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martedì 15 dicembre 2020

Egitto. Rapporto "Committee for Justice": Quei "mille Regeni" spariti nelle carceri di Al Sisi. 100 vittime nel 2020

La Stampa
Il rapporto di Committee for Justice inchioda il regime. Torture, maltrattamenti e negazioni dei diritti basilari hanno provocato 1.058 vittime. E nessuno ha mai pagato.


Ci sono 1.058 Regeni nell'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. Sono le persone morte nelle carceri per torture, maltrattamenti, cure mediche negate, a partire dal 2013, quando l'ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Mohammed Morsi e ha preso il potere. 

Un bilancio sinistro, che ha visto una nuova accelerazione nel 2020, con cento vittime. Sono numeri che aprono una finestra sul sistema di repressione messo in campo per schiacciare l'opposizione dei Fratelli musulmani e l'insorgenza jihadista ma che ha finito per coinvolgere tutta la società, l'opposizione laica, sindacalisti, giornalisti, i ricercatori come Giulio. Il bilancio è stato stilato dalla ong americana Committee for Justice, Cfj, con sede a Washington.

Il rapporto del Cfj è in intitolato "The Giulio Regenis of Egypt", in ricordo del giovane italiano trovato morto il 3 febbraio del 2016 al Cairo, con il corpo martoriato dalle sevizie. Ma per il direttore esecutivo del Cfj Ahmed Mefreh, Regeni "non è l'unica vittima della autorità egiziane, dopo di lui sono venuti un cittadino francese, Eric Lange, l'americano James Henry Lawne, e altri che sono stati uccisi a sangue freddo, senza che i loro assassini e i loro torturatori abbiamo mai dovuto pagare, nel bel mezzo di un silenzio internazionale sospetto, mentre occorre far pressione per far sì che vengano investigate le morti di stranieri ed egiziani nei centri di detenzione"

È un lungo elenco che i ricercatori del Cfj hanno cercato di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile.

La maggior parte delle 1.058 persone decedute in 7 anni hanno trovato la morte nei commissariati e nei centri comando delle forze di sicurezza, i posti più pericoloso in assoluto, con 584 vittime in totale

Seguono le prigioni con il 34 per cento dei casi, vale a dire 359. Poi i veicoli per il trasporto di arrestati e detenuti, dove sono morte 43 persone, e ancora i campi gestiti dalla Sicurezza centrale, 20 casi, e infine i tribunali, 16 decessi, compreso quello dello stesso Morsi, stroncato da un infarto per le mancate cure. Il diniego di un'assistenza medica adeguata è la causa di ben 761 morti su 1.058. Al secondo posto c'è la tortura, 144 vittime. Infine le cattive condizioni di detenzione, come quelle denunciate ieri da Patrick Zaki, sono responsabili di 29 decessi. Sono tutte violazioni dei diritti umani, anche se la più grave è la tortura.

La prima fase dell'era Al Sisi, i sei mesi seguiti al colpo di Stato del luglio 2013, è stata la più brutale. Delle 85 morti in carceri e centri detenzioni in quel periodo ben 57 sono attribuite alla tortura. Il numero di morti ha avuto un picco nel 2015, con 217, poi è calato fino al 2019, quando se ne sono registrate 90, per risalire nel corso del 2020, a 100. La crescita è in parte dovuta all'epidemia di coronavirus, che ha ucciso almeno 17 detenuti. 

Per il Jfj questo è dovuto "all'abuso da parte del ministero dell'Interno delle norme di emergenza, mentre il ministero della Salute è negligente e le infermerie sono incapaci di curare i contagiati". L'area più pericolosa resta quella del Cairo, con 236 vittime. Poi Minya, 104, e Giza, 100. I tre governatorati assommano il 41 per cento di tutti i casi e ciò è dovuto al "proliferare di prigioni e all'alto numero di commissariati".

Giordano Stabile

venerdì 25 gennaio 2019

25 gennaio 2019 - 3 anni fa la scomparsa di Giulio Regeni si aspetta ancora la verità. Fiaccolate e presidi in oltre cento città italiane

Rai News
Il 25 gennaio 2016 il nome di Giulio Regeni si aggiungeva a quelli dei tanti egiziani vittime di sparizione forzata. 


Il 3 febbraio, veniva ritrovato morto con addosso i segni delle torture inferte. A 3 anni dalla scomparsa, Fiumicello, paese natale di Giulio e oltre 100 città italiane ricorderanno il giovane ricercatore friulano e chiederanno che sia fatta piena luce sul suo assassinio.

venerdì 28 dicembre 2018

Egitto: Amal Fathy, l’attivista sostenitrice della famiglia Regeni, scarcerata è tornata a casa

TPI
L'attivista egiziana e moglie di un consulente legale della famiglia Regeni era stata fermata con l'accusa di appartenere ad un gruppo terroristico e di aver diffuso notizie false.


Il 27 dicembre 2018, Amal Fathy, l’attivista egiziana moglie di Mohamed Lotfy, consulente legale della famiglia Regeni, è tornata a casa dopo 8 mesi di detenzione. A dare la notizia è il marito che attraverso una foto pubblicata su Facebook ha reso noto il rilascio della donna che ha potuto finalmente rivedere la famiglia.

