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martedì 27 giugno 2017

Colombia - FARC, completata la consegna degli armamenti all’Onu: «Ora un partito politico»

Corriere della Sera
Le Forze Armate Rivoluzionarie hanno concluso la riconsegna delle armi all’Onu come stabilito dall’accordo siglato il 26 settembre scorso che sancisce l’addio dei guerriglieri alla lotta armata e la graduale trasformazione del movimento in un partito politico.

Un giorno storico per la Colombia. Dopo più di 50 anni, le Farc hanno concluso la riconsegna delle armi alle Nazioni Unite, come previsto dalla firma degli accordi di pace fra i guerriglieri e il governo del Presidente Juan Manuel Santos. 

Con un giorno di anticipo, le Forze Armate Rivoluzionarie hanno letteralmente chiuso le 7.132 armi in loro possesso in contenitori dell’Onu dove verranno tenute con tutte le misure di sicurezza.

La conferma arriva da una nota delle Nazioni Unite che spiegano di aver ricevuto le armi appartenute ai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie. Solo una piccola parte di quelle armi è rimasta nelle mani delle Farc: serviranno per garantire protezione a quei 26 villaggi rurali dove si trovano i circa 7.000 guerriglieri che stanno affrontando il passaggio alla vita civile. 

Un rapporto consegnato, appunto, con 24 ore di anticipo rispetto alla cerimonia ufficiale (prevista per martedì nel comune di Mesetas in Colombia meridionale alla presenza del presidente Juan Manuel Santos e del comandante del gruppo Insurgente, Timoleón Jiménez) in cui le Farc ‘certificheranno’ il loro addio alla lotta armata per trasformare il movimento in un partito politico.

In oltre 50 anni di conflitto interno, il più lungo dell’America Latina, sono morte più di 200.000 persone (l’80 per cento civili) e ci sono stati otto milioni di sfollati. La riforma firmata nel 2016 prevede - oltre al disarmo - una riforma agraria e la partecipazione degli ex ribelli alla vita politica, ma «senza rappresaglia», la fine della produzione di coca e una transizione giudiziaria che si affianca al reinserimento degli ex ribelli nella vita civile del Paese. Un processo di pace delicato, durato quattro anni per cui il presidente Juan Manuel Santos ha lavorato a lungo e per cui ha ottenuto nel 2016 il premio Nobel per la Pace.

lunedì 26 giugno 2017

"Torturati e marchiati come animali", il racconto shock dei baby migranti

La Repubblica
Salvati due giorni fa dalla nave Aquarius di Msf, sono approdati ieri pomeriggio a Pozzallo. Sul corpo e nelle loro parole le tracce di una lunga Odissea: gli spari, la prigionia, le uccisioni a sangue freddo
Il ragazzo ha 16 anni. A giudicare dalla statura dovrebbe pesare più di 70 chili, ma ne pesa appena 42. Per tre volte è salito su un gommone su una spiaggia libica e per tre volte lo hanno riportato indietro. Picchiato, rinchiuso in cella, letteralmente affamato dagli scafisti, terrorizzato per aver visto uccidere a sangue freddo con una colpo di pistola alla testa un migrante incaricato di condurre il gommone colpevole di aver sbagliato la rotta.

Ieri, che finalmente è riuscito a farcela, dal telefono di Craig Spencer, medico di bordo della nave Aquarius di Msf approdata nel pomeriggio a Pozzallo, il giovane gambiano, uno delle decine di minori non accompagnati soccorsi in queste ultime 48 ore nel Mediterraneo, ha potuto chiamare i suoi genitori rimasti a casa e, tra le lacrime, rassicurarli.

"La telefonata - ci dice Craig Spencer - è arrivata proprio a conclusione del Ramadan, un periodo in cui i familiari di questo ragazzo non avevano fatto altro che pregare per lui senza sapere nulla della sua odissea".

La sua storia e quella di altri 12 giovanissimi del Bangladesh, giunti anche loro a Pozzallo sulla Aquarius, arrivano emblematiche nella giornata internazionale di supporto alle vittime di torture. "Ho visto alcuni di loro - dice il medico - marchiati a fuoco sulla pelle come animali. Un ragazzino di 15 anni mi ha raccontato che in 11 sono stati segregati e torturati per giorni dopo che uno di loro era riuscito a fuggire. Un modo per far capire loro cosa li aspettava se non avessero ubbidito agli ordini".

Terribile il racconto del 16enne gambiano che ha ricostruito al medico di Msf il suo viaggio lungo sette mesi, dal Gambia al Senegal, alla Nigeria fino alla Libia. Da lì il primo tentativo di imbarcarsi su un gommone fatiscente dopo aver pagato un trafficante. L'imbarcazione viene intercettata a poche miglia dalla partenza da una motovedetta libica e costretta a tornare indietro, i migranti finiscono in prigione senza cibo. Lì comincia il deperimento del ragazzino che, facendosi mandare da casa altri 500 euro, riesce a farsi liberare e a salire su un altro gommone.

