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martedì 18 gennaio 2022

Kazakistan - Proteste soffocate dalla repressione. Non si sa nulla di un numero imprecisato dei "desaparecidos" di Almaty

La Repubblica
Le voci dei parenti di chi è scomparso durante la repressione ordinata dal presidente Tokayev. "Mio cugino è uscito di casa a piedi, non lo abbiamo più ritrovato". Spariti anche diversi giornalisti locali


"Cerchiamo Makimov Yerkin Chayakhmetovich, il 4 gennaio è uscito di casa e non è più tornato. Quel giorno indossava un giubbotto nero, jeans neri, un maglione nero a righe bianche, scarpe nere. Se qualcuno lo ha visto, chiediamo di contattarci". La foto di Makimov è appesa con due giri di nastro adesivo al tronco dell'albero vicino all'ingresso dell'obitorio. Lui, come altri, come tanti e non si sa nemmeno il numero preciso, sono stati inghiottiti dalla notte di Almaty. 

Una notte di fiamme, pistole e rivolta. Sono scomparsi da giorni, a decine. Quasi certamente morti durante la guerriglia urbana. Oppure, è la speranza ultima di chi ha appeso quel volantino, si trovano nelle prigioni di Stato insieme ai 10 mila arrestati dal regime kazako.

Davanti all'obitorio di Kazybek Bi Street c'è la fila. Oggi, come ieri, come ogni mattina da una settimana. Il cancello in ferro battuto dipinto con vernice dorata è chiuso. Drappelli di padri e madri e sorelle e fratelli attendono da ore, in silenzio. Sono venuti a riconoscere i cadaveri. Due agenti in tenuta antisommossa, con giubbotto antiproiettile e fucile, controllano la situazione dalle inferriate. I soldati rimangono un po' più indietro lungo la Kazybek Bi Street, dove sono parcheggiati furgoni da lavoro. Le autorità kazake hanno riferito che nel mezzo del caos i rivoltosi hanno assaltato anche questa camera mortuaria per riprendersi i corpi dei loro caduti. Sette giorni dopo, segni della loro intrusione non se ne vedono.
[...]
Non si sa niente dei morti e non si sa niente degli arrestati. Il ministero degli Affari Interni kazako si limita ad aggiornare il numero dei fermi e dei processi aperti, che sono più di 400. Sono scomparsi pure giornalisti e attivisti, come denuncia Amnesty International. Della cronista Makhambet Abzhan non si hanno notizie dal 6 gennaio. Il direttore di Uralskaya Nedelya è detenuto perché accusato di aver violato le norme dei cortei. Due giornalisti di Radio Azattyk sono stati prelevati e interrogati mentre facevano il loro lavoro. E la testata indipendente Ferghanaè stata costretta dalle autorità a rimuovere i servizi sulla crisi.

A sera, le sirene del coprifuoco continuano a svuotare le strade di Almaty. La capitale economica del Kazakistan sta provando a rialzarsi e da oggi inizia il ritiro delle forze speciali straniere, mandate dalla Russia e dalle ex Repubbliche sovietiche in nome del patto di difesa regionale attivato per la prima volta. Hanno rimesso in funzione l'aeroporto, la Rete è di nuovo accessibile. All'obitorio di Kazybek Bi Street ci sono ancora sacchi bianchi da portare via.

lunedì 7 settembre 2020

Messico, sono più di 75mila le persone scomparse e le vittime non hanno ancora ricevuto giustizia, altri 2.332 nei primi 6 mesi del 2020

La Repubblica
Città del Messico - L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani(OHCHR) ha appena celebrato la decisione del Senato della Repubblica messicana di riconoscere la competenza del Comitato contro il triste fenomeno della sparizione forzata, dei cosiddetti desaparecidos. Un chiaro messaggio della priorità che dovrebbe avere per tutte le autorità messicane questo terribile problema.

Foto: AP
I numeri dei desaparcidos e le fosse clandestine. Il ministro Alejandro Encinas Rodríguez ha sottolineato in una conferenza stampa lo scorso agosto che il numero delle sparizioni è fortemente sceso. Tra gennaio e giugno 2019 sono stati registrati 3.679 scomparsi, mentre per lo stesso periodo del 2020 sono stati segnalati 2.332 casi. Bisogna sempre considerare che non si tratta di cifre assolute in quanto vi sono sei Stati che non hanno forniscono tutti i dati. Da quando Andrés Manuel López Obrador ha assunto la presidenza, 63.523 persone sono scomparse. Di questi, 35mila 652 sono stati trovati e 27mila 871 persone ancora non sono state trovate: 33.327 furono trovati vivi e 2.352 morti. Per quanto riguarda le fosse clandestine, il ministro ha detto che dal dicembre 2006 ad oggi le tombe illegali sono 3.978, di cui 6.625 sono state riesumate.

Un problema dimenticato per anni. Il governo messicano dopo questa decisione deve rispettare le molteplici raccomandazioni formulate da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, e che il riconoscimento della competenza del Comitato contro la sparizione forzata significa l’obbligo di ricevere ed esaminare tutte le denunce, e soprattutto aprire il cammino a una attenzione specializzata alle vittime per proteggere i loro diritti, lavorando per garantire la non ripetizione. Dal 2013 il Comitato delle Nazioni Unite contro le sparizioni forzate ha chiesto al Messico di effettuare una visita nel Paese per esaminare direttamente il problema dei desaparecidos, con l'intento di identificare le linee d'azione per proteggere i diritti delle persone. Un impegno preso il 30 agosto dal presidente Andrés Manuel López Obrador.

Quegli undicimila in più. La cifra di 73mila 201 scomparsi rappresenta un aumento di oltre 11mila rispetto all'ultima volta che sono state offerte queste cifre, che era il 6 gennaio, quando il numero delle persone era stimato a 61mila 637. Questo non vuol dire che negli ultimi sette mesi siano scomparse 11mila persone, ma piuttosto che si è riusciti ad aggiungere al registro persone che fino ad ora non erano state inserite. Cifre che dimostrano l’importanza di questa nuova azione. All'unanimità, con 107 voti i senatori hanno approvato la dichiarazione inviata dal presidente Andrés Manuel López Obrador, un'azione appunto che era stata elusa nei sei anni di Enrique Peña Nieto, riluttante a invocare aiuti stranieri per combattere i suoi grandi mali.

mercoledì 17 aprile 2019

Messico, 45 corpi in due fosse comuni. Resti di desaparecidos ritrovati negli stati di Sonora e Jalisco

Ansa
Le autorità messicane hanno confermato il rinvenimento negli Stati di Sonora e Jalisco di fosse comuni contenenti nel complesso i resti di 45 persone da tempo considerate 'desaparecidos'.


