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mercoledì 7 dicembre 2016

In Gambia è successa una cosa importante.

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Il presidente che governava in modo autoritario da 22 anni ha perso le elezioni e ha accettato la sconfitta: è un risultato storico, che crea un precedente edificante


L’1 dicembre in Gambia ci sono state le elezioni presidenziali: il presidente in carica Yahya Jammeh – che governa in maniera autoritaria dal colpo di stato del 1994, e da allora aveva vinto largamente tutte le elezioni – le ha perse e ha accettato la sconfitta. 

Il nuovo presidente è quindi Adama Barrow, un imprenditore di 51 anni sostenuto dai principali partiti di opposizione. Barrow ha ottenuto 263mila voti, il 45,5 di quelli totali. 

In queste ore in molti stanno sottolineando l’importanza pratica e simbolica della vittoria di Barrow, dato che Jammeh era considerato uno dei leader autoritari africani più saldamente al potere. Rukimini Callimachi, che prima di occuparsi di terrorismo per il New York Times ha lavorato come corrispondente in vari paesi africani, ha scritto su Twitter che per l’Africa l’elezione di Barrow sarà praticamente “un terremoto” politico.

Turchia: Amnesty, centinaia di migliaia di civili curdi sfollati

ANSAmed
Istanbul - Le operazioni militari della Turchia contro il Pkk nel sud-est del Paese a maggioranza curda hanno provocato dall'estate 2015 "centinaia di migliaia di sfollati" civili, espropriando o distruggendo le loro case.


A denunciarlo è Amnesty International, che ha pubblicato ieri un nuovo rapporto focalizzato sul distretto di Sur, centro storico della 'capitale' curda Diyarbakir, dove gli sfollati sono stimati in almeno 24 mila.

"Il processo in corso nella regione nel suo complesso suggerisce un piano premeditato per allontanare i residenti, distruggere e ricostruire le aree per garantire la sicurezza attraverso modifiche nell'infrastruttura e trasferimenti di popolazione", si legge nel rapporto. Le autorità di Ankara non hanno al momento risposto alle accuse dell'ong.

Razzismo a Roma - Cacciata famiglia di origine marocchina assegnataria di casa popolare

Il Fatto Quotidiano
I legittimi assegnatari, con tre figli piccoli al seguito, hanno deciso di rinunciare all'appartamento. La polizia sospetta che dietro all'episodio di razzismo ci sia il business delle occupazioni abusive e lo spaccio di droga nel quartiere San Basilio. Il sindaco Raggi ha parlato di "gesto vergognoso" e ha assicurato che il Campidoglio si è messo a lavoro per ricercare un alloggio alternativo


Quartiere San Basilio - Roma
Sono scesi a decine dai palazzi popolari di San Basilio, quartiere periferico di Roma, per impedire che una famiglia di cittadini marocchini con tre figli piccoli potesse entrare nella casa popolare che gli era stata legittimamente assegnata. 

“Qui non vogliamo negri. Tornate a casa col gommone”, gridavano alcuni abitanti verso i poliziotti, arrivati sul posto per evitare che la situazione potesse degenerare. “Prima ci stanno gli italiani, questi da dove sono usciti?”, ha commentato un altro abitante. Gli agenti erano pronti a sfondare le barricate costruite dai manifestanti e permettere alla famiglia di entrare nell’appartamento, ma padre e madre, con i tre figli impauriti e in lacrime, hanno deciso di rinunciare alla casa.

Di “gesto vergognoso per Roma e per i cittadini romani” ha parlato il Sindaco Virginia Raggi, esprimendo “forte indignazione” per l’accaduto e assicurando che si metterà presto in contatto con la famiglia, mentre in Campidoglio si lavora per trovargli un alloggio alternativo. L’episodio è avvenuto in via Filottrano, dove un appartamento gestito dall’Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale) era stato sgomberato dopo un’occupazione abusiva. 


