MISNA
Le organizzazioni della società civile e l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) hanno condannato oggi la deportazione di oltre 100 pakistani, tra cui donne e bambini, richiedenti asilo, per lo più appartenenti alla minoranza Ahmadi, in violazione del diritto internazionale.
“Queste deportazioni sono in violazione del diritto internazionale consuetudinario che impone a tutti i paesi di rispettare il principio di non respingimento, di non ritorno forzato per i paesi in cui le persone affrontano rischi imminenti. Allo stesso tempo queste espulsioni violano l’articolo 3 della Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o trattamenti o punizioni degradanti, che lo Sri Lanka ha ratificato” hanno sottolineato le organizzazioni in una dichiarazione congiunta.
Nella nota, inoltre, si afferma che le deportazioni sono in corso senza sosta, nonostante una sentenza di tribunale della settimana scorsa che ha ordinato alle autorità di fermare la deportazione dei richiedenti asilo, registrati presso l’Unhcr, fino alla fine di agosto. Il governo dello Sri Lanka dice che i richiedenti asilo sono parte di un afflusso di immigrati economici dal Pakistan, che pongono sotto pressione le risorse limitate del paese e costituiscono una potenziale minaccia per la sicurezza regionale.
La maggior parte dei richiedenti asilo pakistani sono Ahmadi, musulmani sciiti e cristiani che temono persecuzioni nel proprio paese.
[PL]
venerdì 22 agosto 2014
Mali, bambini soldato vittime due volte: prima arruolati a combattere, adesso in carcere con gli adulti
La Repubblica
A due anni e mezzo dallo scoppio del conflitto che ha portato all'intervento della Francia, Amnesty International denuncia la costante violazione dei diritti umani dei più piccoli. Prima schiavizzati e costretti a combattere, sono detenuti nelle carceri assieme agli adulti.
Come se il dramma di essere arruolati e costretti a combattere non bastasse, per molti bambini maliani al di sotto dei 16 anni si aggiunge anche il pericolo di essere arrestati e rinchiusi lontano da casa, senza supporto legale e privi della vicinanza dei propri cari. A dirlo è il rapporto di Amnesty International "Mali: tutte le parti in conflitto devono porre fine alle violazioni dei diritti umani".
Bambini soldato. Sono molte le violazioni dei diritti che riguardano i bambini maliani dall'inizio del conflitto nel 2012. Sia le truppe filo governative che i gruppi ribelli hanno assoldato minorenni nei propri eserciti e armati li hanno mandati alla guerra. Un numero considerevole dei bambini soldato sono stati arrestati dalle autorità del Mali e imprigionato senza adeguate misure di protezione, insieme agli adulti e senza garanzie di riabilitazione. Le accuse a loro carico sono di essere guerriglieri ribelli e di possedere illegalmente armi da fuoco. Gran parte è detenuta nel carcere di Bamako dove Amnesty è riuscita ad entrare e raccogliere le testimonianza dei piccoli prigionieri.
"I bambini - sottolinea Gaetan Mootoo, ricercatore di Amnesty per l'Africa occidentale - hanno sofferto molto nel corso di questo conflitto. Molti di loro sotto i 16 anni sono stati reclutati come bambini soldato e dopo esser stati accusati di essere membri di gruppi armati, sono detenuti insieme agli adulti e senza consulenza legale".
Lontani dalle famiglie. Tutti gli intervistati hanno affermato di non aver ricevuto visite dai propri familiari. Uno dei motivi potrebbe essere la lontananza: Bamako infatti dista circa 900 chilometri dalle loro case, una distanza difficilmente percorribile dalle famiglie sia per motivi geografici che economici. Tuttavia Amnesty riferisce di una coppia di genitori cui è stato negato d'incontrare loro figlio ed è stata allontanata dalle forze dell'ordine.