Il primo ritrovamento, di 30 cadaveri, è stato realizzato durante lo scorso fine settimana nel municipio di Cajeme dello Stato di Sonora da un team formato dalla locale Associazione delle donne guerriere cercatrici, con il sostegno di uomini dell'Agenzia ministeriale di indagini criminali. 

Intanto in una conferenza stampa ieri il titolare della Procura generale dello Stato di Jalisco, Gerardo Octavio Solís Gómez, ha reso noto che sulla base di una denuncia anonima sono stati rinvenuti 15 corpi (una donna e 14 uomini) in una fattoria della colonia El Colli del municipio di Zapopan. Solís Gómez ha precisato che "l'ispezione di tutto il terreno della fattoria richiederà ancora una settimana" e che "non è escluso che si possano realizzare nuovi ritrovamenti".

giovedì 30 agosto 2018

30agosto - Giornata mondiale delle persone scomparse: la storia di Laura che ritrova la nonna e la sorella grazie alla Croce Rossa

TPI News
Arrivata su un barcone insieme alla mamma Neima, che incinta di lei e con evidenti segni di tortura sul corpo tocca il suolo di Crotone e muore. Accolta da una famiglia di volontari della Croce Rossa Italiana. E ora tra le braccia della nonna e della sorella.



È la storia di Laura – un anno e poco più di vita – che non solo ce l’ha fatta a sopravvivere, grazie soprattutto a Domenica e Sergio Monteleone che le hanno spalancato le porte di casa, ma che ora ha potuto anche riabbracciare nonna Halima e la sorellina Sabrine, rintracciate grazie al servizio Restoring Family Links della CRI, scappate insieme dalla Somalia al Kenya a causa del conflitto in corso.

Nelle prossime settimane tutte e tre proseguiranno il viaggio verso la Svezia dove una zia ha offerto ospitalità e supporto.

Qui il video diffuso oggi dalla Croce Rossa, in occasione della Giornata mondiale delle persone scomparse che si celebra il 30 agosto di ogni anno.


Questa è solo una delle tante storie di cui ogni giorno si occupa la Croce Rossa Italiana, insieme con il Comitato internazionale e le altre Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

Ogni anno infatti migliaia di famiglie vengono separate a causa di conflitti, disastri o migrazioni. Rintracciare queste persone e metterle in contatto con i propri familiari è l’obiettivo del Servizio Restoring Family Links: un lavoro possibile grazie alla rete internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa che opera in tutto il mondo.

domenica 26 agosto 2018

Decine di arresti al raduno delle madri dei desaparecidos turchi scomparsi negli anni '90

Il Manifesto
Turchia. Lacrimogeni e proiettili di gomma contro l'iniziativa, giunta al 700° appuntamento. Quasi 800 i civili scomparsi tra il 1992 e il 1996, nelle mani di esercito e polizia.



La polizia turca ha brutalmente attaccato con gas lacrimogeni e proiettili di plastica i manifestanti dell’iniziativa Madri del Sabato, riuniti per la 700° volta ieri a Galatasaray, nel cuore storico di Istanbul.

L’iniziativa prende il nome dalla presenza di numerose madri di persone scomparse nei durissimi anni ’90, epoca di repressione in Turchia, in particolare nel sud-est curdo sottoposto a perenne stato di emergenza e teatro di operazioni militari su larga scala.

Gli attivisti si ritrovano ogni sabato in piazza Galatasaray e siedono a terra, reggendo in mano cartelli con le foto di tutti quei parenti e amici svaniti nel nulla mentre erano in custodia delle forze dell’ordine.

Chiedono alle autorità che venga fatta chiarezza e giustizia sulla sorte dei loro cari, talvolta semplicemente che sia restituito il corpo del loro caro. Ma ieri la polizia ha arrestato decine di manifestanti, anche di età veneranda, inclusi numerosi giornalisti.

Tra questi Faruk Eren, presidente del sindacato dei giornalisti Disk: manette alle mani, Eren ha dichiarato alla polizia di «cercare suo fratello», Hayrettin Eren, scomparso il 21 novembre 1980 dopo essere stato fermato dalla polizia. Presenti tra i manifestanti anche i deputati Hdp Garo Paylan, Huda Kaya e Ahmet Sik, che ha affrontato gli ufficiali di polizia e cercato di impedire gli arresti.

Le persone arrestate sono state prima trasferite in ospedale per gli esami di rito e poi interrogati dagli ufficiali di polizia, prima di essere rilasciati nelle tarde ore della giornata.

Il primo raduno delle Madri del Sabato fu tenuto il 27 maggio 1995. Proseguì ogni settimana fino al 1999, quando la violenza della polizia e gli arresti continui dei partecipanti imposero un’interruzione lunga dieci anni, fino al 31 gennaio 2009, anno in cui i sit-in poterono riprendere.

Centinaia di persone (792 secondo l’Associazione turca per i diritti umani Ihd) furono arrestate tra il 1992 e il 1996, fagocitate dalla macchina repressiva dello Stato, spesso senza lasciare più traccia. Ieri le autorità sono tornate ai metodi di 20 anni fa.

Il governatore di Istanbul aveva disposto il bando della manifestazione, adducendo i soliti motivi di sicurezza pubblica, ormai una costante dal 2015. Gli organizzatori non si erano lasciati intimidire e avevano risposto attraverso il proprio profilo Twitter: «Ci siamo seduti in questa piazza, in ogni contesto, per 699 volte. Ci siederemo anche questa settimana».

L’iniziativa aveva avuto particolare risonanza anche grazie alla campagna Twitter lanciata attraverso l’hashtag #BeniBulAnne (TrovamiMamma), con grande partecipazione nella rete e sui circuiti dell’informazione alternativa turca. Per l’occasione, il regista turco Alper Kizilboga aveva sbloccato sulla piattaforma Vimeo la visione del suo cortometraggio Cumartesi Dusu, dedicato alla storia di una delle Madri del Sabato.

Tra gli obiettivi dell’organizzazione non ci sono soltanto ricordare i propri cari e rivendicare giustizia in loro nome: l’obiettivo è diffondere nella società la consapevolezza delle conseguenze del militarismo e della violenza di Stato in Turchia.

