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venerdì 14 gennaio 2022

Indonesia - Provincia di Aceh - 100 frustate alla donna adultera e 15 all'amante

La Repubblica
Una donna indonesiana della provincia di Aceh è stata fustigata 100 volte per adulterio, dopo che aveva confessato di aver avuto rapporti sessuali con un uomo diverso dal marito. 
All'amante, invece, anche lui sposato, sono state inflitte solo 15 frustate. 

The woman during the public flogging in Idi. Photograph: Cek Mad/AFP/Getty Images

Aceh è l'unica regione dell'Indonesia ad applicare la sharia, la legge islamica. Decine di persone hanno assistito alla punizione, caricando i video sui social. 

Gruppi per i diritti umani hanno criticato la pratica della fustigazione e lo stesso presidente indonesiano ha chiesto che venga abolita. Ma la popolazione locale resta favorevole.

giovedì 7 marzo 2019

Indonesia. L'orrore ad Aceh: torna la fustigazione in piazza per sei coppie per "reati" contro la morale

Avvenire
Sei coppie, arrestate in hotel per relazioni «inappropriate» sono state sottoposte al supplizio pubblico, dopo mesi di carcere Critiche degli attivisti per i diritti umani.


Una nuova fustigazione pubblica a Aceh, lunedì. La prima dopo la fine della sospensione di mesi nell’unica provincia nella pur musulmana Indonesia dove la legge coranica, la sharia, è applicata nella sua massima estensione con eccezione della pena capitale. 

A controllarne l’applicazione e a deferire ai giudici i colpevoli – in maggioranza responsabili di rapporti extraconiugali o omosessuali – è una apposita «polizia della morale». Due giorni fa, sei coppie sono state punite nel capoluogo Banda Aceh dove erano state arrestate lo scorso anno dopo un’irruzione nelle camere d’albergo dove si trovavano.

A quattro sono state inflitte sette frustate perché in compagnia ma non in atteggiamenti compromettenti, mentre le altre sono stati condannate tra 17 e 25 colpi per rapporti intimi al di fuori del matrimonio. Una pena preceduta per tutti da mesi di carcere. Più che la punizione in sé, l’effetto dissuasivo deriva dalla sua pubblicità. Come indicato all’agenzia UcaNews da uno dei protettori della moralità pubblica, «la legge intende avere un effetto deterrente, non solo per i colpevoli, ma anche per gli spettatori». Il fatto, poi, che questi eventi siano tenuti davanti a fotografi e giornalisti, con la possibilità per chiunque di riprenderli con videocamere e smartphone, la rende insieme parti- colarmente temuta e odiosa.

In almeno un caso, quello di una 16enne accusata tre anni fa di prostituirsi perché aveva assistito a un concerto rock, l’esposizione alla vergogna ha portato al suicidio. Non a caso, i gruppi per i diritti umani hanno ripetutamente chiesto la sua rimozione o almeno un’attenuazione, come pure ha fatto l’attuale presidente Joko Widodo. L’opposizione della forte maggioranza musulmana locale e le pressioni di partiti legati all’islamismo radicale hanno finora impedito ogni modifica, delicata anche sul piano politico. La situazione di Aceh deriva dalla sua speciale forma di autonomia, garantita nel 2001 dopo un lungo conflitto e la pace raggiunta con il movimento indipendentista del Gam. I moderati temono quindi che una pressione sugli estremisti e sulla politica locale possa scatenare una reazione.

E che la richiesta già avanzata da alcuni per un’estensione geografica della sharia possa trovare favore altrove per merito della predicazione estremista. Non a caso, nei giorni scorsi all’estremità orientale dell’arcipelago, nella provincia di Papua, manifestazioni dei cristiani, qui maggioritari, hanno chiesto l’espulsione di Ja’far Umar Thalib, un imam che tra il 2000 e il 2003 alimentò le tensioni interreligiose sull’isola di Ambon, nelle Molucche. Negli scontri, morirono 5mila persone.

mercoledì 9 gennaio 2019

Indonesia. Rilasciato dopo 11 anni di carcere l'attivista Johan Teterissa

amnesty.it
Dopo 11 anni di carcere, Johan Teterissa, insegnante, attivista e pacifista indonesiano, è stato finalmente rilasciato il 25 dicembre 2018. Johan aveva partecipato ad una protesta pacifica di fronte al Presidente dell'Indonesia nel 2007. Ora vive nella sua città natale sulle isole Molucche, insieme alla sua famiglia.

Con lui è stato rilasciato anche un altro prigioniero di coscienza: Johanis Riry. Sfortunatamente, gli altri sei prigionieri di coscienza di molucchesi sono ancora nella prigione di Ambon. Johan Teterissa ha ringraziato tutti i nostri sostenitori che hanno partecipato alla campagna per chiederne la liberazione. Ha inoltre fatto sapere che le lettere di solidarietà ricevute hanno rappresentato un sostegno per lui e per tutti gli altri prigionieri di coscienza delle isole Molucche che vivono a migliaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie.

La storia di Johan Teterissa - Prima di essere imprigionato, Johan Teterissa era insegnante di scuola elementare. Il 29 giugno 2007, in occasione della Festa nazionale della famiglia, il governo aveva organizzato una cerimonia nel capoluogo delle Molucche, Ambon. Questa città è un luogo strategico per il governo centrale: il cuore dell'irredentismo indipendentista ma, soprattutto, il centro di uno scontro religioso tra cristiani e musulmani che, tra il 1999 e il 2002, ha fatto migliaia di vittime e che non sembra del tutto ricomposto.

