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sabato 1 giugno 2019

Il libro "Liberi dentro" presentato nella Moschea della Magliana a Roma. Dal carcere un messaggio di fratellanza tra cristiani e musulmani al servizio di chi è più povero.

Blog Diritti Umani - Human Rights
La collaborazione e l'amicizia tra cristiani e musulmani trova un suo frutto nella vicinanza a chi è più povero ed in difficoltà.

Da molti anni all'interno delle carceri il sostegno e l'aiuto agli immigrati privati della libertà che professano la fede musulmana è svolto da rappresentanti di fede islamica sostenuti da volontari della Comunità di Sant'Egidio e del Movimento Genti di Pace.

Uno dei risultati è la realizzazione, in collaborazione, dal 1998 della festa dell'Aid al Fitr, per la fine del mese santo di digiuno del Ramadan all'interno di alcune carceri del Lazio.

Tratti di questa realtà la troviamo raccontata nel libro di recente pubblicazione: "Liberi dentro - cambiare è possibile anche in carcere" di Ezio Savasta - Infinito Edizioni

La presentazione del libro all'interno della Moschea della Magliana, con l'Imam Sami Mohamed Salem Ali, e il regista  e scrittore Gualtiero Peirce, si  è svolta ieri venerdì 31 maggio.

Dagli interventi che si sono succeduti è emerso come dal libro parte un messaggio alla società civile, in un tempo dove si semina odio, dove i diritti dei più poveri con difficoltà vengono rispettati, dal carcere, luogo separato e da molti ignorato, viene un esempio di umanità e di fratellanza tra uomini di fede diversa che si mettono al servizio di chi è in difficoltà, segno di speranza di cui abbiamo tutti un grande bisogno.


Scheda del libro >>>

mercoledì 16 gennaio 2019

Dall'Egitto al Pakistan, quando gli Imam proteggono I cristiani

Famiglia Cristiana
Al Cairo, il 5 gennaio, lo sheikh Saad Askar ha sventato un attentato in una chiesa copta. Negli stessi giorni, oltre 500 guide spirituali islamiche pakistane hanno firmato la Dichiarazione di Islamabad contro la discriminazione religiosa, a difesa di tutte le minoranze, con un riferimento particolare ad Asia Bibi.


«Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l'uno dell'altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani». E' un messaggio forte, di grande speranza, quello lanciato dall'imam egiziano Saad Askar, ripreso dall'agenzia Asianews. Un richiamo al dialogo e all'unità tra fedeli di diverse religioni in un Paese che vive sotto la minaccia del terrorismo.

Lo scorso 5 gennaio, alla vigilia delle celebrazioni del Natale ortodosso, è stato proprio lo sheikh Saad Askar a sventare un attentato nella chiesa copta della Vergine Maria e Abu Seifin a Ezbat al-Haganah, nel quartiere di Nasr City al Cairo: l'imam e un dipendente della vicina moschea Diaa al-haq hanno notato dei movimenti sospetti di uomo con un pacco in mano nei pressi del luogo di culto. Ad accorgersi del tizio sospetto sono stati due studenti dell'università al-Azhar, che lo hanno visto scappare di corsa e hanno avvertito l'imam. Lo sheikh Askar ha così avvertito i fedeli copti del pericolo lanciando un grido di allarme dal suo microfono: "Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente". Lui stesso si è poi recato nel luogo dove il pacco era stato lasciato. Sul posto sono intervenuti gli agenti e purtroppo un artificiere è morto a causa dell'esplosione di una delle bombe che erano contenute nel pacco.
[...]
Un appello alla tolleranza religiosa è stato lanciato, negli stessi giorni, in Pakistan: più di 500 imam del Paese hanno formato la Dichiarazione di Islamabad contro il terrorismo di matrice islamista, contro le violenze che vengono perpetrate in nome delle fatwa, gli editti emessi sulla base della legge coranica dagli ulema - ovvero gli esperti della legge religiosa islamica o sharia - più radicali, schierandosi contro la discriminazione di tutte le minoranze religiose - non solo cristiane - presenti nel Paese. Il documento riconosce che il Pakistan è un Paese multietnico e multireligioso, condanna gli omicidi compiuti "con il pretesto della religione", affermando che nessuna setta può essere dichiarata "infedele". Pertanto, nessun uomo, musulmano o di altra religione, può essere ucciso sulla base di sentenze emesse al di fuori dei tribunali e i fedeli di qualunque confessione hanno il diritto di vivere in Pakistan secondo le loro consuetudini religiose e culturali.

La Dichiarazione degli imam contiene inoltre un riferimento specifico al caso di Asia Bibi, la donna pakistana cristiana del Punjab arrestata nel 2009 e condannata a morte con l'accusa di blasfemia, assolta dalla Corte suprema a ottobre del 2018. La travagliata vicenda, tuttavia, non è ancora terminata: un gruppo di estremisti islamici ha presentato richiesta di revisione del verdetto e, fino al pronunciamento definitivo, Asia Bibi, che è stata scarcerata, è costretta a vivere in un luogo segreto.

La donna è stata arrestata sulla base della controversa legge contro la blasfemia, entrata in vigore nel Paese nel 1986 e che, nei casi più gravi, contempla la pena di morte. Asia Bibi nel 2010 è stata la prima donna condannata alla pena capitale sulla base di questa legge che, di fatto, si presta a molte strumentalizzazioni e in molti casi è un pretesto giuridico per colpire e punire le minoranze religiose, come i cristiani.


Giulia Cerqueti

giovedì 8 novembre 2018

I musulmani americani raccolgono più di $ 200.000 per le vittime della sinagoga di Pittsburgh.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un gruppo di musulmani americani ha raccolto più di $ 200.000 attraverso una campagna di crowdfunding online per aiutare le famiglie colpite dall'attacco del 27 ottobre alla sinagoga di Pittsburgh, dove sono rimasti uccisi 11 persone di fede ebraica che stavano pregando.



Uno degli organizzatori della campagna, ha dichiarato a NBC News che il denaro aiuterà le famiglie per le spese mediche, le spese funerarie e altre necessità immediate e a breve termine.
Tarek El-Messidi, il direttore fondatore di CelebrateMercy che ha organizzato la raccolta, afferma che la sua speranza attraverso la raccolta fondi è "rispondere al male con il bene"."Speriamo davvero di aiutare la comunità che soffre", ha detto El-Messidi. "Speriamo di ispirare più collaborazione e pace interreligiosa".
El-Messidi ha detto che CelebrateMercy inizierà immediatamente a trasferire denaro dal Centro islamico di Pittsburgh, il suo partner locale, che lavorerà direttamente con la sinagoga e distribuirà fondi alle famiglie.



La campagna inizialmente mirava a raccogliere $ 25.000. Questo obiettivo è stato superato in sei ore.

L'anno scorso, CelebrateMercy ha anche raccolto più di $ 160.000 per aiutare a riparare il vandalismo in un cimitero ebraico vicino a St. Louis.

"Siamo stanchi di essere associati insieme ai pazzi che terrorizzano qualsiasi americano", ha detto El-Messidi l'anno scorso, parlando di come l'amministrazione Trump sembra confondere erroneamente gruppi terroristici islamici radicali come l'ISIS con i Musulmani americano pacifici:  "Abbiamo bisogno che l'amministrazione parli dei 3 milioni di musulmani americani che vogliono solo perseguire la vita, la libertà e la felicità come tutti gli altri qui in America".

Ezio Savasta

Fonte: NBCnews

mercoledì 2 agosto 2017

Centrafrica, cristiani e musulmani insieme per evitare il massacro

La Stampa
Parla il vescovo di Bangassou assediato nella cattedrale che ospita 2100 islamici minacciati da milizie cristiane. «Solo l’accoglienza reciproca e il dialogo ci potranno salvare»


«Da noi ormai vige la legge “occhio per occhio” e in breve tempo, se continua così, saremo tutti ciechi». È un appello disperato quello che lancia il vescovo comboniano di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre Muños, raggiunto al telefono da Vatican Insider nel corso di una delle sue regolari visite ai campi profughi disseminati nella sua diocesi. La sua cattedrale è ormai cinta d’assedio da mesi e a minacciare di morte tutti gli oltre 2mila musulmani che lui ha scelto di ospitare, sono qualche centinaio di sbandati affiliati alle milizie cristiane anti-Balaka.