"Al momento del mio arresto - racconta un detenuto minorenne arrestato a febbraio 2014 - ero in un centro dove è possibile farsi vaccinare . I soldati sono arrivati e mi hanno accusato di essere un islamista. Ho detto loro che ero un pastore e non un islamista, ma mi hanno portato nel carcere di Timbuktu dove sono rimasto per un mese poi mi hanno trasferito a Bamako. Non ho ancora visto il giudice e voglio vedere i miei genitori. Mi preoccupo per loro perché staranno pensando cose terribili su di me".
Promesse non mantenute. La fine ufficiale del conflitto nel 2013, non ha posto termine alle violenze. Nonostante le elezioni, il nuovo governo non è ancora riuscito a riprendere il controllo di alcune zone a nord paese dove c'è Kidal, una delle città più importanti dello stato. Con la fine del conflitto, il primo luglio 2013 il Mali ha firmato un protocollo d'intesa con l'Onu con le linee guida per il trattamento dei minori assoldati dagli eserciti per combattere tra cui il rilascio o il trasferimento di unità di protezione dell'infanzia e il reinserimento dei bambini nella società. Ma la realtà è molto diversa. Le autorità continuano a trattare minori e adulti in ugual modo violando così il diritto internazionale e soprattutto l'infanzia di bambini che a causa della guerra hanno perso da tempo l'innocenza.
A due anni e mezzo dallo scoppio del conflitto che ha portato all'intervento della Francia, Amnesty International denuncia la costante violazione dei diritti umani dei più piccoli. Prima schiavizzati e costretti a combattere, sono detenuti nelle carceri assieme agli adulti.
Come se il dramma di essere arruolati e costretti a combattere non bastasse, per molti bambini maliani al di sotto dei 16 anni si aggiunge anche il pericolo di essere arrestati e rinchiusi lontano da casa, senza supporto legale e privi della vicinanza dei propri cari. A dirlo è il rapporto di Amnesty International "Mali: tutte le parti in conflitto devono porre fine alle violazioni dei diritti umani".
Bambini soldato. Sono molte le violazioni dei diritti che riguardano i bambini maliani dall'inizio del conflitto nel 2012. Sia le truppe filo governative che i gruppi ribelli hanno assoldato minorenni nei propri eserciti e armati li hanno mandati alla guerra. Un numero considerevole dei bambini soldato sono stati arrestati dalle autorità del Mali e imprigionato senza adeguate misure di protezione, insieme agli adulti e senza garanzie di riabilitazione. Le accuse a loro carico sono di essere guerriglieri ribelli e di possedere illegalmente armi da fuoco. Gran parte è detenuta nel carcere di Bamako dove Amnesty è riuscita ad entrare e raccogliere le testimonianza dei piccoli prigionieri.
"I bambini - sottolinea Gaetan Mootoo, ricercatore di Amnesty per l'Africa occidentale - hanno sofferto molto nel corso di questo conflitto. Molti di loro sotto i 16 anni sono stati reclutati come bambini soldato e dopo esser stati accusati di essere membri di gruppi armati, sono detenuti insieme agli adulti e senza consulenza legale".
Lontani dalle famiglie. Tutti gli intervistati hanno affermato di non aver ricevuto visite dai propri familiari. Uno dei motivi potrebbe essere la lontananza: Bamako infatti dista circa 900 chilometri dalle loro case, una distanza difficilmente percorribile dalle famiglie sia per motivi geografici che economici. Tuttavia Amnesty riferisce di una coppia di genitori cui è stato negato d'incontrare loro figlio ed è stata allontanata dalle forze dell'ordine.
"Al momento del mio arresto - racconta un detenuto minorenne arrestato a febbraio 2014 - ero in un centro dove è possibile farsi vaccinare . I soldati sono arrivati e mi hanno accusato di essere un islamista. Ho detto loro che ero un pastore e non un islamista, ma mi hanno portato nel carcere di Timbuktu dove sono rimasto per un mese poi mi hanno trasferito a Bamako. Non ho ancora visto il giudice e voglio vedere i miei genitori. Mi preoccupo per loro perché staranno pensando cose terribili su di me".