Questa mattina doveva essere consegnato ai legittimi assegnatari, la famiglia di origine marocchina composta da madre disoccupata, padre operaio edile con reddito annuo di 12mila euro e i figli di 1, 4 e 7 anni. Quando sono arrivati sul posto però è cominciata la rivolta. Al momento sono stati denunciati 5 residenti, ma proseguono le indagini per risalire agli altri responsabili della protesta attraverso foto e immagini effettuate dagli agenti della polizia municipale. “Non vogliamo negri né stranieri qui, ma soltanto italiani” ripetevano gli abitanti verso i poliziotti.

Il sospetto della polizia municipale è che dietro agli insulti razzisti si nasconda il business delle occupazioni abusive, che vede i palazzi di San Basilio come un vero e proprio feudo. Il quartiere è considerato una delle principali piazze di spaccio della capitale e le case popolari vengono spesso usate come punti di guardia dalle vedette, che hanno il compito di avvisare i pusher quando ci sono operazioni di polizia. Una zona difficile insomma: nel 2013 dopo un omicidio i sanitari del 118 vennero aggrediti e picchiati.

Ma “non possiamo tollerare ‘zone franche’ in cui il diritto viene scavalcato da forme organizzate di violenza e intimidazione”, dichiarano l’assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale, Laura Baldassarre, e l’assessore al Bilancio Andrea Mazzillo.

martedì 6 dicembre 2016

Myanmar: la minoranza Rohingya sotto attacco. 90 morti e 30 mila sfollati

Radio Vaticana
In Myanmar la minoranza musulmana dei Rohingya si trova da due mesi sotto attacco dell’esercito governativo che ha spinto i profughi fino alla frontiera con il Bangladesh dove le guardie di confine hanno impedito loro l’accesso anche dal mare. Aumentati gli scontri nelle ultime settimane fra un gruppo militante della minoranza e il Tatmadaw, l’esercito governativo, nello Stato di Rakhine, dove si parla di almeno 90 morti dall’inizio di ottobre e 30mila sfollati. 


A descrivere la comunità dei Rohingya e l’attuale situazione Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, nell’intervista di Sabrina Spagnoli:

R. – I Rohingya sono una popolazione che vive prevalentemente nel nord del Myanmar; sono di religione musulmana e considerati dalla maggior parte del Paese e dal governo nient’altro che immigrati provenienti dal Bangladesh, ai quali da diversi anni è stata tolta la cittadinanza. Quindi di fatto sono degli apolidi. Fuggono da una persecuzione molto forte che si è acutizzata negli ultimi mesi. Vanno verso il Bangladesh via terra e molto spesso prendono il mare in direzione dell'Indonesia o della Malesia.

D. - Per quali ragioni il Myanmar non riconosce loro la cittadinanza?

R. - Perché ormai li considera degli stranieri a differenza di quanto sostengono i Rohingya, i quali affermano di essere una popolazione nativa. Sono considerati come dei contadini arrivati dal Bangladesh successivamente all’indipendenza di quel Paese e arrivati per di più in maniera irregolare e che dunque non hanno titolo di rimanere all’interno del Myanmar.

D. - Com’è attualmente la situazione al confine con il Bangladesh?

R. - Il Bangladesh in questi anni ha ospitato, prevalentemente in maniera irregolare, dunque tollerata, sopportata a volte, la presenza dei Rohingya. Una grande quantità di profughi in fuga dal Myanmar è stata ricacciata indietro; si calcola siano anche 500mila quelli senza protezione legale, senza documenti. Negli ultimi mesi - soprattutto dal 9 ottobre quando ci sono stati attacchi mai rivendicati contro posti di polizia dello Stato di Rakhine, quello dove vivono i Rohingya, nel nord del Myanmar - c’è stata un’ulteriore fuga di 30mila persone. A ottobre, come rappresaglia nei confronti di quegli attacchi, c’è stata una campagna che mirava alla distruzione, incendio di villaggi, uccisioni, stupri e torture. Circa 30milia, forse anche 33mila, sono arrivati di nuovo in Bangladesh e le autorità di questo Paese hanno cominciato a rimandarne indietro a centinaia.