«Siamo letteralmente in ostaggio, in ginocchio, terrorizzati da quattrocento ragazzi armati molto violenti e crudeli. Sono stato testimone di numerosi atti efferati che posso senza dubbio giudicare crimini contro l’umanità. Ho visto bambini lanciati in aria e colpiti, una crudeltà che ha dell’incredibile. Delle undici missioni della mia diocesi, tre sono in mano delle truppe anti-Balaka e una è ostaggio di un’altra formazione. La cattedrale è circondata, hanno vietato che arrivino acqua e cibo, hanno minacciato tutti i commercianti che vendono prodotti alimentari nei pressi della chiesa. Il 13 maggio, le zone islamiche della città sono state abbandonate dalle forze Minusca (Missione Onu in Centrafrica) e immediatamente attaccate dalle milizie cristiane. Noi abbiamo così deciso di aprire le porte della cattedrale e ospitarli tutti, e siamo andati a prelevarli direttamente per evitare un massacro. Al momento ci sono 2100 musulmani, tra questi, moltissimi bambini. Ma l’assedio dura da oltre due mesi e la situazione sta precipitando».

Non sono solo i musulmani a essere terrorizzati…
«No, qui ormai il terrore è trasversale: al momento le parlo da un campo di sfollati non musulmani mentre stamattina ho fatto visita a un campo di musulmani. La gente non ne può più, il 50% della popolazione è fuggita e ha superato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove, peraltro, la situazione è molto instabile. Non sono solo le varie milizie cristiane o musulmane a fare paura. Molta gente, in realtà, teme di più i soldati della Minusca».

Quelli che dovrebbero garantire la pace?
«Sì proprio loro. Il contingente è formato da giovani marocchini, tutti musulmani. Si tratta di una forza inefficace se non dannosa. Non penso sia sensato inviare in un Paese dove c’è una radicalizzazione etnico-religiosa un contingente interamente musulmano, non credo si trovi nella migliore posizione per fare mediazione tra due fazioni al momento così ostili. I nostri concittadini sono ormai il bersaglio incrociato di varie entità, incluse le truppe Onu. È una specie di “tutti contro tutti” che peggiora una situazione già sull’orlo del baratro».

Il complesso quadro della situazione, in cui è ormai difficile distinguere chi combatte contro chi e le appartenenze entico-religiose, è ben rappresentato da un terribile episodio avvenuto poco più di una decina di giorni fa, che ha innescato un domino di reazioni molto violente. Lo scorso 21 luglio alcuni soldati anti-Balaka (cristiani) hanno rapito una ragazza di fede islamica incinta e un gruppo di giovani musulmani, in risposta, ha sequestrato le famiglie di due operatori della Caritas, in tutto una trentina di persone. La Minusca (come detto, interamente formata da islamici) è intervenuta riuscendo a liberare tutti e i giovani estremisti, furibondi, si sono diretti verso la cattedrale (che offre rifugio a migliaia di musulmani ma che è assediata da truppe cristiane) cercando di appiccare incendi e distruggendone varie parti. La tensione è salita ulteriormente e alcuni effettivi della forza Onu hanno reagito seminando il terrore in città e uccidendo anche civili inermi.

Poco più di un mese fa è stato siglato a Roma un accordo di pace tra le varie fazioni in conflitto…
«Sì ma purtroppo per il momento non funziona per niente. Alcuni dei giovani appartenenti alle milizie probabilmente non hanno neanche saputo dell’accordo. Continua a esserci una enorme dose di violenza che porterà tutti noi alla cecità. Forse l’accordo di Sant’Egidio un giorno sarà efficace, lo speriamo tutti. Per il momento nessuno dei gruppi armati ci crede davvero. Due formazioni, peraltro, quella di Noureddine Adam, sostenuto dal presidente del Ciad, che opera nel nord, al confine settentrionale con il Ciad, e l’Upc di Ali Darass, una milizia molto violenta in gran parte composta da una etnia nomade, non lo hanno neanche firmato».

Che cosa spera che succeda da ora in poi?
«Concretamente credo che il governo debba immediatamente inviare qui un prefetto militare che prenda il potere totale e faccia capire che lo Stato, a differenza di quello che ormai credono tutti, non è assente. Inoltre spero che al più presto cambi la composizione delle truppe Minusca, che vengano, come sembra, militari dal Gabon, dal Bangladesh, dal Ruanda. Per quanto riguarda i marocchini spero che vadano via al più presto: mi creda, al momento sono detestati e di poco aiuto.

Fino alla fine, però, continueremo a ripetere che con la pace si vince tutto, con la guerra si perde tutto. Da anni vediamo sangue sparso ma non cesseremo mai di lanciare un appello alla fratellanza, al dialogo. Non sono solo le armi a essere “armate”, anche i nostri cuori e dobbiamo fare di tutto perché si disarmino al più presto. Le gente vuole vivere in pace e noi questo chiediamo al Signore, senza distinzione tra religione, etnia o stato sociale».


Luca Attanasio

lunedì 5 giugno 2017

Filippine. A Marawi i musulmani fanno da scudo ai cristiani contro il Daesh

Avvenire
Nella città, sotto attacco dei fondamentali, la popolazione in stragrande maggioranza islamica ha protetto i cristiani. E sta trattando la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici
Sfollati dalla città di Marawi, nell'isola meridionale
di Mindanao: il centro cona 200mila abitanti (Epa)
A Marawi si combatte ancora. Insieme alle informazioni frammentarie, emergono i racconti dei testimoni che raccontano la solidarietà della popolazione locale verso i cristiani, l’un per cento degli abitanti in questa roccaforte dell'islam filippino. 

All’alba di ieri, oltre 160 persone hanno scortato e nascosto ai jihadisti decine e decine di cattolici, affinché potessero lasciare la città. Nei giorni precedenti, in tanti hanno ospitato i cristiani nelle loro case per proteggerli dalla minaccia del Daesh. Come il politico Norodin Alonto Lucman che ha dato ospitalità a 71 cattolici o Leny Paccon, che ne ha alloggiati 44. 

Lo stesso vescovo De la Peña aveva evidenziato nei giorni scorsi come quella battezzata sia abitualmente una comunità “tutelata” e non “perseguitata” dai concittadini musulmani. Alcuni notabili islamici sarebbero coinvolti anche nelle trattative per la liberazione del vicario episcopale e di 14 cattolici presi in ostaggio.
I militari, che avrebbero voluto chiudere venerdì la partita iniziata il 23 maggio con il gruppo Maute legato al Daesh, hanno ammesso ieri che la presenza dei guerriglieri in città resta “consistente”.

Un rischio per migliaia di individui in molti casi ridotti alla fame che non sono riusciti a fuggire. Sarebbero 3.000 i civili secondo l’amministrazione della Regione autonoma di Mindanao musulmana di cui Marawi fa parte. Da venerdì i soldati impegnati nella riconquista delle aree occupate ne hanno liberati almeno 200, ma vi sono state vittime in altri tentativi data la presenza di cecchini che colpiscono anche i civili. 