Il 18 dicembre 2018 un tribunale del Cairo aveva disposto la scarcerazione di Amal Fathy, attivista egiziana moglie di un consulente legale della famiglia Regeni.

Amal era stata arrestata a maggio 2018 con l’accusa di appartenere ad un gruppo terroristico e di aver diffuso notizie false.

Al momento le è stata concessa la libertà vigilata con obbligo di verifica settimanale.

Da venerdì 11 maggio Amal Fathy era detenuta nel carcere di massima sicurezza Torah, in Egitto.

La donna è un’attivista impegnata per il rispetto dei diritti civili in Egitto ed è la moglie di Mohamed Lotfy, responsabile della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (ECRF), nonché legale e sostenitore dei Regeni al Cairo.

Dopo 141 giorni di carcere era stata condannata a due anni di carcere con sospensione temporanea della pena dietro pagamento di una multa di 480 euro e una cauzione di 960. Fathy è stata condannata per aver denunciato su Facebook le molestie ricevuto da un dipendente pubblico.

L’attivista era stata arrestata nelle prime ore dell’11 maggio insieme al marito, Mohamed Lotfy, ex ricercatore di Amnesty International e attuale direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’organizzazione non governativa egiziana che fornisce consulenza legale alla famiglia di Giulio Regeni. Lotfy e il loro figlio di tre anni erano stati rilasciati grazie al doppio passaporto svizzero.

Contro di lei era stata aperta anche un’altra inchiesta, per la quale era stata messa in detenzione preventiva, con le accuse di “appartenenza a un gruppo terroristico”, “diffusione di idee che incitano ad atti di terrorismo” e “pubblicazione di notizie false”.

Mohamed Lotfy aveva spiegato a TPI i tragici istanti della notte dell’arresto, durante il quale tutta la sua famiglia è stata vittima di un’incursione notturna delle forze di sicurezza egiziane.

lunedì 14 maggio 2018

Caso Regeni, la madre Paola inizia lo sciopero della fame contro arresto di Amal Fathy

Rai News 24
Digiuno a staffetta per liberare la moglie del consulente legale dei Regeni

La madre di Giulio Regeni, Paola, è da oggi in sciopero della fame per protestare contro l'arresto di Amal Fathy, moglie di Lofty, consulente legale della famiglia Regeni in Egitto. "Da donne - si legge in una nota diffusa dalla donna e dalla sua legale Alessandra Ballerini - siamo particolarmente turbate ed inquiete per il protrarsi della detenzione di Amal, moglie del nostro consulente legale Lofty direttore dell'Ecrf". 

Si tratta di un "digiuno a staffetta" per chiedere la sua liberazione immediata. 


"Nessuno deve più pagare per la nostra legittima richiesta di verità sulla scomparsa, le torture e l'uccisione di Giulio. Vi chiediamo di digiunare con noi, fino a quando Amal non sarà finalmente libera. Noi siamo la loro speranza", conclude il comunicato. 

Amal è stata arrestata a pochi giorni dal viaggio al Cairo di martedì del sostituto procuratore della procura di Roma, Sergio Colaiocco, che da due anni e mezzo sta seguendo il caso.

giovedì 25 gennaio 2018

#2ANNISENZAGIULIO - Due anni fa il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. L'Italia si mobilità per chiedere verità.

Amnesty.it
Il 25 gennaio 2016 il nome di Giulio Regeni si aggiungeva a quelli dei tanti egiziani e delle tante egiziane vittime di sparizione forzata.



Pochi giorni dopo, il 3 febbraio, il nome del ricercatore italiano si aggiungeva al lungo elenco delle persone torturate a morte in Egitto.

Sono trascorsi due anni da quel 25 gennaio e ancora le autorità egiziane si ostinano a non rivelare i nomi di chi ha ordinato, di chi ha eseguito, di chi ha coperto e ancora copre il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni.

“Noi proseguiamo a coltivare una speranza: che quell’insistere giorno dopo giorno a chiedere la verità, quelle iniziative che quotidianamente si svolgono in Italia e non solo producano il risultato che attendiamo: l’accertamento delle responsabilità per la sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio. Quella verità la deve fornire il governo egiziano e deve chiederla con forza quello italiano” 
ha dichiarato in una nota ufficiale Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

#2ANNISENZAGIULIO: UNISCITI A NOI

Alle 19.41 del 25 gennaio in decine di piazze italiane mille luci saranno pronte ad accendersi per ricordare la sparizione di Giulio Regeni. A Roma l’evento si svolgerà in piazza di Montecitorio.
Tutti possono partecipare alle iniziative organizzate per il 25 gennaio: scuole, associazioni, istituzioni, università, singole persone!
Guarda la mappa e scopri l’evento più vicino a te. Se vuoi organizzare anche tu un evento invia la tua richiesta a  action@amnesty.it.

venerdì 3 novembre 2017

Egitto. Le omissioni di Cambridge e gli interessi di Roma: su Regeni zero verità

Il Manifesto
L'ex premier Renzi e inchieste giornalistiche chiedono conto all'ateneo britannico delle reticenze sul caso Regeni. L'università risponde: "Pronti a collaborare". La Procura manda la terza rogatoria, ma a preoccupare sono i tentativi di sviare l'attenzione da al Sisi, con cui la Farnesina continua a fare affari. 

