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domenica 13 gennaio 2019

Cairo, un imam, Saad Askar, ha sventato strage di cristiani alla vigilia del Natale copto

Asia News
Lo sceicco Saad Askar ha lanciato l’allarme da un microfono, dopo aver raccolto segnali di alcuni fedeli. Fondamentale la testimonianza di due studenti di al-Azhar. L’imam invita a “restare vicini”. Cristiani e musulmani devono prendersi “cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione”. 


Il Cairo - “Dobbiamo restare vicini, prenderci cura l’uno dell’altro. Quanti vogliono colpire i luoghi di culto, non hanno religione. Non sono musulmani, né cristiani”. È quanto ha affermato l’imam egiziano Saad Askar (nella foto), che nei giorni scorsi ha scongiurato con il proprio intervento un attentato contro una chiesa nel sobborgo orientale del Cairo. L’allarme lanciato dal leader musulmano ha portato all’intervento di una squadra di artificieri, che ha disinnescato due dei tre ordigni. L’ultimo è esploso, uccidendo sul colpo uno dei poliziotti.

La vicenda risale alla sera del 5 gennaio, alla viglia dei festeggiamenti per il Natale copto-ortodosso. Nel mirino la chiesa della Vergine Maria a Ezbat al-Haganah, Nasr City, sobborgo orientale della capitale egiziana. Un dipendente della vicina moschea Diaa al-Haq, il 63enne Gouda Shaaban Khalifa e l’imam Askar hanno notato movimenti sospetti, in particolare un uomo (clicca qui per il filmato) che si muoveva con in mano un pacco sospetto.

A preoccupare il guardiano e l’imam, il fatto che l’uomo - secondo la testimonianza di due studenti di al-Azhar - sarebbe scappato via di corsa dall’area dopo aver lasciato nei pressi dell’edificio il pacco sospetto. L’intervento della polizia ha poi chiarito che si trattava di una valigia di medie dimensioni contenente, al suo interno, tre ordigni esplosivi. Il capitano della polizia Mustafa Ebeid, funzionario della Direzione della sicurezza del Cairo, ne ha disinnescati due prima che il terzo esplodesse uccidendolo sul colpo.

Fonti locali riferiscono che l’obiettivo dell’attacco erano i cristiani copti, pronti a celebrare il Natale. Lo sceicco Saad Askar, imam della moschea che si trova dal lato opposto della chiesa, ha avvertito i fedeli invitandoli a lasciare il luogo di culto. Un video, diventato virale sui social, mostra lo sceicco che grida attraverso un microfono: “Chiunque si trovi nella chiesa, per favore esca rapidamente”.

L’imam racconta di essersi recato lui stesso nell’area e di aver visto la borsa vicino all’ingresso della chiesa. Le forze di sicurezza, prosegue, “sono intervenute immediatamente” e hanno “creato un cordone di sicurezza”. Disinnescato gli ordigni, gli agenti hanno “pattugliato la zona alla ricerca di altri esplosivi”.

In una nazione di quasi 95 milioni di persone a larga maggioranza musulmana, i cristiani [soprattutto copti ortodossi] sono una minoranza consistente, pari al 10% circa del totale della popolazione. Fra il 2016 e il 2017 il Paese dei faraoni ha registrato una serie di attentati sanguinosi, che hanno coinvolto la stessa comunità cristiana.

In vista delle feste, le autorità avevano innalzato il livello di allerta e rafforzato la sicurezza nei pressi dei luoghi di culto. Tra gli obiettivi sensibili vi sono proprio le chiese e gli edifici cristiani, visti come “anello debole” della catena e target “facile” e “accessibile” per i fondamentalisti. Un obiettivo che, secondo gli esperti, garantisce “ampia visibilità” sul piano internazionale.

sabato 10 marzo 2018

Sesto San Giovanni (Milano), il sindaco dice no alla moschea. Il Tar decide: la moschea si può fare.

Il Giorno
Sesto San Giovanni (Milano) - Il Tar decide: la moschea si può fare. Il Tribunale amministrativo oggi si è espresso sul ricorso presentato dal Centro Culturale Islamico di Sesto San Giovanni contro le delibere con cui il Comune di Sesto aveva deciso la decadenza della convenzione per l'edificazione del luogo di culto in via Luini. Il percorso urbanistico della grande moschea potrà dunque ripartire. Anche se per il sindaco di Sesto San Giovanni Roberto Di Stefano non sembra per nulla d'accordo.
Il progetto della nuova moschea
“Siamo alla follia – afferma il primo cittadino, preso di sorpresa dalla decisione -. In estrema sintesi, per il Tar è irrilevante che il Centro Islamico usufruisca da anni di un terreno comunale senza pagare quanto dovuto alle casse dell'Amministrazione al punto d'aver maturato a oggi già 320mila euro di debito. Così come non vengono prese in considerazione altre questioni di natura prettamente tecnica-urbanistica. Secondo il Tar prevale il diritto di culto. E i debiti sono carta straccia?”.
Sul fronte opposto, dal cento culturale islamico, si dicono sereni. “Abbiamo sempre creduto nella giustizia italiana e con serenità accogliamo questa decisione - riferiscono -. Siamo stati sempre collaboranti con la città e con le autorità comunali, dunque lo saremo ancora di più oggi, con la finalità del bene comune”.

