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martedì 23 dicembre 2014

Per volontà di Papa Francesco 15mila i posti per rifugiati e richiedenti asilo dagli istituti religiosi.

Blitz Quotidiano
Città del Vaticano – Papa Francesco ospita nei conventi 15mila rifugiati. Risponde con i fatti a chi, come la Lega, riguardo agli arrivi dei migranti e alla predicata accoglienza diceva: prendeteveli voi. Lui così ha fatto. 


E così hanno fatto i sacerdoti e le suore di diversi conventi ed istituti di Roma e non solo.Era il 10 settembre 2013 quando il pontefice, in visita al Centro Astalli (associazione gesuita per l’accoglienza ai rifugiati), disse che i conventi vuoti non devono diventare alberghi per guadagnare soldi perché sono “per la carne di Cristo che sono i rifugiati”. Da allora sono stati molti gli istituti religiosi che hanno seguito l’invito.

Al Centro Astalli, dietro la Chiesa del Gesù a Roma, a pochi passi da Largo Argentina, pieno centro storico, sono circa 400 i rifugiati che ogni giorno mangiano alla mensa. Ma sono oltre una dozzina i conventi che hanno deciso di accogliere gli immigrati.

Nel centro di Roma c’è anche la casa delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Touret, che hanno ristrutturato la foresteria per accogliere rifugiati. Stessa decisione presa dalle suore della scuola di San Giuseppe di Chambéry al Casaletto, sempre nella capitale. Qui i migranti hanno a disposizione anche un orto in cui lavorare la terra e conoscersi.

Nel complesso, dall’ultima ondata di arrivi del 2014, dopo la tragedia di Lampedusa nell’ottobre del 2013 e l’appello di papa Francesco, sono oltre 15mila i posti messi a disposizione di rifugiati e richiedenti asilo dagli istituti religiosi. Un po’ come fece Pio XII nel 1943, quando chiese alle comunità religiose di aprire le loro porte ai “fratelli perseguitati”. Così è stato fatto.

lunedì 22 dicembre 2014

Falluja, donne bottino di guerra 150 donne uccise dall'Isil perché rifiutano il matrimonio jihadista.

Globalist
Donne vendute al mercato del sesso per 10 dollari.
Donne bottino di guerra. Donne schiave del sesso, vendute per 10 dollari agli schiavisti dell'Isil (Stato islamico in Iraq e nel Levante).
E quelle che osano ribellarsi vengono uccise. L'ultimo massacro, denunciato dal ministro dei diritti umani iracheno, è avvenuto a Falluja, la cittadina alle porte di Baghdad, simbolo di martirio e di resistenza.
Giovedì scorso un jihadista, identificato con il nome di Abu Anas al-Libi, ha ucciso più di 150 donne e ragazze, alcune delle quali incinta, perché si rifiutavano di contrarre il matrimonio jihadista (Jihad al Nikah, ovvero jihad del sesso), un matrimonio temporaneo per soddisfare gli appetiti sessuali dei combattenti. 

Le donne massacrate sono poi state sepolte in fosse comuni nella periferia della città. Sempre a Falluja, la moschea di al Hadra al Mohammadiyyah è stata trasformata in una grande prigione dove sono stati richiusi centinaia di donne e di uomini. E le prigioni potrebbero proliferare visto che Falluja è chiamata la città delle cento moschee, ma certo non sono state costruite per diventare luoghi di detenzione. L'Isil sembra persino andare oltre la più ferrea applicazione della sharia.
Considerare le donne bottino di guerra non è una novità, una fatwa che avallava questo trattamento era stata emessa dal leader algerino del Gia (Gruppi islamici armati) Ali Belhadj all'inizio degli anni '90. Con la guerra civile in Siria lo sfruttamento delle donne a scopo sessuale è stata sancita da una fatwa dell'imam saudita Muhammad al Arifi. 

La fatwa aveva indotto ragazze, consenzienti o meno, a partire dalla Tunisia verso la Siria per contrarre il matrimonio jihadista e dare così il loro contributo alla guerra santa. Ma è con la proclamazione del califfato di al Baghdadi che la violenza ha subito una nuova escalation. Le vittime sono soprattutto donne e bambini.
All'inizio di dicembre l'Isil ha diffuso un pamphlet in cui vengono indicati 27 consigli su come catturare e rendere schiave le donne per poi abusarne sessualmente. Un documento aberrante ma non sorprendente viste le testimonianze già raccolte dalle Nazioni unite. Tra le indicazioni: «stuprare le donne fatte prigioniere immediatamente» e l'autorizzazione a rapporti anche con giovani che non abbiano raggiunto la pubertà. Sono ammessi matrimoni jihadisti multipli anche con membri della stessa famiglia.
Almeno 2.500 donne e bambini sono stati imprigionati e abusati sessualmente e poi buttati sul mercato degli schiavi. Questi mercati, che si trovano nell'area di al Quds a Mosul in Iraq e a Raqqa in Siria, sono diventati un modo per reclutare nuovi adepti del Califfato. Questi «schiavi» appartengono soprattutto alla minoranza yazida e vengono trattati come animali. 