La situazione di Marawi avrebbe incentivato, come rivendicato dal Daesh, l’azione del “lupo solitario” che dopo la mezzanotte di giovedì ha attaccato a Manila il casinò del Resorts World provocando 38 morti. Ancora ieri il presidente Rodrigo Duterte ha ribadito la posizione ufficiale che si sia trattato di un tentativo di rapina, ma restano forti dubbi e anche il presidente della Camera, Pantaleon Alvarez, ha apertamente dichiarato di non credere all’azione isolata di un criminale ma invece a un atto terroristico.

sabato 3 giugno 2017

Mosul, i ragazzi musulmani aiutano a ricostruire una chiesa distrutta dall'Isis

La Repubblica
Il monastero di San Giorgio era stato gravemente danneggiato dagli jihadisti dell'Isis nel 2015. Oggi un gruppo di giovani islamici è accorso in aiuto della comunità cristiana per ricostruire l'antico edificio



Due religioni, un solo obiettivo: dimostrare che a Mosul possono convivere tutti, a prescindere dal dio che si prega. Nella città irachena, rimasta ostaggio per circa tre anni dello Stato Islamico, un gruppo di giovani musulmani ha deciso di aiutare la comunità cristiana a sistemare il monastero di San Giorgio che era stato danneggiato dai miliziani dell'Isis nel 2015. Così, insieme, si sono rimboccati le maniche e hanno ripulito parte dei locali interni della struttura liberata quest'anno dalle forze curde e alleate.


La storia è stata documentata dalla pagina Facebook "This is Christian Iraq" che in un post ha spiegato come a spingere i ragazzi alla mobilitazione sia stata la volontà di smentire una falsa voce che circolava in città e che vedeva i musulmani del quartiere Al Arabi, dove sorge l'antico monastero, protagonisti di angherie e vessazioni nei confronti di una famiglia cristiana. "Questo gesto è la prova che Mosul è nostra e vostra - si legge nella pagina Facebook - è il segno che le nostre differenze sono la nostra forza".

Il monastero, costruito nel X secolo, appartiene all'Ordine antoniano di sant'Ormista dei caldei. Dopo la sua conquista, i miliziani decisero di usarono come prigione. Nel dicembre 2015, vi portarono almeno 150 prigionieri, compresi alcuni capi tribù sunniti che si erano opposti alla presenza dello Stato Islamico, ed ex membri degli apparati di sicurezza iracheni, detenuti in precedenza nella prigione di Badush.

Tra gli scatti diffusi su Facebook ce n'è uno che immortala due giovani mentre ergono, sul tetto dello stabile, un grande crocifisso. Lo stesso che nel marzo di due prima gli jihadisti avevano buttato giù, non paghi di aver devastato già la facciata della struttura, rinomata per la sua configurazione architettonica in cui mattoni e aperture sono disposti per disegnare una grande croce.

Sorte, quella della devastazione e del saccheggio, condivisa anche da altre chiese irachene, soprattutto quelle dei territori finiti sotto il controllo dello Stato Islamico. Un esempio tra tutti è Qaraqosh, città da sempre punto di riferimento dei cristiani iracheni, liberata a ottobre 2016. Dove quest'anno, per la prima volta dal 2014, i cristiani hanno potuto nuovamente celebrare il Natale e la Pasqua.

mercoledì 24 maggio 2017

Centrafrica, vescovo e cristiani fanno da scudo ai musulmani

Avvenire
Per scongiurare ulteriori stragi, monsignor Aguirre ha protetto la comunità in Centrafrica. Barricati in moschea nel sud del Paese per evitare una strage.




«Sto molto bene. Ma mi sono messo a fare da scudo affinché non vengano uccisi 500 donne e bambini all’interno di una moschea. Insieme ad altri, siamo qui da tre giorni. Raccogliamo feriti e cadaveri. Finora abbiamo contato 40 morti e cento feriti». 


Questa è una parte del messaggio telefonico inviato mercoledì alla famiglia da monsignor Juan-José Aguirre, vescovo spagnolo della cittadina di Bangassou, nel sud della Repubblica Centrafricana. Parole preoccupanti che però, grazie al coraggio di questo religioso e di pochi altri come lui, hanno incontrato, alla fine, una conclusione buona.

Almeno per ora. «Sono arrivati i caschi blu portoghesi – ha potuto spiegare padre Aguirre –. E il cardinale Dieudonné Nzapalainga sta negoziando con i ribelli anti-balakà per far evacuare la gente in sicurezza». 

Da più di una settimana si sono riaccesi pericolosi focolai di guerra nel Paese. La regione di Bangassou, presa recentemente di mira dagli anti-balakà a maggioranza cristiana, è tra le più tese. «Juan sta aiutando da tempo musulmani e cristiani a riconciliarsi – spiega il fratello, Miguel Aguirre –. Lui vuole far conoscere la realtà centrafricana poiché il Paese è invisibile agli occhi del mondo nonostante le continue gravissime sofferenze». Dal 2000, anno in cui diventò capo della diocesi di Bangassou, il comboniano Aguirre ha lanciato diverse iniziative per migliorare la società di tale provincia centrafricana.

Durante la sua permanenza sono stati istituiti asili, scuole, ospedali, orfanotrofi, spazi Internet e un centro di salute per i malati di Aids. «Monsignor Aguirre non ha mai lasciato la popolazione, né durante gli attacchi dei famigerati ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) né quando gli insorti dell’ex coalizione musulmana Selekà avanzavano nel 2013 per effettuare il colpo di Stato», spiega l’operatore (che chiede di restare anonimo) di un’organizzazione non governativa. L’opera del religioso per assistere i cristiani della cittadina e promuovere la riconciliazione delle due comunità religiose ha avuto esiti molto positivi ed evitato ulteriori massacri nella regione. Il fratello del vescovo racconta che «i milizia- ni anti-balakà in questi giorni erano entrati a far parte di gruppi armati provenienti dalla capitale, Bangui».

«Non erano originari della zona in cui lavora Juan-José», sottolinea Miguel Aguirre. La crisi mel Paese si sta aggravando velocemente. Secondo il Comitato internazionale della croce rossa (Cicr) sono almeno 115 i cadaveri ritrovati dopo gli ultimi massacri a Bangassou. Vari gruppi di miliziani hanno preso di mira anche la missione Onu nel Paese (Minusca) uccidendo cinque caschi blu il 9 maggio nel villaggio di Yogofongo e un altro soldato Onu nei i combattimenti di Bangassou. «La calma raggiunta a Bangui e in altre cittadine del Paese rischia di essere coperta dall’aggravarsi della situazione nelle zone rurali - ha detto ieri Zeid Raad al-Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani –. I cittadini indifesi, come sempre, pagheranno il prezzo più alto per l’aumento di violenze tra le comunità».


Matteo Fraschini Koffi, Lomé (Togo)

giovedì 16 febbraio 2017

Iraq - Mosul - Volontari musulmani restaurano una chiesa e invitano i fratelli cristiani a tornare. Mosul ha bisogno di loro.

Il Post Internzazionale
“Questo è un messaggio ai nostri fratelli cristiani perché tornino alle loro case, Mosul ha bisogno di loro”, ha detto uno dei volontari

Diversi volontari musulmani hanno cominciato la restaurazione di una chiesa nella parte orientale di Mosul, in Iraq, recentemente sottratta ai miliziani del sedicente Stato islamico.

Si tratta di una cinquantina di giovani iracheni che ripuliranno e risistemeranno la chiesa della Vergine Maria nel quartiere di Dergazliya, che durante l’occupazione dell’Isis era stata trasformata in una sede della polizia morale. Molti altri luoghi di culto, sia chiese che moschee, sono state distrutte dai miliziani jihadisti.

“Abbiamo deciso di assumere un ruolo diretto per ripulire la nostra città”, ha detto Maher al-Obaidi, a capo della Rete delle organizzazioni della società civile. “Adesso è il momento di ripulire e risistemare moschee, chiese e altri luoghi di culto”. 

Tutti i volontari all'opera sono musulmani, perché i membri delle altre comunità sono stati cacciati dalle loro case dai miliziani di Daesh (acronimo arabo che indica l’Isis, ndr) e ancora non si sentono sicuri a tornare”, ha aggiunto Obaidi.

“Questo è un messaggio ai nostri fratelli cristiani perché tornino alle loro case, perché Mosul ha bisogno di loro”, ha confermato Mohammad Badrany, dell'Ong Ramah, che collabora all'iniziativa.