“Leggerò attentamente le motivazioni del Tar - conclude il sindaco Di Stefano – ma fin da ora dico a chiare lettere che con me sindaco la moschea non verrà mai realizzata. Il Centro Islamico pensi innanzitutto a saldare il debito con i contribuenti sestesi e porti in Comune i bilanci che dimostrino di non avere contatti con finanziatori del Qatar. Anzi, valuterò di istituire una consultazione cittadina per chiedere chi è favorevole o contrario alla grande moschea a Sesto San Giovanni”.
Il cantiere di via Luini, accanto alla cosiddetta “moschea provvisoria”, che pure tante polemiche ha scatenato in passato. Potrà ripartire, ma non prima che Comune e associazione islamica trovino un nuovo accordo. Ma prima potrebbe esserci una nuova sentenza del Consiglio di Stato.

lunedì 4 dicembre 2017

Ecco il “centro di cura” per la riabilitazione degli ex jihadisti. Dal 2004 recuperate 3300 persone ad una vita normale.

DIRE
Un seguace di Osama bin Laden davanti la televisione? Non è fantascenza, ma vita quotidiana in un centro di riabilitazione per fondamentalisti islamici a Riad. “Benvenuti nell’oasi della saggezza”: così sono stati accolti i giornalisti della ‘Bbc’ nell’istituto, denominato ‘Centro di cura e consulenza Mohammed Ben Nayef’.

Il Centro di cura e consulenza
Mohammed Ben Nayef’
Dentro l’apparente villaggio turistico con palme e prati curatissimi, una piscina e una palestra,circolano ex detenuti talebani e militanti di Al-Qaeda che sulla base della legge anti-terrorismo possono ricevere cure per tornare alla vita normale.

“Evitiamo di chiamarli detenuti” ha detto il direttore Abu Maghayed, che poi ha spiegato: 
“Ci concentriamo nella correzione delle convinzioni errate, non possiamo combattere il terrorismo con la forza, le idee si combattono con le idee, anche se non è facile riportare la gente a smettere di odiare la società e le proprie famiglie”.
Attraverso l’incontro con i familiari e l’invito a intraprendere la via del matrimonio, religiosi e psicologi del centro incoraggiano gli “ospiti” a reintegrarsi e ad abbandonare la vita da estremisti. Anche l’arteterapia ha un ruolo di rilievo. Oltre a esser uno strumento catartico, è il metro di misura dell’evoluzione psicologica: all’inizio i dipinti sono brutali e con colori accesi, in seguito più pacati e tenui.

“Ci sentiamo persone nuove grazie a questo posto. La preoccupazione è che la gente del Paese possa non accettarci” ha spiegato un ex detenuto della prigione di Guantanamo ospite dell’istituto.

Dal 2004, quando l’ex vice primo ministro Mohammed Ben Nayef ha voluto l’apertura del Centro in seguito a un’ondata di attentati, più di 3.300 individui sono tornati alla vita normale, con “un tasso di riabilitazione pari all’86%” afferma il direttore del Centro.
E’ di pochi giorni fa l’annuncio del principe saudita Mohammad bin Salman dell’avvio di una coalizione di 40 Paesi musulmani col fine di “eliminare l’estremismo dalla faccia della terra“.

giovedì 29 giugno 2017

La poesia della giovane pakistana: ''Se devo dimostrare la mia umanità, non sono io quella disumana''

La Repubblica
''Se devo dimostrare la mia umanità, non sono io quella disumana''. Suhaiymah Manzoor-Khan, scrittrice, ha partecipato al concorso letterario Poetry Slam organizzato dall'associazione di beneficenza londinese Rundhouse, arrivando al secondo posto. 



Ma la sua performance, dai toni coraggiosi, ha conquistato letteralmente la rete: la poesia recitata dalla 22enne di origini pachistane è diventata virale in poche ore. Residente a Bradford, Suhaiymah Manzoor-Khan rappresenta la ''terza generazione''. Laureata all'Università di Cambridge, nel suo blog ''The Brown Hijab'' racconta di politica, attualità, questioni di genere, femminismo e islam. 

domenica 25 giugno 2017

Eid Mubarak

Blog Diritti Umani - Human Rights

A conclusione del mese benedetto di Ramadan, 
esprimiamo a tutti i lettori musulmani di questo Blog 
i  migliori auguri per l'Eid al-Fitr

venerdì 19 maggio 2017

Centinaia di morti in Centrafrica. «Musulmani rifugiati nella Cattedrale»

Tempi
Potrebbe arrivare a 300 vittime il bilancio degli scontri a Alindao e Bangassou, dove è stato attaccato il quartiere musulmano da ribelli anti-Balaka


Quasi 300 morti in due settimane. Potrebbe essere pesantissimo il bilancio degli scontri che si sono verificati in due città del Centrafrica, Alindao e Bangassou, nelle ultime due settimane. Nè l’identità degli autori degli attacchi né il numero delle vittime è stato chiarito con certezza, vista la difficoltà di raccogliere informazioni sul luogo.

«Bruciati vivi». I primi scontri sono avvenuti tra l’8 e il 10 maggio nel sud del paese, ad Alindao, dove secondo la Croce rossa centrafricana circa 150 persone sono morte in scontri tra anti-Balaka ed ex ribelli Seleka. In particolare, le violenze sarebbe state perpetrate dai miliziani di «Ali Darass, ex Seleka, oggi a capo dell’Unione per la pace in Centrafrica (Upc)». 

Secondo la testimonianza di un sacerdote della città, che ha parlato a Jeune Afrique, «l’Upc si trovava in città per scongiurare un dispiegamento degli anti-Balaka. A un certo punto sono cominciati gli spari, nessuno capiva chi combatteva chi. Molte persone sono state bruciate vive nelle loro case. Altre si sono salvate per miracolo. Migliaia di persone si sono rifugiate nella missione cattolica». Oggi la situazione è tornata quasi alla normalità dopo un avvenuto dialogo tra il sacerdote, il vescovo, Ali Darass, i rappresentanti dei musulmani e dell’Onu. Non è stato facile: «C’erano le milizie musulmane per le strade, ragazzi con i machete volevano ucciderci».