Si tratta di una pulizia etnica. Nei momenti di maggiore violenza tra le diverse componenti etnico-confessionali nell'Iraq ancora sotto occupazione americana vi era stata una divisione etnica per quartieri, soprattutto a Baghdad, così come la minoranza cristiana è stata cacciata dal sud del paese, a maggioranza sciita, ma non si era mai arrivati a lanciare una campagna di pulizia etnica contro i non-arabi e i non-musulmani sunniti.
«La lista di violazioni e abusi perpetrati dall'Isil e dai gruppi armati a esso associati è sconvolgente, molti di questi atti costituiscono crimini di guerra o crimini contro l'umanità», sostiene l'Alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein.
Tuttavia, sebbene dal 2008 l'Onu consideri lo stupro crimine contro l'umanità e si sia impegnata a mettere fine all'impunità dei loro autori, raramente gli stupratori sono stati condannati. Nei conflitti in corso è molto più pericoloso essere donna che essere un combattente.
di Giuliana Sgrena

Nigeria: 5mila fuggono da Boko Haram, rifugiati nelle parrocchie

AGI
Roma - E' drammatica la situazione degli sfollati accolti a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno, nel nord della Nigeria, provenienti dalle aree cadute sotto il controllo di Boko Haram, mentre si teme che tra i rifugiati si siano nascosti terroristi di Boko Haram pronti a colpire nel centro della citta'. 

Lo afferma una nota inviata all'Agenzia Fides da padre Gideon Obasogie, Direttore delle Comunicazioni della diocesi di Maiduguri, il cui territorio comprende gli Stati di Borno, Yobe e alcune aree di quello di Adamawa. 

"La situazione degli sfollati non e' migliorata, perche' le aree dello Stato di Adamawa attaccate in precedenza sono ancora sotto il controllo di Boko Haram" riferisce padre Obasogie. 

I nuovi attacchi hanno aumentato il numero delle persone rifugiate a Maiduguri e i campi di accoglienza sono ormai saturi. "Il flusso di rifugiati accresce il rischio che membri di Boko Haram si mascherino da sfollati per entrare a Maiduguri" aggiunge. 

Il Vescovo di Maiduguri, Oliver Dashe Doeme, si sta prodigando per offrire assistenza ai 5.000 sfollati accolti in tre parrocchie della citta': la cattedrale di San Patrizio, la chiesa di Sant'Ilario e quella di Sant'Agostino. Incontrando gli sfollati il 2 dicembre, Monsignor Doeme li ha incoraggiati ricordando che quanti ci perseguitano "possono insultarci, ferirci, distruggere le nostre proprieta' e privarci del lavoro, persino ucciderci, ma non potranno privarci della fede". 

Il Vescovo ha invocato la protezione della Vergine ed ha ascoltato i racconti dei rifugiati, diversi dei quali sono sfuggiti di poco alla morte, nascondendosi per giorni in montagna senza cibo e acqua potabile. Molti di loro hanno familiari dispersi, forse uccisi durante gli attacchi. Sono stati distribuiti agli sfollati sacchi di riso e di fagioli, olio, sale, coperte e reti antizanzara.

Le Pakistan prévoit d'exécuter 500 condamnés à mort ces prochaines semaines

AFP
Islamabad - Le Pakistan prévoit d'exécuter près de 500 condamnés à mort ces prochaines semaines, ont annoncé lundi à l'AFP plusieurs responsables gouvernementaux, quelques jours après la fin du moratoire en vigueur depuis 2008 sur les exécutions de peine capitale.
Islamabad avait annoncé la fin de ce moratoire pour les affaires de terrorisme juste après le massacre par un commando rebelle taliban de 149 personnes, dont 133 écoliers, mardi dernier dans une école de Peshawar (nord-ouest).

