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domenica 20 settembre 2020

Londra - L' avvocatessa Amal Clooney difensore dei diritti umani di dimette di consulente del governo. Il Regno Unito non rispetta i trattati internazionali.

Il Secolo XIX
L'avvocatessa lascia l'incarico di emissaria per i media e la libertà di stampa: e’ diventato impossibile «chiedere agli altri Stati di rispettare gli obblighi internazionali quando il Regno Unito dichiara che non intende farlo»

Non sono le prime dimissioni per protesta contro il controverso disegno di legge sulla Brexit che viola il diritto internazionale, ma fanno molto rumore. Soprattutto fuori da Westminster. 

Amal Clooney, avvocato impegnato nella difesa dei diritti umani e moglie della superstar George, abbandona il ruolo di consulente del governo britannico per la libertà d’informazione. «Non ho alternative alle dimissioni», dice nella lettera indirizzata al ministro degli Esteri Dominic Raab. «Sono delusa di doverlo fare, sono sempre stata orgogliosa della reputazione del Regno Unito quale campione dell’ordine giuridico internazionale e della cultura del fair play». 

Ma, con la logica ineccepibile di chi e’ abituato alle aule di tribunale, Amal sottolinea che e’ diventato impossibile «chiedere agli altri Stati di rispettare gli obblighi internazionali quando il Regno Unito dichiara che non intende farlo». Un (ulteriore) danno di immagine per un Paese che al momento non ne ha davvero bisogno, inflitto non da uno dei paludati conservatori che dai corridoi di Westminster si lamentano di Boris Johnson, ma da una professionista di alto profilo nonché “celebrity” globale.

La pietra dello scandalo e’, nemmeno a dirlo, legata alla Brexit, e in particolare ad un disegno di legge che mira ad aggirare alcune delle norme contenute nell’accordo di divorzio tra Bruxelles e Londra siglato appena un anno fa. 
Un testo necessario a preservare l’integrità del Regno Unito, secondo il primo ministro, ma che, per surreale ammissione stessa del governo, viola il diritto internazionale «in maniera specifica e limitata». 

 Amal, che lascia un incarico di emissario speciale del Foreign Office britannico per promuovere la libertà d'informazione nel mondo, si e’ detta «sconcertata» dalla mossa del governo, che ha definito «deplorevole». La sua decisione, ha spiegato nella lettera di dimissioni, e’ stata presa al termine di un incontro con Raab in cui, dice, non ha avuto «alcuna rassicurazione su un cambiamento di posizione imminente» riguardo alla legge.

Alessandra Rizzo

mercoledì 1 aprile 2020

Coronavirus - Regno Unito - Estesi automaticamente di un anno i visti in scadenza per la Brexit per medici, infermieri stranieri e paramedici che stanno combattendo il Covid-19. Provvedimento valido anche per le loro famiglie

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Regno Unito estende a medici, infermieri e paramedici stranieri i loro visti che sarebbero scaduti nel 2020 in modo che possano "concentrarsi sulla lotta contro il coronavirus".



L'estensione si applicherà a circa 2.800 migranti lavoratori nella sanità dei migranti che lavorano per il SSN e che hanno visti di lavoro nel Regno Unito che dovrebbero scadere prima del 1° ottobre.

Saranno rinnovati automaticamente per un anno gratuitamente in modo da poter continuare a lavorare nel paese, ha affermato il Ministero degli Interni.
Le modifiche si applicheranno anche ai loro familiari.

Sono state inoltre revocate le restrizioni sul numero di ore settimanali che gli studenti medici e infermieri stranieri possono lavorare per il SSN.

Verranno inoltre prorogate le scadenze per gli infermieri stranieri registrati per superare i test di abilitazione in modo che abbiano più tempo per sostenere gli esami mentre lavorano in prima linea.

L'"Home Secretary" Priti Patel ha dichiarato: "Medici, infermieri e paramedici originari da paesi stranieri da tutto il mondo stanno svolgendo un ruolo di primo piano negli sforzi del SSN per combattere il coronavirus e salvare vite umane".
Ha aggiunto: "Dobbiamo loro molta gratitudine per tutto ciò che fanno e non voglio distrarli dalle procedure di rinnovo del visto. Ecco perché ho esteso automaticamente i loro visti - gratuitamente - per un ulteriore anno."