Mentre in Italia l'ex primo ministro Renzi chiedeva conto delle "bugie" dell'università britannica di Cambridge e le agenzie rilanciavano l'inchiesta di Repubblica sul ruolo della tutor di Giulio Regeni, Maha Abdelrahman, al Cairo l'ambasciatore Cantini passava dall'incontro con il ministro della Cooperazione internazionale Nars a quello con il ministro dell'ambiente Fahmy.

Il rappresentante della Farnesina ha discusso di investimenti comuni sul piano della cooperazione (con un progetto di due milioni di euro a favore di studenti svantaggiati) e sul piano dell'ambiente (con il via alla terza fase del programma di cooperazione ambientale, 3 milioni di euro), parlando del "contributo che le imprese italiane possono dare nell'ambito" di agroindustria e demografia,

Il governo italiano, dunque, prosegue spedito nel miglioramento dei rapporti diplomatici e economici con l'Egitto del presidente-golpista al Sisi. Non ha avuto dubbi sulla necessità di rinviare l'ambasciatore al Cairo il 14 agosto scorso. Ma ne ha con le reticenze di Cambridge. Che ci sono e sono innegabili, come però è innegabile che Giulio sia stato ucciso al Cairo, dalla macchina repressiva del regime, e non in un ateneo inglese.
Di certo la superficialità con cui il giovane ricercatore è stato inviato in Egitto ha impedito una sua maggiore protezione. La ricerca, scriveva ieri Repubblica citando conversazioni di Giulio con i genitori (che dimostrano le sue preoccupazioni), era stata suggerita alla tutor Abdelrahman, egiziana e oppositrice del regime. Viene da pensare che le indagini sul terreno di Giulio le fossero utili per lavori propri. Era dunque consapevole del pericolo che una figura come Regeni potesse correre, esposto com'era dalle domande e le interviste che conduceva.

Le ombre ci sono e il silenzio di ferro finora adottato sembra volto a evitare problemi legali all'ateneo: non caso la Procura di Roma ha chiesto con una terza rogatoria alle autorità giudiziarie della Gran Bretagna non solo l'audizione della professoressa, ma anche quelle degli studenti dell'ateneo transitati per la stessa tutor e per Il Cairo dal 2012 al 2015. Il team investigativo guidato dai pm Pignatone e Colaiocco ha chiesto inoltre i tabulati telefonici, mobili e fissi, della professoressa tra il gennaio 2015 e il 28 febbraio 2016.

Quanto Abdelrahman ha condizionato la ricerca di Giulio, diretta a indagare il più generale tema economico, per poi focalizzarsi sui sindacati indipendenti, tema caldissimo nell'Egitto post-golpe? Ha definito lei le domande da porre agli intervistati? Giulio le consegnò i risultati della ricerca quando la vide al Cairo il 7 gennaio 2016, fatto che Abdelrahman continua a negare ma che emerge dalle mail di Regeni ai genitori? Questo la Procura vuole sapere.

Ieri un portavoce di Cambridge ha detto che Abdelrahman "ha ripetutamente espresso la sua volontà di collaborare appieno con i procuratori italiani" e di non aver ancora "ricevuto una richiesta formale per la testimonianza". Eppure questa è la terza rogatoria. Ad emergere è il comportamento privo di prudenza, dettato dall'approssimazione dell'ateneo e dall'interesse accademico personale della tutor. Ma a far paura è il modo in cui le omissioni - gravi - di Cambridge vengano usate per spostare l'attenzione dal vero responsabile politico della morte di Giulio. Anche sminuendo, come fa Repubblica, la figura della tutor che non vanterebbe "esperienze accademiche né di lungo corso né di particolare spessore". Gli autori citano un suo pamphlet pubblicato con la "piccola" casa editrice Routledge. Che però è il primo editore al mondo per articoli accademici nelle scienze sociali e umanistiche. Un'altra superficialità.

di Chiara Cruciati

mercoledì 13 settembre 2017

Egitto - Confermato l'arresto dell'avvocato della famiglia Regeni, Metwally Hegazy

La Repubblica
Accuse dall'Egitto: voleva sovvertire il governo Al Sisi.



L'avvocato egiziano Ibrahim Metwally Hegazy, uno dei componenti dell'associazione che cura la difesa di Giulio Regeni in Egitto, è apparso davanti al magistrato della sicurezza in stato di arresto. 


L'uomo era stato fermato domenica sera mentre saliva su un volo per Ginevra dove era stato invitato dalle Nazioni Unite per raccontare dell'ultimo report presentato dalla sua associazione Ecrf (Egyprian Commission for right and freedom) sulle sparizioni forzate in Egitto. L'uomo è accusato, da quanto fa sapere la Ercf, di vari reati tra cui l'aver collaborato con entità straniere per sovvertire l'ordine costituzionale in Egitto e aver creato gruppi di persone per sovvertire il governo di Al Sisi (probabilmente il riferimento è alla sparizione delle famiglie degli scomparsi in Egitto di cui Metwally faceva parte). Metwally era il padre di un ragazzo sparito nel nulla due anni fa.
[...]