Promesse non mantenute. La fine ufficiale del conflitto nel 2013, non ha posto termine alle violenze. Nonostante le elezioni, il nuovo governo non è ancora riuscito a riprendere il controllo di alcune zone a nord paese dove c'è Kidal, una delle città più importanti dello stato. Con la fine del conflitto, il primo luglio 2013 il Mali ha firmato un protocollo d'intesa con l'Onu con le linee guida per il trattamento dei minori assoldati dagli eserciti per combattere tra cui il rilascio o il trasferimento di unità di protezione dell'infanzia e il reinserimento dei bambini nella società. Ma la realtà è molto diversa. Le autorità continuano a trattare minori e adulti in ugual modo violando così il diritto internazionale e soprattutto l'infanzia di bambini che a causa della guerra hanno perso da tempo l'innocenza.
Grecia 80.000 immigrati in carcere senza alcun precedente panale! Violazione dei diritti umani
Amisnet
“Qui in questa stazione di polizia sono tre mesi che non vedo la luce del sole”, questo denuncia uno dei tanti migranti trattenuti da mesi dalle forze di sicurezza greche in uno delle centinaia di centri di detenzione sorti all’indomani dell’avvio dell’operazione Xenios Zeus, nell’estate del 2012.
Sono oltre 80.000 gli stranieri fermati nel corso di questa brutale operazione che ha sbattuto in carcere migliaia di persone senza alcun precedente penale e con i documenti in regola.
Mentre tutto questo accade intanto, ai porti, altre migliaia di persone cercano di nascondersi sotto i tir per imbarcarsi sui traghetti che partono alla volta dell’Italia.
Chi ci riesce, in molti casi torna indietro perché scoperto dalla polizia italiana allo sbarco, gli altri, tra riti propiziatori e disillusione, ci riprovano ininterrottamente, da anni, logorando mente e forze nel difficile tentativo di scappare da un Paese che non li vuole e di arrivare in un altro che, in molti casi, non è altro che l’ennesima tappa del lungo viaggio alla volta del nord Europa.
“Qui in questa stazione di polizia sono tre mesi che non vedo la luce del sole”, questo denuncia uno dei tanti migranti trattenuti da mesi dalle forze di sicurezza greche in uno delle centinaia di centri di detenzione sorti all’indomani dell’avvio dell’operazione Xenios Zeus, nell’estate del 2012.
Sono oltre 80.000 gli stranieri fermati nel corso di questa brutale operazione che ha sbattuto in carcere migliaia di persone senza alcun precedente penale e con i documenti in regola.
Mentre tutto questo accade intanto, ai porti, altre migliaia di persone cercano di nascondersi sotto i tir per imbarcarsi sui traghetti che partono alla volta dell’Italia.
Chi ci riesce, in molti casi torna indietro perché scoperto dalla polizia italiana allo sbarco, gli altri, tra riti propiziatori e disillusione, ci riprovano ininterrottamente, da anni, logorando mente e forze nel difficile tentativo di scappare da un Paese che non li vuole e di arrivare in un altro che, in molti casi, non è altro che l’ennesima tappa del lungo viaggio alla volta del nord Europa.
giovedì 21 agosto 2014
Egitto: blogger in carcere Alaa Abdel-Fattah comincia sciopero della fame
La Presse
Il blogger egiziano Alaa Abdel-Fattah, molto attivo durante la rivolta del 2011 contro l'allora presidente dell'Egitto Hosni Mubarak, ha cominciato lunedì sera lo sciopero della fame per protestare contro la sua incarcerazione.