Si chiede l’apertura al pubblico degli archivi di Stato, per far luce sulle centinaia di sparizioni attribuite alle forze militari e di polizia. Si fa pressione per favorire l’introduzione di cambiamenti alla legislazione penale turca in tema di omicidi e sequestri politici. Si chiede infine che il paese ratifichi la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata.

Dimitri Bettoni

giovedì 23 agosto 2018

Da fantasmi a cadaveri: le sparizioni forzate (desaparecidos) nella Siria di Assad

Corriere della Sera
"Ci vorranno anni, forse non succederà mai. Ma io devo combattere perché i responsabili di questo massacro paghino per i loro delitti". Anwar Al Bunni sa bene cosa significa essere un prigioniero di Assad. Nel maggio 2006 è stato in carcere per aver firmato un documento in cui si chiedeva al regime una riforma democratica.

Una manifestazione a Londra dell’associazione siriana Families for Freedom. (Bissan Fakih per Families for Freedom)
Una volta uscito di prigione nel 2011 la situazione era peggiorata ulteriormente. Era iniziata la primavera araba e il governo di Damasco stava per torturare e uccidere migliaia di persone, soprattutto giovani. Oggi che sono passati più di otto anni, Al Bunni non riesce a dimenticare. "Molti di loro non sono più tornati ma io ho ancora davanti agli occhi tutti i loro volti", dice al Corriere della Sera.

Al Bunni è un avvocato e con l'aiuto della ong tedesca European Center for Consitution and Human Right si batte per assicurare alla giustizia i colpevoli delle sparizioni forzate. Di recente il governo siriano ha notificato la morte di alcuni attivisti morti in stato di detenzione a Damasco. 


E ci si aspetta che a breve faccia lo stesso per Aleppo. Ma Al Bunni sa bene quanto questa sia solo la punta dell'iceberg e che il regime non ammetterà mai le sue colpe. Assad e i suoi uomini si sentono al sicuro da ogni tipo di condanna.

"La Siria non ha firmato il trattato di Roma che crea la Corte Penale Internazionale dell'Aja, dunque nessun siriano può essere processato di fronte a questo tribunale. Ma se un domani qualche gerarca di Assad o il presidente stesso dovessero lasciare la Siria, beh allora le cose potrebbero cambiare", spiega ancora il legale. Affinché però ci sia una possibilità di assicurare queste persone alla giustizia sono necessari dei mandati di cattura internazionali. Non tutti i Paesi permettono di spiccare mandati per persone che abbiamo compiuto crimini al di fuori della loro giurisdizioni. Ma ci sono delle eccezioni: la Germania è uno di questi. E proprio il giugno scorso la giustizia tedesca ha emesso un mandato per Jamil Hassan, capo dei servizi segreti di Damasco, accusato di "aver ucciso centinaia di persone tra il 2011 e il 2013".

Tra le denunce che Al Bunni ha presentato per arrivare a questo importante risultato c'è quella di Yazan Awad, 30 anni. Nel 2011 Awad era uno studente figlio di una ricca famiglia di Damasco. Lui e i suoi amici scendevano spesso a manifestare in piazza. Fino a quando viene arrestato. Le forze di sicurezza lo portano alla base di Al Mezzeh. Al Mezzeh è un nome che tutti i siriani conoscono e temono: già Assad padre la usava per rinchiuderci gli oppositori. Il carcere venne dismesso ma nell'adiacente base militare le torture sono continuate. "Mi hanno frustato, volevano sapere i nomi dei miei compagni poi mi hanno sbattuto in una cella con altre 180 persone", racconta al Corriere della Sera Awad. Il peggio doveva ancora venire. "Al 36esimo giorno mi hanno messo una pistola in bocca e mi hanno obbligato a recitare la shadada (la dichiarazione di fede musulmana)".

Awad rivede alcuni dei suoi amici in carcere, alcuni di loro oggi non ci sono più. "Io non ho mai incontrato Jamil Hassan ma alcuni di loro sì. Ed è stato terrificante". Grazie all'intervento della famiglia Awad viene liberato al 137esimo giorno e con l'aiuto di Al Bunni i suoi genitori riescono a farlo scappare in Germania. "Allora non lo capivo ma se fossi rimasto sarei morto".

In quegli stessi mesi, come dimostrerà nel 2015 un approfondito rapporto di Human Rights Watch basato sulle immagini fornite da Caesar, il disertore del regime che ha fornito al mondo le prove delle torture, migliaia di giovani sono scomparsi. Queste fotografie, in cui vengono mostrati i cadaveri identificati da un numero, rappresentano uno sforzo burocratico da parte del governo siriano di tenere il conto dei morti nelle prigioni. Caesar, il nome è di fantasia, era incaricato di documentare i decessi a partire dal 2011. Quando il disertore porta fuori le prove (oltre 55 mila fotografie e documenti), finalmente ciò che era un sospetto diventa una certezza. Le immagini dei corpi mostrano segni di sevizie terribili. È un pugno nello stomaco per l'opinione pubblica. Quelle foto, che vi mostriamo, fanno il giro del mondo.

È sulla base di queste prove che Al Bunni e i suoi assistenti riescono a imbastire i casi. E non a caso hanno deciso di lavorare in Germania. Qui a causa del conflitto ha trovato rifugio un milione di siriani. Oltre alla ong tedesca, sono tante le associazioni per i diritti umani che si sono messe al lavoro in questi anni per fornire le prove dei massacri. Tra queste la Commission for International Justice and Accountability (CIJA), in italiano "Commissione per la Giustizia e la Responsabilità Internazionale", che ha svelato la massiccia documentazione finora raccolta sulle torture e le esecuzioni di massa ordinate personalmente anche da Assad.

A riportarne i dettagli è un'accurata inchiesta di Ben Taub per il New Yorker, che ha avuto accesso agli archivi della Commissione. Il direttore e fondatore della CIJA è William Wiley, canadese che ha lavorato in diversi tribunali internazionali di alto profilo, mentre il Capo del team investigativo è l'avvocato Chris Engels.

La Commissione lavora da anni per raccogliere elementi e documenti sui crimini di guerra e contro l'umanità compiuti in Siria, avvalendosi della collaborazione di siriani che rischiano la vita per far uscire all'esterno migliaia di documenti dei vari servizi di sicurezza, d'intelligence e di polizia. Il risultato è un documento legale di 400 pagine in cui parla di "un record di torture sponsorizzate dallo Stato che è quasi inimmaginabile nel suo scopo e nella sua crudeltà".
Marta Serafini


Leggi anche su questo blog:
Siria, Assad inizia a fornire i nomi dei primi 400 "desaparecidos" che Amnesty stima siano 82.000

sabato 28 luglio 2018

Siria, Assad inizia a fornire i nomi dei primi 400 "desaparecidos" che Amnesty stima siano 82.000

Corriere della Sera
Le liste dei deceduti affisse al governo contano 400 nomi ma le persone scomparse e uccise secondo Amnesty International sarebbero almeno 82 mila. 