Scontri per il potere. Dopo il colpo di Stato dei ribelli Seleka nel 2013, i violentissimi scontri con gli anti-Balaka del 2014 e la parziale riappacificazione del paese anche grazio all’intervento di papa Francesco e al lavoro del cardinale Dieudonné Nzapalainga, gli scontri tra le milizie sono diminuiti ma continuano. Il Centrafrica non ha ancora un esercito regolare, l’Onu, presente nel paese con 12.500 uomini, fatica a difendere la popolazione (spesso perché non può, spesso perché non vuole). E mentre il presidente Faustin-Archange Touadéra continua a invocare il processo di disarmo, gli uomini armati si contendono il paese. La capitale Bangui è relativamente sicura, ma la maggior parte del paese è in mano ai miliziani. Oltre a gruppi anti-Balaka fuori controllo (nel 2013 erano nati per contrastare gli abusi dei Seleka), si scontrano tra di loro milizie islamiche un tempo appartenenti alla disciolta coalizione Seleka. Tra queste ci sono l’Upc e la Fprc, che in certe zone si è alleata con gli anti-Balaka per il controllo del territorio.

Attacco ai musulmani. Domenica sono scoppiati altri violentissimi scontri a Bangassou, 470 chilometri a est di Bangui, vicino al confine naturale con la Repubblica democratica del Congo. Se fino a pochi giorni fa si pensava a poche vittime, la Croce rossa centrafricana ha parlato di 115 morti, ai quali si devono aggiungere altre 34 vittime denunciate da altre Ong. Alcune milizie anti-Balaka hanno attaccato il quartiere islamico della città, Tokoyo, costringendo alla fuga migliaia di musulmani: circa mille si sono rifugiati in moschea, altri 1.500 nelle chiese e 500 in ospedale. Altri 3.000 sono scappati in Congo. Negli scontri, sono morti anche sei caschi blu dell’Onu.

Protetti in cattedraleNon si sa perché siano cominciati gli scontri ma il vescovo di Bangassou, monsignor Juan Jose Aguirre Muños, ha rischiato la vita per difendere i musulmani nella moschea e farli uscire in sicurezza dal luogo di culto per trasferirli in Cattedrale. Durante l’evacuazione, l’imam, che si trovava accanto al vescovo, è stato colpito da uno sparo e ucciso. Ora, testimonia padre Federico Trinchero da Bangui, «la situazione sembra più tranquilla. I ribelli, grazie alla mediazione del cardinale Nzapalainga, hanno accettato di deporre le armi».

Leone Grotti

mercoledì 17 maggio 2017

Egitto, inaugurata una chiesa costruita con le offerte dei musulmani

La Stampa
L'edificio sacro costruito nel villaggio di Ismailia. Per il sindaco è un segno visibile e concreto per irrobustire la concordia nazionale.


C'è voluto poco più di un anno per costruire la seconda chiesa del villaggio di Ismailia, nella provincia egiziana di Minya. E la relativa brevità dei tempi di edificazione del luogo di culto cristiano è stata dovuta anche al contributo finanziario offerto a sostegno del progetto dalla locale popolazione di fede musulmana. L'inaugurazione della nuova chiesa, dedicata a San Giorgio e alla Vergine Maria, è avvenuta la scorsa settimana e ha visto la partecipazione festosa di molti abitanti del villaggio, cristiani e musulmani.

Nel suo intervento - come riferisce l'agenzia Fides - il sindaco Ibrahim ha presentato la costruzione della chiesa come un segno visibile e concreto per irrobustire la concordia nazionale, realizzato grazie al contributo della popolazione locale e senza far ricorso a quei capitali stranieri che spesso finanziano l'edificazione di presidi di carattere religioso all'estero per espandere la propria rete di influenza politica o settaria.

Nell'area del villaggio di Ismailia vivono circa 20mila egiziani, per un terzo cristiani copti e per due terzi musulmani sunniti. La decisione di costruire una seconda chiesa è stata presa poco più di un anno fa per evitare agli abitanti cristiani di doversi allontanare troppo dalle proprie case per prendere parte alle liturgie esponendosi al rischio di aggressioni e rapimenti.

Il “comitato di riconciliazione” del villaggio di Ismailia, incaricato di prevenire o risolvere i conflitti settari, aveva approvato nel marzo 2016 la costruzione della nuova chiesa copta, stabilendo anche l'area da destinare all'edificazine del luogo di culto. Nell'assemblea del comitato – riferirono fonti locali consultate allora da Fides – i membri dell'organismo, in larga parte musulmani, avevano messo ai voti l'eventuale costruzione della chiesa e la localizzazione scelta. 
La proposta aveva ottenuto 49 voti favorevoli e solo 4 contrari. Il consenso quasi unanime alla costruzione della chiesa copta era stato accolto con sollievo dalle locali comunità cristiane, in un'area segnata in passato da diversi episodi di intolleranza settaria.

sabato 29 aprile 2017

Il Papa in Egitto, una sfida di pace a chi vuole lo scontro globale - di Andrea Riccardi

Huffington Post
Andrea Riccardi
Papa Francesco, il 28 e il 29 aprile, sarà in Egitto: un viaggio difficile anche per questioni di sicurezza (non ha voluto essere protetto negli spostamenti in modo più forte del solito). È un viaggio dall'intensa carica simbolica. Francesco varca la frontiera mediterranea tra Nord europeo e Sud arabo-islamico. 