Lo riferisce la famiglia oggi in una nota, in cui sottolinea che ritiene le autorità responsabili della sicurezza del giovane. La decisione di cominciare il digiuno è giunta dopo che ieri ha fatto visita al padre, un avvocato per la difesa dei diritti umani, che si trova in carcere dopo un intervento chirurgico. "La scena del padre in stato di incoscienza è stato un punto di svolta per Alaa e alla fine della visita ha deciso che non collaborerà più con questa situazione ingiusta anche se il prezzo sarà la sua vita", si legge nel comunicato. Anche la sorella di Alaa è in carcere per accuse analoghe alle sue.
Abdel-Fattah è stato messo in carcere dopo che a giugno è stato condannato a 15 anni con l'accusa di avere partecipato l'anno scorso a una manifestazione. Successivamente ha però vinto in appello ottenendo la possibilità di avere un nuovo processo, in attesa del quale resta però in prigione.
"Non interpreterò più la parte che hanno scritto per me", dice l'attivista nella dichiarazione diffusa oggi. La sentenza di giugno è stata la più dura mai emessa in Egitto contro un attivista impegnato nella rivolta di 18 giorni che portò alla cacciata di Mubarak. Si è trattato anche della prima condanna di un noto attivista da quando l'ex capo dell'esercito Abdel-Fattah el-Sissi ha assunto l'incarico di presidente.
Nei tre anni dalla cacciata di Mubarak Abdel-Fattah è stato più volte in prigione. Ha portato avanti campagne contro i processi ai civili da parte dell'esercito nei 17 mesi in cui i generali hanno mantenuto il potere dopo le dimissioni di Mubarak. Inoltre si è opposto anche al presidente deposto Mohammed Morsi, rappresentante dei Fratelli musulmani, ma ha espresso forte disapprovazione per il ritorno dell'esercito in politica con il colpo di Stato militare del 3 luglio 2013 con il quale Morsi fu destituito.
Bahrein: Ong diritti umani, repressione viola diritti minori. Bchr, ragazzi arrestati e condannati a ergastolo
ANSAmed
Roma - Le autorità del Bahrein violano la convenzione Onu sui diritti dei minori infliggendo loro anche la pena dell'ergagostolo. La denuncia giunge dal Bahrain Center for Human Rights (Bchr) presieduto dall'attivista Nabeel Rajab e da Maryam Al-Khawaja, figlia di Abdulhadi Al-Khawaja, condannato all'ergastolo e autore di uno sciopero della fame durante la Formula 1 del 2012.
Il 13 agosto scorso, riferisce una nota del centro, un'alta corte penale ha condannato all'ergastolo 14 giovani incarcerati per effetto della legge antiterrorismo e accusati dell'uccisione di un poliziotto: fra gli imputati anche un sedicenne e un giovane che aveva 17 anni al momento dell'arresto. La scorsa settimana, informa ancora il Bchr, sono stati arrestati tre minori tra cui uno che era stato investito da una vettura delle forze di polizia: il più giovane ha solo 13 anni.
Una trentina gli arresti arbitrari, secondo il Centro, che calcola in circa 3000 le persone detenute illegalmente.
Le forze di sicurezza del Bahrein - isola a maggioranza sciita goveranta da una monarchia sunnita - continuano, denuncia ancora l'organizzazione per i diritti umani, a fare un uso eccessivo della forza, dei gas lacrimogeni e delle armi da fuoco.
Roma - Le autorità del Bahrein violano la convenzione Onu sui diritti dei minori infliggendo loro anche la pena dell'ergagostolo. La denuncia giunge dal Bahrain Center for Human Rights (Bchr) presieduto dall'attivista Nabeel Rajab e da Maryam Al-Khawaja, figlia di Abdulhadi Al-Khawaja, condannato all'ergastolo e autore di uno sciopero della fame durante la Formula 1 del 2012.