Il certificato di morte porta la data 15 gennaio 2013, per cinque anni i famigliari hanno continuato a sperare senza sapere che non avesse più senso. L'hanno scoperto solo pochi giorni fa, quando la burocrazia del regime siriano ha sancito che quel ricordo di Islam Dabbas - con la felpa rossa e la scritta "libertà e basta" - sarebbe stato l'ultimo da conservare. 

Islam è finito nel buco nero della prigione di Sednaya, che inghiotte gli oppositori in una tradizione della repressione passata di padre in figlio, da Hafez a Bashar: i tre edifici sono stati costruiti dal capostipite della dinastia Assad e affidati ai servizi segreti dell'esercito. Incarcerato assieme agli altri che hanno partecipato nella primavera del 2011 alle prime manifestazioni pacifiche per chiedere le riforme. Amnesty International calcola che in queste celle siano stati ammazzati in 13 mila.

Considerati scomparsi: il clan al potere si è rifiutato di fornire notizie alle famiglie, molti non hanno neppure potuto sapere se i fratelli, i padri, le sorelle, le madri fossero stati arrestati e dove fossero detenuti, i "desaparecidos" siriani stima sempre Amnesty sono almeno 82 mila. 

Adesso il governo comincia ad ammettere che non torneranno - le liste dei deceduti affisse nelle città contano già 400 nomi - perché Bashar Assad si sente forte, non teme le proteste, la rivolta dei parenti. 

Le bugie e il silenzio sono serviti a tenerli ostaggio della speranza. Non ce n'è più bisogno. 

Con l'appoggio di russi e iraniani il presidente ha riconquistato i centri principali del Paese, invita i rifugiati a tornare. Non si sa con quali garanzie per gli oppositori, viste le sue minacce ai Caschi Bianchi, i gruppi di soccorso locali che hanno cercato di frenare la distruzione causata dai suoi bombardamenti: "Li liquideremo". 

L'obiettivo è ora riprendersi la provincia di Idlib, verso il confine con la Turchia, rimasta sotto il controllo dei rivoltosi. Un'operazione che - avvertono le organizzazioni per i diritti umani - rischia di essere ancora più devastante per i civili degli assedi negli scorsi mesi.Davide Frattini

sabato 2 giugno 2018

L'ONU accusa il Messico sui desaparecidos

Corriere della Sera
Il governo del Messico si è detto disponibile a collaborare con le Nazioni Unite a seguito delle accuse mosse dall’Alto commissariato per i diritti umani (Ohchr), secondo il quale le forze di sicurezza nazionali sono coinvolte in reati e crimini contro la popolazione.


In particolare, il report denuncia la sparizione di 21 persone da febbraio, detenute nel carcere di Nuevo Laredo, nello Stato nord-orientale di Tamaulipas, dove peraltro a maggio tre giornalisti sono stati uccisi

L’ultimo, Hector Gonzales, proprio la settimana scorsa, picchiato a morte, da uomini che – hanno ipotizzato i media internazionali – non gradivano i suoi articoli di denuncia contro la corruzione e l’alto tasso di violenza a Tamaulipas.
Il rapporto dell’Ohchr riferisce inoltre che tra i desaparecidos di Nuevo Laredo ci sarebbero almeno cinque minori, e che alcuni degli arresti compiuti dalla polizia sarebbero stati arbitrari.

Il governo messicano ha annunciato che avvierà indagini per ritrovare le 21 persone scomparse a Nuevo Laredo, adotterà misure per porre fine alle violenze e ha inoltre chiesto “consultazioni urgenti” con l’Alto commissariato per i diritti umani per poter ottenere maggiori informazioni.

Fonti di stampa concordanti evidenziano che oltre 200mila persone hanno perso la vita o sono scomparse dal 2006, quando lo Stato ha dichiarato guerra alla criminalita’ organizzata. Tra questi, molti sono attivisti, difensori dei diritti umani o giornalisti. 

Monica Ricci Sargentini

domenica 18 marzo 2018

Ayotzinapa 2014, la sparizione di 43 studenti. L'ONU accusa il Messico indagini condotte in modo scandaloso.

Pressenza
Il modo in cui vengono portate avanti le indagini penali in Messico va urgentemente riformato.

È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International alla luce del nuovo, schiacciante rapporto delle Nazioni Unite sulle indagini svolte dal governo messicano sulla sparizione forzata di 43 studenti, verificatasi nel 2014. Il rapporto rivela che persone sospettate di essere coinvolte nella vicenda sono state vittime di detenzione arbitraria e di tortura e che delle prove sono state alterate o nascoste.

“Le conclusioni delle Nazioni Unite confermano quanto gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani vanno denunciando da anni: il massiccio uso della tortura da parte delle autorità messicane e la manipolazione delle prove per coprire terribili violazioni e garantire impunità ai responsabili”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

“Il modo scandaloso in cui sono state condotte le indagini su uno dei più atroci crimini della storia recente del Messico è un esempio di come le autorità si servano del potere giudiziario e non intendano affrontare sul serio le violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Il 26 settembre 2014 a Iguala, nello stato di Guerrero, la polizia attaccò un gruppo di studenti della scuola magistrale di Ayotzinapa: 43 studenti scomparvero e altri tre studenti e tre persone presenti sul posto vennero uccisi. Da allora, i 43 studenti non sono più stati visti.

Esperti internazionali hanno ripetutamente smentito la teoria avanzata dalla Procura generale del Messico, secondo la quale agenti della polizia locale avrebbero consegnato gli studenti a un gruppo di narcotrafficanti, che li avrebbe uccisi bruciandone i corpi in una discarica nei pressi di Cocula, per poi disfarsi delle ceneri nel fiume San Juan.

Il rapporto diffuso oggi dall’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani (Ohchr) denuncia che nel corso delle indagini della Procura generale sono state commesse molteplici violazioni dei diritti umani, tra cui 34 casi di detenzione arbitraria e tortura e la possibile esecuzione extragiudiziale di un sospetto, Emmanuel Alejandro Blas Patiño, torturato a morte da soldati della Marina militare il 27 ottobre 2014.