L'offensiva per espellere l'Isis dalla sua capitale irachena è cominciata il 17 ottobre 2016. Il 18 gennaio 2017 le forze irachene avevano annunciato di aver completato la riconquista di Mosul est, sulla sponda orientale del Tigri.

lunedì 30 gennaio 2017

Mosul. Georgette, la cristiana nascosta al Daesh per due anni dagli amici musulmani

Avvenire
La donna, lievemente inferma, nel 2014 non riuscì a fuggire con i parenti da Telkeif, in mano al Califfato. Una famiglia islamica per due anni l'ha tenuta nascosta a rischio della vita
La cristiana Georgette Hanna ha 60 anni: per due anni è sopravvissuta in clandestinità a Mosul
Nascosta per due anni e mezzo a Telkeif, a 15 chilometri da Mosul caduta in mano agli uomini con le bandiere nere del Daesh. Georgette Hanna, 60 anni, è una sorta di Anna Frank cristiana, però sopravvissuta alla barbarie del Califfato islamico grazie a una famiglia di amici musulmani che l’ha ospitata in casa a rischio della vita. Georgette in buona salute, rivela il sito di «Mondo e missione», è stata ritrovata solo pochi giorni fa dalle forze di sicurezza irachene.
Nell’agosto del 2014 anche a Telkeif, come ben presto nel resto della Piana di Ninive, giunsero i guerriglieri di Abu Bakr al-Baghdadi che due mesi prima avevano preso il controllo di Mosul. Subito l’ordine gridato strada per strada o scritto su volantini a tutti i cristiani: andatevene subito se non volevano essere uccisi. Una fuga obbligata, una deportazione forzata anche di tutti i parenti di Georgette. Ma la donna, lievemente inferma, non era certo in grado di camminare per una trentina di chilometri nel deserto fino a Erbil. Così la famiglia di amici musulmani le ha aperto la porta di casa e le ha dato rifugio. Un gesto che altri musulmani, a Mosul e dintorni, hanno pagato con la vita ij questi ultimi due anni.

Il terrore era tale - si legge su “Al-Jaraby al-Jadeed” che per primo ha lanciato la notizia - che Hanna ha preferito tenere sempre il velo in testa anche quando sono arrivate le forze di Baghdad. Temeva che anche quelli, in realtà, fossero uomini del Califfato. Solo quando ha capito che l’incubo era finito ha rivelato la sua identità: cristiana vissuta come murata viva e salvata dai suoi amici. Ora Hanna, ritornata dai suoi parenti, può raccontare di aver conosciuto dei «giusti dell’islam».

Luca Geronimo

domenica 29 gennaio 2017

Stop ai rifugiati, caos negli aeroporti. Un Giudice di New York contro Trump: "No alle espulsioni"

Rai News 24
Reazioni al giro di vite del presidente degli Stati Uniti sugli ingressi, monta la protesta e arrivano i primi ricorsi.

Donald Trump chiude le porte dell'America e in tutto il mondo si fanno sentire le conseguenze del suo ordine esecutivo che mette al bando gli immigrati da 7 paesi musulmani. Proteste, ricorsi legali e caos negli aeroporti dopo il congelamento per tre mesi degli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica e per quattro mesi del programma dei rifugiati. Immediata la replica dell'Onu: l'Organizzazione internazionale per le migrazioni e l'Alto commissariato Onu per i rifugiati hanno chiesto agli Usa di rispettare "la lunga tradizione di proteggere coloro chefuggono da conflitti e persecuzioni".
C'è un giudice a New York: "No a espulsioni rifugiati paesi islamici" La pioggia di ricorsi legali contro la decisione di Trump ha portato a un primo verdetto: Ann donnelly, giudice federale di New York, ha emesso un'ordinanza di emergenza che temporaneamente impedisce agli Stati Uniti di espellere i rifugiati che provengono dai sette paesi a maggioranza islamica soggetti all'ordine esecutivo emanato dal presidente. L'ordinanza di emergenza del giudice Donnelly annulla una parte dell'ordine esecutivo del presidente Donald Trump sull'immigrazione, ordinando che i rifugiati e altre persone bloccate negli aeroporti degli Stati Uniti non possono essere rimandate indietro nei loro paesi. Ma il giudice non ha stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti ne' ha emesso un verdetto sulla costituzionalita' dell'ordine esecutivo del presidente.
I legali che hanno citato in giudizio il governo per bloccare l'ordine della Casa Bianca hanno detto che la decisione, arrivata dopo un'udienza di urgenza in una corte di New York, potrebbe interessare dalle 100 alle 200 persone che sono state trattenute al loro arrivo negli aeroporti statunitensi sulla base dell'ordine esecutivo che il presidente Donald Trump ha firmato venerdi' pomeriggio, una settimana dopo il suo insediamento.

Ricorsi e proteste negli aeroporti Usa 
Vari rifugiati e migranti sono stati fermati al loro arrivo negli aeroporti degli Stati Uniti, in applicazione dell'ordine firmato dal presidente Donald Trump che impedisce l'ingresso negli Usa ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana. Lo hanno riferito i media locali. Gli avvocati di due iracheni, trattenuti nell'aeroporto di New York, hanno presentato ricorsi davanti ai giudici per ottenere la liberazione. Attualmente non è noto quanti siano i rifugiati che sono stati fermati nelle ultime ore negli Usa. È noto però che un iracheno fermato nello scalo JFK di New York lavora per il governo americano nel suo Paese da dieci anni, hanno spiegato i suoi avvocati. Un altro iracheno viaggiava per riunirsi con la moglie e il figlio, rifugiati dopo aver collaborato con l'esercito americano. Secondo le carte presentate in tribunale, i due avevano tutte le carte in regola per essere ammessi e nessun motivo che giustifichi la detenzione. Gli avvocati denunciano anche che non è stato loro consentito incontrare i loro assistiti e che quando hanno domandato agli agenti di frontiera a chi dovessero parlare per discutere il caso è stato loro risposto: "Al presidente, chiamate il signor Trump".

Ammesso un iracheno. 
Si può decidere caso per caso È stato rilasciato Hameed Khalid Darweesh, uno dei due cittadini iracheni in possesso di visto per entrare negli Stati Uniti, arrestati al loro arrivo a New York in seguito al decreto di Trump. Lo scrive la Cnn online. L'uomo, che ha lavorato come interprete per conto del governo Usa in Iraq per 10 anni, ha avviato insieme all'altro iracheno fermato un'azione legale contro il presidente americano, poiché in possesso di visti validi. "L'America è la terra della libertà", ha detto ai giornalisti Darweesh in aeroporto poco dopo la sua liberazione. "L'America è la più grande nazione". Una fonte a conoscenza del caso ha confermato che a Darweesh sarà consentito entrare negli Stati Uniti in base alle disposizioni di Trump che permettono ai dipartimenti di Stato e alla Homeland Security di ammettere gli individui negli Stati Uniti sulla base di una procedura caso per caso. 

L'ordine esecutivo di Trump Donald 
Trump ha firmato un ordine esecutivo "per tenere i terroristi dell'Islam radicale fuori dagli Usa". 
Si tratta dell'annunciato decreto sui "controlli accurati" per i rifugiati che arrivano da Paesi considerati a rischio. La firma è avvenuta al dipartimento della Difesa, dove si è svolta la cerimonia formale del giuramento del nuovo capo del Pentagono, James Mattis. "Non vogliamo terroristi nel nostro Paese - ha detto Trump - non dimenticheremo la lezione dell'11 settembre, non solo a parole ma anche con azioni". L'ordine esecutivo è stato denominato "Protezione della nazione dall'ingresso di terroristi stranieri negli Stati Uniti". 

Divieto riguarda anche persone con doppia nazionalità 
Il divieto all'ingresso negli Usa per i cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana riguarda anche coloro che hanno doppio passaporto. Lo ha riferito il Wall Street Journal, citando un comunicato che dovrebbe essere pubblicato dal dipartimento di Stato. La misura andrebbe oltre il divieto imposto a Iraq, Iran, Somalia, Sudan, Siria, Libia e Yemen. 
Il divieto temporaneo riguarderebbe qualsiasi cittadino originario di tali Paesi, anche se in possesso di passaporto di un'altra nazione. Per esempio, un iracheno con seconda nazionalità britannica non potrà entrare negli Usa utilizzando il passaporto del Regno Unito, che sinora permetteva di viaggiare senza visto. Invece, la misura non si applicherà ai cittadini statunitensi che abbiano anche la nazionalità di uno dei sette Paesi. 