Di Giuliano Foschini

lunedì 11 settembre 2017

Egitto. Nuovo giallo, scompare nel nulla Ibrahim Metwaly, l'avvocato egiziano dei Regeni

La Repubblica
La Commissione legale che assiste la famiglia di Giulio. "Metwaly fermato al Cairo, non ne sappiamo più nulla". Prima hanno messo off line il loro sito Internet. E ora arrestato e "fatto sparire" uno dei loro legali che si stava recando a Ginevra per una conferenza alle Nazioni Unite, dove avrebbe parlato anche del sequestro, la tortura e la morte di Giulio Regeni. 

Continua la guerra dell'Egitto di Al Sisi all'Ecrf (l'Egyptian commission for right and freedom), ossia i consulenti legali della famiglia Regeni al Cairo.
L'offensiva è ripartita nei giorni scorsi quando l'Ecrf ha pubblicato on line il nuovo rapporto sulle sparizioni forzate censendone 378 negli ultimi 12 mesi. Report che in Egitto non si può più scaricare dalla pagina Internet dell'associazione, perché la pagina è stata chiusa dal governo. Ieri è successo però altro, denunciano dall'Ecrf.

L'avvocato Ibrahim Metwaly, 53 anni - una delle persone che fisicamente avevano scritto quel rapporto in cui vengono messe nero su bianco alcune pratiche del regime egiziano, purtroppo ben note in Italia - è stato fermato all'aeroporto del Cairo mentre saliva su un volo per Ginevra dove era stato invitato per relazionare al consiglio dei diritti umani sulla situazione in Egitto. 

"Metwaly avrebbe dovuto parlare, tra le altre cose, di suo figlio Omar, sparito nel 2013 e anche di quanto accaduto in Egitto a Giulio Regeni", fanno sapere dall'Ecrf. "Ibrahim - dicono ancora - sembra essere sparito nel nulla. Dopo il suo arresto, per accuse che chiaramente non ci sono assolutamente note, non abbiamo saputo più nulla.
E per questo siamo molto preoccupati per quanto può accadere". Che Sisi e il suo governo abbiano nuovamente alzato l'attenzione contro chi si occupa di tutela di diritti umani era, d'altronde, chiaro da giorni. Dopo la pubblicazione da parte di Human Rights Watch di un altro rapporto-denuncia sull'uso sistematico della forze e della tortura da parte dei servizi di sicurezza egiziani, era partito l'ordine di oscurare anche il loro sito per rendere clandestina la ricerca.

Si tratta in questo caso di 63 pagine nelle quali vengono raccolte testimonianze di detenuti e familiari di scomparsi che raccontano come "la polizia e i funzionari della Sicurezza nazionale usano regolarmente la tortura nei loro interrogatori per costringere presunti dissidenti a confessare o divulgare informazioni".

"Quel rapporto è pieno di calunnie", hanno risposto funzionari del governo. Che hanno riservato ad altri lo stesso trattamento di Ecrf e Human Rights: da maggio il governo egiziano ha bloccato 420 siti web e agenzie di informazione, come il giornale on line Mada Masr o i media indipendenti, da Al Jazeera all'Huffington Post Arabic. Sarà dunque questo il clima che troverà la prossima settimana il nostro ambasciatore, Gianpiero Cantini, che dopo più di un anno riaprirà la sede diplomatica italiana al Cairo. Ed è in questo clima che si dovrebbe tenere, probabilmente entro il mese di settembre, il vertice dei magistrati italiani con la procura generale del Cairo che ha promesso, per l'ennesima volta, "tutto lo sforzo per trovare gli assassini e i torturatori di Giulio". Sforzo che, fino a questo momento, si è rivelato poco più che una presa in giro.

di Giuliano Foschini

mercoledì 16 agosto 2017

Regeni, il coraggio della verità. Il ritorno dell'ambasciatore in Egitto è una resa?

La Repubblica
di Mario Calabresi
La decisione di rimandare l'ambasciatore al Cairo lascia stupiti e provoca amarezza: il governo ha cambiato idea per gestire la situazione libica con l'aiuto dell'Egitto. Ma allora perché non assumersi la responsabilità politica del gesto?


Questo giornale, insieme con la famiglia di Giulio Regeni, ha sempre pensato che fosse stato giusto richiamare l’ambasciatore al Cairo. E che non lo si dovesse rimandare finché non si fosse ottenuta la verità sul rapimento, la tortura e l’uccisione di un giovane italiano che era in Egitto per portare a termine un dottorato di ricerca. La decisione, comunicata ieri sera, alla vigilia di Ferragosto, non può che lasciare stupiti e provocare amarezza. Perché dalla verità siamo ancora distanti ma soprattutto siamo lontanissimi dalla possibilità di avere giustizia. La sensazione è che ora tutto possa passare in secondo piano, che la morte di Giulio Regeni sia diventata di intralcio agli interessi nazionali.

Partiamo dall’inchiesta. In quest’ultimo anno il lavoro della Procura di Roma e dei nostri investigatori è stato esemplare, sono state individuate responsabilità precise nella struttura dei servizi segreti egiziani, un organismo che fa capo direttamente al potente ministro dell’Interno. Ma la collaborazione della procura e delle autorità del Cairo è stata discontinua, lentissima e a tratti irridente. Ora, dopo mesi di silenzio, sono arrivati finalmente nuovi documenti, della cui bontà nessuno però è in grado di garantire. La strada sarà ancora lunga e non sappiamo se si arriverà mai al traguardo.