All'alba del 29 giugno 2007, Johan insieme ad altri 21 attivisti, insegnanti e contadini, supera i cordoni di sicurezza, inscena davanti al presidente una danza tradizionale di guerra e, al termine, sventola la "Benang Raja", la bandiera simbolo del movimento d'indipendenza per la Repubblica delle Molucche meridionali.

Immediatamente arrestati e presi a calci e pugni non appena fuori dalla vista del presidente, i 22 attivisti furono portati alla stazione di polizia di Ambon e lì torturati per 11 giorni: li hanno fatti strisciare con la pancia sull'asfalto rovente, infilato palle da biliardo in bocca, frustato con cavi elettrici, esploso colpi di fucile vicino alle loro orecchie e colpiti col calcio dei fucili, sempre sulle orecchie, fino a farli sanguinare.

Mentre le denunce di queste torture non sono state prese in considerazione, il 4 aprile 2008 Teterissa è stato condannato all'ergastolo per aver commesso il reato di "ribellione". La pena è stata ridotta a 15 anni. Senza il nostro intervento la sua condanna sarebbe terminata nel 2023. Nel marzo 2009, Teterissa viene trasferito in una prigione sull'isola di Giava, a migliaia di chilometri di distanza da Ambon. Per i suoi familiari, andare a trovarlo è praticamente impossibile.

domenica 13 maggio 2018

Indonesia: attentati kamikaze in tre chiese, almeno 10 morti

Corriere della Sera
Gli attentati compiuti da kamikaze, una era una donna velata che si è fatta saltare in aria con i suoi due figli.


Sono almeno dieci le persone rimaste uccise nei tre attentati in altrettante chiese cattoliche di Surabaya, la seconda più grande città dell’Indonesia. Almeno 40 i feriti. Si tratterebbe, secondo i media locali, di attacchi kamikaze. Il Paese è a forte maggioranza musulmana. Gli attentati arrivano pochi giorni dopo che la polizia ha soffocato nel sangue una rivolta in un carcere vicino a Giacarta rivendicata dall’Isis, uccidendo almeno cinque persone.

A sferrare uno degli attacchi una donna velata che si è fatta saltare in aria assieme ai suoi due figli piccoli. Lo ha riferito la polizia indonesiana ai media.

Attentato sanguinoso
Si tratta del più sanguinoso attacco da anni in Indonesia, che è a maggioranza musulmana. La nazione del Sud-Est asiatico, che inizierà questa settimana il Ramadan, è stata in allerta per gli attacchi da parte di militanti locali, compresi alcuni episodi rivendicati dal gruppo dello Stato Islamico. Nessuno però ha ancora rivendicato gli attentati a Surabaya.
«Dieci persone sono morte e 40 sono in ospedale», ha detto il portavoce della polizia di East Java, Frans Barung Mangera, ai giornalisti, aggiungendo che due poliziotti sono stati feriti. Il bilancio delle vittime ufficiali è salito e potrebbe includere anche coloro che sono morti in ospedale.

La dinamica
Tre luoghi separati sono stati colpiti intorno alle 7:30 del mattino ora locale( l’1.30 ora italiana) in quelli che sembravano essere attacchi coordinati, in cui sono stati impiegati sia attentatori kamikaze sia auto bomba. I filmati trasmessi dalle principali tv indonesiane sembravano mostrare un motociclista che entrava nei giardini di una chiesa prima che una bomba esploda. Altre immagini mostravano invece un veicolo inghiottito dalle fiamme. Gli artificieri della polizia sono stati chiamati a disarmare gli esplosivi ancora attivi al Gereja Pantekosta Pusat Surabaya, la Chiesa pentacostale del centro di Surabaya, e i testimoni hanno parlato di due forti esplosioni.

sabato 28 aprile 2018

Indonesia - Pena di morte per traffico di droga per 8 taiwanesi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Otto Taiwan arrestati in Indonesia dopo aver sequestrato una tonnellata di metamfetamine dalla Cina sono stati condannati giovedì a morte per traffico di droga da un tribunale nell'arcipelago del Sud-Est asiatico.



Gli uomini erano stati arrestati durante diverse operazioni di polizia lo scorso luglio, durante il quale il sospetto capo della rete è stato ucciso durante una sparatoria con la polizia.

"Gli imputati sono stati condannati per cospirazione criminale e traffico di droga", ha detto il presidente del tribunale distrettuale di South Jakarta, Haruno Patriadi.

Queste sentenze arrivano dopo le recenti condanne di altri 11 cittadini taiwanesi alla pena di morte per traffico di droga.

L'Indonesia è un paese con una delle leggi sulle droghe più dure al mondo. Dozzine di condannati a morte per traffico di droga, tra cui il francese Serge Atlaoui, sono nel braccio della morte.

mercoledì 31 gennaio 2018

Indonesia, transgender arrestate per essere rieducate come 'veri uomini'

Ansa
Taglio di capelli e abiti maschili come 'terapia'. Secondo le accuse avrebbero una cattiva influenza sui loro figli maschi.


Dodici transgender indonesiane sono state arrestate ieri dalla polizia nella provincia di Aceh, e sono al momento sottoposte a un trattamento di "rieducazione" di tre giorni che mira a insegnare loro a comportarsi "come veri uomini", compreso un taglio forzato dei capelli e l'uso di abiti maschili. Lo ha annunciato la stessa polizia di Aceh, l'unica provincia indonesiana governata dalla legge islamica.

Il gruppo di transgender è stato prelevato ieri durante un raid in alcuni centri estetici della provincia, dopo le lamentele di alcuni residenti secondo cui le "waria" - il termine indonesiano che combina le parole per "uomo" e "donna" - avrebbero una cattiva influenza sui loro figli maschi. Alcune famiglie hanno anche riferito di avance ai loro figli da parte delle waria. Al blitz era stato dato il nome di "Operazione contro le malattie morali".