Questa volta la barca viene attaccata da altri trafficanti che sparano e lo fanno affondare. I migranti vengono soccorsi e riportati di nuovo in Libia e nuovamente imprigionati. La terza volta il sedicenne viene messo su un gommone affidato ad un altro migrante come sempre più spesso accade. L'uomo non è in grado di seguire la rotta che gli viene data e ritorna verso la spiaggia dove viene ucciso con un colpo di pistola alla testa.

Due giorni fa, finalmente, il viaggio andato a buon fine con il salvataggio dei migranti da parte della nave Aquarius di Msf.

di ALESSANDRA ZINITI

domenica 25 giugno 2017

Sant’Egidio a Washington: rafforzare impegno contro pena di morte

Radio Vaticana
“No Justice without Life”, “Nessuna giustizia senza vita”. E’ il tema della conferenza in corso a Washington promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e da un folto numero di organizzazioni cattoliche statunitensi e non solo impegnate contro la pena di morte. 

Sull’importanza di questo evento, Alessandro Gisotti ha intervistato Carlo Santoro, coordinatore di Sant’Egidio contro la pena di morte, raggiunto telefonicamente nella capitale statunitense:

R. - Nell’ambito dell’assemblea generale di questa associazione che è la World coalition to abolish death penalty che raccoglie 150 associazioni del mondo noi, insieme alla Chiesa cattolica statunitense, abbiamo organizzato questo evento a cui hanno partecipato anche diversi familiari delle vittime.

D. - Quali sono le indicazioni che sono emerse da questa riunione che ovviamente guarda agli Stati Uniti ma non solo?

R. - Ci sono state voci, ad esempio dall’India, ma anche dalla Nigeria… Le indicazioni sono forti. Io penso che noi dobbiamo tutti lavorare molto più insieme e in connessione tra di noi e questo mi sembra molto importante perché ci sono grosse spinte in diversi Stati verso l’uso della pena di morte con la scusa del terrorismo, chiaramente. Però, spesso, scopriamo in molti Paesi che a essere messi a morte in genere si tratta, per esempio, di stranieri. In Paesi come l’Arabia Saudita quasi la metà dei condannati a morte sono in realtà o filippini o nigeriani. Questo perché la pena di morte continua a essere uno strumento politico di repressione ma che spesso anche negli Stati Uniti colpisce le fasce più povere della popolazione. In genere in alcuni Stati, per esempio, in Florida o nel Texas le condanne a morte si concentrano in alcune aree dello Stato. Questo è un fatto significativo non perché ci siano lì dei tassi di delinquenza molto più alti che nel resto dello Stato ma perché è un problema politico e anche di fasce molto povere della popolazione.

D. - C’è un rinnovato appello a rafforzare il movimento contro la pena di morte. In questa battaglia si sente ovviamente l’incoraggiamento e il sostegno di Papa Francesco…

R. - Assolutamente sì. C’è stato chiesto aiuto da parte di Catholic Mobilizing Network, un’associazione che di fatto si rifa alla Conferenza episcopale americana. Noi vogliamo rilanciare il loro appello, venire incontro a questa loro richiesta per rilanciare questo impegno che parte proprio dalle parole del Papa il quale in diverse occasioni ha invitato ad aiutare l’abolizione della pena di morte ma che anche ha detto: “Non solo siamo chiamati come cristiani a combattere per abolire la pena di morte, legale o illegale, ma anche a migliorare le condizioni di vita in carcere”. Questo per noi di Sant’Egidio è molto importante perché ovunque lavoriamo nel mondo siamo a contatto con la realtà del carcere stiamo iniziando una grossa battaglia per umanizzare le carceri a partire da quelle in Africa ma anche a partire dalle nostre, in Italia.

Allarme dell'Unicef in Africa: 5,6 milioni di bimbi senz'acqua rischiamo malattie

Globalist
Le epidemie in Camerun, Ciad, Niger e Nigeria coincidono con la sempre più diffusa insicurezza a livello regionale e l'aumento dei movimenti di popolazione.


Oltre 5,6 milioni di bambini sono sempre più esposti a rischio di contrarre malattie legate all'acqua, come colera e infezioni diarroiche, considerato l'inizio della stagione delle piogge nelle aree colpite dal conflitto nei Paesi attorno al Lago Ciad.


Lo denuncia l'Unicef precisando che la minaccia di epidemie in Camerun, Ciad, Niger e Nigeria coincide con la sempre più diffusa insicurezza a livello regionale e l'aumento dei movimenti di popolazione.

"Le piogge complicheranno ulteriormente quella che è una già difficile situazione umanitaria, dato che milioni di bambini, già resi vulnerabili dal conflitto, stanno affrontando una potenziale diffusione di malattie opportunistiche", ha dichiarato Marie Pierre Poirier, Direttore Regionale Unicef per l'Africa Occidentale e Centrale.

"Acqua non sicura, servizi igienico sanitari non adeguati e scarse condizioni igieniche possono causare epidemie di colera e di epatite E - malattia mortale per le donne in gravidanza e i loro bambini - mentre i ristagni d'acqua possono attrarre zanzare portatrici di malaria. Evitare la malattia è la nostra priorità", ha aggiunto.

