio e ostilità''. E' difficile, spiega Cinar, raccontare la Turchia di oggi.

''La libertà di stampa e di opinione sono praticamente inesistenti, ma la motivazione è molto più complessa di quanto troppo spesso viene raccontato dai media'', rimarca. ''Siamo davanti a un disegno politico e economico preciso, con un sistema di potere molto forte'' che controlla la magistratura, l'informazione, il tessuto economico, e che ha collegamenti con il sistema finanziario internazionale, ricorda Cinar. A lui il compito, nella postfazione al volume, di illustrare quanto accaduto nel suo Paese dal 2015 in poi.

Cristiana Missori

sabato 17 marzo 2018

Russia. Vigilia elettorale: arresti e carcere per gli attivisti dell'opposizione

Corriere della Sera
Alla vigilia dalle elezioni presidenziali del 18 marzo in Russia, Amnesty International ha denunciato il clima di repressione nei confronti degli attivisti politici che sostengono il boicottaggio del voto.
L’ex candidato a sindaco di Mosca, Alexey Navalny, 
al momento del suo primo arresto nel 10 luglio 2013. 
Foto VASILY MAXIMOV/AFP/Getty Images
La campagna per il boicottaggio delle elezioni è stata lanciata da Aleksei Navalny, attivista politico e anti-corruzione, cui è stato impedito di candidarsi per ragioni ampiamente discutibili. Il capo della campagna di Navalny, Leonid Volkov, è stato arrestato il 22 febbraio all'aeroporto di Mosca mentre si stava recando nella città di Ufa. Poche ore dopo, è stato condannato a 30 giorni di detenzione amministrativa per aver organizzato un "raduno non autorizzato".

L'accusa si riferisce alle manifestazioni dello "sciopero degli elettori", svoltesi il 28 gennaio in oltre 100 città russe a sostegno del boicottaggio delle elezioni. A Mosca, Navalny si era visto rifiutare l'autorizzazione a tenere la manifestazione in centro città e lui e decine di suoi sostenitori erano stati arrestati per alcune ore e poi rilasciati.

Secondo fonti della polizia, il ruolo di Volkov nell'organizzazione del raduno di Mosca sarebbe consistito in due retweet che indirettamente incoraggiavano le persone a parteciparvi. Uno era un tweet postato da Navalny mentre era in corso il suo arresto, l'altro un link a una diretta web della manifestazione.

Il coordinatore dell'ufficio di Navalny di San Pietroburgo, Denis Mikhailov, è stato arrestato il 31 gennaio e condannato a 30 giorni di detenzione amministrativa dopo la manifestazione dello "sciopero degli elettori" nella città. Accusato di aver organizzato un "raduno non autorizzato", è stato rilasciato il 2 marzo solo per essere nuovamente arrestato poche ore dopo, stavolta per "aver partecipato" all'evento, e condannato ad altri 25 giorni di carcere.

Almeno altri due noti attivisti sono stati arrestati a San Pietroburgo in circostanze simili. Il 28 febbraio il coordinatore cittadino del movimento Open Russia, Andrei Pivoravov, è stato condannato a 25 giorni di detenzione amministrativa. Il giorno prima dell'arresto, aveva scritto su Facebook che temeva di essere sorvegliato.

Il 26 febbraio Artyom Goncharenko, esponente di un altro movimento di opposizione denominato "Vesna" ("Primavera"), è stato condannato a 25 giorni di detenzione amministrativa per aver esposto un'enorme anatra gonfiabile alla finestra della sua abitazione al momento del passaggio di una manifestazione di protesta. Dallo scorso anno, le anatre gialle sono diventate un popolare simbolo dell'opposizione.