Turchia: nuovi campi per i rifugiati di Kobane

Il Journal
Dopo l’allarme lanciato dall’ Onu sull’ esaurimento dei fondi destinati ai profughi siriani, la Turchia sblocca 5,5 miliardi di dollari per costruire nuovi campi per i cittadini di Kobane.
Mentre le forze curde incalzano l’Isis in Iraq nei pressi di Mosul, la Turchia si occupa dei rifugiati sul fronte più caldo nella lotta contro lo Stato Islamico, la città di Kobane sul confine turco-siriano. E menomale.

Dopo l’annuncio da parte dell’Onu che i fondi per i profughi siriani si stanno lentamente esaurendo, si tratta della prima seria presa di responsabilità da parte di un paese coinvolto in questo conflitto.

Il governo turco ha avviato i lavori per un nuovo edificio e un nuovo campo che ospiterà decine di centinaia di profughi siriani nel sud est del paese, scampati al conflitto della città curda di Kobane, al nord della Siria.

Secondo quanto comunicato dal capo provinciale della Presidenza turca al dipartimento dell’ Emergenza e Disastri, il campo offrirà corsi scolastici- dalla scuola elementare a quella superiore- e servizi ospedalieri. E verrà aperto a metà gennaio, ospitando 32. 500 persone.

Sabato scorso il president Recep Tayyip Erdogan ha annunciato lo sblocco di 5,5 miliardi di dollari per far fronte all’emergenza profughi e curare i loro bisogni, ancor più di quanto fatto finora. La Turchia ospita già 180. 000 rifugiati dalla città di Kobane e le aree circostanti sono praticamente gestite da ong e dalle municipalità turche. Tante le persone anziane costrette a spostarsi in queste enormi carovane di gente.

“Abbiamo vissuto in diversi campi. Vorrei tornare nella mia casa di Kobane, anche se il governo turco mi ha dato una casa in cui vivere qui”, dice Abdulkadir Kanur di 45 anni, arrivato in Turchia a settembre con i suoi sette figli.

Cina: arrestato vicino alla frontiera con il Nord Corea operatore umanitario cristiano

AGI
Pechino - La Cina ha fermato un operatore umanitario cristiano statunitense vicino la frontiera con la Corea del Nord. Lo ha reso noto il suo avvocato e la notizia sembra confermare che le autorita' di Pechino abbiano lanciato un'offensiva contro i gruppi religiosi nella regione.


Peter Hahn, un nordcoreano naturalizzato statunitense, e' stato arrestato venerdi' con l'accusa di malversazione di fondi e falsificazione di fatture, secondo il suo avvocato Zhang Peihon. 

Lungo la frontiera operano vari gruppi cristiani, la maggior parte guidati da sudcoreani; tutti si muovono con grande discrezione perche' la Cina espelle con frequenza i missionari stranieri e arresta sistematicamente i rifugiati che fuggono dalla Corea del Nord. Hahn si trova nella citta' di frontiera di Tumen dalla fine degli anni '90, quando fondo' una ong per portare aiuti alla Corea del Nord a ai rifugiati che fuggono dal regime di Pyongyang.

domenica 21 dicembre 2014

Frontex: con Triton siamo troppo piccoli e senza soldi non possiamo sostituire Mare Nostrum

La Repubblica
Ewa Moncure, portavoce dell'Agenzia europea per il controllo delle frontiere (Frontex) interviene ad un convegno di Amnesty International e chiarisce che Triton non vuole e non può sostituire Mare Nostrum. I pochi mezzi di Frontex si spingeranno nelle acque internazionali, con il rischio di arrivare troppo tardi, solo se obbligati dal diritto internazionale di mare: il salvataggio delle vite umane non è tra le priorità dell'Agenzia europea. Le preoccupazioni di Amnesty

Milano - Dal 1° novembre, l' Agenzia europea Frontex ha varato l'operazione Triton, mentre l'Italia sta progressivamente ritirando i mezzi che con Mare Nostrum, conclusa il 31 ottobre, hanno salvato 156.362 persone. Secondo le ultime dichiarazioni del ministro Pinotti, la transizione tra le due operazioni dovrebbe terminare tra dicembre e gennaio. Eppure, se ancora erano rimasti dubbi sulla volontà di Triton di assolvere ai compiti di Mare Nostrum, ci ha pensato Ewa Moncure, portavoce di Frontex, a fugarli. "Siamo una missione molto più piccola, abbiamo navi, soldi e il mandato assegnatoci solo per il controllo delle frontiere, non per compiti umanitari", dice al convegno "La gestione dei flussi migratori verso l'Europa", organizzato a Milano il 18 dicembre da Amnesty.