L’Ohchr sostiene inoltre che le autorità messicane hanno violato il diritto alla verità e alla giustizia, segnala irregolarità nelle indagini svolte al fiume San Juan e gli ostacoli a un’inchiesta interna alla Procura sulle detenzioni illegali.

Amnesty International sollecita il Messico a dare seguito alle 15 raccomandazioni contenute nel rapporto dell’Ohchr in modo tempestivo ed efficace, soprattutto per quanto riguarda l’istituzione di un sistema autenticamente indipendente e imparziale d’indagine penale e la fine delle violazioni dei diritti umani da parte di coloro che portano avanti le indagini.

A partire dalle conclusioni del rapporto, il governo messicano deve lanciare immediatamente un’inchiesta indipendente e a tutto tondo. Tutti i funzionari pubblici sospettati di aver preso parte ad atti di tortura o ad altre violazioni dei diritti umani dovrebbero essere sospesi dall’incarico in attesa dell’esito delle indagini”, ha concluso Guevara-Rosas.

giovedì 5 ottobre 2017

Argentina: agenzia Onu sui diritti umani incalza Buenos Aires sul caso Maldonado

Agenzia Nova
Buenos Aires - L'Agenzia regionale per l'America del Sud dell'Alto commissario Onu per i diritti umani (Acnudh) ha chiesto allo stato argentino di "raddoppiare gli sforzi" sulle indagini utili a chiarire la sorte di Santiago Maldonado, attivista dei diritti umani di cui non si hanno più notizie da oltre due mesi. 


In una nota ripresa dai media argentini, la Acnud ha inoltre considerato "prioritario" chiarire le possibili responsabilità delle Gendarmeria sui fatti. Maldonado, 28 anni, è stato visto l'ultima volta nel corso di una manifestazione organizzata dalla comunità mapuche per contestare i diritti di proprietà di alcune terre nella Patagonia. 

La vicenda impegna da settimane l'agenda politica nazionale e molte sono state le ricostruzioni dello svolgimento dei fatti. “Lo hanno pestato tre gendarmi e se lo sono por via su un camion”, ha accusato il fratello di Maldonado nel corso di una recente e affollata manifestazione tenuta a Buenos Aires, facendo riferimento a diverse testimonianze raccolte tra i membri della comunità mapuche secondo le quali il giovane sarebbe stato visto mentre veniva raggiunto dai gendarmi, e poi prelevato e caricato su un camion di ordinanza.

martedì 5 settembre 2017

Siria, quelle decine di migliaia di "desaparecidos" da non dimenticare

Il Fatto Quotidiano
“Ogni giorno che passa è un giorno tremendo. Vivo di speranza, è quella che mi spinge a non smettere mai di cercarli. Spero sempre che tornino. Immagino quel giorno, quando mi avviseranno del loro rilascio”.


A parlare è Fadwa Mahmoud. Suo marito e suo figlio sono scomparsi il 20 settembre 2012 a Damasco, dopo essere stati fermati a un posto di blocco dei servizi segreti dell’aeronautica.

La sparizione di un familiare è un evento traumatico che fa vivere nell’angoscia di non avere notizie, di non sapere neanche se lo scomparso sia detenuto da qualche parte o sia stato assassinato. Quando, come spesso accade, è il capo-famiglia e unico percettore di reddito a sparire, si sprofonda anche nella miseria.

Come avevamo scritto quasi due anni fa su questo blog, le sparizioni hanno dato vita a un redditizio “mercato nero delle informazioni”, che costringe famiglie disperate a vendere proprietà e oggetti personali e a indebitarsi.

Il fenomeno delle sparizioni forzate è presente in Siria sin dagli anni Ottanta e Novanta. Far sparire nel nulla migliaia di persone era il modo più efficace per reprimere oppositori e dissidenti, tanto in Siria quanto in Libano: l’eredità lasciata dal governo di Damasco ai libanesi si stima in 17.000 scomparsi.

Ma con l’inizio della crisi, dalla metà del 2011, il numero degli scomparsi è aumentato enormemente. Secondo la Rete siriana per i diritti umani, da quell’anno i desaparecidos nel paese sono 75.000.
Se la maggior parte delle sparizioni forzate chiama in causa il governo siriano, almeno 2050 di queste sono invece da imputare ai gruppi armati. Razan Zaitouneh, Wael Hamad, Samira Khalil e Nazem Haddadi, quattro attivisti per i diritti umani del Centro di documentazione sulle violazioni in Siria, sono scomparsi dal 9 dicembre 2013, rapiti dai terroristi nel loro ufficio nella Ghouta orientale.

Di queste persone e delle loro famiglie non si parla mai durante i negoziati, né a Ginevra né ad Astana. La questione non pare interessare agli sponsor delle parti in conflitto. Né, ovviamente, a queste ultime.

Riccardo Noury

lunedì 4 settembre 2017

Argentina, migliaia in piazza per l'attivista "desaparecidos" Santiago Maldonado

TGCom24
Il 28enne è scomparso un mese fa durante una manifestazione in Patagonia. Giovani, famiglie e movimenti chiedono la verità.

Migliaia di argentini sono scesi in piazza nella capitale Bueons Aires per protestare per la scomparsa dell'attivista per i diritti umani Santiago Maldonado. Nella Plaza de Mayo, luogo simbolico della memoria per le vittime della dittatura argentina, erano presenti migliaia di giovani, famiglie, donne e bambini. Maldonado, 28 anni, è scomparso un mese fa nel corso di una manifestazione per i diritti degli indigeni in Patagonia.
Attivisti per i diritti umani, leader sindacali e movimenti della sinistra hanno deciso di manifestare per chiedere al governo di Mauricio Macri di impegnarsi di più nelle ricerche del giovane. "Dov'è Santiago Maldonado? Lo stato è responsabile", recita uno degli slogan della protesta.

Secondo i familiari, Santiago sarebbe scomparso dopo essere stato portato in un commissariato di polizia. Analoghe manifestazioni si sono svolte anche in altre città argentine.

mercoledì 30 agosto 2017

Che fine ha fatto Santiago Maldonado? Desaparecido nell’Argentina di Macri

Left
Non si tratta di una storia di desaparicion forzata risalente agli anni della dittatura civico-militare. È il primo agosto 2017 e questa è la sorte toccata a Santiago Maldonato, un giovane artigiano di 28 anni, che durante una manifestazione in difesa dei diritti del popolo mapuche è stato fermato dalla gendarmerìa nacional «e non si è più visto». 