L'Iran applica la reciprocità 
"La Repubblica islamica dell'Iran, pur nel rispetto del popolo americano e per difendere i diritti dei suoi cittadini, ha deciso di applicare il principio di reciprocità dopo la offensiva decisione degli Stati Uniti nei riguardi dei cittadini iraniani fino a quando la misura non sarà revocata". Lo ha reso noto il ministero degli Esteri in un comunicato diffuso dalla televisione di Stato. 

Trump: non è messa al bando dei musulmani 
La risposta del presidente degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Trump ha detto: " Il mio ordine esecutivo non è una messa al bando dei musulmani". Il divieto di immigrazione dai sette paesi islamici "sta funzionando molto bene", ha aggiunto il presidente degli Usa. 

venerdì 9 dicembre 2016

Israele: "Donne per la pace" - 4 mila: cristiane, ebree e musulmane marciano per la pace.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nel 2014 in Israele è nato il movimento delle “donne per la pace”, Women Wage Peace, che nell’ottobre 2016 ha raccolto in una marcia per la pace dal nord di Israele a Gerusalemme circa 4mila donne coraggiose di diverse religioni.


In quell’occasione si è creata un alleanza fra cantanti folk sia israeliane sia palestinesi che hanno composto e cantato la Preghiera delle Madri e ne hanno fatto un video.
Le riprese sono state fatte nel deserto che si trova a nord del Mar Morto, richiamando il lungo cammino biblico degli ebrei nel deserto per passare dalla schiavitù egiziana alla libertà.
Della marcia delle madri ha parlato anche l’Osservatore Romano:
«È molto di più di un flash mob, spiegano le attiviste di Women Wage Peace, un movimento senza leader organizzato grazie al passaparola che corre sui social network. Lo dimostrano i numeri – ha scritto il quotidiano della Santa Sede – : migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane hanno camminato insieme in Israele per la pace durante l’ultima iniziativa dell’ottobre scorso, una marcia verso Gerusalemme lunga duecento chilometri.


Accanto a loro c’era anche Leymah Gbowee, Nobel per la pace nel 2011 per la promozione della riconciliazione nel suo paese, la Liberia, alla fine della guerra civile del 2003.
Le manifestazioni per chiedere dialogo e concrete soluzioni per porre fine ai conflitti sono iniziate dopo lo stallo delle trattative del 2014: «Non ci fermeremo – si legge nel sito dell’organizzazione – finché non sarà raggiunto un accordo politico che porterà a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti un futuro sicuro».

Fonte: Avvenire.it

sabato 30 luglio 2016

Anche i musulmani italiani domenica 31 luglio visiteranno le chiese

Ansa
L'iniziativa, partita dalla Francia, di proporre ai musulmani di partecipare alla Messa, è sostenuta anche dalla comunità italiana

Un musulmano osserva un minuto di silenzio davanti alla
chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray - Ansa/Epa
La comunità musulmana di Saint-Etienne-du-Rouvray ha negato la sepoltura ad Adel Kermiche, uno due assassini del prete Jacques Hamel. Lo riferisce Le Parisien. "Quello che ha fatto è un gesto impuro. Non vogliamo macchiare l'islam", ha detto Mohammed Karabila, presidente del consiglio regionale islamico della Normandia e direttore della moschea Yahya di Saint-Etienne-du-Rouvray. "Non parteciperemo né al lavaggio, né alla sepoltura nel caso in cui venga richiesto dalla famiglia", ha aggiunto.

La Coreis (Comunità Religiosa Islamica) Italiana "sostiene e condivide pienamente la presa di posizione espressa nel comunicato dell'Ihei, organo che partecipa attivamente alle concertazioni con il ministero dell'Interno della Repubblica Francese, e darà seguito anche in Italia a questa iniziativa di testimonianza di fratellanza spirituale: domenica 31 luglio - annuncia una nota -, prima della Santa Messa, delegati della Coreis porteranno il saluto in chiesa al vescovo e al parroco nelle seguenti città: Roma, Milano, Novara, Genova, Verona, Sondrio, Ventimiglia, Brescia, Vicenza, Fermo, Siena, Piacenza, Brindisi, Palermo e Agrigento".

"Ci sembra fondamentale in questo momento drammatico - sottolinea La Coreis - dare con questo saluto dei musulmani d'Italia un segno concreto di profondo rispetto della sacralità dei riti, dei ministri e dei luoghi di culto del Cristianesimo dove i fedeli e i cittadini ricevono le benedizioni della comunione spirituale".
Intervistato da Skytg24 il cardinal Bagnasco ha proposito dei rischi che provengono dal terrorismo anche per i luoghi di culto cattolici, ha detto di non vedere il motivo "di una militarizzazione delle chiese". Secondo l'Arcivescovo di Genova, anche dopo i fatti di Rouen, emerge che "l'Italia ha sempre mostrato grande capacità di accoglienza ma anche di attenzione e intelligence. Naturalmente non si può abbassare la guardia, bisogna essere sempre attenti, collaborare con l'Europa. Ma non bisogna avere paura, perché altrimenti si fa il gioco", di questi "fanatici omicidi".

Portavoce Cei: 'Sarebbe gesto enorme se musulmani'
L'appello del Centro per il culto musulmano francese, fatto proprio anche dall'italiana Coreis, affinché i musulmani siano domenica a messa per dare ai cattolici un segno di solidarietà "è un gesto enorme, mette fuori gioco chi vuole dividere, chi vuole una strategia del terrore". Così il portavoce Cei, don Ivan Maffeis, commenta con l'ANSA l'invito delle comunità musulmane ai fedeli per domenica. "Il presidente Bagnasco aveva chiesto un segno, di far sentire la loro voce" perché "la strada non sono i muri" ed "è arrivato".

"Il gesto è di alto valore simbolico, però si dovrebbe unire ad un'azione di vera conoscenza reciproca". Così Omar Camilletti, della Grande Moschea di Roma, commenta l'iniziativa.

"Penso che bisogna andare oltre questo. Faccio un esempio: qui alla moschea - dice Camilletti a Radio Vaticana - riceviamo circa 30 mila visitatori l'anno. Quest'anno il numero è sensibilmente diminuito, forse la metà. Sono scuole di tutta Italia, tutta Europa. Penso che una vera azione sarebbe quella di portare dei ragazzi musulmani, dei fedeli musulmani, in visita alle chiese tutto l'anno - dice il rappresentante della Grande Moschea di Roma -, non solo questa domenica, perché molti ragazzi, molte ragazze ignorano il fatto che questo Paese abbia migliaia di chiese e che l'identità cristiana sia comunque l'identità religiosa della maggioranza del Paese. Quindi bisogna favorire ogni proposizione di incontro".

venerdì 29 luglio 2016

Invito Cfcm - I musulmani di Francia: domenica tutti a Messa per essere vicini ai cristiani

Globalist
La comunità islamica ha condannato duramente l'assassinio di padre Jacques Hamel



E' un gesto forte. Denso di significato, che forse qualcuno cercherà di strumentalizzare in un senso o nell'altro: il consiglio francese del culto musulmano ha invitato i responsabili delle moschee, gli Imam e i fedeli musulmani di recarsi "domenica mattina", 31 luglio, a messa, magari nella chiesa più vicina a casa loro, per esprimere "solidarietà e cordoglio" dopo il "vile assassinio" di padre Jacques Hamel.
E' il contenuto di una nota diffusa dallo stesso Cfcm.
Per l'organismo si tratta di un modo per esprimere "nuovamente" l'appoggio della comunità dei "musulmani di Francia" "ai nostri fratelli cristiani".

venerdì 29 aprile 2016

Ebrei e arabi non furono sempre nemici - di Andrea Riccardi

www.riccardiandrea.it

Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati
Sembra che tra ebrei e arabi, da sempre, ci sia stata una storia conflittuale. Non è così in modo assoluto. Lo dimostra il grande islamologo Bernard Lewis, identificando una consistente tradizione giudeo-islamica nei secoli passati. Anzi gli ebrei nel mondo arabo e turco furono all'inizio poco permeabili al sionismo. I problemi vennero con la diffusione dell'antisemitismo di marca europea e con gli insediamenti ebraici in Palestina. Negli anni Venti ci furono traduzioni in arabo del testo antisemita I Protocolli del Savi di Sion fatte da alcuni cristiani: poi il testo fu rilanciato più volte da traduttori ed editori musulmani. Cominciò un periodo assai difficile. Ci furono pogrom antiebraici, prima della nascita dello Stato d'Israele, nell'Algeria francese nel 1934 a Costantina e in Iraq nel 1941.