"Li terremo per tre giorni per offrire loro la terapia. Sta andando bene, e ora si stanno tutte comportando come veri uomini", ha detto alla Bbc il comandante di polizia Ahmad Untung Surianata. Alla provincia di Aceh è stato concesso di introdurre la sharia all'inizio dello scorso decennio, anche nel tentativo del governo di Giacarta di porre fino a un movimento secessionista.

Nella provincia, essere transgender non è illegale, ma relazioni omosessuali lo sono. Nel resto dell'Indonesia le waria sono relativamente accettate come parte della società. Negli ultimi anni, però, nell'arcipelago si è diffusa una ventata di intolleranza verso la comunità Lgbt sulla scia di una forma più conservatrice di Islam. Anche nella capitale Giacarta sono stati compiuti alcuni raid contro gay bar e centri massaggi, con l'arresto di decine di persone in base a una controverse legge contro la pornografia.

lunedì 15 maggio 2017

Indonesia, condannato per blasfemia il governatore cristiano Ahok

Vatican Insider
Una corte di Giacarta infligge due anni di carcere ad Ahok: gli islamisti hanno influenzato sia la campagna politica, sia il verdetto.


Proteste in strada per la condanna dell’ex governatore Ahok

«Il nostro eroe è passato. Il nostro fiore è caduto nel giardino della devozione. La sua fragranza pervade la nostra grande e sacra patria»: sono le parole e melanconiche note di un canto tradizionale giavanese ad accompagnare e consolare oggi i sostenitori dell’ex governatore cristiano di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama, detto “Ahok”, condannato a due anni di carcere per blasfemiada una Corte distrettuale della capitale indonesiana. E mentre cristiani e musulmani pro Ahok intonano inni vagamente nostalgici, incamminandosi verso il carcere distrettuale, gruppi islamisti scendono in strada nella capitale per festeggiare la sentenza di condanna. 

In effetti il giudice che ha emesso il verdetto non ha usato la mano leggera: il pubblico ministero aveva infatti suggerito una condanna più lieve, ritenendo congrua una pena di due anni di libertà vigilata e un eventuale anno di carcere se, in quel periodo, l’imputato si fosse mostrato recidivo di blasfemia. La Corte ha ignorato tale richiesta giudicando Ahok colpevole di vilipendio al Corano, infliggendogli due anni di carcere per un reato che, in Indonesia, prevede la pena massima di cinque anni di prigione.

È questo il parziale epilogo (la difesa ha annunciato ricorso in appello) di una vicenda iniziata a settembre del 2016, quando l’ex governatore di etnia cinese – all’inizio della campagna elettorale per il massimo seggio istituzionale nel distretto della capitale – aveva citato in un discorso la sura Al-Maidah del Corano, contestando la visione data da alcuni leader radicali. Questi avevano invitato gli elettori a votare per un candidato musulmano, sulla base di una presunta indicazione del libro sacro.

Quell’intervento, pur legittimo, è costato caro ad Ahok: un video subito divenuto virale sui social media ha innescato la reazione dei gruppi islamisti e la denuncia per blasfemia. Il governatore è stato rinviato a giudizio e processato nel bel mezzo della stagione che precedeva il voto di febbraio 2017. La vicenda è stata fortemente strumentalizzata da gruppi radicali come l’Islamic Defenders Front e ha costituito una spada di Damocle che ha influenzato l’intera campagna politica.

Ahok ha vinto al primo turno delle elezioni (con il sostegno trasversale di elettori cristiani e non) per poi soccombere al ballottaggio del 19 aprile, quando ha ceduto il passo all’altro candidato, il musulmano moderato Anies Baswedan: su quest’ultimo, candidato indipendente e di solide basi democratiche, si è concentrato l’appoggio di tutti gli oppositori di Ahok, dai maggiori partiti politici (come il Gerindra ) fino ai movimenti islamisti, che pure Baswedan si è guardato bene dal rifiutare.

Va ricordato che Ahok non era giunto al seggio di governatore come candidato eletto, ma subentrandovi da vice quando Joko Widodo, governare uscente, si era tuffato nella corsa per la presidenza dell’Indonesia, raggiunta con successo nel 2014. La prova di governo di Ahok, nel segno della trasparenza e della concretezza, si è rivelata positiva e ha riscosso ampi consensi. Estesosi ben oltre i confini delle comunità cristiane, il suo gradimento popolare ha toccato punte del 70%.

Tutto faceva presagire una rielezione, ma quel cenno al Corano ha cambiato le carte in tavola, rappresentando l’appiglio che ha dato la stura ai movimenti islamici radicali. È pur vero che Ahok, nel frattempo, ha mostrato un carattere giudicato arrogante e spocchioso, attirandosi le antipatie del pubblico, che, in alcuni casi, ha collegato questo atteggiamento alle sue origini cinesi, accusate, a volte, di avere un «complesso di superiorità» rispetto ai cittadini di etnia giavanese. Inoltre alcuni suoi discutibili provvedimenti politici – come lo sgombero di famiglie povere da alcuni insediamenti abusivi a Giacarta, senza provvedere a una ricollocazione – hanno generato ostilità di attivisti della società civile.