D. - Ultimamente ci sono state tensioni fra John McKissick, capo dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, e la capitale birmana. Qual è la natura di questa polemica?

R. - È legata al fatto che le autorità del Myanmar, tacitamente tollerano che ci sia una forte repressione nel nord del Paese o vi collaborano attivamente. Questa tensione però, a quanto pare, ha dato dei risultati di cui dobbiamo vedere la portata, perché il 1° dicembre il Presidente del Myanmar ha ordinato la creazione di una commissione di inchiesta che deve dire, entro il 31 dicembre del 2017, cosa stia succedendo nello Stato di Rakhine, che tipo di persecuzione stia colpendo i Rohingya, chi ne sono i responsabili e suggerire delle misure per riportare la calma in quell’area che è completamente sigillata; questo è stato un altro motivo di tensione tra il capo dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati e il governo del Myanmar.
D. - Quindi se già nel 2012 si è parlato di pulizia etnica, di fatto si sta ripetendo ancora una volta?

R. - Sì, con caratteriste pressoché analoghe, cioè una campagna di terra bruciata che costringe le persone a fuggire dai villaggi che vengono dati alle fiamme, le donne vengono stuprate, i civili vengono uccisi. La scelta è varcare il confine con il Bangladesh, ma abbiamo visto che ultimamente questo Paese li sta rimandando indietro in Myanmar. L’altra soluzione è prendere il mare, ma nel 2015 dopo un’altra campagna di persecuzione, c’è stato un eccidio in mare perché a centinaia e centinaia sono morti durante il tentativo di salvarsi prendendo il largo.

Migranti - I morti alle frontiere di terra non solo in mare

Huffingtonpost

Questa lista non è esaustiva.

3 dicembre, stazione di Wörgl, confine tra Austria e Germania, un uomo e una donna sono stati schiacciati tra le ruote di un tir, dove si erano nascosti al momento dello scarico dal treno del mezzo pesante. Partiti da Verona, e nascosti sotto il tir per fuggire ai controlli sul Brennero, avevano forse prima persi i sensi di assideramento. Un terzo uomo è in grave condizioni è stato ricoverato d'urgenza.

25 novembre, Subotica, Serbia, al confine con l'Ungheria, vari rifugiati fatti salire di forza dalla polizia in un treno per Presevo, saltano dai treni e si feriscono (e vengono curati da Msf). Sicuramente speranzosi di proseguire loro viaggio verso l'Ungheria o la Croatia, terrorizzati dal tentativo di venir rilocalizzati più a sud, hanno panicato e sono saltato dai treno in marcia. Queste settimane sono giunti numerose segnalazioni di respingimenti e deportazioni dalla Serbia verso la Macedonia.

24 novembre, campo di Moria, Lesbos, una donna irachena sessantenne (la nonna) e suo nipotino di sei anni sono morti bruciati in un incendio, scoppiato nel campo, forse dall'esplosione di una bombola di gas. Altre 12 persone sono rimaste ferite, due delle quali in modo grave.

22 novembre, confine bulgaro-serba, il corpo di un afghano 18enne è stato trovato morto in una stanza abbandonata di una stazione di pompaggio, nel villaggio di Kosovo, provincia di Vidin, ad 1 km dalla frontiera con la Serbia. Cercava probabilmente di attraversare il confine tra Bulgaria e Serbia, scarsamente vestito, si assume sia morto di stenti e di assideramento ma non si hanno finora maggiori dettagli (e quel confine è pattugliato 24 ore da guardie delle frontiere e fascisti auto-organizzati).

22 novembre, confine serbo-ungherese, un giovane pakistano di 16 anni è stato folgorato da una scarica elettrica al confine serbo-ungherese che cercava di oltrepassare. Ha toccato il cavo sbagliato mentre attraversava una stazione ferroviaria.