Tenere l’ambasciatore a Roma era considerato come il modo più efficace per fare pressione sul regime di Al Sisi. Il governo ha cambiato idea. Si può comprendere il perché. E qui entra in ballo l’interesse nazionale, che ancora una volta porta in Libia. Cercare di gestire la situazione libica e i flussi migratori senza avere rapporti diretti con l’Egitto — che è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie — è come giocare con un braccio legato. La nostra assenza al Cairo è stata sfruttata a fondo dai francesi e si capisce l’urgenza di porre rimedio.

Ma allora perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché non avere il coraggio di assumersi la responsabilità politica del gesto? Dire con chiarezza: abbiamo bisogno di un ambasciatore in Egitto che agisca nel pieno delle funzioni per gestire la situazione libica. Spiegarlo alla famiglia e agli italiani. Non venderlo come un modo per accelerare la verità. 

Questo non avrebbe diminuito l’amarezza di Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, e di molti che li hanno sostenuti in questi mesi, ma avrebbe evitato la sensazione di essere presi in giro. Poi se tutto ciò viene fatto alla vigilia di Ferragosto e a Camere chiuse allora quella sensazione si ingigantisce.

La responsabilità della politica ora è di dimostrare ogni giorno, con gli atti dell’ambasciatore e in ogni sede internazionale, che ottenere giustizia per Giulio Regeni è una priorità nazionale, che interesse degli italiani è anche non accettare che un proprio cittadino venga torturato e ucciso dal governo di un Paese che si professava amico. Altrimenti il gesto di ieri potrà essere definito in un solo modo: una resa.

giovedì 26 gennaio 2017

La verità sulla morte di Giulio Regeni è ancora lontana, come per tante vittime della violazione dei diritti umani in Egitto

Internazionale
A un anno dalla scomparsa al Cairo del ricercatore italiano Giulio Regeni, le indagini svolte dai magistrati italiani Giuseppe Pignatone e Sergio Colaiocco sono ancora in corso, così come l’inchiesta egiziana sul caso. 



Il 23 gennaio 2017 il procuratore generale egiziano, Nabil Ahmed Sadeq, ha accettato la richiesta della procura italiana di inviare al Cairo un gruppo di esperti italiani e tecnici tedeschi di un’azienda specializzata nel recupero dei dati delle telecamere di sorveglianza per analizzare i video delle telecamere a circuito chiuso della stazione della metropolitana di Dokki, dove Regeni fu visto per l’ultima volta la sera del 25 gennaio 2016.

Lo stesso giorno una televisione egiziana ha pubblicato il video di una conversazione tra Regeni e il capo del sindacato dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah. Il filmato, scrive l’Ansa, era stato girato con una telecamera nascosta in un bottone nella camicia del venditore, un particolare che lascia pensare al coinvolgimento della polizia. Nell’incontro, che rientrava nella ricerca di Regeni sui sindacati indipendenti, Abdallah chiedeva del denaro al ricercatore. Il nome di Abdallah era già emerso in relazione al caso: in un’intervista rilasciata alla fine di dicembre del 2016 il venditore ambulante aveva ammesso di essere stato lui a denunciare il ricercatore italiano al ministero dell’interno perché faceva domande sospette.

Un corpo che parla
La scomparsa di Giulio Regeni ha coinciso con il quinto anniversario delle manifestazioni del 2011, che portarono alla caduta del dittatore Hosni Mubarak. Pochi giorni dopo, il 3 febbraio, il suo corpo fu ritrovato con evidenti segni di tortura lungo un’autostrada che porta fuori della capitale egiziana. 

Come scrive Alexander Stille in un’inchiesta pubblicata sul Guardian e su Internazionale, dall’autopsia svolta in Italia è emerso che la morte avvenne tra le 22.00 del 1 febbraio e la stessa ora del giorno successivo, a causa della frattura del collo. Ma, come ha dichiarato la madre di Giulio Regeni, Paola Deffendi, “il corpo di Giulio parla”. Secondo le ipotesi più accreditate, le torture che ha subìto prima di morire indicano il coinvolgimento dei servizi segreti egiziani, che erano preoccupati per le ricerche svolte in un ambito (quello dei sindacati indipendenti) che il governo egiziano di Abdel Fattah al Sisi considera delicato. Il caso Regeni ha messo in crisi i rapporti tra l’Egitto e l’Italia, che ha reagito richiamando l’ambasciatore al Cairo e sospendendo la fornitura di pezzi di ricambio per gli F-16.

Nel corso dell’ultimo anno la famiglia Regeni ha portato avanti con Amnesty international la campagna #veritàpergiulio per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sua morte e per contrastare i tentativi di depistaggio egiziani. Incidente stradale, delitto passionale, rapimento da parte di criminali comuni: in Egitto si è cercato di descrivere l’omicidio di Regeni in vari modi, ma nessuna delle ipotesi ha retto alla prova dei fatti né spiegava le torture a cui era stato sottoposto. È noto, invece, che dopo il colpo di stato che ha portato al potere il maresciallo Al Sisi in Egitto si è instaurato un clima di paranoia.