In questa cornice, il fattore religioso (Ahok è cristiano protestante) è un elemento che ha contribuito a coagulare gli oppositori dietro la bandiera issata dagli islamisti, abili a guidare e manipolare il malcontento, specialmente tra i giovani. «I gruppi islamici radicali hanno influenzato questo verdetto e la recente campagna elettorale. La difesa ricorrerà in appello, mentre noi cristiani ci rimettiamo alla giustizia di Dio», ha osservato all’agenzia vaticana Fides Agustinus Ulahayanan, segretario della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale dell’Indonesia. I battezzati (l’11% nel distretto di Giacarta) si appellano alla Pancasila, la carta dei cinque principi (fede nell’unico Dio, umanità, unità della nazione, democrazia, giustizia sociale) alla base dell’Indonesia moderna. D’altro canto si prende atto della debolezza del sistema giudiziario e dell’impatto che hanno avuto i gruppi radicali sia nell’agone politico, sia sul giudizio dei magistrati: la strumentalizzazione della fede islamica ai fini elettorali è un fenomeno che potrà ripercuotersi anche sul voto presidenziale, previsto nel 2019.

Paolo Affatato

sabato 6 maggio 2017

In Indonesia una fatwa per fermare il dramma delle spose bambine

Globalist
Le comunità islamiche del paese hanno chiesto al governo di vietare i matrimoni sotto i 18 anni



Il dramma delle spose bambine è ancora presente in molti paesi. E - purtroppo - in un mix di tradizioni difficili da superare e di fanatismo religioso sono ancora tante le ragazzine date in sposa, spesso a persone anziane o comunque molto più grandi di loro.
Adesso è stata emanata una fatwa contro i matrimoni contratti a meno di 18 anni di età è stata emessa a Cirebon, nell'isola di Giava, al termine di una conferenza che ha riunito le rappresentanti delle comunità islamiche dell'Indonesia.
La presa di posizione non è vincolante da un punto di vista giuridico ma ha rilievo da un punto di vista degli indirizzi sociali.

Al termine dell'incontro, durato tre giorni, è stato anche chiesto al governo di Jakarta di innalzare per legge l'eta' minima consentita per il matrimonio da 16 a 18 anni. Secondo il Fondo dell'Onu per l'infanzia (Unicef), in Indonesia oggi si sposa prima della maggiore età una ragazza su quattro. Di norma nel Paese le fatwa sono emesse dal Consiglio nazionale degli ulema, un organismo composto quasi interamente da uomini.

giovedì 23 febbraio 2017

Indonesia - Jakarta - Gli uomini-carretto di Jakarta non sono più soli

Huffington Post
Li chiamano "uomini-carretto". Perché non solo utilizzano grossi cassoni con le ruote per raccogliere tutto ciò che possono per sopravvivere, ma perché ci vivono dentro: ci dormono, ci mangiano, è la casa che si portano appresso per le vie della sterminata città. Parliamo di Jakarta, capitale dell'Indonesia, e del suo popolo di homeless: 30 mila, dieci volte più di Roma che ne conta circa 3 mila.




Sono per lo più loro - in assenza di servizio pubblico - a garantire la raccolta e la selezione dell'immondizia. E nel traffico congestionato di una capitale modernissima, dove le contraddizioni sono di casa e splendidi palazzi sorgono accanto a fogne a cielo aperto, si vedono muovere questi strani personaggi, in simbiosi con i loro cassoni, che sembrano arrivati da un'epoca lontana. Di notte il carretto, da strumento di lavoro, si trasforma in casa. E ci si dorme dentro da soli o, più spesso, con tutta la famiglia.
Anche in un'aerea metropolitana che supera i 30 milioni di abitanti gli "uomini-carretto" non possono però essere considerati "invisibili". Tutti li vedono, tanti sanno di loro, molti approfittano dei loro servizi, ma non si fermano. Come accade del resto anche nelle nostre città europee.

Come i nostri senza dimora, anche gli "uomini-carretto" indonesiani sono prima di tutto persone. Ci sono tra loro donne e bambini che hanno semplicemente bisogno di un po' di aiuto per riacquistare dignità e cercare di uscire dalla loro condizione. Ma se è vero che fra i tanti muri che crescono nel mondo c'è anche l'indifferenza, è altrettanto provato che anche quella può essere scossa.

Lo abbiamo visto in Italia, durante l'emergenza freddo, quando all'appello di Sant'Egidio hanno risposto in tanti. Non solo portando coperte, ma offrendosi per visitare i senza dimora. Si è creato in pochi giorni un movimento di solidarietà che continua dopo il freddo.

Anche a Jakarta, il muro si sta sgretolando. Il volontariato è un fenomeno decisamente recente, nelle società asiatiche, dominate dalla competitività e dal culto del profitto. Ma si va facendo strada l'esigenza di ricavare degli spazi di gratuità e di umanità, magari fermandosi con chi vive per strada e, appunto, dentro un carretto.

Così oggi, anche per le vie di Jakarta, è possibile incontrare gruppi di volontari, indonesiani che aiutano altri indonesiani, come la stessa Comunità di Sant'Egidio che ne assicura il sostegno, portando cibo, cercando risposte ai loro problemi, o semplicemente fermandosi a parlare, in controtendenza rispetto ad una società asiatica dove prevale la produttività sopra ogni cosa.

Un segnale importante per l'umanizzazione delle grandi metropoli mondiali, che ormai, nel bene e nel male, si assomigliano in tutti i continenti. E al tempo stesso per il dialogo, se si pensa che l'Indonesia è il Paese con più musulmani del mondo e che a svolgere questo tipo di volontariato sono, in gran parte, giovani e adulti cristiani.


Roberto Zuccolini

lunedì 1 agosto 2016

Indonesia, pena di morte: 14 esecuzioni, la società si mobilita.

L'Avvenire
La società indonesiana si mobilita contro le nuove esecuzioni di massa annunciate dal governo per il fine settimana e portate a termine. 


Fino all’ultimo gli attivisti hanno cercato di fermare la macchina della morte. E i cattolici sono stati in prima linea nella campagna in difesa dei diritti umani. La Comunità di Sant’Egidio aveva lanciato un nuovo, forte appello per una moratoria della pena capitale, durante l’Anno Santo della Misericordia, con una lettera inviata al presidente Joko Widodo. 