In Serbia, numerosi rifugiati continuano inoltre a riportare gravi ferite per mano della polizia e guardia della frontiera ungherese armata, e da ronde fasciste ("vigilantes" autorganizzati in "caccie al migrante"); i migranti riportano in particolare contusioni da manganellate e pestaggi (spesso crani fratturati) e morsi da cani.

22 novembre, Ventimiglia, un migrante disperso nella piena del fiume Roja. Insieme a compagni di viaggio, aveva cercato riparo per la notte per via delle forti piogge, sotto il cavalcavia rimanendo bloccati su un pilone dalla piena del fiume, e poi travolto.

21 novembre, Bolzano, eritreo di 17 anni, morto sui binari nella stazione di Bolzano, tra le rotaie, travolto nel tentativo di salire su un treno merci diretto in Austria, per arginare i controlli tra Italia e Austria. Cercava di raggiungere il suo fratello a Francoforte.

18 novembre, Borghetto (Trentino-Veneto), una giovane donna, forse Etiopia, è stata investita di notte, da un altro treno in transito a sud di Borghetto, lungo l'asse del Brennero. Non si sa se fosse fatta scendere dal primo treno, come spesso accade, dai poliziotti di frontiera o durante un controllo del biglietto. Addosso le è stato trovato un foglio che viene consegnato al momento dello sbarco nei porti siciliani. Non si saprà probabilmente mai suo nome e la sua storia. Quanti km avesse camminato attraverso deserti, quanti abusi subiti in Libia, e il terrore di attraversare da sola l'Europa, di notte.

Sul confine tra Italia e Austria preoccupa l'aumento del numero dei casi di migranti vittime di incidenti ferroviari negli ultimi mesi. Nella stazione di Bolzano sono state adottate una serie di misure di sicurezza e di controllo. E dopo la Germania, da inizio dicembre anche la polizia austriaca ha intensificato i controlli sui treni merci, che vengono sempre più spesso utilizzati dai profughi per proseguire il loro viaggio verso il Nord Europa.

Da quanto i controlli sono stati potenziati da Verona al Brennero per scoraggiare il transito dei migranti, non è la prima volta che le persone sono fermate, fatte scendere e poi costrette a muoversi a piedi seguendo quindi i binari del treno.

Pakistan - Dopo una settimana assolto un altro detenuto del braccio della morte dopo 10 anni di reclusione

Blog Diritti Umani - Human Rights
Islamabad: La Corte Suprema ha assolto il lunedi ancora un altro detenuto del braccio della morte, dopo 10 anni di reclusione sulla base del fatto che i suoi complici sono stati liberati dai giudici di merito sulla base degli stessi elementi di prova che è lo accusavano.


La Corte Suprema ha ordinato assoluzione immediata di Asif Saeed Khosa che ha trascorso quasi 10 anni in Adiyala carcere di Rawalpindi.

Il 25 nov, il giudice supremo aveva assolto braccio della morte detenuto Mazhar Farooq dopo 24 anni di detenzione concedendo il beneficio del dubbio.

La Corte suprema ha assolto Aamir sulla base del fatto che i testimoni erano parenti degli accusati e aveva messo in atto una faida familiare contro di lui. 

ES
Fonte: Dawn

lunedì 5 dicembre 2016

Profughi, un nuovo corridoio umanitario dall’Etiopia con eritrei, somali e sud-sudanesi

La Stampa
La Cei, la Comunità di Sant’Egidio, Migrantes, Caritas e governo italiano uniti per accogliere i rifugiati che vivono nei campi di raccolta del paese africano. E i corridoi umanitari diventano modello anche per altri Paesi



Un nuovo corridoio umanitario verrà presto aperto fra l’Italia e l’Etiopia. L’iniziativa, questa volta, vede coinvolta in prima persona la conferenza episcopale italiana, quindi la Comunità di Sant’Egidio che è fra i principali promotori dell’iniziativa dei corridoi umanitari, poi le due organizzazioni impegnate sulle migrazioni legate alla Cei: Migrantes e Caritas, che avranno un ruolo chiave nell’accoglienza. Un nuovo protocollo verrà quindi sottoscritto molto presto fra queste organizzazioni e i ministeri degli Interni e degli Esteri, sul modello di quanto già avvenuto per accogliere i profughi siriani provenienti dai campi di raccolta in Libano (in questo caso però prendono parte all’iniziativa oltre a Sant’Egidio anche la Chiesa valdese e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia).