Progressivamente gli ebrei acquistarono un'immagine negativa nel mondo arabo e poi in quello islamico. Il gran muftì di Gerusalemme, Amin al-Huseini (1895-1974), si fece propagandista di un'aggressiva campagna antiebraica, alleato con Hitler e Mussolini. Durante la seconda guerra mondiale, lavorò tra i musulmani dei Balcani, dove guidò il reclutamento di una divisione di più di 20.000 SS musulmani, responsabili di stragi di ebrei e serbi in Bosnia.

Ma la storia non è tutta uguale. Bisogna scrutarla in tutti i suoi aspetti. Nei Balcani, ci sono stati "giusti" musulmani che salvarono gli ebrei. In Bosnia, vivevano 14.000 ebrei e ne morirono ben 12.000 nella Shoah. Alcuni si salvarono però grazie a musulmani non intossicati dalla propaganda di Amin al-Huseini, ma convinti che aiutare gli ebrei fosse un dovere umano e religioso. La famiglia musulmana Hardagan abitava davanti al comando della Gestapo a Sarajevo: avvertiva gli ebrei delle retate che partivano da lì. Non solo, ma accolse un ebreo, Yossef Kabilio: «Voi siete nostri fratelli», gli disse Zejneba Hardagan. Questa lo riscattò quando fu arrestato per strada, corrompendo uno stupefatto ufficiale tedesco. Il padre di Zejneba, Ahmed Sahadik, per l'aiuto agli ebrei, fu portato in campo di concentramento dove morì (il nome è ricordato tra i caduti della Shoah di Sarajevo). Forse vari giusti musulmani morirono nel famigerato campo croato di Jasenovac, seppure se ne ignorano le storie. Zejneba fu la prima tra i musulmani nella lista dei giusti a Yad Vashem nel 1985: negli anni Novanta trovò rifugio in Israele con la famiglia, quando Sarajevo fu colpita dalla guerra.

In Albania, ci fu un'unanime protezione degli ebrei, tanto che durante la guerra ai duecento locali se ne aggiunsero altri duemila. «Sono sempre stato un musulmano devoto... tutti gli ebrei sono nostri fratelli», dichiarò Beqir Qoqja, sarto di Tirana, che aveva nascosto un ebreo, a cui riconsegnò l'oro depositato presso di lui. Un musulmano di Valona, che aveva salvato una famiglia di ebrei quando, finito il comunismo, poté andare a Gerusalemme, affermò mentre lo proclamavano giusto: «Può darsi che voi lo chiamiate spirito umanitario. Per me vale la nostra religione musulmana...».

Non bisogna sottovalutare le motivazioni religiose. Non mancano giusti turchi, anche perché la Turchia ha una storia positiva con l'ebraismo. Il console turco a Rodi, Selahattin Ulkumen, salvò 63 famiglie ebraiche dalla deportazione nazista nel 1944, in forza della cittadinanza turca di alcuni ed estendendola anche ad altri. Così fece anche, con molto coraggio, il console turco a Marsiglia, Necdet Kent, che sottrasse ottanta ebrei turchi agli SS. C'è anche un giusto arabo, il tunisino Khaled Abdelwahhab, che salvò una famiglia di una ventina di ebrei durante l'occupazione tedesca. Forse si scopriranno ancora vicende sommerse nel mondo musulmano, ancora ignote per il clima di ostilità. L'umanità, nel cuore dei conflitti, può prevalere sull'odio e sul fanatismo. Così dichiarano alcuni giusti: l'esercizio dell'umanità è animato dalla religione. Molto, nella storia, è complesso, non ideologico, anche in mezzo a tanti orrori.

Fonte: Religioni e Civiltà (Sette - Corriere della Sera) del 29 aprile 2016

lunedì 8 febbraio 2016

Kenya, muore insegnante musulmano. Salvò cristiani da al-Shabaab: "O ci uccidete tutti o nessuno"

La Repubblica
Salah Farah, dopo un mese all'ospedale di Nairobi, è deceduto per le ferite riportate. La polizia ha scortato la salma a Mandera, dove lavorava come vice preside in una scuola locale. Il capo delle forze dell'ordine: "E' un vero eroe. Morto per proteggere innocenti"
Salah Farah
Nairobi - Eroi che muoiono in silenzio. Come Salah Farah, un insegnante keniota di religione islamica, ucciso per aver protetto alcuni cristiani. Morto per salvare dalla morte un diverso paradiso.

Il 21 dicembre, al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di al-Qaeda, ha teso un'imboscata a un autobus che si stava dirigendo a Mandera, città nel nord-est del Kenya. Col volto coperto, armati, in tuta mimetica, i militanti hanno fatto scendere i passeggeri e cominciato la loro caratteristica conta mortale. I musulmani da una parte, i cristiani dall'altra, due gruppi separati per ucciderne uno solo, in nome della sharia. Ma questa volta i passeggeri musulmani si sono rifiutati di collaborare.

"Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci andare" ha raccontato Salah Farah al Daily Nation dopo l'attacco. Anche lui si trovava sul bus. "Appena abbiamo parlato hanno sparato a un ragazzo, e a me".

Il 18 gennaio, Farah, dopo un mese trascorso al Kenyatta National Hospital di Nairobi, è morto per le ferite riportate. La polizia ha scortato il suo corpo a Mandera, dove viveva e lavorava come vice preside in una scuola locale.

"E' un vero eroe" ha detto di lui il capo della polizia keniota, Joseph Boinnet, "è morto per proteggere innocenti".

"Siamo fratelli", ha detto Farah a Voice of America all'inizio di questo mese. "E' la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possono prendersi cura di noi".

Farah era musulmano, prima di morire ha fatto in tempo a raccontare che si era rifiutato di sacrificare i passeggeri cristiani perché credeva fermamente nella convivenza pacifica tra musulmani e non musulmani. E quel giorno sull'autobus non è rimasto solo, altri passeggeri musulmani a bordo lo hanno affiancato, dando i loro veli ai cristiani perché si confondessero, perché non fossero riconoscibili.
Mentre passeggeri e militanti si trovavano faccia a faccia, sulla strada polverosa era arrivato un camion. Sospettando fosse la polizia, i terroristi si erano nascosti dietro un cespuglio. Approfittando della pausa, i passeggeri erano saliti sul bus e scappati. Un vigile urbano e il conduttore del camion sono stati uccisi. Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità per l'attacco.
Nonostante gli sforzi da parte delle autorità del Kenya, al-Shabaab resta una minaccia grave. Separare musulmani e non musulmani durante gli attacchi è diventata la loro firma. All'inizio di quest'anno individui affiliati con il gruppo hanno preso d'assalto i dormitori Garissa University, un piccolo college nel nord del Kenya, e ucciso 147 studenti. Hanno separato studenti non musulmani dai loro colleghi musulmani, poi li hanno massacrati. Nel novembre dello scorso anno, il gruppo ha rivendicato l'uccisione di 28 persone: anche loro erano su un autobus diretto a Mandera. Hanno subito la stessa esecuzione.