ES

Fonte: ITV

domenica 17 maggio 2015

Regno Unito: i Tories minacciano di abolire lo Human Rights Act per recidere vincoli con Strasburgo

Il Fatto Quotidiano
In base alla legge, approvata nel 1998, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha l’ultima voce, se interpellata, in tanti processi e procedimenti. Ora il governo Tory punta ad abolire questo legame formale per avere più libertà di attuare misure restrittive nei confronti di immigrazione e criminalità. Il piano che è stato affidato al nuovo ministro della Giustizia, Michael Gove, che da editorialista del Times invocava il ripristino della pena di morte per impiccagione
Abolire la principale legge britannica sui diritti umani, che per il partito conservatore nuovamente al governo è troppo legata ai vincoli dell’Unione europea, per sostituirla con nuove norme che diano a Londra più libertà di attuare misure restrittive nei confronti dell’immigrazione e di chi delinque. 

Questo è l’obiettivo del rinnovato esecutivo guidato da David Cameron, questa volta Tory al 100%, senza alcuna fastidiosa coalizione con il partito moderato dei liberaldemocratici. Un piano che è stato subito affidato al nuovo ministro della Giustizia, Michael Gove, che nel precedente mandato di Cameron per alcuni anni fu ministro dell’Istruzione, poi “dimissionato” per avere mandato in tilt il mondo della scuola, fra proteste, scioperi nazionali e malcontento diffuso. Ora Cameron ci riprova e dà a Gove – che non ha fatto studi di giurisprudenza nel suo passato – il ministero della Giustizia. Proprio a quel Gove che, ricordava il Daily Telegraphpochi giorni fa, a metà anni Novanta da editorialista del Times invocava il ripristino della pena di morte per impiccagione.

Ora, appunto, l’Europa torna al centro delle discussioni. Con la promessa di Cameron di un referendum “fuori o dentro l’Ue” che potrebbe tenersi nel 2016 o nel 2017, un fronte sul quale si accentua lo scontro con Bruxelles è proprio quello della giustizia. Il cancelliere dello Scacchiere (ministro dell’Economia quindi) George Osborne a margine dell’Ecofin ha dichiarato: “Nessuno sottovaluti la nostra determinazione ad avere successo”, riferendosi al negoziato con l’Ue che ha visto un’accelerata già dalla mattina di venerdì 8 maggio, quando si era capito che il partito conservatore sarebbe rimasto al governo, e questa volta nel pieno delle sue forze, per altri 5 anni. “Diamo il via al negoziato puntando a essere costruttivi e impegnati ma anche risoluti e convinti”, ha aggiunto Osborne a Bruxelles. E ora, appunto, si inizia ad alzare la voce con l’Ue affrontando proprio il tema dello Human Rights Act del 1998.

La legge, voluta dal partito laburista quasi venti anni fa con il supporto di tutto lo spettro politico britannico, protegge 15 diritti fondamentali, dal diritto alla vita a quello alla libera opinione ed espressione, fino al diritto alla privacy e a un giusto processo. Tutte cose garantite dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani ed è per questo che lo Human Rights Act, nel 1998, legò definitivamente le sorti del Regno Unito a quelle dell’Ue. 

Da allora in poi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, avrebbe avuto l’ultima voce, se interpellata, in tanti processi e procedimenti. Ora appunto il governo Tory punta ad abolire questo legame formale, rendendo la Corte suprema britannica un tribunale “effettivamente supremo”, come molti conservatori stanno auspicando in queste ultime ore. 

Così, sostituendo lo Human Rights Act con un “British Bill of Rights”, nessun extracomunitario condannato per terrorismo, per esempio, potrebbe fare appello a Strasburgo per non essere espulso dal Regno Unito. 

Ancora, il governo potrebbe continuare a rendere più duro l’approccio all’immigrazione, come già avviene da diversi anni al di qua della Manica. Così come nessun tribunale europeo potrebbe dire la sua su una qualsiasi sentenza sui diritti umani emessa in Gran Bretagna. Un qualcosa che allontanerebbeancora di più Londra da Bruxelles.