L’obiettivo, ambizioso, è quello di stabilire una via sicura e legale per far arrivare in Italia almeno 500 profughi provenienti dall’Africa. L’Etiopia è infatti il Paese africano che accoglie il maggior numero di rifugiati in fuga da conflitti, carestie, persecuzioni, catastrofi ambientali. Ci sono nel Paese africano quattro grandi campi profughi, e il progetto prevede di accogliere persone provenienti da tre nazionalità: eritrei, somali e (sud)sudanesi. D’altro canto si tratta di nazioni attraversate da situazioni particolarmente critiche; naturalmente al protocollo siglato con il governo italiano, seguirà poi una fase organizzativa complessa: dovranno essere stabiliti contatti e rapporti proficui con le autorità etiopiche, il governo le forze di sicurezza, e con l’Agenzia etiopica che gestisce tutti i campi profughi.

Un lavoro simile è stato svolto con il Libano - dove pure il quadro istituzionale interno non era semplice - ma certo la situazione in questo caso è, se possibile, ancora più complessa considerata la fragilità delle istituzioni e soprattutto la pressione esercitata dalle crisi umanitarie e dai conflitti in corso in tutta l’area sub-sahariana. Per questo contatti sono stati già presi con organizzazioni e personale che opera sul posto. Importante, in questo contesto, anche il ruolo assunto dalla Chiesa italiana, che parteciperà al progetto pure con un contributo economico importante attraverso risorse provenienti dall’otto per mille. Ancora va ricordato che proprio da Paesi come l’Eritrea e la Somalia, arriva gran parte dei migranti che sbarcano sulle cose del nostro Paese.

Si consolida poi l’esperienza dei corridoi umanitari con il Libano. Nei giorni scorsi infatti sono arrivati altri 100 profughi, per un totale di 500 persone da quando, nel dicembre scorso,è partita l’iniziativa. Ora è la volta dell’Etiopia mentre rimane ancora da completare il percorso che dovrebbe portare ad aprire un altro canale con il Marocco. Nel frattempo i corridoi umanitari stanno diventando un modello a livello internazionale: all’esperienza messa in campo in Italia guardano con interesse e attenzione le Nazioni Unite, il Parlamento europeo e altri Paesi. Non a caso un’iniziativa simile sta per essere presa in Francia, di nuovo con la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas francese e le chiese evangeliche d’Oltralpe; anche in questo caso il Paese cui si guarda è il Libano dove per altro si concentra un numero enorme di rifugiati provenienti in particolare dalla Siria (circa un milione 400mila persone). Interessante inoltre, il fatto che, spiegano dalla Comunità di Sant’Egidio, «l’iniziativa sta raccogliendo consensi e partecipazione sempre più ampia Molte associazioni, parrocchie, realtà locali, vogliono aderire, anche single famiglie, segno che l’importanza dell’iniziativa è stata compresa».

D’altro canto la necessità di costruire canali umanitari legali per i flussi di profughi scongiurando le morti in mare e lo sfruttamento dei trafficanti d’uomini, era sentita da tempo. Obiettivo dell’iniziativa resta quindi quello di combattere la ’tratta’ di chi fugge dalle guerre di «concedere a persone in condizioni di vulnerabilità (oltre a quelle vittime di persecuzioni, torture e violenze, ci sono famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo»; In tal modo si consente ai profughi di entrare in Italia in modo sicuro per sé e per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede anche i necessari controlli da parte delle autorità italiane.


Francesco Peloso