Riccardo Noury

lunedì 26 febbraio 2018

Bahrein, Nabil Rajab condannato a 5 anni per dei tweet. Amnesty: vergognoso attacco alla libertà d’espressione

Amnesty International
La vergognosa condanna a cinque anni di carcere del noto difensore dei diritti umani Nabil Rajab per aver espresso opinioni pacifiche online mostra, secondo Amnesty International, il profondo disprezzo delle autorità del Bahrein per la libertà d’espressione.
Nabil Rajab
Rajab è stato giudicato colpevole di aver pubblicato, nel 2015, tweet e retweet riguardanti la tortura nelle prigioni del Bahrain e l’uccisione di civili nel conflitto dello Yemen ad opera della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

“Questa condanna è uno schiaffo in faccia alla giustizia e illustra bene la spietata determinazione delle autorità del Bahrein di schiacciare ogni forma di dissenso e fino a che punto sono disposte ad andare per ridurre al silenzio chi le critica in modo pacifico“, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Il vergognoso verdetto va annullato, le autorità devono prosciogliere Rajab da ogni altra accusa pendente a suo carico e rilasciarlo immediatamente. L’idea che debba passare altri cinque anni in carcere solo per aver osato esprimere le sue idee online è semplicemente inaccettabile“, ha aggiunto Morayef.

Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein, è regolarmente perseguitato per il suo impegno pacifico in favore dei diritti umani: dal 2012 è entrato e uscito dal carcere più volte a causa del suo attivismo pacifico. Dal novembre 2014 gli è vietato lasciare il paese.

domenica 14 gennaio 2018

Azerbaigian, Afgan Mukhtarli giornalista sequestrato in Georgia e condannato a sei anni di carcere con accuse "fasulle"

Corriere della Sera
Nelle prigioni dell’Azerbaigian entra il primo prigioniero di coscienza del 2018, Afgan Mukhtarli, un giornalista che ha avuto l’ardire di criticare il governo.


La vergognosa sentenza emessa ieri chiama in causa anche la Georgia, le cui autorità nella migliore delle ipotesi non sono riuscite a impedire il trasferimento illegale di Mukhtarli.

Nel 2014, infatti, stanco di subire persecuzioni a causa del suo lavoro giornalistico, Mukhtarli aveva lasciato l’Azerbaigian per la Georgia. Da lì aveva continuato a svolgere le sue inchieste sulla corruzione all’interno del governo azero.

Il 29 maggio 2017 Mukhtarli è scomparso nel nulla nella capitale georgiana Tbilisi. Il giorno dopo era in carcere in Azerbaigian con la ridicola accusa di ingresso illegale, contrabbando e resistenza a pubblico ufficiale.

Al suo avvocato, Mukhtarli ha denunciato di essere stato sequestrato da uomini che parlavano georgiano e indossavano uniformi delle forze speciali della Georgia.

Le autorità di Tbilisi hanno negato ogni coinvolgimento ma non hanno saputo spiegare perché un giorno Mukhtarli sia scomparso in Georgia per riapparire 24 ore dopo in Azerbaigian.
Riccardo Noury

domenica 3 dicembre 2017

Turchia: condannato a 3 anni direttore sito web Cumhuriyet. Record del paese con 550 reporter detenuti.

Ansa
Istanbul - Un tribunale di Istanbul ha condannato a 3 anni e 1 mese di prigione per "propaganda terroristica" Oguz Guven, direttore del sito web di Cumhuriyet, il quotidiano di opposizione laica al presidente Recep Tayyip Erdogan, diventato uno dei simboli delle minacce alla libertà di stampa in Turchia. 


Il giornalista era sotto processo per la pubblicazione sull'account Twitter di Cumhuriyet di un post sulla morte sospetta - avvenuta in un incidente d'auto - del magistrato Mustafa Alper, che avviò la prima indagine contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen dopo il fallito putsch del 2016.

Il tweet, che secondo l'accusa avrebbe suggerito una presunta correlazione tra il decesso del procuratore e le sue inchieste, era stato cancellato dopo 55 secondi. Il reporter, rilasciato a giugno dopo 32 giorni di detenzione cautelare, aveva inoltre sostenuto che era stato pubblicato "per sbaglio".

