Pagine

martedì 7 luglio 2020

Pakistan, Wazirah Chahchar lapidata dal marito a 25 anni: nessun arresto, è un "delitto d'onore"

Globalist
La ragazza si chiamava Wazirah Chahchar. Il padre ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie.

Una donna di 25 anni è stata lapidata dal marito nella provincia meridionale di Sindh, in Pakistan. L'omicidio è avvenuto il 28 giugno scorso ma solo oggi gli attivisti per i diritti umani hanno diffuso la foto della giovane. Si chiamava Wazirah Chahchar ed è stata vittima di un 'delitto d'onore'.

Il padre, Gul Muhammad, ha denunciato che la figlia è stata prima torturata e poi uccisa dal marito Ali Bakhsh e dai suoi parenti per un problema tra le due famiglie. Nessuno dei responsabili è stato ancora arrestato.

lunedì 6 luglio 2020

Ucciso Hachalu, la voce della libertà, e l’Etiopia brucia: oltre 80 morti

Corriere della Sera
Violenti scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti di etnia oromo in varie città. Attivisti e familiari litigano sul luogo di sepoltura. Poca gente ai funerali: la polizia blocca l’accesso allo stadio 


Hachalu Hundessa ha vissuto 5 dei suoi 34 anni dietro le sbarre: non era maggiorenne quando fu condannato per aver manifestato contro il governo nel 2003. Il padre andava a trovarlo e gli diceva che «la prigione rende più forti». Su di lui aveva avuto un effetto collaterale, rendendo quel ragazzino che amava cantare mentre badava alle vacche un artista: «Come trovare i versi e la melodia l’ho imparato da detenuto», amava raccontare uno dei cantanti più amati dell’Etiopia, ucciso lunedì sera a colpi di arma da fuoco mentre era alla guida di un’auto ad Addis Abeba. I nove brani del primo album, Sanyii Mooti (la corsa del re) li aveva scritti da prigioniero.

Proiettili e machete
Per l’omicidio la polizia avrebbe arrestato due persone, senza rivelarne l’identità. L’uccisione di Hachalu ha scatenato le proteste di molti cittadini di etnia oromo, proiettili e machete: almeno ottanta persone sono morte negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, e una trentina sono state arrestate (compreso il leader dell’opposizione Bekele Gerba). 

Un bilancio terribile, che Hachalu avrebbe accolto con dolore. Una reazione che rischia di acutizzare i contrasti (come la mossa di «spegnere» Internet nella capitale) intorno a un delitto che in tanti considerano «politico». 

Il cantante era un simbolo per la più numerosa etnia del Paese, a lungo marginalizzata sulle vie del potere. Nei periodi bui aveva rifiutato l’esilio. Ora persino i suoi funerali e la tomba sono terreno di tensione: la polizia ha impedito a molta gente l’accesso allo stadio di Ambo, la sua città natale, dove si è svolta la cerimonia funebre. Molti attivisti vorrebbero che le spoglie fossero tumulate ad Addis Abeba, la capitale federale al centro di una disputa antica: gli oromo la considerano terra dei clan Tulama, poi «cacciati» dall’imperatore Menelik II (il vincitore degli italiani ad Adua). Vicende remote e attualissime: pochi giorni fa lo stesso Hachalu ha fatto infuriare i sostenitori dell’imperatore sostenendo che avesse rubato i cavalli degli Oromo, quando fece di Addis la capitale nel lontano 1886.


di Michele Farina

Turchia, Amnesty "colpevole di terrorismo". Condannati i vertici dell'organizzazione. 6 anni di carcere a Taner Kilic

La Repubblica
L'ex presidente a 6 anni e 3 mesi, l'ex direttrice a 2 anni e 1 mese. Undici in tutto le condanne. Noury: "Così si riducono al silenzio coloro che difendono i diritti"


Amnesty è colpevole di terrorismo. Con questa sentenza, paradossale per i più, si è concluso a Istanbul il processo a 11 attivisti locali dell'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.
 