Il 13 agosto scorso, riferisce una nota del centro, un'alta corte penale ha condannato all'ergastolo 14 giovani incarcerati per effetto della legge antiterrorismo e accusati dell'uccisione di un poliziotto: fra gli imputati anche un sedicenne e un giovane che aveva 17 anni al momento dell'arresto. La scorsa settimana, informa ancora il Bchr, sono stati arrestati tre minori tra cui uno che era stato investito da una vettura delle forze di polizia: il più giovane ha solo 13 anni.
Una trentina gli arresti arbitrari, secondo il Centro, che calcola in circa 3000 le persone detenute illegalmente.
Le forze di sicurezza del Bahrein - isola a maggioranza sciita goveranta da una monarchia sunnita - continuano, denuncia ancora l'organizzazione per i diritti umani, a fare un uso eccessivo della forza, dei gas lacrimogeni e delle armi da fuoco.
Australia: minori rifugiati detenuti. Sotto la pressione internazionale ammorbidisce la posizione. Saranno liberati in 150
MISNA
Saranno almeno 150 i minorenni rilasciati dalle autorità australiane tra i rifugiati che si trovano nei centri di raccolta dell’immigrazione. A essi sarà concesso un visto temporaneo che consentirà loro di vivere fuori dai campi mentre la loro posizione viene esaminata in vista di una possibile emigrazione verso paesi terzi.
La loro selezione avverrà in base alle condizioni psico-fisiche, ma saranno almeno altri 300 a restare in sostanziale reclusione secondo le leggi in vigore dallo scorso autunno che non consentono in pratica a nessun immigrato privo di regolari documenti di porre piede sul suolo australiano se non per ragioni strettamente umanitarie.
Una politica che ha posto il governo di Canberra, da settembre 2013 guidato dal conservatore Tony Abbott, sotto la pressione internazionale.
Venerdì il ministro dell’Immigrazione Scott Morrison sarà in parlamento per rispondere a una interrogazione proprio sulla condizione dei minori in detenzione avanzata dalla Commissione per i diritti umani a seguito di un rapporto assai crudo sui campi delle isole di Christmas (Australia), Nauru (repubblica omonima) e Manus (Papua-Nuova Guinea).
Per i gruppi umanitari, la situazione dei giovani è particolarmente difficile a Nauru, dove alla scarsità di cibo, sicurezza e assistenza si aggiungono i rischi di violenza e l’isolamento.
Il pugno di ferro del governo australiano ha pressoché fermato l’esodo dei boat people asiatici e mediorientali, ma ha anche cambiato l’immagine del paese nella comunità internazionale. Anche per questo, Canberra ha avviato colloqui con altri paesi di provenienza o di transito, ma anche dove le condizioni di un eventuale soggiorno forzato potrebbero essere meno severe, come la Cambogia. Si attende un annuncio per lo spostamento nel paese asiatico di un migliaio di profughi attualmente in detenzione nei campi.
Una politica che ha posto il governo di Canberra, da settembre 2013 guidato dal conservatore Tony Abbott, sotto la pressione internazionale.
Venerdì il ministro dell’Immigrazione Scott Morrison sarà in parlamento per rispondere a una interrogazione proprio sulla condizione dei minori in detenzione avanzata dalla Commissione per i diritti umani a seguito di un rapporto assai crudo sui campi delle isole di Christmas (Australia), Nauru (repubblica omonima) e Manus (Papua-Nuova Guinea).
Per i gruppi umanitari, la situazione dei giovani è particolarmente difficile a Nauru, dove alla scarsità di cibo, sicurezza e assistenza si aggiungono i rischi di violenza e l’isolamento.
Il pugno di ferro del governo australiano ha pressoché fermato l’esodo dei boat people asiatici e mediorientali, ma ha anche cambiato l’immagine del paese nella comunità internazionale. Anche per questo, Canberra ha avviato colloqui con altri paesi di provenienza o di transito, ma anche dove le condizioni di un eventuale soggiorno forzato potrebbero essere meno severe, come la Cambogia. Si attende un annuncio per lo spostamento nel paese asiatico di un migliaio di profughi attualmente in detenzione nei campi.
mercoledì 20 agosto 2014
Gran Mufti saudita, Al-Sheikh denuncia Stato Islamico ed Al Qaida:jihadisti principali nemici dell'Islam
ASCA
Riyadh
Abdel Aziz al-Sheikh, massima autorita' sunnita dell'Arabia Saudita, ha definito i jihadisti dello Stato Islamico e di al Qaida come "il principale nemico dell'Islam".