L’ultima denuncia in ordine di tempo è dell’organizzazione di giornalisti “Comunicadores de la Argentina” che tramite una nota diffusa in queste ore ha chiesto collaborazione alle associazioni internazionali affinché mantengano alto il livello di attenzione mediatica su questo caso. 
«Chiediamo il vostro aiuto perché diate notizia della sparizione forzosa di Santiago Maldonado, come tale è stata definita dalla procura che si occupa del caso a dagli organismi per i Diritti umani. Vi sollecitiamo a chiedere del detenuto-desaparecido in ogni occasione che vi si presenti, davanti ai rappresentanti diplomatici, ai funzionari del governo argentino che visitano i vostri paesi e anche agli artisti, sportivi ed accademici».
In Italia, la campagna è stata immediatamente rilanciata dall’associazione per i diritti umani 24marzo onlus che ha messo la storia di Maldonado in relazione alla vicenda di violazione dei diritti umani nei confronti di Milagro Sala (nella foto a destra), la deputata al parlamento del Mercosur e fondatrice del movimento Tupac Amaru di Jujuy, arrestata durante un picchetto in sostengo dei contadini senza terra e detenuta senza processo dal 16 gennaio 2016. Dieci giorni fa le autorità argentine, solo in seguito a una risoluzione delle Nazioni Unite che hanno dichiarato arbitraria la sua detenzione, hanno deciso di concedere alla deputata almeno gli arresti domiciliari. Ma, come scrive l’agenzia Pressenza, si tratta di una casa di proprietà della deputata che è stata saccheggiata da ignoti durante la sua prigionia, è senza luce, acqua, servizi igienici ed elettricità.

La scorsa settimana, la Commissione per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati americani ha chiesto al governo argentino di «prendere le misure necessarie» per ritrovare il giovane Santiago Maldonado e «indagare sui fatti relativi alla sua scomparsa». «Nulla si sa sul suo destino», ha precisato la commissione. L’ultima volta che il giovane è stato visto si trovava nella comunità mapuche di Chubut, durante una protesta per chiedere il rilascio del leader della collettività, Jones Huala. Testimoni hanno riferito che alcuni dei manifestanti sono fuggiti all’arrivo della gendarmeria sul posto: il giovane, hanno precisato, è stato arrestato e subito portato via su una camionetta. Da quel momento non si è più saputo nulla. Secondo quanto riporta l’Ansa, il ministro per i Diritti umani, Claudio Avruj, ha escluso «ogni indizio» su una presunta «sparizione forzata» del giovane, cioè per mano dello Stato come avveniva durante la dittatura civico-militare degli anni 70. «Tutte le possibilità sono aperte», ha precisato dicendo che il governo sta facendo tutto il possibile per chiarire il caso. Staremo a vedere.

Federico Tulli

domenica 16 luglio 2017

Myanmar. L'appello per i Rohingya "desaparecidos"

Corriere della Sera
Il 9 ottobre 2016 ignoti hanno attaccato una serie di posti di blocco della polizia di frontiera di Myanmar nello stato di Rakhine uccidendo nove agenti. La reazione del governo è stata durissima: vaste zone dello stato dove vive la minoranza Rohingya sono state isolate e "bonificate" attraverso incendi e distruzioni di villaggi, stupri, torture e uccisioni.

A distanza di mesi, di centinaia di persone arrestate durante le operazioni militari non si ha più notizia. In un rapporto pubblicato il 3 febbraio, l'ufficio dell'Alto commissariato Onu per i diritti umani ha denunciato che su 205 famiglie intervistate, il 45 per cento non aveva più notizie di almeno un parente arrestato tra ottobre e novembre. 

Siamo di fronte a una sparizione forzata di massa. 

Il governo della Nobel per la pace Aung San Suu Kyi non ha ancora preso una chiara posizione di condanna e non svolge indagini adeguate. 

Amnesty International ha lanciato un appello per chiedere alle autorità di Myanmar di rendere noto immediatamente il destino di tutte le persone detenute durante le operazioni di sicurezza nel nord dello stato di Rakhine.

Riccardo Noury

martedì 16 maggio 2017

Messico. Padre Alejandro: "lotto per le madri che vogliono piangere i loro figli"

Corriere della Sera
I narcos hanno messo un milione di dollari sulla testa di padre Alejandro Solalinde. In un libro che sarà presentato anche al Salone del Libro, la sua storia.


"A te che sei una donna posso dirlo. Io non ho paura della morte. Se ami e se hai fede non puoi avere paura di morire". Padre Alejandro Solalinde ha 72 anni e una taglia da un milione di dollari sopra la testa. A mettergliela sono stati i Los Zetas, potente cartello di narcotrafficanti che terrorizzano il Messico con le loro violenze.

Candidato al premio Nobel per la Pace, Solalinde è un sacerdote cattolico che da anni sfida i cartelli e la polizia corrotta, denunciando le violenze subite dagli "indocumentados" e dalla popolazione locale. Difende i migranti, difende i minori, gli stessi che finiscono spesso nelle mani dei narcotrafficanti che li usano per la guerra o per il commercio di corpi. "La guerra al narcotraffico si vince solo se davvero governo e polizia decidono di combattere", spiega il sacerdote che è in queste ore in Italia per presentare il libro "I narcos mi vogliono morto" (Editrice Missionaria Italiana), scritto con la giornalista di Avvenire, Lucia Capuzzi e che dopo aver fatto tappa a Udine al Festival Vicino Lontano, il 18 sarà al Salone del Libro di Torino.

A differenza delle autorità troppo spesso corrotte, Solalinde ha dedicato la sua vita a lottare contro il male. È responsabile di un centro di accoglienza a Ixtepec, città nel sud del Paese, nel quale ogni anno transitano 20 mila migranti. 

A preoccuparlo più della sua vita è il futuro del Messico, "Trump dice di voler alzare un muro con il Messico ma al presidente non interessa nulla dei migranti, ha in mente una sola droga, il denaro. Ecco perché credo che non cambierà poi molto nei prossimi mesi", spiega. Intanto la guerra in Messico non dà tregua. Come sottolinea anche don Ciotti nella prefazione del libro, le mafie della droga hanno ucciso, dal 2006 a oggi, circa 250 mila persone: 25 mila l'anno. Di altre 27 mila rapite, non si è saputo più nulla.

Ed è anche al fianco delle madri che non sanno più nulla dei loro figli che Padre Solalinde si è schierato. "Quando le accompagni nelle fosse a cercare i resti capisci che a queste donne è rimasta solo la speranza di trovare un frammento di ossa per piangere i propri bambini, cercano il conforto del dolore. Ma oltre alla possibilità di avere giustizia vengono private anche del diritto di soffrire".