Va nel più importante paese arabo: nella sconfinata megalopoli del Cairo, dove – tra l'altro - convergono tante rotte di migranti dai Sud del mondo. Qui la sfida è il rapporto tra islam e violenza. Fin dall'inizio del pontificato, il Papa mi disse che il dialogo interreligioso doveva affrontare presto il delicato binomio: violenza e religioni.

Il Papa argentino viene da un paese dalla forte capacità assimilativa, dove c'è una cospicua comunità di musulmani (circa 500.000). Non ha sentito nella sua vita la pressione dell'Islam, com'è avvertita in Europa dai movimenti populisti o dai paesi dell'Est, preoccupati dell'identità "cristiana" per l'"invasione" musulmana. Mette in primo piano il dramma umano dei migranti, rispetto alla difesa dell'Europa cristiana. Eppure è consapevole che vivere con l'Islam è una questione decisiva per i cristiani e il mondo di oggi.

Già nella Repubblica centroafricana, nel 2015, aveva fatto un passo di pace visitando la moschea della capitale, nonostante le gravi tensioni interreligiose. Soprattutto, Bergoglio non ha mai accettato di considerare la religione musulmana come portata alla violenza dalle sue stesse radici: non c'è guerra per la religione, ma per altri motivi. Questa visione ha provocato varie critiche in ambienti cattolici e tra alcuni islamologi. Del resto è stata la posizione di Giovanni Paolo II. Negarla porterebbe a legittimare lo scontro tra l'Occidente (cristiano) e l'Islam. È quanto i terroristi e i radicali vogliono.

Francesco, al Cairo, andrà nella storica Università di Al Azhar, accolto dal grande imam Al Tayyb. È la personalità più autorevole nell'Islam sunnita, anche se non esiste una gerarchia: una figura particolare per il prestigio che ha ridato alla millenaria Università, ma anche per la sua posizione. 

Un solo esempio: durante la visita del papa, si svolgerà ad Al Azhar un convegno di religioni per la pace, cui partecipano cristiani, ebrei ed esponenti delle religioni asiatiche. Tayyb è stato presente a vari incontri nello spirito di Assisi e, soprattutto, è promotore del dialogo tra Oriente e Occidente con la Comunità di Sant'Egidio. Riceverà il Papa nel quadro del convegno interreligioso, cui partecipa il patriarca Bartolomeo. La scelta mostra la sua apertura.

L'altro aspetto del viaggio è il sostegno ai copti. Il Papa ha dedicato recentemente la Messa per la festa di San Marco al Patriarca copto Tawadros. A Roma il Papa e il Patriarca hanno avuto un dialogo intenso sulla condizione del cristianesimo copto. Francesco sa che è una Chiesa di martiri. Sabato scorso, durante la visita al santuario romano dei nuovi martiri, a San Bartolomeo, il Papa è apparso concentrato sul martirio con toni anche drammatici, come ha scritto Piero Schiavazzi.

I copti, la più grande comunità chiesa tra gli arabi, affrontano la violenza terrorista, come nei recenti attentati la Domenica delle Palme: indifesi e non violenti, ma forti, come tanti cristiani in questa stagione di nuove persecuzioni. 

Francesco, accolto dal presidente Al Sisi, non fa una visita politica. Il suo sguardo va oltre, consapevole della drammaticità dello scontro globale. Il vasto e tumultuoso Egitto potrà rappresentare il laboratorio di un'amicizia pacifica tra le religioni nel ripudio della violenza e nel sostegno mutuo. A questo passo, portano il loro autorevole apporto il Papa di Roma, il grande Imam di Al Azhar, il Patriarca copto e quello di Costantinopoli. Così il viaggio di Bergoglio è un messaggio, ben oltre l'Egitto.

lunedì 27 marzo 2017

Londra: catena umana delle donne musulmane per condannare l'orrendo attentato

Blog Diritti umani - Human Rigths
Centinaia di donne hanno formato una catena umana lungo Westminster Bridge, ieri sera, per ricordare le vittime dell'attentato del 22 marzo.

Quattro giorni dopo l'attacco che ha scosso Londra, le donne di diversa provenienza si sono riunite in solidarietà per condannare il crimine orribile e mostrare l'unità di fronte al terrore.

Molte delle presenti erano musulmane, vestite di blu come simbolo di speranza e di pace.

Ayesha Malik, una madre di 34 anni con due figli ha detto: "Come musulmana, penso che sia importante mostrare solidarietà con i principi che stanno a cuore a tutti noi, i principi di pluralismo, diversità ..."

mercoledì 8 febbraio 2017

Usa - Texas - Incendiata una moschea, gli ebrei offrono le chiavi della sinagoga

L'Huffington Post 
Venire discriminati per le proprie idee, la propria etnia e la propria religione è un qualcosa che lascia un segno profondissimo nella storia di una comunità e di ogni individuo, ma dà anche la forza di immedesimarsi nei dolori e nelle storie altrui. Lo hanno capito bene gli ebrei residenti a Victoria, un piccolo paesino del Texas, che hanno visto turbato l'equilibrio della zona dalla distruzione della locale moschea e hanno deciso di agire con un gesto di profonda solidarietà.


La struttura del Victoria Islamic Centre è stato spazzato via sabato 28 gennaio da un incendio doloso appiccato per motivi discriminatori, in base a quanto sospettato dagli inquirenti. L'episodio è stato un duro colpo per il piccolo paesino, tanto che la comunità ha sentito la necessità di reagire e far capire che la maggioranza degli abitanti non appoggia minimamente l'atto criminale.