Un'Agenzia "poco umana" e con pochi soldi. Da dove nasce il coinvolgimento di Frontex, che la stessa portavoce definisce "un'agenzia poco umana"? Spiega: "L'Italia ci ha chiesto aiuto per organizzare l'operazione, noi non abbiamo mezzi e poliziotti, ma abbiamo chiesto agli altri Stati di inviarli. Siamo riusciti a recuperare tre navi grandi e quattro piccole, due aerei, un elicottero e alcuni esperti". Per altro, precisa, sia per i mezzi che per il personale, ci sarà un ricambio quasi mensile, con conseguenti problemi sull'efficienza. Continua Ewa Moncure: "Rispetto a Mare Nostrum, Triton è molto piccola, ma per le nostre risorse è grandissima, non siamo un'agenzia grande". Se l'operazione italiana costava 9 milioni al mese (circa 700 euro per ogni persona salvata), quella europea ne costa meno di 3, a fronte di un budget totale annuo di Frontex di 90 milioni, più 5 milioni stanziati come extra dall'Ue proprio per questa missione.

Triton non sostituisce Mare Nostrum. Non è una differenza solo di soldi, ma anche di mandato dell'Agenzia stessa. Continua Moncure: "Siamo presenti in Italia dal 2006, ma noi come Frontex possiamo organizzare solo operazioni di controllo delle frontiere, anche in mare, questo è il nostro ruolo. Non esiste un'agenzia europea per il salvataggio in mare, è una responsabilità delle singole nazioni". È chiaro quindi che Triton non si spingerà nella zona del Mediterraneo dove si muore maggiormente: "Non sostituisce i mezzi italiani, non possiamo fare un'operazione come Mare Nostrum nelle acque internazionali; per farlo, occorrerebbe cambiare le regole Ue".

Tra obblighi di salvataggio in mare e "piani operativi". Infine, la portavoce precisa che questo non vuol dire che i mezzi di Frontex non possano partecipare ad operazioni di salvataggio: "La nostra zona operativa sono le acque italiane, ma, se chiamati dalla Guardia costiera di Roma, siamo obbligati ad intervenire anche in zone internazionali, in base al diritto del mare". Nel mese di novembre, infatti, le navi europee sono state coinvolte nel recupero di oltre 3mila persone. Il problema - precisano da Amnesty - è che in condizioni di mare mosso, potrebbero essere necessarie anche 9-10 ore per raggiungere le acque dove abitualmente calano a picco le barche, un tempo eccessivo per chi, stremato, dovrebbe sopravvivere magari aggrappato a una tanica galleggiante o all'asse di una carretta del mare. Ma salvare vite umane non è tra "i compiti" dell'agenzia europea. O meglio, "non sono coerenti con il piano operativo", come ha recentemente scritto al Viminale il direttore di Frontex, Klaus Rosler, lamentandosi proprio per le troppe richieste di partecipare a interventi "fuori area", ovvero oltre le 30 miglia delle acque europee.

La richiesta di Amnesty. Proprio le dichiarazioni di Ewa Moncure confermano le preoccupazioni di Amnesty, che ribadisce la richiesta al Governo italiano di rivedere la decisione di cancellare Mare Nostrum: "Da sempre sollecitiamo l'Europa a non lasciare soli gli Stati, ma Triton non è assolutamente adeguata a sostituirla. Dopo il calo fisiologico delle partenze nei mesi invernali, prepariamoci a nuove morti". Aggiunge Matteo de Bellis, del Segretariato internazionale dell'associazione: "I requisiti fondamentali per noi sono tre: mezzi sufficienti, dislocati in alto mare (non solo entro le 30 miglia), salvare vite umane come obiettivo primario. Triton non ne ha neanche uno".

Altro che "fattore di attrazione". Infine, da Amnesty arriva una risposta all'accusa rivolta a Mare Nostrum di essere un pull factor, un fattore di attrazione, per chi attraversa il Mediterraneo: "È una tesi infondata, al di là di ogni ragionevolezza: lo dimostra il fatto che i migranti, ben prima di salire in nave, accettano di attraversare il deserto, dove incontrano sulla strada i cadaveri dei compagni che, prima di loro, non ce l'hanno fatta". Ne sono consapevoli, eppure partono comunque: "Si ragioni piuttosto - dice de Bellis - sui push factors, i fattori di spinta, come la guerra in Siria, verso cui c'è invece totale rassegnazione. E in ogni caso, l'unico vero modo per evitare i viaggi in mare e contrastare sul serio i trafficanti di uomini, sarebbe la creazione di canali legali per entrare in Europa. Oggi, anche per chi scappa dalla guerra, è possibile farlo solo rischiando la vita su un barcone".