Il pensiero corre a Miriam Elizabeth Rodriguez, uccisa settimana scorsa in Messico mentre si batteva per fare luce sul destino dei desaparecidos messicani. L'attivista era responsabile del "Colectivo de Desaparecidos" a San Fernando, località messicana vicina al confine con gli Usa teatro delle incursioni dei narcos. Qui, nell'agosto 2010, furono rinvenuti i corpi di 72 migranti eliminati da un gruppo criminale. E sempre in quest'area imperversano bande legate al cartello del Golfo e ai Los Zetas. 

"Conoscevo bene Miriam", ricorda padre Solalinde. "La sua storia è una delle molte storie di dolore del Messico, nel 2012 le avevano rapito la figlia Katia. L'ha ritrovata due anni dopo, in una fossa comune. Ecco perché Miriam aiutava le altri madri". Perché sapeva bene cosa significa non sapere. Ed è per questo che i Los Zetas l'hanno uccisa.

di Marta Serafini

sabato 13 maggio 2017

Messico - Assassinata Miriam Rogriguez, la madre eroina che lottava per i desaparecidos

Globalist
Un commando l'ha uccisa nella sua casa: lottava per la verità e giustizia da quando le fu rapita e uccisa la figlia di 5 anni.



 Miriam Rogriguez
Era un'eroina dei diritti civili: Miriam Elizabeth Rodriguez, nota esponente dei gruppi attivi nella ricerca di 'desaparecidos' in Messico, è stata uccisa nella propria abitazione da un gruppo di uomini armati a San Fernando, nello stato di Tamaulipas. 

La donna aveva iniziato a occuparsi delle persone scomparse tempo fa, a seguito del sequestro della figlia, che al momento del rapimento aveva cinque anni. Due anni dopo la piccola venne ritrovata morta in una fossa clandestina.
Negli ultimi tempi la Rodriguez era stata più volte minacciata dal crimine organizzato, sottolineano i media locali, nel precisare che Taaulipas è lo stato del paese con il maggior numero di 'desaparecidos', nell'ambito di una situazione molto critica sul fronte del rispetto dei diritti umani.

Lo scorso 22 marzo, durante un'evasione di molti detenuti dal carcere, erano fuggiti anche i killer che scontavano una condanna per la morte della bambina. La Rodriguez aveva chiesto protezione alla Procura locale, ma le era stata negata.

giovedì 6 aprile 2017

Gambia - Presidente Barrow apre inchiesta su "desaparecidos" vecchio regime.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Aperta un'inchiesta da parte del nuovo presidente del Gambia Adama Barrow sul rispetto dei diritti umani nel suo paese.

Barrow ha vinto il primo dicembre largamente le elezioni sconfiggendo il presidente in carica Yahya Jammeh che governava in maniera autoritaria il Gambia dal colpo di stato del 1994, e da allora aveva vinto largamente tutte le elezioni.

L’inchiesta riguarda decine di scomparsi. La polizia ha aperto 33 fascicoli sulla sparizione di decine di persone durante il regime del presidente Yahya Jammeh.

L'obiettivo è quello di raccogliere informazioni sui reati commessi dall’ex presidente e dalla sua cerchia.

ES

giovedì 8 dicembre 2016

Venezuela: 12 giovani desaparecidos trovati in una fossa comune. Sdegno della Chiesa. “Rispettare diritti umani”

SIR
Lo scorso 29 novembre i corpi di 12 giovani sono stati ritrovati in una fossa comune, dopo che il 15 ottobre in venti erano stati catturati dalla milizia chiamata Forza armata nazionale bolivariana nell’ambito delle cosiddette “Operazioni per la liberazione del popolo” (Olp).



La Commissione Giustizia e pace della Conferenza episcopale venezuelana esprime in una nota emessa ieri “profondo dolore” per quanto accaduto nella regione di Barlovento, stato di Miranda.  

In seguito a questi fatti sono stati arretati 11 componenti della milizia, nata per scelta del governo di Maduro per “garantire” la sicurezza nel Paese. Prosegue la nota, firmata da mons. Roberto Lückert León, presidente della Commissione Giustizia e pace: “Condanniamo la modalità in cui si svolgono le operazioni di liberazione del popolo nel Paese”.

In tale situazione “le autorità statali non hanno compiuto il proprio dovere di prevenire le violazioni ai diritti umani e di rispettare tali diritti”. Il documento prosegue condannando le ripetute violazioni del diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà accadute in simili operazioni in tutto il Paese e denunciano “l’atteggiamento superbo e sordo delle autorità dello Stato, che si rifiutano di accettare la giurisprudenza internazionale” sul rispetto dei diritti umani. Da qui la richiesta della Chiesa venezuelana alle autorità perché “vengano garantiti a tutti i cittadini i diritti fondamentali, vengano ripudiate le sparizioni forzate” e la riparazione per i familiari delle vittime.

domenica 3 aprile 2016

Egitto. Il fenomeno dei desaparecidos. 2300 casi di sparizioni e torture dal 2015

Nigrizia
Secondo le associazioni dei diritti umani egiziane, solo nel 2015 sono state oltre 1.700 le persone scomparse. Ma si teme che siano molte di più. È in atto una sistematica e indiscriminata campagna di repressione che si rivolge a dissidenti, sia reali sia immaginari. Alcuni degli scomparsi sono stati trovati morti; altri ritornano dopo mesi di violenza e arresti arbitrari. Di altri non si sa più nulla. I nomi di alcuni di loro.


L’assassinio di Giulio Regeni in Egitto ha fatto emergere con maggiore forza il caso dei desaparecidos egiziani, vittime di pratiche punitive sistematiche e di violazioni dei diritti umani. Violenze di cui aveva reso conto Nigrizia già nel gennaio 2015

La pratica delle sparizioni forzate è un fenomeno che ha assunto un’ampiezza allarmante. L’Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECRF), organizzazione indipendente egiziana, ha segnalato più di 1.700 casi solo nel 2015.

Halim Hanish – avvocato dell’ECRF che si occupa delle sparizioni forzate – riferisce che dei 1.700 casi la sua organizzazione ne ha documentati 450: di questi scomparsi, 151 sono riapparsi senza accuse contro di loro, mentre gli altri sono tuttora desaparecidos. L’avvocato difensore stima che dall’inizio del 2016 siano scomparse tra le 600 e 700 persone.