La scorsa settimana l'esercito è stato attaccato dei militanti in una delle sue basi in Somalia, subendo pesanti perdite. Da circa quattro anni Al-Shabaab sta attraendo un numero crescente di musulmani del Kenya da poco convertiti. Sembra che i combattenti kenioti costituiscano il 10 per cento del totale delle forze del gruppo, si tratta spesso di giovani appartenenti alle classi più povere del Kenya, e questo li rende particolarmente sensibili alle attività di propaganda e reclutamento. Un keniota pentito, ex membro del gruppo terrorista e che ora collabora con la polizia, ritiene che la formazione impieghi i kenioti per le azioni più pericolose, in modo tale che i membri storici del gruppo restino indenni.
La prima operazione importante dopo la fusione con al-Qaeda è stata l'attacco al centro commerciale Westgate Mall di Nairobi, in Kenya, iniziato il 21 settembre 2013 e terminato il 24 dopo ripetuti assalti delle forze di sicurezza keniane. Molti dei morti sono stati, secondo i testimoni, uccisi per non aver saputo rispondere a venti domande inerenti al recitare versetti del Corano o i nomi del profeta Maometto.

lunedì 28 dicembre 2015

Messa di Natale a Mazara del Vallo. In prima fila l'Imam a portare i saluti della comunità islamica

Vivi Mazara
Il giorno di Natale, i fedeli, che gremivano l’artistica chiesa di San Francesco, avevano notato in prima fila un musulmano che indossava gli abiti propri dei musulmani e si chiedevano il perché di quella presenza. L’Arcivescovo Vito Rallo, Nunzio Apostolico in Marocco, al termine dell’omelia, dopo aver rivolto gli auguri natalizi alla comunità cattolica, ha spiegato quella presenza, dicendo. “Oggi desideriamo ringraziare il Responsabile della Moschea di Mazara Vallo, Sig. Mohammed El Mriéh, che è venuto a presentarci gli auguri di buon Natale da parte della comunità musulmana mazarese.

Quando vivevo in Burkina Faso era del tutto normale che in occasione delle festività cattoliche i musulmani andassero a far visita ai cristiani e, viceversa, in occasione delle festività musulmane i cristiani rendessero visita ai musulmani.

Oggi, il nostro fratello Mohammed El Mriéh ci porta il saluto e gli auguri della comunità musulmana di Mazara del Vallo. Al contempo, desideriamo formulare i nostri migliori auguri alla comunità musulmana che, oggi, per una felice coincidenza di calendari, celebra la nascita del loro profeta Maometto. La sua presenza ci ricorda che non tutti i musulmani sono terroristi. I terroristi sono un gruppo di fanatici, che sono stati condannati dalle più alte autorità musulmane. L’Islam è una religione di pace e i musulmani desiderano vivere in pace e concordia con i fratelli cristiani. Insieme, testimoniando una religione di amore, pace e misericordia possiamo contribuire, praticando ognuno la propria fede, a costruire un mondo più fraterno e giusto.

Il nostro amico Mohammed El Mriéh è di origine marocchina, la sua presenza mi autorizza, pertanto, a far conoscere la lettera che il Ministro per gli Affari Islamici ha indirizzato all’Arcivescovo di Rabat. “Caro fratello nella fede, in occasione del nuovo anno, ho la gioia di augurare, a Voi e alla vostra comunità, e nell’espressione più condivisa, un gioioso natale e un felice anno nuovo. Per tutti coloro che credono nella speranza, la coincidenza, quest’anno, delle date delle due natività, la cristiana e la musulmana, e malgrado tanti avvenimenti tragici sulla terra, auspica un’era di migliore comprensione, di più umiltà e di riconoscimento giusto. Noi inauguriamo insieme giorni più lunghi di luce e sogniamo sempre una primavera dell’anima. Soltanto i negatori disperano della bontà divina”.

Cari amici, questo bel messaggio può essere fatto proprio anche da noi. Pertanto, auguro a tutti, cattolici e musulmani, buone feste alla luce della Bontà divina che nel Figlio suo ci mostra il suo amore per tutti gli uomini”.

I fedeli hanno manifestato il loro consenso al Messaggio del Ministro del Marocco e alle parole del Nunzio Apostolico augurando, con un forte applauso, buone feste alla comunità musulmana di Mazara del Vallo.

L’Arcivescovo Vito Rallo, Nunzio Apostolico in Marocco

venerdì 25 dicembre 2015

Kenya, musulmani fanno da scudo ai cristiani sul bus. In fuga terroristi islamici di Al Shabaab

La Stampa
«Ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare». Con questo gesto di estremo coraggio e lucida follia un gruppo di kenioti musulmani ha evitato l’ennesima carneficina di civili cristiani ad opera del gruppo jihadista somalo Al Shabaab.
I miliziani somali Al Shabaab sono stati messi in
fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri
La comitiva si trovava a bordo di un autobus nei pressi di El Wak, Nord del Kenya, a pochi chilometri dal confine con la Somalia, quando i guerriglieri hanno assaltato l’automezzo e hanno intimato ai passeggeri di scendere. Cristiani da una parte, musulmani dall’altra, in un rituale diventato ormai tragicamente comune in questa parte d’Africa. Inginocchiati, con un mitra alla nuca e ormai rassegnati alla morte, i kenioti cristiani, che stavano tornando a casa da Nairobi per celebrare il Natale, sono stati miracolosamente graziati dalla reazione inattesa dei connazionali musulmani, che si sono frapposti tra loro e i terroristi come scudi umani. Un gesto che ha messo in fuga i guerriglieri, basiti e frustrati da tanto coraggio. 

Durante l’assalto, in preda al panico, due kenioti, la cui confessione religiosa è ignota, hanno provato a scappare e sono stati uccisi. L’autista e altri due passeggeri sono stati feriti, ma non sembrano in pericolo di vita.

Una reazione estrema che dimostra come la popolazione del Nord del Kenya, prevalentemente musulmana e di origini somale, sia esausta dei ripetuti attacchi delle milizie jihadiste di Al Shabaab che stanno mettendo in fuga cristiani e non dall’arida e povera regione settentrionale del Paese.

Nel 2015, proprio a seguito di un’esecuzione a opera del gruppo fondamentalista islamico in cui erano stati divisi i cristiani dai musulmani, più di duemila persone tra maestri di scuola e operatori sanitari, anche occidentali, hanno deciso di abbandonare l’area per motivi di sicurezza. Un episodio identico, e con un finale ben più drammatico, si era verificato un anno fa, quando 36 cristiani kenioti, sempre a bordo di un pullman di ritorno per le festività natalizie, erano stati sequestrati dalle milizie somale. Non essendo in grado di recitare i versetti del Corano furono trucidati sul posto. È di otto mesi fa il dramma del campus dell’Università di Garissa: terroristi somali uccidero 147 ragazzi «colpevoli» di professare una fede differente da quella dei jihadisti.

Secondo i servizi di intelligence kenioti, nelle ultime tre settimane almeno 200 terroristi sarebbero entrati nel Paese. Un ulteriore incentivo al progetto del Presidente Kenyatta di realizzare un muro lungo tutto il confine tra Kenya e Somalia per provare ad arginare la minaccia terroristica.

giovedì 19 novembre 2015

I musulmani italiani in piazza a Roma contro gli atti di terrorismo a Parigi: "Not in my name"

ANSA
Roma - Continuano a crescere le adesioni alla manifestazione "Not in my name" indetta dai musulmani italiani e prevista per sabato prossimo, alle 15.00, in piazza Santi Apostoli a Roma contro ogni forma di forma di terrorismo e in segno di solidarietà con i terribili attacchi di Parigi del 13 novembre scorso.


"Noi musulmani d'Italia - si legge in una nota della Comunità Religiosa Islamica italiana (Coreis) - condanniamo con forza la recente strage di Parigi, esprimendo il più profondo sentimento di vicinanza al popolo francese e a tutti i familiari delle vittime così barbaramente uccise".

