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mercoledì 16 gennaio 2019

Dall'Egitto al Pakistan, quando gli Imam proteggono I cristiani

Famiglia Cristiana
Al Cairo, il 5 gennaio, lo sheikh Saad Askar ha sventato un attentato in una chiesa copta. Negli stessi giorni, oltre 500 guide spirituali islamiche pakistane hanno firmato la Dichiarazione di Islamabad contro la discriminazione religiosa, a difesa di tutte le minoranze, con un riferimento particolare ad Asia Bibi.


«Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l'uno dell'altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani». E' un messaggio forte, di grande speranza, quello lanciato dall'imam egiziano Saad Askar, ripreso dall'agenzia Asianews. Un richiamo al dialogo e all'unità tra fedeli di diverse religioni in un Paese che vive sotto la minaccia del terrorismo.

Lo scorso 5 gennaio, alla vigilia delle celebrazioni del Natale ortodosso, è stato proprio lo sheikh Saad Askar a sventare un attentato nella chiesa copta della Vergine Maria e Abu Seifin a Ezbat al-Haganah, nel quartiere di Nasr City al Cairo: l'imam e un dipendente della vicina moschea Diaa al-haq hanno notato dei movimenti sospetti di uomo con un pacco in mano nei pressi del luogo di culto. Ad accorgersi del tizio sospetto sono stati due studenti dell'università al-Azhar, che lo hanno visto scappare di corsa e hanno avvertito l'imam. Lo sheikh Askar ha così avvertito i fedeli copti del pericolo lanciando un grido di allarme dal suo microfono: "Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente". Lui stesso si è poi recato nel luogo dove il pacco era stato lasciato. Sul posto sono intervenuti gli agenti e purtroppo un artificiere è morto a causa dell'esplosione di una delle bombe che erano contenute nel pacco.
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Un appello alla tolleranza religiosa è stato lanciato, negli stessi giorni, in Pakistan: più di 500 imam del Paese hanno formato la Dichiarazione di Islamabad contro il terrorismo di matrice islamista, contro le violenze che vengono perpetrate in nome delle fatwa, gli editti emessi sulla base della legge coranica dagli ulema - ovvero gli esperti della legge religiosa islamica o sharia - più radicali, schierandosi contro la discriminazione di tutte le minoranze religiose - non solo cristiane - presenti nel Paese. Il documento riconosce che il Pakistan è un Paese multietnico e multireligioso, condanna gli omicidi compiuti "con il pretesto della religione", affermando che nessuna setta può essere dichiarata "infedele". Pertanto, nessun uomo, musulmano o di altra religione, può essere ucciso sulla base di sentenze emesse al di fuori dei tribunali e i fedeli di qualunque confessione hanno il diritto di vivere in Pakistan secondo le loro consuetudini religiose e culturali.

La Dichiarazione degli imam contiene inoltre un riferimento specifico al caso di Asia Bibi, la donna pakistana cristiana del Punjab arrestata nel 2009 e condannata a morte con l'accusa di blasfemia, assolta dalla Corte suprema a ottobre del 2018. La travagliata vicenda, tuttavia, non è ancora terminata: un gruppo di estremisti islamici ha presentato richiesta di revisione del verdetto e, fino al pronunciamento definitivo, Asia Bibi, che è stata scarcerata, è costretta a vivere in un luogo segreto.

La donna è stata arrestata sulla base della controversa legge contro la blasfemia, entrata in vigore nel Paese nel 1986 e che, nei casi più gravi, contempla la pena di morte. Asia Bibi nel 2010 è stata la prima donna condannata alla pena capitale sulla base di questa legge che, di fatto, si presta a molte strumentalizzazioni e in molti casi è un pretesto giuridico per colpire e punire le minoranze religiose, come i cristiani.


Giulia Cerqueti

martedì 6 giugno 2017

Gran Bretagna - 140 Imam rifiutano di eseguire la preghiera funebre per gli attentatori di Londra

La Repubblica
L'annuncio è stato dato dal Muslim Council of Britain che invita tutte le cariche religiose del Paese a unirsi al rifiuto


"Alla luce dei principi etici essenziali all'Islam, per gli attentatori non ci sarà la tradizionale preghiera funebre". Con queste parole un gruppo di oltre 140 imam e leader religiosi provenienti da tutto il Regno hanno rifiutato pubblicamente di seppellire i tre attentatori artefici dell'attentato al London Bridge e al Borough Maket.