Lo stesso aveva fatto in precedenza la Conferenza episcopale indonesiana, mentre l’arcivescovo di Giacarta, monsignor Ignatius Suharayo aveva chiesto ai fedeli di pregare per i condannati.

Le esortazioni, però, sono cadute nel vuoto. Stavolta, anche se non sono stati forniti dati ufficiali, nelle mani del boia è finito un numero imprecisato di prigionieri, accusati di traffico di droga, fucilati nel carcere sull’isola di Nusa Kambangan. Nei giorni scorsi, il procuratore aveva annunciato 14 esecuzioni. All’ultimo, però, è stato escluso il condannato pachistano, Zulfikar Ali. La lotta degli attivisti, in ogni caso, continua. 

Sant’Egidio ha costituito - insieme a diverse componenti della società civile fra cui consistenti gruppi di musulmani – l’Alleanza per il rifiuto della pena di morte, il cui acronimo, Hati, in indonesiano significa “cuore”. L’obiettivo del patto tra realtà differenti è svolgere un’azione coordinata e, dunque, più efficace, per mettere fine alle esecuzioni capitali.

venerdì 29 luglio 2016

Indonesia - Ignorati gli appelli, eseguite 4 condanne a morte. Un indonesiano e 3 nigeriani

Blog Diritti Umani - Human Rights
Indonesia - L'Indonesia ha eseguito quattro persone condannate per reati di droga, nonostante le proteste internazionali, e ha annunciato che in seguito deciderà per almeno altri 10 condannati.
Sono un indonesiano e tre nigeriani che sono stati uccisi da un plotone di esecuzione poco dopo la mezzanotte ora locale, mentre piogge torrenziali colpivano l'isola-prigione di Nusa Kambangan che ospita i condannati a morte.
Il governo aveva annunciato all'inizio della settimana che 14 persone nel braccio della morte, per lo più stranieri, sarebbero stati giustiziati per reati di droga.

Sono stati eseguiti un indonesiano Freddy Budiman e i nigeriani Seck Osmane, Michael Tito e Humphrey Jefferson.

I parenti, gruppi per i diritti e governi stranieri avevano sollecitato l'Indonesia di risparmiare le 14 vite. Avvocati e gruppi per i diritti umani hanno sollevato seri dubbi sulla legittimità della condanna di Jefferson, che era stato in prigione per più di un decennio.

E' stata la terza serie di esecuzioni sotto il presidente Joko Widodo che è stato eletto nel 2014 facendo  promesse per migliorare i diritti umani in Indonesia.

L'anno scorso, il governo ha eseguito14 persone condannate per reati di droga, per lo più stranieri, innescando un enorme clamore all'estero e in particolare in Australia, che aveva due cittadini tra i condannati.

Le ultime esecuzioni non hanno attirato lo stesso livello di attenzione dei media all'estero, ma l'Unione europea, U.N. Ufficio per i diritti umani, il governo australiano e altri hanno continuato prendere posizione contro l'uso della pena di morte in Indonesia.

I corpi di Osmane e Tito per loro desiderio torneranno nel loro paese di origine e Jefferson sarà sepolto in Indonesia.

Il governo precedente non ha effettuato esecuzioni tra il 2009 e il 2012, ma sono riprese nel 2013.

ES

Fonte: AP

giovedì 16 giugno 2016

L'Indonesia ha programmato 16 esecuzioni alla fine del Ramadan e 30 il prossimo anno

Blog Diritti Umani - Human Rights
Secondo la Reuters, il Procuratore Generale ha detto: "In conformità con il budget, abbiamo in programma l'esecuzione 16 condannati quest'anno e 30 l'anno prossimo."

L'anziana britannica Lindsay Sandiford
Ha poi aggiunto: "Il presidente Joko Widodo ha detto che il paese si trova ad affrontare un'emergenza narcotici e questo è quello che occorre fare per salvare le nostre generazioni future."

Egli non ha fornito dettagli su chi sarebbe stato eseguito il mese prossimo, ma si teme per l'anziana britannica Lindsay Sandiford che potrebbe essere tra quelli che saranno eseguiti.
L'Indonesia ha sanzioni estremamente severe per reati legati alla droga ed eseguito 14 persone l'anno scorso sono stati eseguiti per vari crimini, tra cui il traffico di droga.

Lindsay Sandiford è stata condannata a morte a Bali nel gennaio 2013, dopo essere stata riconosciuta colpevole di aver tentato di contrabbandare 1,6 milioni di dollari di cocaina in vacanza il 19 maggio 2012. L'anziana donna ha ammesso il traffico di droga, ma ha sostenuto che lei era costretta a causa delle minacce per la vita di suo figlio.

Sandiford ha fatto numerosi appelli senza successo e ha lamentato il fatto che il Foreign and Commonwealth Office non ha aiutato la sua battaglia legale. L'ufficio contesta questo, dicendo che la Sandiford ha rifiutato la loro offerta di sostegno.


ES

Fonte: The Huffington Post

mercoledì 25 maggio 2016

Indonesia: Chiesa e società civile contro nuove esecuzioni capitali

Radio Vaticana
Un appello urgente e una campagna per fermare le nuove esecuzioni capitali pianificate dal governo indonesiano e annunciate come imminenti: è quanto stanno preparando, come riferisce l'agenzia Fides, organizzazioni cattoliche e gruppi della società civile indonesiana. 
 
Le croci preparate per i detenuti che verranno eseguiti
Secondo le informazioni diffuse dalla polizia indonesiana, sono 15 i detenuti nel braccio della morte del carcere sull'isola di Nusakambangan, di fronte alla città di Cilacap (Giava Centrale), pronti a essere giustiziati. Si tratta di persone di diverse nazionalità: quattro cinesi, due dello Zimbabwe, due nigeriani, un senegalese, un pakistano e cinque indonesiani, tutti condannati a morte per reati di detenzione e spaccio di droga.