Eid Mubarak

Blog Diritti Umani - Human Rights

A conclusione del mese benedetto di Ramadan, 
esprimiamo a tutti i lettori musulmani di questo Blog 
i  migliori auguri per l'Eid al-Fitr

sabato 24 giugno 2017

Cecenia. Un giornalista ha potuto visitare i campi di detenzione per gay

blogspot.it
In collaborazione con il canale americano Hbo, la rivista Vice ha pubblicato un reportage di nove minuti che mostra il primo reporter occidentale a cui è stato consentito di entrare nelle strutture cecene di Argun, ossia in quella ex-base militare cecena in cui sarebbero stati allestiti dei campi di detenzione illegale per gay.
Lo scorso aprile il quotidiano russo "Novaya Gazeta" riportò la notizia di oltre 100 uomini arrestati dalle autorità cecene per la loro presunta omosessualità, detenuti e torturati in prigioni non ufficiali. Alcuni di loro sono morti a causa delle violenze subite. 

A pochi giorni di distanza dalle prime notizie, il quotidiano aveva pubblicato anche le prime testimonianze e aveva indicato un ex edificio militare di Argun come una delle sedi adibite a campi di prigionia per gay, drogati e dissidenti politici. 

Al reporter Hind Hassan è stato permesso di visitare quei locali, anche se la visita è potuta avvenire solo sotto la supervisione delle autorità locali.
Ayub Kataew, il capo locale della polizia nazionale, ha negato che i fatti siano mai avvenuti e dinnanzi alle telecamere ha messo in piedi un imbarazzante teatrino in cui chiedeva ai suoi uomini se avessero mai torturato o detenuto illegalmente qualcuno. Ovviamente la risposta di tutti è stata "no".

Di contro, il reporter di Vice ha incontrato anche una delle vittime dell'ondata di persecuzione, il quale ha confermato che Kataew si sarebbe recato in quel campo proprio cercare di prevenire la possibilità che qualcuno indagasse su dodici persone rimaste uccise nel corso delle torture.
Indicativo è anche come alcune delle autorità intervistate dal reporter si siano affrettati non tanto a negare le violenze, quanto a sostenere che in Cecenia non esistono omosessuali. 

"Sono convinto che il rispetto delle tradizioni fa sì che in Cecenia non ci siano abbiamo queste persone", ha raccontato uno di loro.
In altri passaggi le autorità cecene si lanciano in frasi altamente omofoniche come il sostenere che non avrebbero mai potuto imprigionare dei gay perché gli ufficiali avrebbero avuto schifo anche solo a toccare "quel tipo di persone".

Fine del Ramadan - Presidenti di Tunisia ed Egitto: grazia a 700 detenuti

Nova
Tunisia. Il presidente Essebsi concede grazia a 196 detenuti in occasione dell'Eid al Fitr 

Il presidente della Repubblica tunisina, Bejiu Caid Essebsi, ha concesso la grazia a 196 detenuti in occasione della festa prevista per la fine del mese sacro del digiuno, il Ramadan. 

Le 196 persone a cui è stata concessa la grazia erano state in precedenza incarcerate per reati legati al traffico o al consumo di stupefacenti oppure erano detenuti portatori di handicap. 

La Eid al Fitr (in arabo festa della fine del digiuno) viene celebrata alla fine del mese lunare di digiuno del Ramadan, periodo in cui i musulmani digiunano dal sorgere al tramonto del sole. Lo scorso 13 gennaio Essebsi aveva concesso la grazia a 3.706 detenuti alla vigilia del sesto anniversario della rivoluzione dei gelsomini. Nei mesi scorsi la questione dell'affollamento delle carceri e del rimpatrio dei terroristi tunisini è stata al centro di un dibattito nel paese rivierasco. Il rimpatrio dei terroristi tunisini che hanno combattuto all'estero, concesso ai sensi della Costituzione del 2014, rappresenta un problema anche per le carceri del paese nordafricano sia per il sovraffollamento che per la possibilità radicalizzazione di detenuti per reati minori.

Ansa
Egitto. Il presidente al Sisi concede la grazia a 502 detenuti

Molti sono accusati di aver preso parte a cortei non autorizzati. Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sissi ha concesso la grazia a 502 detenuti, per la maggior parte accusati di avere organizzato manifestazioni non autorizzate. 

Lo ha reso noto un comunicato della presidenza. La decisione è stata presa in occasione della festa di Al Fitr e della rivoluzione del 30 giugno, quando venne defenestrato il presidente Mohamed Morsi, espressione della Confraternita. Tra i graziati figurano 25 donne e 175 uomini sotto i 30 anni di età, ma anche otto professori universitari, tre avvocati e cinque ingegneri, precisa il sito del quotidiano filogovernativo al Ahram. Lo scorso gennaio era stati graziati 147 detenuti grazie ad un decreto repubblicano e in occasione delle feste della rivoluzione del 25 gennaio e della polizia.