Al Arabia News
Militants of the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) and al-Qaeda were blasted by Saudi Grand Mufti Sheikh Abdul Aziz al-Sheikh on Tuesday as "enemy number one" of Islam.
"The ideas of extremism, radicalism and terrorism ... have nothing to do with Islam and (their proponents) are the enemy number one of Islam," the kingdom's top cleric said in a statement
He cited militants from ISIS, which has declared a "caliphate" straddling parts of Iraq and Syria, and the global al-Qaeda terror network.
Last Wednesday, Saudi Arabia donated $100 million to the United Nations Counter-Terrorism Centre (UNCCT) to help combat terrorism.
“Terrorism is an evil that must be eradicated from the world through international efforts,” Saudi Ambassador to the United States Adel al-Jubeir said during a ceremony at the United Nations in the presence of U.N. Secretary-General Ban Ki-moon.
“The [UNCCT] is the only center in the world that has the legitimacy to combat terrorism,” added al-Jubeir.
Jubeir was joined by Saudi Arabia's ambassador to the U.N. Abdullah Al-Mouallimi who said that the UNCCT combats the kind of thinking “that stands behind terrorism.”
The United States, Germany and Britain have also donated to help run the U.N. center. ISIS has seized large parts of Iraq and drawn the first American air strikes since the end of the U.S.-led occupation in 2011.
On Monday, ISIS warned the United States it will attack Americans “in any place” if the raids hit its militants.
The video, which shows a photograph of an American who was beheaded during the U.S. occupation of Iraq and victims of snipers, featured a statement which said in English “we will drown all of you in blood.”
Abdel Aziz al-Sheikh, massima autorita' sunnita dell'Arabia Saudita, ha definito i jihadisti dello Stato Islamico e di al Qaida come "il principale nemico dell'Islam".
Al Arabia News
Militants of the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) and al-Qaeda were blasted by Saudi Grand Mufti Sheikh Abdul Aziz al-Sheikh on Tuesday as "enemy number one" of Islam.
"The ideas of extremism, radicalism and terrorism ... have nothing to do with Islam and (their proponents) are the enemy number one of Islam," the kingdom's top cleric said in a statement
He cited militants from ISIS, which has declared a "caliphate" straddling parts of Iraq and Syria, and the global al-Qaeda terror network.
Last Wednesday, Saudi Arabia donated $100 million to the United Nations Counter-Terrorism Centre (UNCCT) to help combat terrorism.
“Terrorism is an evil that must be eradicated from the world through international efforts,” Saudi Ambassador to the United States Adel al-Jubeir said during a ceremony at the United Nations in the presence of U.N. Secretary-General Ban Ki-moon.
“The [UNCCT] is the only center in the world that has the legitimacy to combat terrorism,” added al-Jubeir.
Jubeir was joined by Saudi Arabia's ambassador to the U.N. Abdullah Al-Mouallimi who said that the UNCCT combats the kind of thinking “that stands behind terrorism.”
The United States, Germany and Britain have also donated to help run the U.N. center. ISIS has seized large parts of Iraq and drawn the first American air strikes since the end of the U.S.-led occupation in 2011.
On Monday, ISIS warned the United States it will attack Americans “in any place” if the raids hit its militants.
The video, which shows a photograph of an American who was beheaded during the U.S. occupation of Iraq and victims of snipers, featured a statement which said in English “we will drown all of you in blood.”
Iscriviti a:
Post (Atom)