La Chiesa si mobilita contro le esecuzioni capitali
La Chiesa indonesiana, che più volte ha disapprovato pubblicamente il ricorso alla pena capitale, si è attivata: si terrà giovedì 26 maggio a Giacarta un summit di emergenza cui partecipano la Commissione "Giustizia e pace" della Conferenza episcopale indonesiana, la Comunità di Sant'Egidio-Indonesia e alcune tra le maggiori associazioni indonesiane impegnate in difesa dei diritti umani come Kontras, Imparsial, Elsam, Lbh Masyarakat.

La pena capitale è contraria alla dignità e al diritto alla vita di ogni persona
Mons. Ignazio Suharyo, arcivescovo di Jakarta e presidente dell'episcopato indonesiano, ha partecipato al seminario da titolo "La pena di morte in una nazione democratica", organizzato il 18 maggio dall'università cattolica Atma Jaya a Giacarta. In vista delle nuove esecuzioni, l'arcivescovo ha ribadito a posizione della Chiesa, contraria alla pena di morte in nome della dignità e del diritto alla vita di ogni persona. "Le leggi non sono perfette e i giudici possono commettere errori. Quando si pensa che le leggi sono perfette, è l'inizio di ingiustizia", ha detto mons. Suharyo.

Campagna di coscientizzazione della cittadinanza per fermare le esecuzioni
Come riferisce una nota inviata a Fides, il leader della Comunità di Sant'Egidio-Indonesia, Teguh Budiono, che coordinerà l'incontro del 26 maggio, ha ringraziato l'arcivescovo, confermando in cui la Chiesa e la società civile chiederanno una campagna di coscientizzazione della cittadinanza, per fermare le esecuzioni. 
Giacarta è tra le 15 città indonesiane dove negli anni scorsi si è tenuta la manifestazione "Città per la vita, città contro la pena di morte", organizzata da Sant'Egidio in oltre duemila comuni nei cinque continenti. Nel 2015 il governo indonesiano, nonostante le pressioni internazionali contrarie, ha giustiziato 14 detenuti condannati a morte per reati droga. (P.A.)

venerdì 8 aprile 2016

Indonesia annuncia 10 nuove esecuzioni di stranieri condannati per reati di droga

Blog Diritti umani - Human Rights
Il 29 aprile 2015 è avvenuta l'ultima esecuzione in Indonesia. In quel giorno, un plotone di esecuzione ha ucciso otto persone condannate per reati legati alla droga, nonostante le suppliche e le proteste della comunità internazionale.
Luhut Panjaitan
Il clamore causato dalle esecuzioni sembrava aver indotto il governo ad una pausa di riflessione. Lo scorso novembre, il ministro della sicurezza dell'Indonesia, Luhut Panjaitan, aveva dichiarato che il governo considerando le ricadute economiche dell'applicazione della pena di morte stava valutando l'applicazione di una moratoria sulla pena di morte.

Ma ieri il governo ha annunciato i nomi delle prossime 10 persone di cui è prevista l'esecuzione in Indonesia. Sono tutti stranieri trovati colpevoli di vari reati legati alla droga.

I 10 stranieri per cui è prevista l'esecuzione: quattro sono nigeriani (Humphrey Ejike, Eugene Ape, Ekpere Dike Ole Kamma, e Frank Chidebere Nwakome), due sono malesi (Lee Chee Gallina e Tham Tuck Yin), due sono americani (Frank Amado, e Lim Jit Wee), uno è dello Zimbabwe (Federik Luttar) e uno è senegalese (Seck Osmane).

Ad eccezione del Senegal, tutti i condannati da eseguire provengono da paesi in cui la pena di morte è ancora praticata. Questa potrebbe essere avanzata come una giustificazione per l'Indonesia.

E' esclusa Mary Jane Veloso, la donna filippina a cui è stata dato sospesa l'esecuzione dopo che i funzionari delle Filippine avevano esercitato pressioni al governo indonesiano per permetterle di vivere.
Inoltre è escluso dalla lista il francese Serge Atlaoui nella lista delle esecuzioni lo scorso anno.

Nessuna data è stata fissata per il prossimo ciclo di esecuzioni.


Fonte: tempo.co

martedì 22 marzo 2016

L'inferno del pasung: i malati mentali in Indonesia vengono tenuti in catene

Il Messaggero
Sfruttamento, abusi fisici e psicologici, totale assenza dei più elementari diritti: è il quadro terribile che emerge da un rapporto, curato da Human Rights Watch, che illustra lo stato in cui versano migliaia di malati indonesiani, affetti da disabilità mentale e rinchiusi – è il caso di dire – nelle strutture sanitarie preposte alla loro assistenza, trasformatesi in vere e proprie carceri.


Si parla approssimativamente di 57mila persone che subiscono o hanno subito un simile sfruttamento, ma il numero potrebbe essere più alto. In Indonesia viene definito “pasung” e, seppure messo al bando nel 1977, continua ad essere sistematicamente praticato, come documenta la denuncia dell’associazione umanitaria internazionale, da anni in prima fila contro le violazioni dei diritti umani nel mondo. Nel documento si parla di 175 persone recentemente “salvate” dal pasung e di altre 200 recuperate in anni recenti. Ma il rapporto si estende anche alle spaventose condizioni in cui sono costretti a vegetare i pazienti di pseudo strutture sanitarie e di assistenza. Pare che ve ne siano solo 48 in tutto il paese (abitato da 250 milioni di persone), dove per giunta l’infermità mentale è considerata frutto di maledizioni o possessioni da parte di spiriti maligni.