I massimi vertici dell'ong in Turchia sono stati condannati: il suo ex presidente Taner Kilic a 6 anni e 3 mesi per "associazione terroristica" e l'ex direttrice Idil Eser a 2 anni e un mese per "sostegno a un'organizzazione terroristica". Pene inflitte anche ad altri due imputati. Mentre gli altri sette, fra cui due stranieri, il tedesco Peter Steudtner e lo svedese Ali Gharavi, già liberi e rientrati nei loro Paesi, sono stati assolti. Tutti e undici erano stati arrestati con una retata nel 2017 mentre stavano facendo una riunione nell'isola di Buyukada, al largo di Istanbul. Kilic rimase 14 mesi in cella prima di essere liberato solo su cauzione. Altri otto imputati passarono 4 mesi in carcere prima di essere liberati.

Kilic, in particolare, oggi presidente onorario di Amnesty in Turchia, è stato accusato di appartenere al movimento del predicatore Fethullah Gulen, l'imam turco in autoesilio in Pennsylvania dal 1999, designato da Ankara come il cervello del fallito putsch dell'estate 2016, di cui fra pochi giorni, il 15 luglio, ricorre il quarto anniversario. Il motivo principale del file di addebito nei confronti di Kilic è stato l'uso nella messaggistica di ByLock, un'applicazione di comunicazione crittografata utilizzata dai sostenitori di Gulen. Tuttavia, un rapporto della polizia aveva stabilito che Kilic non aveva questa applicazione sul suo telefono cellulare.

Marco Ansaldo

Rotta Balcanica: il “game” disperato dei migranti. Respinti più volte con metodi violenti ritentano la sorte per entrare nella UE

Non dalla guerra
Lo chiamano “the game”, il gioco, perché se si viene fermati e forzati a tornare indietro, l’unica cosa che si può fare giunti in quel punto è rimettersi a camminare e ricominciare il viaggio da capo. Come quando si perde in un gioco.


Per i migranti questo sembra essere l’unico modo possibile per entrare all’interno dell’Unione Europea: mettere la propria vita in uno zaino e iniziare a camminare -meglio al buio, per non essere scoperti- attraverso le foreste di confine della regione dei Balcani col rischio di essere attaccati dagli animali selvatici o respinti dalla polizia.


Nonostante la continua militarizzazione della frontiera da parte di Bosnia, Croazia e Slovenia i flussi di persone che cercano di raggiungere l’Italia non si sono fermati nemmeno durante il periodo di pandemia, segno che i motivi che portano queste persone a lasciare il proprio paese sono ben più gravi dei rischi che questi sono portati a subire durante il percorso. Approfondiamo ciò che succede lungo la rotta balcanica grazie al contributo di Eleonora Camilli, giornalista ed esperta di immigrazione.

Le violenze sulla rotta balcanica, infatti, sono sistematiche e reiterate, documentate dalle numerose associazioni e ong attive con progetti a sostegno dei migranti che attraversano a piedi l’Europa centro-orientale e dai giornalisti che seguono le famiglie per un tratto del loro percorso. Moltissime sono le persone respinte, anche più volte, con metodi violenti e aggressivi durante i numerosi tentativi di oltrepassare la frontiera e continuare il viaggio verso il nord Europa.
Chi riesce ad arrivare in Italia è stremato, senza cibo e segnato sia a livello fisico che psicologico da un viaggio sempre più precario. La Bosnia, infatti, negli ultimi anni è diventata luogo chiave sia per la vita dei migranti, sia per i governi europei. Da una parte viene vista come la “porta ad est” per entrare in Unione Europea, dall’altra come uno dei principali ed importanti stati cuscinetto nella strategia di esternalizzazione delle frontiere che, come nel caso degli accordi con la Turchia e la Libia, punta a tenere le persone ai margini dell’Unione nonostante le disperate richieste di aiuto di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

ph: Michele Lapini

mercoledì 1 luglio 2020

Usa, Corte Suprema: con Trump via libera alla pena di morte a livello federale, sospese dal 2003