In particolare, i credenti ebraici hanno voluto fare un gesto di grande fratellanza, abbattendo qualsiasi tipo di muro ideologico e religioso. Grazie a loro, infatti, i musulmani avranno un luogo di culto in cui pregare in attesa della ricostruzione della moschea: la locale sinagoga (o, meglio, il tempio Bnai Israel).

Come spiega il rabbino Robert Loeb, tra l'altro, "qui tutti conoscono tutti. Io, poi, sono amico di molti membri della moschea e noi stiamo soffrendo per quanto accaduto loro. Quando succedono certe cose, bisogna essere unti".

Del resto, a Victoria la comunità ebraica è minoritaria rispetto a quella islamica. Tuttavia, gli ebrei d'America godono di ampi spazi nella cittadina del Texas: "Siamo all'incirca 25 o 30 persone, mentre la comunità islamica conta più o meno 100 membri. Abbiamo molti fabbricati per un numero ridotti di ebrei" ha specificato il rabbino.

"I fratelli ebrei sono venuti a casa mia dopo l'incendio" racconta Shahid Hashmi, uno dei fondatori del Victoria Islamic Centre. "Mi hanno consegnato le chiavi della sinagoga" ricorda poi. Per la ricostruzione della moschea è stata anche lanciata una campagna di raccolta fondi online, che in pochissime ore ha portato alla donazione di quasi un milione di dollari.

Omar Rachid, l'uomo che ha lanciato la campagna sulla piattaforma GoFundMe, si è detto incredulo per tanta solidarietà: "I nostri cuori sono pieni gratitudine per il grandissimo supporto che stiamo ricevendo" specifica. "Amore, parole di incoraggiamento, mani che aiutano e contributi finanziari sono esempi del vero spirito americano" precisa poi Omar.

Tutto questo sta infatti accadendo in una nazione che ha ospitato veementi proteste contro il Muslim Ban voluto da Donald Trump e contro la stretta oltranzista della presidenza a stelle e strisce. Nel vicino Canada, poi, la comunità islamica è stata scossa dalla strage alla moschea di Qebec City. Un periodo davvero negativo nell'estremo Occidente per chi è di fede islamica, ma che a Victoria stanno cercando di rendere più lieve.


Selene Gagliardi

Svolta in Marocco, cade la pena di morte per chi lascia l'Islam per convertirsi ad altre fedi

Ansa 
La massima autorità religiosa del paese apre alla possibilità di conversione ad altre fedi.

In Marocco, chi vuole uscire dall'Islam, non rischia la condanna a morte. Il Consiglio superiore degli Ulema, massima autorità religiosa del paese, apre alla possibilità di conversione ad altre religioni. Ne dà notizia il sito Morocco world News.

Secondo le regole in vigore in tutti i paesi musulmani, l'apostata è condannato a morte. 


È vietato anche fare proseliti tra i fedeli di Maometto, se si è di altre confessioni. Ma la fatwa degli Ulema marocchini intitolata "La via degli Eruditi" supera uno dei nodi cruciali dell'Islam, in linea con un paese che rispetta da sempre il pluralismo religioso e che, per volere del re Mohammed VI ha deciso di muovere guerra all'estremismo.

sabato 4 febbraio 2017

USA. Giudice blocca lo stop di Trump agli immigrati. "Anche il presidente è soggetto alla legge".

Corriere della Sera
Il provvedimento è del giudice federale dello Stato di Washington: "Anche il presidente è soggetto alla legge".
Un giudice ha bloccato temporaneamente su base nazionale le restrizioni introdotte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump circa l'ingresso negli Usa di cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana.
 


La sfida legale era partita dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento, cui però i legali del governo avevano posto giudizio negativo, che il giudice di Seattle James Robart ha invece respinto affermando che la causa ha fondamento.
L'ingiunzione restrittiva verso il provvedimento, su richiesta degli stati di Washington e Minnesota, ha effetto a livello nazionale. La "riapertura" delle frontiere rischia ora di gettare nel caos porti e aeroporti in tutti gli States: il dipartimento di Stato e quello della sicurezza nazionale stanno in queste ore cercando di valutare l'impatto della sentenza sugli arrivi dei migranti e dei richiedenti asilo. Poche ore dopo la sentenza l'ufficio federale per il controllo delle frontiere ha autorizzato le compagnie aeree ad imbarcare i passeggeri in precedenza colpiti dal "muslim ban".
"Tutti siamo soggetti alla legge" - Robart, giudice federale, ha dichiarato che "il provvedimento dimostra che nessuno può considerarsi al di sopra della legge". La sua decisione bloccato l'esecuzione dell'ordine di Trump di impedire l'ingresso negli Usa di viaggiatori provenienti da sette paesi a prevalenza musulmana (Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia, Iran, Iraq) sospettati di essere fiancheggiatori del terrorismo. Bob Ferguson, general attorney dello stato di Washington, che aveva avviato la causa, dopo la decisione ha dichiarato che "la legge ha la capacità di sottomettere tutti ad essa e questo include anche il presidente degli Stati Uniti.
Fergusson ha aggiunto che la gente proveniente dai Paesi della "black list" possono ora entrare nuovamente negli Stati Uniti. Il dipartimento nazionale di sicurezza, attraverso il suo portavoce Gillian Chiristensen, ha detto che per il momento non verranno rilasciati commenti sul verdetto. Lo stesso Fergusson in precedenza aveva affermato che la decisione della Casa Bianca viola i diritti costituzionali.
La Casa Bianca prepara il ricorso - Non si è fatta attendere la reazione da parte della casa Bianca. In una dichiarazione ufficiale l'ufficio del presidente ha fatto sapere che ritiene il decreto blocca immigrati "legale e appropriato". La presidenza inoltre non ha alcuna intenzione di recedere di fronte alla decisione del giudice di Seattle e prepara il muro contro muro: "Al più presto possibile" il dipartimento di Giustizia intende presentare un ricorso di emergenza alla decisione del giudice federale. Nella medesima nota la Casa Bianca si dice quindi determinata alla difesa dell'ordine esecutivo "che siamo convinti è legale e appropriato".
Un danno alle aziende hi tech - La decisione della Corte avviene in uno stato particolarmente colpito dalle restrizioni all'immigrazione: qui si trovano alcune delle principali aziende hi tech americane che accolgono numerosi giovani talenti provenienti da tutto il mondo. Non a caso uno dei fondamenti della richiesta era che i residenti degli Stati interessati stanno subendo un ingiusto danno dal "muslim ban" imposto dal presidente. 