Su Facebook e sugli altri social media, intanto, è già partita la mobilitazione dei britannici. Il Labour si scaglia contro il progetto dei Tory, si moltiplicano le petizioni per spingere Cameron a ripensarci così come si fa notare che, con Nigel Farage tornato alla guida dell’Ukip dopo che le sue dimissioni sono state respinte dall’assemblea del partito euroscettico, si allontana la possibilità di un governo leggermente meno eurofobico e almeno un po’ prono alle volontà di Bruxelles. Lo United Kingdom Independence Partyha preso tanti, tantissimi voti alle ultime elezioni. E, pur non avendo avuto successo in termini di seggi assegnati al parlamento a causa del sistema uninominale, farà sentire la sua voce sempre più.

Ma dall’Irlanda del Nord arriva anche un altro timore che aleggia sulla possibilità della fine definitiva dello Human Rights Act, che è strettamente legato a quell’accordo “del venerdì santo” che, sempre nel 1998, portò una pace relativa nell’Ulster. 

Il Good Friday Agreement verrebbe rovinato per sempre, visto che ai repubblicani nordirlandesi che ritengano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine e dalla giustizia centralizzata di Londra è ora per esempio concesso l’appello a Strasburgo per sentenze ritenute ingiuste, una possibilità che potrebbe venire meno con una legge sui diritti umani tutta britannica. E si tratterebbe anche di un venire meno a un accordo internazionale, fanno notare in molti, in quanto quel 10 aprile del 1998 scesero a patti due Paesi diversi, il Regno Unito di sua maestà la regina Elisabetta II e la Repubblica d’Irlanda, ex colonia dalla libertà ormai consolidata. Sia in Irlanda del Nord (parte appunto del Regno Unito) che a Dublino e dintorni si tennero poi dei referendum popolari per la conferma di quel patto, che infatti fu approvato con grande favore. E ora Londra potrebbe mettere in discussione il principio fondante di una pace che, fra alti e bassi, dura da anni. Il tutto per prendere ancora di più le distanze dall’Europa.

giovedì 5 febbraio 2015

Regno Unito, una donna disabile mentale sarà sterilizzata forzatamente

Il Fatto Quotidiano
A stabilirlo è stata la Court of Protection. La 36enne ha avuto già sei figli di cui non è in grado di occuparsi. Secondo il giudice una ulteriore gravidanza potrebbe mettere a rischio la sua vita e quella del bimbo
Di lei si sa solo che ha 36 anni e che le sue iniziali sono D.D., ma si sa bene, invece, quale sia il destino a cui va incontro. Una donna disabile mentale e già madre di sei figli potrà essere prelevata contro la sua volontà dalla sua abitazione e sterilizzata forzatamente, questo per prevenire la sua morte e quella dell’eventuale futuro bimbo che potrebbe un giorno portare in grembo. A stabilirlo è stata, in una decisione che non ha precedenti nel Regno Unito, la Court of Protection, quel tribunale che si occupa di tutte le persone non in grado di intendere e di volere.

La donna, che non è mai stata in grado di badare ai suoi figli– ora vivono in una casa protetta – e che ha un quoziente intellettivo molto basso, secondo la commissione scientifica intervenuta durante il dibattimento ha un utero talmente assottigliato che un’ulteriore gravidanza potrebbe causarle una morte assai dolorosa. Ma la donna non è neanche in grado di usare anticoncezionali o di regolare la sua vita sessuale e sempre durante il dibattimento è emerso come sia convinta di essere rimasta incinta, un paio di volte, per colpa delle vitamine comprate in una farmacia, fecondata insomma dagli integratori alimentari. Questi ultimi particolari sono stati rivelati dalla Bbc, la televisione pubblica britannica.

L’autorizzazione della corte è arrivata in seguito alle richieste delle autorità sanitarie locali e del Comune dove vive la donna, quale sia la cittadina non è comunque stato comunicato alla stampa. Secondo il tribunale, “una gravidanza sarebbe estremamente rischiosa per lei e per il bimbo, ma non si tratta comunque di eugenetica, questa decisione è pienamente rispettosa della legge”. Sempre il giudice che ha emesso la sentenza ha sottolineato come la donna abbia “gli stessi diritti umani di chiunque altro”, ma, appunto, non potendo prendere decisioni per se stessa, ha bisogno di qualcun altro che lo faccia per lei. Si sono allarmate tuttavia le associazioni per la difesa dei diritti umani. Secondo Birthrights, rappresentata da Rebecca Schiller, si tratta infatti di una misura esageratamente severa. “Togliere a qualcuno la possibilità di avere un figlio è assolutamente draconiano – ha detto Schiller alla Bbc – e questa eventualità deve essere autorizzata solo in casi estremamente eccezionali. Bisogna ora fare estremamente attenzione ai diritti delle persone con disabilità mentali”. Secondo quanto è emerso dal dibattimento, anche il partner della donna avrebbe sempre avuto gravi problemi di apprendimento.