Crimini che non possono essere commessi in nome dell'Islam, sostengono in molti fedeli, a cominciare dall'ambasciatore saudita in Italia, Rayed Krimly, che in una nota scrive: "neppure gli animali ne' le belve potrebbero commettere atti simili a quelli perpetrati da terroristi che, senza senso, uccidono esseri umani innocenti". Per questo, "mi unisco con fermezza a tutta l'umanità nel celebrare la vita e nel difendere la nostra esistenza collettiva dal male assoluto del terrorismo". Tante le sigle e le associazioni musulmane che hanno raccolto l'invito a una mobilitazione "delle musulmane e musulmani che, isolando ogni pur minima forma di radicalismo, protegga in particolare le giovani generazioni dalle conseguenze di una predicazione di odio e violenza in nome della religione".

Promotori dell'iniziativa, fra gli altri, il segretario generale del Centro Culturale d'Italia della Grande Moschea di Roma, Abdellah Redouane, il responsabile della Confederazione Islamica Italiana musulmani dal Marocco, Zidane el-Amrani Alaoui, il presidente dell'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia, Izzedin Elzir, il vicepresidente della Coreis, l'imam Yahya Pallavicini e Omar Camiletti, Tavolo interreligioso di Roma. Dal canto suo, anche la Comunità del mondo arabo (Co-Mai) che aderisce all'appello, invita "tutti i cittadini arabi, musulmani, ebrei, italiani, stranieri a scendere in piazza alzando la propria voce". "Dobbiamo essere uniti contro il terrorismo e la violenza feroce che si abbatte sui civili di tutte le religioni", ha ricordato il presidente, Foad Aodi.

sabato 25 luglio 2015

Comunità Sant'Egidio - Durante il Ramadan feste e cene in tutto il mondo con i musulmani nel segno dell'amicizia e della pace

Vatican Insider
Con la “rottura del digiuno” la comunità organizza in tutto il mondo feste e cene con le comunità musulmane. «Sì alla pace, no alla violenza in nome della religione»


Momenti della cena dell'Iftar (fine del digiuno)
a Torpignattara Roma organizzato da Sant'Egidio
In un momento di profonda crisi in diverse aree del mondo, per gli scenari di guerra in Medio Oriente e in Africa, ogni gesto di amicizia può aiutare il dialogo, contribuire all’integrazione e realizzare una “pace preventiva”.

Ieri, con l’Aid-El-Fitr, la grande rottura del digiuno, nel carcere romano di Rebibbia, si è concluso un ciclo di appuntamenti promossi dalla Comunità di Sant’Egidio in tutto il mondo durante il Ramadan: momenti di festa e cene, alla fine o nel corso del mese (con l’Iftar, la rottura quotidiana del digiuno), offerte ai musulmani poveri di numerose periferie urbane in Asia, Africa, Europa e in alcune carceri italiane.
Festa dell'Aid el-Fitr nel carcere di Regina Coeli - Roma
A Giacarta, la capitale dell’Indonesia, come a Sargodha in Pakistan, a Milano come nel Cie di Ponte Galeria alle porte di Roma, sedersi a tavola insieme, cristiani e musulmani, aiuta il dialogo e fa cadere muri di diffidenza. Iniziative preziose anche per dissociare le religioni dal terrorismo e da ogni forma di violenza aprendo nuovi fronti per una maggiore conoscenza reciproca. E’ infatti l’ignoranza il peggiore nemico dell’integrazione: la “pace preventiva”, quella che può fare argine all’odio, nasce dall’incontro e dall’amicizia.

Festa dell'Aid el-Fitr a Barcellona - Spagna
In molti casi si tratta di feste organizzate nelle periferie urbane di grandi metropoli dove sono più forti le divisioni e più facile l’isolamento delle diverse comunità straniere. La Comunità di Sant'Egidio, presente da anni in queste città, offre un’opportunità a chi, pur osservando il digiuno, non ha i mezzi per fare festa insieme, da chi non ha casa a chi vive negli slums. Per carceri come Rebibbia o Regina Coeli, dove Aid-El-Fitr si è festeggiata mercoledì scorso con un centinaio di detenuti, è stato un momento di dignità che accompagna ad un futuro riconciliato.

giovedì 30 aprile 2015

Centrafrica, cristiani riparano una moschea distrutta. Una luce nel mezzo di una tragedia dimenticata

Tempi
Hanno estirpato le erbacce, raccolto le macerie, eretto una palizzata per riparare i muri danneggiati. Una quindicina di cristiani del Centrafrica, aiutati da alcuni musulmani, hanno proposto e portato a termine il restauro di una delle moschee devastate nella capitale Bangui durante le violenze che hanno sconvolto uno dei paesi più poveri del mondo.

CRISI POLITICA. La Repubblica centrafricana è piombata nella guerra civile il 24 marzo 2013 quando i ribelli islamici Seleka, sotto la guida di Djotodia, hanno deposto con un colpo di Stato il presidente Bozizé. Dopo circa otto mesi di torture e violenze terribili perpetrate da parte dei Seleka contro i cristiani, che rappresentano il 90 per cento della popolazione, le milizie animiste anti-balaka hanno reagito contro i Seleka e cominciato a perseguitare tutti i musulmani del paese con altrettante violenza e crudeltà.

L’INTERVENTO INTERNAZIONALE. Nonostante le missioni internazionali di Onu, Ue, Ua e Francia abbiano fermato i massacri indiscriminati, placando in parte gli anti-balaka e trasferendo i musulmani dalle zone più pericolose a quelle più sicure del paese, la violenza stenta a fermarsi. Nella capitale Bangui, ad esempio, i pochi musulmani rimasti vivono solo nel quartiere “Km 5″, dal quale non osano uscire per paura di essere uccisi.

MOSCHEA RESTAURATA. È in questo clima che un gruppo di cristiani ha voluto dare il proprio contributo «alla costruzione della pace», restaurando una moschea nel quartiere “Km 5″ distrutta nel giugno 2014. «Così come noi possiamo andare a Messa la domenica, vogliamo che i nostri fratelli musulmani abbiano i loro luoghi di culto dove possano pregare», spiega Lazare N’Djader, presidente del gruppo cristiano “Collettivo 236″. «Questa iniziativa è di matrice assolutamente volontaria. Abbiamo voluto contribuire al clima di riconciliazione e di coesione sociale e siamo fieri di vedere quanta gente ha partecipato». Quindici persone possono sembrare poche per parlare di «successo dell’iniziativa», ma bisogna considerare che nella terribile spirale di violenza che ha investito il Centrafrica, molti dei musulmani perseguitati erano stati fino a pochi mesi prima i persecutori dei cristiani.

«PAURA ESTIRPATA». Issani Maga, membro del comitato di gestione della moschea, ha ringraziato i giovani: «Questo gesto estirpa dai nostri cuori la paura». Non è la prima che i cristiani si muovono per promuovere la riconciliazione nazionale: a Bangui, l’arcivescovo Dieudonné Nzapalainga ha visitato in carcere due leader anti-balaka arrestati e ha spinto i cristiani della capitale a visitare e aiutare materialmente i ribelli Seleka rinchiusi nel campo Beal in stato di estrema miseria. Gesti simili di speranza sono stati promossi anche nella città di Bozoum.

TRAGEDIA DIMENTICATA. Il paese ha estremo bisogno di riconciliazione. Nel paese di circa 5 milioni di abitanti, mezzo milione è in fuga, 436 mila sono ancora sfollati e ben 2,7 milioni di persone necessitano aiuti umanitari. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha lanciato ieri un allarme, chiedendo l’invio di nuovi aiuti per evitare che il Centrafrica diventi la più grande emergenza umanitaria dimenticata del nostro tempo.

ELEZIONI E DIALOGO. Nei prossimi mesi sono in programma due appuntamenti cruciali per il processo di pace. A maggio ci sarà il Forum di Bangui sulla riconciliazione nazionale, che riunirà tutti i partiti politici per affrontare la crisi. Ad agosto invece gli abitanti saranno chiamati a votare per eleggere il governo che sostituirà quello provvisorio attuale, guidato da Catherine Samba-Panza. Non è chiaro però se gli sfollati e i rifugiati potranno partecipare a entrambi gli eventi.


Leone Grotti