Secondo i quotidiani e i siti di Seattle, la decisione avrà effetto immediato; stessa interpretazione è stata confermata a caldo dal Washington Post. È stato calcolato che solo nella prima settimana in cui è rimasto in vigore, il provvedimento di restrizione all'immigrazione ha colpito almeno 100mila persone con un passaporto emesso dai sette stati islamici. Alcuni di loro sono anche rifugiati politici.
[...]

Claudio Del Frate

lunedì 30 gennaio 2017

Crescono da più fronti le proteste contro Trump. Onu denuncia: "Divieto illegale e meschino".

La Repubblica 
La Mogherini replica al presidente Usa: "Costruendo muri finisci in carcere, la Ue continuerà a prendersi cura dei rifugiati". Il dissenso nei confronti dell'operato del tycoon, a poco più di una settimana dall'insediamento, tocca il 51%, arrivano le prime reazioni: il Parlamento iracheno si dice favorevole al principio della reciprocità, vietando l'ingresso ai cittadini americani per 90 giorni


Roma - Non si placano le proteste e le polemiche dopo la decisione del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di 'congelare' per quattro mesi l'immigrazione e vietare l'ingresso negli Usa dei cittadini di sette Paesi islamici. Intanto si è fatto sentire l'Onu con l'alto commissario del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, Zeid al-Hussein, che ha definito il divieto di ingresso nei confronti dei cittadini di sette paesi islamici "illegale e meschino".E non si fanno attendere i primi effetti: il Parlamento iracheno, infatti, ha approvato una richiesta al governo di adottare il principio della reciprocità rispetto al bando imposto dal capo della Casa Bianca ai cittadini iracheni diretti negli Usa, vietando l'ingresso ai cittadini americani per 90 giorni.

Intanto Trump difende la sua posizione e accusa i manifestanti di creare problemi: "I problemi agli aeroporti sono stati causati dal blocco dei computer Delta, dai manifestanti e dalle lacrime del senatore Schumer. Il segretario Kelly dice che tutto sta andando bene con pochissimi problemi. Rendiamo l'America sicura di nuovo", ha scritto su Twitter, sottolineando che "solo 109 persone su 325.000 sono state fermate".

La replica della Ue. Mentre migliaia di cittadini americani scendono in strada per dire 'no' al bando all'immigrazione, fermato parzialmente ieri da un giudice federale, la Ue risponde alle accuse del tycoon, per bocca di Federica Mogherini, alta rappresentante per la Politica estera dell'Unione europea. "In Europa - ha detto la Mogherini - abbiamo una storia che ci ha insegnato che potresti finire in carcere, se costruisci tutti quei muri attorno a te". "L'Ue - dice - continuerà a lavorare con tutti i Paesi della regione, a prescindere dalla loro religione, e a prendersi cura e ospitare i rifugiati siriani e altri che fuggono dalle guerre".

Musulmani d'America fanno causa. Le associazioni musulmane in America hanno annunciato una causa federale contro il bando sui musulmani firmato da Donald Trump. Ad annunciarlo in conferenza stampa Nihad Awad, leader del Council on American-Islamic Relations.

sabato 12 novembre 2016

Delegazione del mondo islamico nella sinagoga Roma, sì a dialogo

AnsaMed
Roma - No alla violenza sì al dialogo tra fedi. La Sinagoga di Roma apre le sue porte a una delegazione multi confessionale proveniente dal Bahrain e da altri Paesi arabi: esponenti delle chiese orientali, ortodossi, buddhisti, sikh, sciiti ma anche della società civile provenienti soprattutto dal Bahrein, Egitto e Libano. 


Insieme, allo scopo di ribadire l'impegno delle religioni nel promuovere valori condivisi di pace e tolleranza. A riceverli, il Rabbino Capo, Riccardo Di Segni e la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. "Quello di oggi - ha detto Di Segni - è un incontro molto importante, che apre il nostro cuore alla speranza". Dal Tempio Maggiore, ha ricordato, "si è aperta la strada al dialogo tra cattolici ed ebrei" che ha portato "alla visita di tre Papi. E' il momento che si apra anche alle altre religioni"

Un messaggio raccolto dai vari esponenti musulmani presenti, guidati dall'imam francese di origini tunisine, Hassen Chalgoumi. "Siamo qui per dire no alla barbarie e all'odio - ha ribadito l'imam di Drancy - e per lanciare un segnale chiaro: siamo più forti di loro e non ci faremo separare". 