La notizia è stata data dal Muslim Council of Britain che, sul proprio account Facebook, ha spiegato che la Salat al-Janazah, la preghiera islamica, è un rito che normalmente viene eseguito per ogni musulmano a prescindere dalle azioni compiute.

Con questa mossa, che il Muslim Council ha definito "senza precedenti", i religiosi non solo negano il rito, ma invitano anche le altre cariche religiose a fare altrettanto: "Chiediamo a tutte le autorità religiose del Paese di unirsi a questo rifiuto. Vi chiediamo di ritirare loro questo privilegio, perché queste azioni sono indifendibili e completamente in contrasto con gli insegnamenti elevati dell'Islam".

Il “Muslim Council of Britain” già all’indomani dell’attentato al London Bridge aveva preso posizione sul difficile momento che sta attraversando il Regno Unito. "Siamo profondamente feriti dalla serie di attacchi terroristici perpetrati da assassini che cercano di ottenere legittimità religiosa per le loro azioni. Cerchiamo di capire che ciò che fanno non ha né legittimità né la nostra simpatia. “Siamo scioccati, arrabbiati e terrificati che qualcuno possa aver compiuto tali atti. E per di più in nome della fede. È ingiustificabile, si legge nel comunicato stampa.

In questi anni religiosi e clerici musulmani della Gran Bretagna hanno sempre condannato gli attacchi terroristici. Più volte hanno sollecitato i membri della comunità a non partire per i paesi in guerra. Tra i precedenti c'è anche un video del 2014 con cui alcuni imam, sciiti e sunniti, esprimevano apertamente la loro condanna all'Isis. Azioni che ad alcuni di loro è costato l'inserimento nella lista dei musulmani "apostati" pubblicata dallo Stato Islamico nell'aprile 2016.

venerdì 5 agosto 2016

Imam in chiesa, successo dell'iniziativa, risorsa di pace per una convivenza da costruire

Corriere della Sera
di Luigi Accattoli
l parroco di Santa Maria in Trastevere: "L’importanza del gesto sta nel suo carattere pubblico. Non si tratta di parole venute da intellettuali isolati, ma da esponenti musulmani già attivi nel lavoro di bonifica dai germi della radicalizzazione."


L'islam a  Roma è massima sfida, anche simbolica: «Prenderemo Roma» è uno dei gridi di battaglia dell’Isis. Ma la presenza in Roma dell’islam che prega può essere una risorsa, come si è visto domenica con l’accoglienza di delegazioni musulmane nelle chiese. A Roma pare che quell’accoglienza sia stata più ampia rispetto a ogni altra città italiana ed è bene che sia così, perché qui l’urgenza di porre segni di pace è maggiore.

Musulmani nelle chiese ci sono stati in tutta Italia: a Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Palermo, per indicare i luoghi più grandi. Ma anche in città medie e piccole, da Bergamo ad Agrigento, da Verona a Mazara del Vallo, da Trento ad Assisi, da Padova a Reggio Emilia, da Brescia a Venezia, da Novara a Frosinone. 

Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, è presidente della Commissione Cei per il dialogo con le religioni e vede in quelle ospitalità «un ottimo segno sulla strada di una migliore conoscenza reciproca e di una convivenza che è ancora da costruire». 

A Roma le chiese nelle quali c’è stata presenza musulmana sono state almeno quattro: Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti due imam; Santa Maria in Trastevere, con tre imam, alcuni professori e un gruppetto di giovani; Santa Maria ai Monti, con una coppia che è andata al microfono; la chiesa di Ostia affidata alla Comunità di Sant’Egidio, con una quindicina di ospiti.


«L’importanza del gesto – dice don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere – sta nel suo carattere pubblico e popolare: non si tratta di parole e presenze venute da intellettuali isolati, ma da imam o altri esponenti musulmani che già sono attivi nel lavoro di bonifica delle loro comunità dai germi della radicalizzazione». 

A chi obietta segnalando il carattere «provocatorio» – sia per i musulmani sia per i cattolici – della presenza di esponenti di altre fedi a un atto di culto, il vescovo ausiliare di Roma Gianrico Ruzza, che domenica ha accolto gli imam nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, risponde che «ovviamente si tratta di una presenza da ospiti e non da oranti, motivata da una circostanza straordinaria che chiedeva un gesto straordinario». 

In partenza per Cracovia e poi al ritorno, Papa Francesco ha affermato a tutto tondo che quella a cui stiamo assistendo «è una guerra ma non è una guerra di religione». Detto dal vescovo di Roma è molto, ma è ancora di più se a dirlo, insieme a lui e ospiti delle sue parrocchie, sono dei credenti musulmani.