Yeni Rosa Damayanti, a capo dell’associazione di salute mentale “Perhimpunan Jiwa Sehat”, ricorre a un esempio molto efficace – riportato nel documento di Human Rights Watch – per dare un’idea di quanto sia diffusa la pratica del pasung: «Puoi lanciare una pietra ovunque, a Java, e colpirai qualcuno in pasung». Il caso più lungo di detenzione, tra quelli documentati, riguarda una donna, tenuta chiusa in una stanza per quasi 15 anni. Ismaya, invece, ha passato solo tre settimane in un centro di recupero. Racconta: «Mi hanno legato le mani con un guinzaglio e mi hanno incatenato le gambe. Ho provato a liberarmi. Più ci provavo, più mi tenevano legato. Non mi hanno mai lasciato. Non c’erano servizi. Anche se avessi urlato per andare in bagno, non me l’avrebbero permesso».

La maggioranza dei casi di pasung si registrano nelle più remote aree rurali, dove vivono famiglie con uno scarso livello di consapevolezza circa la disabilità mentale o con ridotte possibilità di accesso alle strutture di cura. In tutto il paese, circa il 90 per cento di coloro che necessiterebbero di questo tipo di assistenza non ha modo di ottenerla, vuoi per ignoranza, vuoi per povertà. «L’Indonesia ha un buon sistema sanitario» spiega Shantha Rau Barriga, che cura per Human Rights Watch i diritti dei disabili, «ma sfortunatamente l’assistenza per i malati di mente non è compresa».

Nel rapporto si legge anche della storia di Carika, 29 anni, tenuta rinchiusa quattro anni nella stalla dove la sua famiglia custodiva le capre, nel centro di Java, costretta a mangiare, dormire e defecare insieme alle bestie, pregando invano i suoi familiari di liberarla. Anche quando è riuscita a fuggire, però, ha subìto un periodo di reclusione in uno dei cosiddetti centri di assistenza, dove l’hanno sottoposta all’elettroshock. Queste pratiche sono di routine nelle strutture predisposte all’assistenza dei disabili. Il governo indonesiano ha promosso varie iniziative per combattere la pratica del pasung ma, denuncia Human Rights Watch, permane nel paese una scarsa consapevolezza su quello che dev’essere l’approccio adeguato con cui trattare situazioni così delicate; mancano, soprattutto, i luoghi adatti per prendersi cura di persone indifese e deboli. Le autorità parlano di circa 18mila individui che attualmente si trovano in queste condizioni disumane.
di Antonio Bonanata

martedì 15 marzo 2016

Indonesia: Il governo indeciso sull'uso della pena di morte nel 2016

Blog Diritti Umani - Human Rights
Jakarta: Il governo indonesiano deve ancora decidere se procederà all'esecuzione di narcotrafficanti nel 2016, ma ha affermato che si concentrerà, 
per i prossimi sette-otto mesi,  sul miglioramento dell'economia 
Luhut, coordinatore politico degli affari di sicurezza del Governo indonesiano, afferma che c'è stata una risonanza negativa nella pubblica opinione che ha reagito alle esecuzioni delle di pene capitali e ha concluso: "Allora dobbiamo valutare con con molta attenzione quando si utilizza la pena di morte".
Secondo al 2015 i dati da parte dell'Agenzia Nazionale Narcotici, ci sono 14 attualmente detenuti  in attesa di affrontare il plotone di esecuzione.

L'anno scorso l'Indonesia messo a morte 14 detenuti accusati con reati legati alla droga, tra cui due australiani che facevano parte del gruppo di Bali Nine, Myuran Sukumaran e Andrew Chan.

Fonte: Jakarta Post

venerdì 20 novembre 2015

Indonesia announces moratorium on death penalty amid the current economic slowdown

Jakarta Post
The nation priorities on fixing its weak economy
The government has suspended executions of convicts on death row amid the current economic slowdown, Coordinating Political, Legal and Security Affairs Minister Luhut Panjaitan said on Thursday.


Mourners at the funeral in May of Myuran Sukumaran, who was convicted
in Indonesia of drug trafficking and executed.
 Photo: James Brickwood

He said the government was focusing onimproving economic growth, which accelerated at a slow pace of 4.73 percent in the third quarter of this year.
“We are not thinking about carrying out death sentences as long as our economy is still like this,” he said as quoted by kompas.com.

Luhut said the issue of the death penalty in Indonesia was raised when he met with Australian government representatives in Sydney earlier this week.

Australia had promised not to interfere in Indonesia’s stance on the death penalty, he added.
“I have told them that we [Indonesia] are concentrating on the economy. We will have further discussions if something comes up,” he said.

Foreign countries and human rights groups have slammed Indonesia for implementing the death sentence against convicts, as stipulated in the Criminal Code (KUHP).

President Joko “Jokowi” Widodo’s administration executed two groups of death row convicts, totaling 14 people, in January and April.

Two of the convicts were Australian drug smugglers Andrew Chan and Myuran Sukumaran, who were executed in April, causing tension between the two countries and leading to Australia recalling its ambassador from Indonesia.

Jakarta-based human rights group the Institute for Criminal Justice Reform (ICJR) said it appreciated the move and urged the government to grant clemency for people on death row so their fate would be clear.

“Clemency for convicts on death row would prevent them having the death row phenomenon that often happens during a postponement of [carrying out] death sentences, which is usually evident in a mentally disturbed state,” ICJR senior researcher Anggara said on Thursday.