Come un egiziano
Come ha scritto il giornalista egiziano Amro Ali in un articolo su Mada Masr, “come Rachel Corrie è stata adottata dalla causa palestinese, Regeni potrebbe essere il primo non egiziano a essere inserito tra i martiri della rivoluzione egiziana”. Nel paese, si legge in un rapporto di Amnesty international di luglio del 2016, il giro di vite contro il dissenso ha portato all’arresto di più di 34mila persone, mentre centinaia di persone sono state vittime di sparizioni forzate. Tra loro, anche Hossam Bahgat, il giornalista investigativo vincitore del premio Anna Politkovskaja 2016, che è stato arrestato nel novembre del 2015 e per tre giorni è rimasto nelle mani dei servizi segreti militari per un articolo che aveva scritto. 

lunedì 12 settembre 2016

Egitto. Rilasciato su cauzione l'attivista Ahmed Abdallah consulente del caso Regeni

Corriere della Sera
Finalmente, dopo 138 giorni di detenzione preventiva e numerosi rinvii, questa mattina Ahmed Abdallah, l'esponente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l'Ong egiziana che fornisce consulenza ai legali della famiglia Regeni, è stato rilasciato su cauzione. 

Abdallah era stato arrestato il 25 aprile, durante il giro di vite ordinato dalle autorità del Cairo nei confronti di coloro che avevano contestato attraverso manifestazioni, ricorsi e petizioni la decisione del presidente al-Sisi (poi annullata da un tribunale amministrativo) di cedere all'Arabia Saudita la sovranità su due isole del mar Rosso.
La scarcerazione su cauzione di Abdallah, come quella nei giorni scorsi dell'avvocato Malek Adly, è una buona notizia. Ora l'obiettivo degli organismi egiziani e internazionali per i diritti umani è che l'uno e l'altro siano prosciolti da ogni accusa e i procedimenti nei loro confronti vengano abbandonati.

di Riccardo Noury

martedì 26 luglio 2016

Amnesty - Fiaccolata a Roma a sei mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni

La Repubblica

A sei mesi dalla scomparsa in Egitto del ricercatore friulano Giulio Regeni, trovato poi morto con evidenti segni di tortura in una strada fuori dal Cairo, al Pantheon di Roma si è tenuta una fiaccolata per chiedere ancora una volta ai governi egiziano e italiano, di impegnarsi affinché emerga la verità sulle circostanze della morte del cittadino italiano

domenica 22 maggio 2016

Egitto - Caso Regeni, altri 15 giorni di carcere per il consulente della famiglia Ahmed Abdallah

ANSA
Un medesimo prolungamento della custodia cautelare era già stato inflitto a Ahmed Abdallah il 7 maggio

L'avvocato Ahmed Abdallah
Ad Ahmed Abdallah, consulente della famiglia di Giulio Regeni al Cairo arrestato quasi un mese fa nella capitale egiziana, sono stati imposti altri 15 giorni di custodia cautelare in carcere. 

Come riferiscono fonti giudiziarie al Cairo, lo ha stabilito un giudice della corte di appello ad Ain Shams, un quartiere nord-est della capitale egiziana. Abdallah è in galera con accuse di attività sovversiva e partecipazione a manifestazione non autorizzata. Secondo fonti giudiziarie, le imputazioni che hanno portato al suo arresto il 25 aprile sono del tutto scollegate al caso di Regeni.

Un prolungamento della sua custodia cautelare di 15 giorni era già stato inflitto il 7 maggio. Sempre per istigazione alla protesta del 25 aprile sulla cessione di due isole del Mar Rosso all'Arabia Saudita, sono stati prolungati di 15 giorni gli arresti anche per altri quattro attivisti. 

Lo hanno riferito le stesse fonti segnalando che mercoledì scorso un altro tribunale cairota, quello di Shubra El-Khema, ha prolungato di 15 giorni la custodia cautelare in carcere per il noto avvocato e difensore dei diritti umani Malek Adly, anch'egli indagato per istigazione alla protesta del 25 aprile e una serie di accuse di sovversione.

mercoledì 27 aprile 2016

Egitto: arresti di numerosi difensori dei diritti umani, tra cui il consulente dei Regeni

Radio Vaticana
Implacabile giro di vite in Egitto, dove le autorità hanno ordinato l’arresto di diversi attivisti per la difesa dei diritti umani, tra loro anche il consulente della famiglia di Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso in Egitto.
Ahmed Abdallah
Ahmed Abdallah è stato prelevato e arrestato nella notte tra il 24 e il 25 aprile mentre si trovava nella sua abitazione. A mettergli le manette: gli agenti delle Forze speciali, con l’accusa di istigazione alla violenza per rovesciare il governo, adesione a un gruppo “terroristico” e promozione del “terrorismo”, imputazioni per le quali rischia la pena di morte. 

Abdallah è in realtà il presidente del consiglio di amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, organizzazione non governativa che normalmente documenta le sparizioni forzate nel Paese e che in questo momento è consulente dei legali della famiglia Regeni. 