Un fenomeno non nuovo, come spiega l’avvocato ricordando che durante la rivoluzione del 2011 gruppi di persone venivano arrestati durante le manifestazioni, con alcuni oppositori del regime incarcerati, altri torturati, e di molti non si ha mai più avuto notizia. Nei diciotto giorni di proteste, sono spariti più di mille cittadini.

Oggi, continua Hanish, egiziani o egiziane sono arrestati o fermati in strada o a seguito di irruzioni in case, a volte senza accusa o senza sapere il motivo dell’arresto, alludendo al coinvolgimento delle forze di polizia e di sicurezza. In alcuni casi, quando la persona ricercata non è presente, gli uomini della sicurezza catturano suoi parenti o amici con false accuse.

I nomi sono storie
Tra i numerosi desaparecidos egiziani, l’avvocato dell’ ECRF cita solo alcuni esempi.
Esraa al-Taweel, fotoreporter, e i suoi due amici Omar Ali e Souhaib Saad, tutti studenti ventenni, scomparsi nel giugno del 2015 al Cairo mentre andavano a cena insieme. Al-Taweel è stata ritrovata dopo due settimane nel carcere femminile di Al-Qanater, arrestata con l’accusa di affiliazione alla Fratellanza Musulmana, dichiarata dal regime «organizzazione terroristica», e di divulgare false informazioni, infamanti per il paese. La giovane fotografa è stata rilasciata lo scorso dicembre anche se è probabile che debba ancora rispondere a queste e ad altre accuse.
Islam Khalil è un capo vendite presso una ditta di elettronica. È sparito nel maggio 2015 senza un arresto formale, dopo un’irruzione in casa da parte delle forze di sicurezza, e ritrovato quattro mesi più tardi in un commissariato di polizia ad Alessandria dopo esser stato incarcerato segretamente e sottoposto a torture, secondo quanto ha riferito il fratello Nour in una recente intervista.
Abdullah Abdel-Rahman, quindicenne, catturato in circostanze misteriose lo scorso maggio a Beni Suef, imprigionato, tenuto in isolamento e torturato da agenti di polizia.
Mostafa Massouny, grafico, scomparso da giugno 2015 da un bar del Cairo mentre era con i suoi amici, e indagato dalla Sicurezza nazionale. Da allora i suoi genitori non sanno che fine abbia fatto.
Attef Farrag, uomo d’affari e sostenitore dei Fratelli Musulmani, e suo figlio Yehia portati via dalla loro casa lo scorso luglio, e ricomparsi a gennaio in una prigione fuori Il Cairo, accusati di appartenere al gruppo Stato islamico.
E ancora, Ashraf Shehata, proprietario di una scuola e membro del partito Dostour. Di lui non si sa nulla da gennaio 2014.

Studenti, giornalisti, attivisti, oppositori, cittadini normali: non c’è distinzione. Tutti scomparsi.
«Alcuni sono politicamente attivi, altri non lo sono, altri non hanno neppure un precedente legale», nota Hanish. «Le sparizioni forzate possono toccare chiunque».
Secondo un rapporto dell’ECRF, pubblicato il 22 dicembre 2015, a far sparire forzatamente sarebbero agenti delle forze di sicurezza e dei servizi che agiscono spesso in borghese. In molti casi, gli arrestati finiscono in vari centri di detenzione segreti in Egitto, dove sono trattenuti, interrogati, picchiati o anche torturati per settimane o mesi, e poi rilasciati o incriminati. In altri casi, vengono ritrovati morti o non si ritrovano più.
Non è una casualità: le scomparse forzose in Egitto avvengono in un contesto di arresti arbitrari, detenzioni prolungate, torture, morti in carcere degli ultimi anni. Una sistematica e indiscriminata campagna di repressione che si rivolge a dissidenti, sia reali sia immaginari.

Le responsabilità
«Giulio era come noi, ed è stato ucciso come noi» un commento molto diffuso in Egitto. La scomparsa e la morte dello studente italiano al Cairo hanno portato l’attenzione internazionale sul fenomeno dei desaparecidos. Ne è convinto anche l’avvocato Hanish che spera, a seguito del caso, più attenzione da parte della stampa. E che questa attenzione si traduca in riconoscimento e responsabilità delle autorità coinvolte.
La tendenza da parte delle autorità egiziane, compreso il ministero dell’interno, è generalmente di negare che arresti o detenzioni illegali abbiano luogo, oppure rifiutare di aprire indagini sui casi di sparizione, o affermare di non saperne niente.
A sparire sono anche gli stessi avvocati difensori di persone sparite con la forza. Da due settimane non c’è traccia di Islam Salama, arrestato nella sua casa a Zifta, dopo che le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in casa sua e rovistato tra le carte dell’avvocato.
«In quanto avvocati che difendono casi di sparizioni, siamo a rischio anche noi. A volte riceviamo avvertimenti di non partecipare a udienze o indagini», commenta Hanish. «Anch’io temo per me stesso».

di Alessandra Bajec

venerdì 3 ottobre 2014

Messico Guerrero: studenti ‘desaparecidos’, protestano i familiari

MISNA
Migliaia di persone sono scese in strada a Guerrero, nel sud del Messico, bloccando per ore l’autostrada Chilpancingo-Acapulco per chiedere che 43 studenti ‘desaparecidos’ dopo violenti scontri con la polizia una settimana fa a Iguala tornino a casa sani e salvi.
Nel 46° anniversario della strage degli studenti perpetrata dalle forze di sicurezza a Plaza de las Tres Culturas, a Città del Messico, i familiari dei giovani hanno fermato il transito sulla Autopista del Sol nei due sensi di marcia utilizzando 30 autobus.

A sostenerli, gli studenti delle scuole ‘Normales’, come quella a cui appartengono i ragazzi scomparsi – la Normal Rural di Ayotzinap – ovvero scuole dedicate alla formazione dei maestri dell’istruzione primaria, di Guerrero e di altri stati del Messico, da Michoacán, Sonora, Chihuahua, Durango, al Chiapas e Morelos. “Vivi se li sono presi e vivi li rivogliamo” si leggeva su gran parte degli striscioni portati dai manifestanti, di cui si sono perse le tracce dopo che nella notte fra venerdì e sabato scorsi la polizia municipale ha brutalmente represso una protesta degli studenti uccidendo sei persone e ferendone 25.

I dimostranti hanno chiesto a gran voce la rinuncia del governatore dello stato di Guerrero, Ángel Aguirre, che questa volta non ha inviato la polizia a disperdere la manifestazione. Oggi i familiari degli studenti rapiti dovrebbero incontrare il ministro dell’Interno, Miguel Ángel Osorio.