He also said a moratorium on the death penalty must be followed by real action, such as the Attorney General’s Office refraining from demanding the death penalty for defendants. (rin)

martedì 20 ottobre 2015

Indonesia. Aceh forze di sicurezza cedono a pressioni degli estremisti: demolite tre chiese

Radio Vaticana
Dopo le tensioni cresciute dalla scorsa settimana a seguito del rogo di un luogo di culto cristiano e dell'assedio a un altro in cui un individuo era morto e altri quattro erano rimasti feriti, le forze di sicurezza indonesiane sono intervenute ieri nel distretto di Singkil, provincia di Aceh, per demolire tre chiese come chiesto dagli estremisti musulmani che lamentano la mancanza di permessi appropriati.

La polizia demolisce una delle tre chiese ad Aceh - AFP
Amarezza tra i cristiani: accolte le richieste degli integralisti islamici
La distruzione degli edifici, tre modesti luoghi di culto tra cui uno cattolico - riferisce l'agenzia Misna - non ha provocato altri incidenti o arresti in quanto era stata concordata tra autorità locali e leader religiosi, tuttavia ha provocato amarezza tra i cristiani che nel provvedimento hanno visto una concessione alle richieste del Fronte dei difensori dell'islam che nella provincia di Aceh, unica nell'immenso arcipelago indonesiano in cui vive la legge coranica, chiede da tempo con decisione la demolizione di una decina di luoghi di culto cristiano che non hanno un regolare permesso edilizio o per ospitare attività religiose.

Campagna per contenere il ruolo delle minoranze religiose
Previste altre demolizioni nei prossimi giorni, mentre migliaia di cristiani si sono allontanati dalle aree più potenzialmente pericolose. In parte una problematica concreta per la difficoltà di ottenere permessi e autorizzazioni in una burocrazia dai tempi lunghi e sovente dalle modalità incerte, in parte per quella che molti ritengono sia una campagna orchestrata per contenere dimensioni e ruolo delle minoranze religiose.

Forti restrizioni a causa della sharia
​L'imposizione della Sharia deriva dall'accordo di pace del 2005 tra movimento indipendentista Gam e governo di Jakarta che ha dato alla provincia un'ampia autonomia e successive elezioni che hanno portato al potere gruppi politici fautori dell'islamizzazione anche del sistema giuridico. Non senza crescenti resistenze negli ultimi anni per l'imposizione di usi e restrizioni non abituali anche nella musulmana Indonesia. (C.O.)

giovedì 6 agosto 2015

Jakarta saves 12 citizens from Saudi death penalty

The Jakarta Post
Jakarta - Indonesia said it has secured the release of 12 citizens from death row in Saudi Arabia this year.


The number of Indonesians freed from death row in Saudi Arabia since 2011 is 68, the Foreign Ministry's directorate of legal aid aIndond protection said yesterday.

Ministry records show there are 24 Indonesian citizens at risk of the death penalty in Saudi Arabia. Of those, 12 face murder charges, nine are on adultery charges and three face black magic charges.

The ministry said that recently, the government managed to secure the release of Rika Mustikawati, a migrant worker.

In May 2012, a general court in Saudi Arabia sentenced Rika to death for allegedly performing witchcraft on her female employer.

In November 2012, a Saudi appeals court annulled the verdict and requested the general court to try Rika's case again with a new panel of judges. The ministry said this was made possible with the legal assistance provided by the Indonesian Consulate-General in Jeddah.

After a string of hearings, the court released Rika from death row, imposing on her only three years in prison.

The ministry said it has also sought clemency from the Saudi king for other Indonesian nationals sentenced to death.

"Indonesian representatives abroad have continued to make use of the good momentum created by recent meetings between Foreign Minister Retno LP Marsudi and Saudi Arabia's king and foreign minister to accelerate the settlement of legal problems affecting Indonesian citizens in Saudi Arabia," said the ministry.

domenica 26 luglio 2015

Indonesia, passi avanti nel rispetto dei diritti umani fondamentali e della libertà religiosa

Vatican Insider
I recenti casi di violenza «restano isolati», dice il Nunzio apostolico Filippazzi. Il governo di Joko Widodo revoca l'obbligo di indicare la religione sulla carta di identità e ridà spazio alle religioni dei popoli indigeni
L'Indonesia, il paese musulmano più popoloso al mondo, sta sperimentando, grazie al governo del presidente Joko Widodo, una stagione di apertura e di progresso nel rispetto dei diritti umani fondamentali e della libertà religiosa.

Nonostante alcuni casi di violenza, legati alla presenza di gruppi estremisti islamici «piccoli ma rumorosi» – come li definisce a Vatican Insider l’arcivescovo di Bandung, Johannes Pujasumarta – restano evidenti i passi avanti nella legislazione che regola i diritti dei credenti nonchè sul piano dell’approccio globale delle istituzioni pubbliche, nel costruire e tutelare un clima di armonia e tolleranza.

Non devono ingannare, dunque, gli episodi che hanno turbato alcune zone del paese negli ultimi giorni. Come ha spiegato in una intervista a Radiovaticana il Nunzio apostolico in Indonesia, mons. Antonio Guido Filipazzi, commentando le recenti violenze a sfondo religioso (fonti locali parlano di un morto e danni a due chiese e una moschea), si tratta di «episodi drammatici ma isolati, mentre prevale un clima di tolleranza». L’allerta diramato ieri dal governo, spiega mons. Filipazzi, mira dunque a prevenire ulteriori violenze.
Sul piano generale, infatti, nell’ultimo anno si sono rafforzare per le minoranze religiose indonesiane le speranze di maggiore sicurezza e di un clima tollerante. Con la presidenza del moderato Joko Widodo, comunità come gli ahmadi e i cristiani hanno espresso buoni auspici, giudicando con favore una nuova proposta di legge che intende tutelare tutte le comunità religiose. 

[...]

Paolo Affatato