Per Cumhuriyet si tratta di un nuovo colpo, in attesa della sentenza del maxi-processo per "terrorismo" contro diversi suoi giornalisti e amministratori, tra cui il direttore attuale Murat Sabuncu - detenuto da 387 giorni - e il suo predecessore Can Dundar, riparato in Germania.
Gli imputati sono accusati a vario titolo di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen, il Pkk curdo e il gruppo di estrema sinistra Dhkp/c e rischiano fino a 43 anni di carcere. La prossima udienza è fissata per il 25 e 26 dicembre.

Secondo l'osservatorio per la libertà di stampa P24, i reporter attualmente detenuti in Turchia sono almeno 155, più che in ogni altro Paese al mondo.

martedì 31 ottobre 2017

Turchia, giornalisti in marcia per i colleghi in carcere

Corriere della Sera
Hanno marciato questo pomeriggio sulla sponda asiatica di Istanbul in segno di solidarietà con i giornalisti turchi in carcere. La marcia, organizzata nel giorno della “Festa della Repubblica” chiamata “Libertà per i giornalisti” («Gazetecilere Ozgurluk»), ha visto la partecipazione dei capigruppo dei partiti di opposizione, i repubblicani del Chp e i filo curdi dell’Hdp.



Alla fine della marcia la giornalista Gulsah Karadag ha letto un comunicato:

“Siamo al loro fianco. Le nostre azioni vogliono dare sostegno ai nostri amici, in carcere per le loro opinioni. Nessuno di noi può sentirsi libero mentre decine di colleghi si trovano in carcere. Tutto ciò avviene per impedire che si sappia la verità e le falsità vengano a galla. E’una questione di diritti, legge, giustizia”.
La marcia arriva a quattro giorni dalla quarta udienza che vede imputati 17 tra giornalisti e dipendenti del quotidiano Cumhuriyet, accusati di legami con la rete golpista di Fetullah Gulen e con i terroristi separatisti curdi del Pkk. Nel corso delle prime udienze sono stati scarcerati 7 imputati, mentre sono ancora in carcere il direttore Murat Sabuncu e i giornalisti Emre Iper, Ahmet Sik e Akin atalay.

Si stima che siano attualmente circa 160 i giornalisti in carcere in Turchia. Tra questi i due reporter turchi-tedeschi Deniz Yucel e Mesale Tolu, il primo, corrispondente del quotidianao Die Welt, è accusato di spionaggio; la seconda è invece accusata di legami con un’organizzazione di estrema sinistra.


Monica Ricci Sargentini

mercoledì 19 aprile 2017

Solidarietà per Gabriele Del Grande e per tutti i 118 giornalisti detenuti in Turchia

La Stampa
È stato fermato domenica 9 aprile ma solo il 18 aprile gli hanno concesso di fare una telefonata. L’odissea del giornalista italiano Gabriele Del Grande continua mentre la Farnesina lavora a livello diplomatico per sbloccare la sua espulsione e consentire il rimpatrio.


Il ministero chiede che il giornalista «sia rimesso in libertà, nel pieno rispetto della legge». «Il ministro Alfano - si legge in una nota - ha disposto l’invio a Mugla, dove Del Grande è detenuto, del console d’Italia a Smirne per rendere visita al connazionale» mentre «l’ambasciatore d’Italia ad Ankara ha trasmesso alle autorità turche la richiesta di visita consolare, come previsto dalla Convenzione di Vienna del 1963».
Le parole di Del Grande vengono pubblicate in un messaggio sulla pagina Facebook di “Io sto con la sposa”, il documentario di cui il giornalista è stato regista: «Sto parlando con quattro poliziotti che mi guardano e ascoltano. Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento. I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo. Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato. La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti».

Giunto in Turchia il 7 aprile per realizzare alcune interviste, il giornalista è stato fermato «in una zona del Paese in cui non è consentito l’accesso», come sottolineato nei giorni scorsi dalla Farnesina. Sulla vicenda, da giorni sono al lavoro le autorità italiane. Ma ancora non è stata fornita una data certa per il suo rimpatrio, che dovrebbe avvenire dopo il completamento di alcune procedure giudiziarie relative all’espulsione dal Paese. Le autorità italiane, in costante contatto con quelle locali, continuano a seguire il caso con la massima attenzione, facendo «pressioni a tutti i livelli».