A dare notizia dell’ondata di repressione è stata Amnesty International che ha denunciato l’arresto, il 25 aprile, in varie città egiziane di circa 240 persone, tra cui attivisti e giornalisti locali. 

Una data importante per il Paese, il 25 aprile, che ricorda i 34 anni dal ritiro di Israele dalla penisola del Sinai, ma legata anche alla manifestazione organizzata contro la svendita all’Arabia Saudita di due isole del Mar Rosso. Di qui gli arresti. 

E mentre una commissione parlamentare egiziana sta pianificando una visita a Roma per difendere l’immagine dell’Egitto, a parlare di ‘vergogna’ è il Times di Londra che in un editoriale sul caso Regeni chiede piena trasparenza, per “allontanare il sospetto che ci sia stata una copertura da parte dello Stato”. e sempre Londra ribadisce di essere inorridita dall’omicidio Regeni, in un documento il Foreign Office condanna l’assassinio e chiede alle autorità egiziane di collaborare con gli inquirenti italiani.

sabato 26 marzo 2016

Giulio Regeni, se questa è la verità del Cairo risparmiatecela

Corriere della Sera
Dobbiamo sperare che il governo egiziano abbia un minimo di rispetto prima ancora che del nostro Paese della nostra intelligenza e non insista nel venderci questa versione del delitto Regeni. 


Il governo italiano torni a chiedere la verità. Perché mai un gruppo di banditi specializzato nel "rapire e derubare stranieri" avrebbe torturato per giorni e giorni il povero Giulio Regeni, prima di far ritrovare il suo cadavere? E come mai una gang di criminali comuni ne avrebbe gelosamente conservato la borsa con il passaporto, la carta di credito, i telefonini e perfino "un pezzetto di materiale marrone che sembra hashish"? Per fornire le prove di essere stati proprio loro a ucciderlo?

Dobbiamo sperare che il governo egiziano abbia un minimo di rispetto prima ancora che del nostro Paese della nostra intelligenza, e non insista nel venderci questa versione del delitto Regeni, avallando un depistaggio così scoperto che sembra uscito da un film sulla mafia, con i finti colpevoli fatti ritrovare tutti morti, cosi da non poter smentire.
La notte scorsa però, il ministero dell'Interno egiziano è sembrato proprio avallarla, dopo che media filo governativi l'avevano spacciata, e ha anzi ha concluso il suo comunicato ringraziando l'Italia "per la cooperazione", quasi a considerare chiuso il caso.
L'Italia invece non può affatto ringraziare l'Egitto per la cooperazione, a ormai due mesi dalla scomparsa del giovane ricercatore. Anzi, il governo dovrebbe farsi sentire forse con più forza e determinazione per ottenere ciò che chiediamo fin dal primo giorno: tutta la verità sulla atroce fine di un nostro connazionale, di un ragazzo pieno di curiosità e animato da impegno civile, di uno studioso che voleva conoscere per giudicare. Qualche giorno fa il dittatore Al Sisi ha promesso ai genitori di Giulio e al nostro governo, in un'intervista a Repubblica: "Avrete la verità su Regeni". Se è questa la verità che intendeva, poteva risparmiarcela.

di Antonio Polito

venerdì 12 febbraio 2016

Ricordiamo Giulio Regeni con Ezraa, Khaled e gli altri: centinaia i desaparecidos in Egitto

La Repubblica
Il caso di Giulio Regeni è l'ultimo di una serie di sparizioni di attivisti: oltre cinquecento solo l'anno scorso, centinaia di corpi mai trovati. La polizia archivia i casi, nega di aver compiuto fermi e lancia false piste "personali". Solo la mobilitazione di famiglie e amici a volte porta a rivelare la verità
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Sarebbero almeno 340, infatti, i casi di sparizione forzata tra ottobre e dicembre 2015 registrati dagli attivisti dell'ECFR, l'Egyptian Commission for Rights and Freedoms.

Tra aprile e inizio giugno dello scorso anno, ci sarebbero stati 163 desaparecidos. Solo 64 delle persone scomparse avevano fatto ritorno alle loro famiglie entro l'estate. In due casi, invece, erano stati ritrovati i loro cadaveri.

"Negli ultimi cinque anni abbiamo sempre registrato un alto numero di persone scomparse, indipendentemente da chi fosse al governo. E' successo sotto il governo provvisorio del Consiglio Supremo delle Forze Armate, durante la presidenza Morsi e dopo la rimozione dei Fratelli Musulmani dal Governo," spiega Khaled AbdelHamid, portavoce della campagna in sostegno dei prigionieri politici "Freedom for the Brave". "Durante la rivoluzione sono scomparse migliaia di persone. Molte di loro non hanno mai fatto ritorno a casa, in centinaia di casi i corpi non sono mai stati ritrovati."

"Per anni, le persone protestavano in strada e scomparivano. Ma ora, sotto il regime Sisi, parliamo di civili che vengono rapiti nelle proprie abitazioni o mentre stanno andando a prendere un caffè con gli amici," spiega AbdelHamid.

La dinamica, purtroppo, è ormai tristemente nota agli attivisti egiziani. Quando la famiglia o gli amici riportano una scomparsa alla polizia, quest'ultima archivia il caso velocemente, negando che la persona scomparsa sia in loro custodia.