Sky Tg24
Con l'amministrazione Trump possono dunque riprendere le esecuzioni capitali, sospese di fatto dal 2003. Lo stesso tribunale ha però bocciato la restrittiva legge sull’aborto varata dalla Louisiana


La Corte Suprema ha dato il via libera all'amministrazione Trump per ripristinare la pena di morte a livello federale. Le esecuzioni, sulla base delle procedure annunciate lo scorso anno dal Dipartimento di giustizia, potrebbero riprendere per la prima volta dal 2003, quando furono di fatto congelate durante l'amministrazione Bush. I giudici costituzionali infatti hanno deciso di non intervenire sul ricorso presentato da quattro detenuti nel 'braccio della morte'.


La decisione dell'Alta Corte è stata contrastata, dato che due dei giudici liberal - Ruth Ginsburg e Sonia Sotomayor - hanno dichiarato che avrebbero preso in considerazione il ricorso contro i nuovi protocolli federali proposti dal Dipartimento di giustizia. 

Il ministro William Barr li aveva presentati la scorsa estate, e prevedono la ripresa delle esecuzioni usando una nuova procedura basata sull'iniezione letale di un singolo farmaco, il pentobarbital. 

Il Dipartimento prevede quindi che il boia federale entri in azione già nel mese di luglio con tre esecuzioni in programma, mentre una quarta è prevista per agosto.

martedì 30 giugno 2020

Colombia, strage di difensori dei diritti umani. 100 uccisi nel 2020, 28 durante la quarantena

Corriere della Sera
Dall’inizio del 2020 in Colombia sono stati uccisi 100 difensori dei diritti umani, 28 dei quali dopo il 25 marzo, quando il governo ha imposto la quarantena obbligatoria.


Nel paese sudamericano i difensori dei diritti umani sono obiettivi facili da colpire. La pandemia ha solo peggiorato la situazione. Chi vuole eliminarli sa dove trovarli.


Danelly Estupiñán è una delle attiviste più note dell’Associazione delle comunità nere del dipartimento di Buenaventura, in Colombia.

L’anno scorso ha trascorso un po’ di tempo è stata fuori dalla Colombia, quando era diventato pubblico il piano di ucciderla, poi è rientrata per difendere la sua comunità di discendenti africani, contrastare il progetto di ampliamento del porto di Buenaventura, che significherebbe altri sgomberi forzati.

Tornata a Buenaventura, Danelly è stata sorvegliata, minacciata, fotografata quando usciva da casa.

Così, poco prima dell’annuncio della quarantena, si è trasferita in un luogo in cui non conosce nessuno e spera non sia riconosciuta da nessuno.

E intanto si pone delle domande: come resistere in questo clima d’impunità? Come difendere i diritti collettivi? Come proteggere i frutti e i raccolti? Come far rispettare il diritto di partecipare alle decisioni riguardanti le tue terre, quando sei in esilio interno e hai paura di essere assassinata ogni volta che esce di casa?

(Questo articolo riprende un testo scritto da Danelly per la rivista colombiana Semana)

Mozambico - Il dramma dei profughi che fuggono dai violenti attacchi al nord del paese

www.santegidio.org
Continua il dramma dei profughi del Mozambico che fuggono dagli attacchi violenti al nord del paese. Negli ultimi giorni è stata colpita la città di Mocimboa da Praia. 


Gli abitanti che sono riusciti a sfuggire agli attacchi stanno cercando di mettersi in salvo anche via mare. Ogni mezzo è utilizzato per sfuggire alla violenza anche rischiando la vita su mezzi precari e affollati.


Sant'Egidio, insieme alla diocesi di Pemba, sta distribuendo aiuti agli sfollati che aumentano di giorno in giorno.