Dalla Sinagoga di Roma, "torniamo a dire no alla violenza, ma anche no a qualsiasi associazione dell'islam al terrore". Un messaggio di pace e un omaggio "alle 130 vittime del Bataclan", massacrate negli attacchi terroristici che hanno insanguinato Parigi la notte del 13 novembre di un anno fa, ha sottolineato l'imam noto Oltralpe per le sue posizioni di apertura al dialogo interreligioso, in particolare a quello fra ebrei e musulmani, tanto da essere definito 'l'imam degli ebrei'. 

Un esempio di convivenza pacifica, ha poi concluso, "è proprio il Bahrain", Paese da cui giunge la maggior parte dei componenti della delegazione. "Il Bahrain è un messaggio di speranza, dove esistono chiese e sinagoghe e dove musulmani, cristiani, ebrei, sikh e buddisti convivono pacificamente". 

"Dal 1948 - ha ricordato dal canto suo il segretario generale della Bahrain Federation of Expatraite Associations, siamo riusciti a celebrare in Bahrain la festa di Hannukkah. Segno dell'apertura del piccolo Regno. Per abbattere muri e rimuovere le paure, l'istruzione è la chiave". Di un nuovo passo avanti nel dialogo tra ebrei e musulmani ha parlato poi la presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello. Si tratta - ha detto - di "un'esperienza unica e siamo molto onorati che questa delegazione sia stata accolta nella nostra Sinagoga, perché speriamo che proprio da Roma questo messaggio possa essere inviato a tutta l'Europa".

di Cristiana Missori

lunedì 12 settembre 2016

Auguri per l'Eid al-Adha a tutti i lettori musulmani di questo Blog

Blog Diritti Umani - Human Rights

I migliori auguri per l'Eid al-Adha 
a tutti i lettori musulmani di questo Blog


Eid Mubarak

sabato 3 settembre 2016

Islam: campagna imam tunisini per diritti delle donne - Lanciata campagna contro violenze e letture discriminanti Corano

Ansa Med
Tunisi - "Imams For She". Questo il nome della campagna lanciata oggi a Tunisi dall'associazione tunisina "Coexistence", volta a promuovere i diritti delle donne e garantire la parità tra i generi chiamata.


Il logo della campagna Imams for She

L'azione di Imams For She, ha spiegato alla stampa il presidente di Coexistence Ramy Ben Othman, rientra nella iniziativa globale del marzo 2015 dell'Ong "Muslims for Progressive Values" volta a contrastare i richiami all'odio, alla discriminazione, all'esclusione e alla violenza diffusi in tutti i paesi del mondo e basati su interpretazioni non corrette e misogine del Corano e della Sunna. 

Interpretazioni che conducono a violazioni dei diritti umani e all'emarginazione della donna in alcuni paesi a maggioranza musulmana e all'interno delle comunità islamica nei paesi occidentali, ha detto ancora Ben Othman. Il quale spera di coinvolgere in questa iniziativa religiosi, imam, ulema e intellettuali musulmani nella difesa attiva dei diritti delle donne e della loro autonomia sociale, economica e culturale.

Imams For She si impegnerà nella diffusione della cultura della tolleranza e della parità uomo-donna anche attraverso la pubblicazione di materiali educativi e sessioni di formazione per giornalisti, insegnanti e altre personalità influenti.

mercoledì 24 agosto 2016

I giovani musulmani del Burkina Faso contro l'estremismo

Zenit
Centinaia di giovani africani di religione musulmana, impegnati nei rispettivi Paesi nella lotta a ogni fondamentalismo, si sono riuniti nei giorni scorsi a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per un convegno dal titolo ‘Contributo alla prevenzione dell’estremismo violento’ che ha avuto l’obiettivo di mettere in guardia sui pericoli contenuti nella radicalizzazione e nell’estremismo violento soprattutto nelle nuove generazioni.

Venuti da otto nazioni della regione, i partecipanti – spiega L’Osservatore Romano – hanno chiesto ai governi di giocare pienamente il loro ruolo offrendo opportunità di impiego e di formazione, al fine di evitare che i giovani cadano nelle grinfie del terrorismo.

È questa un’emergenza – spiega l’Organizzazione della gioventù musulmana in Africa occidentale (Ojemao) — soprattutto per paesi come Togo, Benin, Mali, Guinea, Niger, Costa d’Avorio, Senegal e Burkina Faso, dove i terroristi e alcuni predicatori radicali hanno preso il sopravvento.

Il timore è che altre regioni africane possano subire il fascino dei fondamentalisti, con la creazione di organizzazioni che utilizzino il pretesto della fede per “giustificare” i loro crimini. L’Ojemao è particolarmente attiva in Niger dove, fra l’altro, gli aderenti promuovono delle iniziative di solidarietà islamica.

lunedì 22 agosto 2016

Re del Marocco Mohammed VI, appello ai 5 milioni di connazionali all'estero: "promuovere l'Islam tollerante bandire l'estremismo"

Blog Diritti umani - Human Rights
Il re del Marocco fatto un appello ai 5 milioni di suoi connazionali che vivono all'estero di promuovere "l'Islam tollerante" e bandire l'estremismo.

Il re del Marocco Mohammed VI

In un discorso alla nazione, Mohammed VI ha invitato marocchini in diaspora di stabilire "un fronte comune per contrastare il fanatismo" degli jihadisti.Considerando che i cittadini europei di origine marocchina sono stati coinvolti negli attacchi. Mohammed VI ha fatto un appello ai cinque milioni di marocchini che vivono all'estero, dopo i recenti attentati in Europa e rivendicato da estremisti musulmani.
Il re del Marocco ha condannato l'uccisione di persone innocenti e definito omicidio imperdonabile l'assassinio del sacerdote nel nord della Francia, nel mese di luglio.