E' il network di detenuti politici e attivisti che, allora, si mobilita con un tam-tam di messaggi che rimbalzano tra i telefoni trafugati di nascosto nelle varie prigioni, strutture di detenzione della State Security e stazioni di polizia, nel tentativo di rintracciare il prima possibile la persona scomparsa.

Solo di fronte alla rivelazione che il desaparecido si trovi in realtà sotto detenzione, la polizia ammette l'arresto.

E' questo il caso di Ezraa, scomparsa la sera del 1 giugno 2015 dopo essere andata a cena con due suoi amici. Scomparsa, svanita nel nulla. Aveva 23 anni. La polizia, informata dalla sorella Duaa, aveva negato di averla arrestata e aveva detto alla famiglia di tornare dopo una settimana. "Siete sicuri che non sia scappata con il fidanzato?" avrebbero detto i poliziotti.

"Sapevamo che era successo qualcosa a Ezraa, ma era impossibile che fosse semplicemente scappata via", spiega Duaa. Impossibile, anche perché Ezraa aveva da poco ricominciato a camminare, sebbene a fatica, dopo essere stata paralizzata a letto per cinque mesi.

Il 25 gennaio 2014, durante le manifestazioni per il terzo anniversario della Rivoluzione, un proiettile della polizia ha colpito Ezraa ad una gamba e delle schegge hanno danneggiato la sua spina dorsale. Dopo 11 mesi tra letto e sedia a rotelle, aveva da poco ricominciato a camminare con un bastone. Subito dopo lo scoppio della Rivoluzione egiziana, Ezraa aveva indirizzato la sua passione per la fotografia, praticando fotogiornalismo. "Aveva partecipato alla rivoluzione per chiedere libertà e giustizia sociale, ma era una fotografa, non un'attivista." spiega Duaa.

Difficile per la famiglia, dunque, credere che Ezraa fosse scappata o scomparsa nel nulla. Difficile, però, anche capire per quale motivo potesse essere stata rapita visto che non partecipava alla vita politica o a delle manifestazioni da mesi. Ma le sparizioni forzate, purtroppo, colpiscono secondo una logica spesso difficile da afferrare.

La polizia ha continuato a negare di averla in custodia finché qualcuno non ha riconosciuto Ezraa nella prigione femminile di Al Qanater. Solo dopo qualche giorno l'arresto è stato finalmente ufficializzato ed Ezraa è stata posta sotto detenzione amministrativa, da rinnovare ogni 45 giorni. In attesa di un processo e senza accuse formali, la giovane ha trascorso sette mesi in carcere finché non è stata rilasciata a dicembre per motivi di salute. Nella penultima udienza per il rinnovo della sua detenzione, era scoppiata in lacrime implorando il giudice di rilasciarla. Senza cure mediche e fisioterapia, infatti, Ezraa avrebbe perso l'abilità di camminare per sempre.

In alcuni casi, le persone scomparse vengono ritrovate in una stazione dei treni in qualche villaggio sperduto del Delta del Nilo o, peggio, nel deserto. Ritornano alle proprie famiglie senza offrire spiegazioni sulla loro scomparsa.
Altre volte, invece, riappaiono nei tribunali speciali o di fronte al procuratore con i documenti dell'arresto postdatati rispetto alla loro scomparsa.

L'ultima volta che Hanan ha visto suo marito Khaled, è stato in televisione. Khaled era disteso su un lettino di un ospedale da campo nella diretta televisiva di Al Jazeera. Si trovava al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa al-Adawiya il 26 luglio 2013, quando le forze di sicurezza egiziane guidate dall'attuale presidente Sisi, manifestanti anti-Morsi e Islamisti si sono scontrati. Le vittime quella notte sono state almeno 60. Il 14 agosto 2013, quando Sisi ha ordinato lo sgombero del sit-in, i morti sarebbero stati più di 600, secondo Human Rights Watch.

Recatasi al sit-in per cercare il marito, un amico ha detto ad Hanan che Khaled era stato trasferito in ambulanza al più vicino ospedale. Ma là, secondo medici e personale di sicurezza, Khaled non è mai arrivato. Dopo mesi di dinieghi e ricerche, un altro prigioniero politico ha riconosciuto Khaled in una foto che Hanan portava a tutti i processi a cui aveva iniziato a partecipare assiduamente. Il prigioniero ha confidato ad Hanan di aver visto il marito nella prigione segreta di El Azouli. Le autorità egiziane continuano a negare che Khaled sia sotto detenzione e Hanan, a due anni e mezzo di distanza, continua a cercarlo.

Il problema, però, è che abbandonare ogni attività politica non sembra bastare e a scomparire non sono solamente gli attivisti, ma anche persone comuni.
"Abbiamo preso diverse misure per assicurarci che gli attivisti non abbiano lo spazio per respirare," avrebbe rivelato una fonte della Sicurezza Nazionale egiziana alla Reuters alla vigilia dell'anniversario della rivoluzione, il 25 gennaio 2016. "Punti di ritrovo, caffè e bar sono stati chiusi. Alcuni attivisti sono stati arrestati per spaventare gli altri."

Alessandro Accorsi