Intanto, l’appello del reporter alla mobilitazione arriva in Italia. Il presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, ha incontrato oggi per oltre un’ora l’ambasciatore turco a Roma. E mentre si susseguono gli appelli a tenere alta l’attenzione sul caso, il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, lancia l’allarme su un possibile tentativo «delle autorità turche di estorcere a Gabriele informazioni riguardo la sua legittima attività di giornalista».

lunedì 12 dicembre 2016

Algeria. Morto in carcere il blogger Tamalt, aveva criticato il presidente Bouteflika

La Stampa
Morire in carcere solo per aver osato criticare il presidente. È quanto accaduto al giornalista e blogger algerino Mohamed Tamalt. Una voce libera e dissidente che esprimeva senza filtri le sue analisi e critiche sull'Algeria e sull'operato del presidente Abdelaziz Bouteflika attraverso il suo blog, Facebook e almeno due giornali con i quali collaborava dalla Gran Bretagna. 

Mohamed Tamalt
Paese nel quale aveva continuato i suoi studi, acquisito la cittadinanza e forse anche quell'illusione di sentirsi una penna libera anche guardando al suo paese d'origine. 

L'Algeria, paese opaco, difficile da penetrare, raccontare e seguire proprio perché la voce del dissenso è soffocata così come non è concesso a tutti i giornalisti varcare la frontiera algerina.
Tamalt infatti si era dovuto rifugiare quasi in esilio in Gran Bretagna per poter scrivere liberamente del suo paese e solo attraverso alcune rassicurazioni politiche - a quanto si apprende da varie fonti - si era fidato a tornare ad Algeri. Una vera trappola. Si era infatti dovuto ricredere quest'anno quando in pieno Ramadan, il 17 giugno, fu arrestato nella capitale e in seguito condannato il 4 luglio a due anni di carcere e 200mila dinari di multa perché per il tribunale algerino, Tamalt aveva osato criticare la figura del Presidente Bouteflika.
A nulla servirono le richieste dei colleghi e non solo - in nome della libertà di stampa - per il suo rilascio, così come non servirono da attenuante nemmeno le sue condizioni di salute, molto precarie a causa della sua malattia. Per non parlare degli appelli delle varie organizzazioni internazionali dei diritti del uomo. 

Dal 17 giugno, anche le visite dei suoi parenti erano vietate e da qualche settimana aveva iniziato uno sciopero della fame, sfidando la sua malattia e chi lo aveva ingiustamente incarcerato.
Nella settimana che ricorda la giornata mondiale dei diritti umani, un'altra voce coraggiosa viene soffocata e si spegne. L'amministrazione penitenziaria parla di infezione polmonare. Amnesty International chiede alle autorità internazionali di aprire un'inchiesta indipendente.
Tamalt, intanto, non può più osare criticare il suo presidente perché ormai non c'è più. Ma il suo nome e i suoi scritti, sono nero su bianco, continuano e continueranno a viaggiare sul web attraverso i social network, da un profilo all'altro. Fino a quando invece l'Algeria continuerà a chiudersi e a credere di poter silenziare ogni sintomo di critica?

di Karima Moual

domenica 4 dicembre 2016

Turchia. Osservatorio per la libertà di stampa "almeno 146 i giornalisti in carcere"

Reuters
Sono almeno 146 i giornalisti attualmente detenuti in Turchia, arrestati in maggioranza durante lo stato di emergenza dichiarato dopo il fallito golpe del 15 luglio, con accuse di legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen o di sostegno al Pkk curdo. 


Lo rivelano le ultime stime dell'osservatorio per la libertà di stampa P24. Diversi reporter che si trovano all'estero risultano inoltre ricercati. 

Le autorità di Ankara non forniscono cifre ufficiali in merito, sostenendo tra l'altro l'impossibilità di definire con certezza la professione dei detenuti. Secondo P24, inoltre, il numero dei media chiusi con decreti dello stato d'emergenza è salito a 176.