"Gli estremisti stanno sfruttando alcuni giovani musulmani, in particolare in Europa, e sfruttano la loro ignoranza della lingua araba e del vero Islam vengono inoltrati messaggi errarti e false promesse" ha denunciato Mohammed VI.


Fonte: BBC Afrique

venerdì 19 agosto 2016

Le comunità arabe in Italia al Papa: invitiamo i cristiani in moschea l’11 settembre

Vatican Insider
Dopo l’iniziativa “Musulmani a messa” ora è il turno dei luoghi di culto islamici
Le Comunità del mondo arabo in Italia e il movimento internazionale «Uniti per unire» chiedono a Papa Francesco di rispondere all’appello #Cristianinmoschea per una preghiera interreligiosa l’11 settembre, anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York, che cade un giorno prima della festività islamica dell’Eid.

«Chiediamo alle moschee d’Italia di aprire le porte ai visitatori cristiani e laici, dalle 17 alle 20, per condividere con loro questa festività con un invito alla pace e alla conoscenza rivolto a tutte le religioni. Oltre 35 mila italiani stanno aderendo al nostro appello», afferma Foad Aodi, focal point per l’integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà (Unaoc) e Presidente delle Comunità arabe in Italia e di «Uniti per unire». L’iniziativa «Cristiani in moschea» ripropone a parti invertite quella dei «Musulmani in chiesa», che il 31 luglio scorso ha portato oltre 23 mila islamici in diverse chiese italiane a pregare con i cristiani per le vittime del terrore.

«Ora - afferma Aodi - è il turno delle moschee. Vogliamo abbattere il muro della paura con la forza del dialogo. Alcune provocazioni come il caso- burkini - prosegue Aodi - stanno lasciando il campo a una serie di proposte concrete come l’istituzione di un albo per gli Imam e il censimento delle moschee. Seguendo questa linea vogliamo condividere la festività dell’Eid con tutti quanti si uniranno al nostro appello».

Aodi ribadisce la necessità di un impegno «perché, come abbiamo già dimostrato, la voce della conoscenza, della cultura, dell’istruzione senza confini e della buona informazione é più forte di quella dell’ignoranza e della strumentalizzazione; la voce del dialogo è più forte di quella della paura; la volontà di costruire un futuro di pace deve superare la volontà di chi costruisce muri di pregiudizi e di fobie, di chi dissemina terrore e morte in nome della religione». Aodi interverrà domenica 21 agosto alla messa del mattino celebrata presso la parrocchia di San Giuseppe a Cesenatico per illustrare l’evento dell’11.

venerdì 5 agosto 2016

Imam in chiesa, successo dell'iniziativa, risorsa di pace per una convivenza da costruire

Corriere della Sera
di Luigi Accattoli
l parroco di Santa Maria in Trastevere: "L’importanza del gesto sta nel suo carattere pubblico. Non si tratta di parole venute da intellettuali isolati, ma da esponenti musulmani già attivi nel lavoro di bonifica dai germi della radicalizzazione."


L'islam a  Roma è massima sfida, anche simbolica: «Prenderemo Roma» è uno dei gridi di battaglia dell’Isis. Ma la presenza in Roma dell’islam che prega può essere una risorsa, come si è visto domenica con l’accoglienza di delegazioni musulmane nelle chiese. A Roma pare che quell’accoglienza sia stata più ampia rispetto a ogni altra città italiana ed è bene che sia così, perché qui l’urgenza di porre segni di pace è maggiore.

Musulmani nelle chiese ci sono stati in tutta Italia: a Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Palermo, per indicare i luoghi più grandi. Ma anche in città medie e piccole, da Bergamo ad Agrigento, da Verona a Mazara del Vallo, da Trento ad Assisi, da Padova a Reggio Emilia, da Brescia a Venezia, da Novara a Frosinone. 

Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, è presidente della Commissione Cei per il dialogo con le religioni e vede in quelle ospitalità «un ottimo segno sulla strada di una migliore conoscenza reciproca e di una convivenza che è ancora da costruire». 

A Roma le chiese nelle quali c’è stata presenza musulmana sono state almeno quattro: Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti due imam; Santa Maria in Trastevere, con tre imam, alcuni professori e un gruppetto di giovani; Santa Maria ai Monti, con una coppia che è andata al microfono; la chiesa di Ostia affidata alla Comunità di Sant’Egidio, con una quindicina di ospiti.


«L’importanza del gesto – dice don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere – sta nel suo carattere pubblico e popolare: non si tratta di parole e presenze venute da intellettuali isolati, ma da imam o altri esponenti musulmani che già sono attivi nel lavoro di bonifica delle loro comunità dai germi della radicalizzazione». 

A chi obietta segnalando il carattere «provocatorio» – sia per i musulmani sia per i cattolici – della presenza di esponenti di altre fedi a un atto di culto, il vescovo ausiliare di Roma Gianrico Ruzza, che domenica ha accolto gli imam nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, risponde che «ovviamente si tratta di una presenza da ospiti e non da oranti, motivata da una circostanza straordinaria che chiedeva un gesto straordinario». 

In partenza per Cracovia e poi al ritorno, Papa Francesco ha affermato a tutto tondo che quella a cui stiamo assistendo «è una guerra ma non è una guerra di religione». Detto dal vescovo di Roma è molto, ma è ancora di più se a dirlo, insieme a lui e ospiti delle sue parrocchie, sono dei credenti musulmani.