Ora così il Comune dove vive la donna potrà portare a termine l’operazione, aiutato dalle autorità sanitarie e, si prevede, anche dalle forze dell’ordine. Non si capisce ancora esattamente come la sterilizzazione forzata possa avvenire nel concreto, in questo caso, ma il giudice ha anche stabilito che alla donna non venga notificato il provvedimento. Sarà insomma una visita a sorpresa, nella sua casa dalla quale sarà prelevata, sempre che chiaramente non venga prima avvisata da qualcuno dei suoi cari. Al momento della lettura della decisione, il giudice ha aggiunto che “la sua storia è straordinariamente tragica e complessa”. Anche due dei suoi sei bambini hanno vissuto una situazione molto difficile, essendo cresciuti in una casa sporca e piena di cani e gatti. Una storia al limite, quindi, come spesso il sottobosco delle periferie inglesi riesce a offire. Il tribunale ha sottolineato più volte come la decisione sia stata presa “a fronte di eventi potenzialmente in grado di causare la morte del bambino e della madre”. Rimane tuttavia il dubbio, nel Regno Unito, sul futuro di una donna che verrà prelevata in casa da medici e infermieri per una sterilizzazione forzata.

venerdì 30 gennaio 2015

Siria: Il Regno Unito accetta solo 90 rifugiati

Vita.it
Mentre il numero dei profughi siriani supera i 3,7 milioni di persone, a un anno dalla promessa del Ministro degli Interni britannico, di sviluppare un piano più strutturato per l’accoglienza dei rifugiati, il Regno Unito concede lo status ad appena 90 persone, scatenando le proteste dell’opposizione e della società civile
E’ sempre stato in prima linea, Ali Ferzat, il fumettista siriano che ha usato la matita come una tagliente arma di satira che non ha risparmiato nessuno. Nominato da Time, nel 2011, come una delle 100 persone più influenti, Ferzat ha scelto come protagonisti ricorrenti del suo humour graffiante, la politica del medio-oriente e il regime di Assad, tanto che, dopo la caricatura del 2011, che ritraeva il presidente, come un dittatore stanco, seduto su una sedia distrutta, il fumettista è ora costretto a vivere in esilio, in Kuwait.

Questa volta però, a vedere la matita puntata contro di sé, non è un regime anti-democratico, ma la Gran Bretagna. Sotto accusa la decisione del Regno Unito di accettare solamente 90 rifugiati siriani, una scelta definita da Ferzat priva di “morale e di umanità”.

Difficile riuscire a dissentire con convinzione, leggendo il fumetto pubblicato, in prima pagina, sul quotidiano inglese Independent, in cui l’autore descrive la disperata situazione degli oltre 3,7 milioni diprofughi siriani, uomini, donne e bambini, fuggiti dalla Siria, che aspettano ancora un aiuto che stenta ad arrivare.

“Non credo che l’Occidente abbia fatto abbastanza per i rifugiati siriani. Più che altro ha usato la politica del non vedo, non sento e non parlo.” Ha dichiarato Ferzat all’Independent, giornale estremamente critico rispetto alla decisione governativa di accogliere solamente poche decine di persone, che porta l’attenzione sul fatto che proprio giovedì sia passato esattamente un anno da quando il ministro degli interni britannico, Theresa May, aveva ceduto alle pressioni dei laburisti, dei liberal democratici e della società civile, promettendo di sviluppare una strategia di accoglienza strutturata in grado di offrire un aiuto concreto ai rifugiati. Oltre 10 mila persone avevano firmato la campagna di raccolta firme di Amnesty International per chiedere al governo di accogliere più rifugiati. Eppure un anno dopo, i numeri rimangono irrisori.

A replicare alle accuse, il portavoce del ministro degli interni: “Il Regno Unito è stato in prima fila nelle iniziative internazionali di risposta alla crisi, impegnandosi a stanziare 700 milioni di sterline per gli aiuti umanitari. Abbiamo garantito l’asilo e altre forme di permesso a oltre 3,400 cittadini siriani. Inoltre stiamo lavorando con l’Alto Commissariato per i rifugiati per identificare le persone più a rischio e accoglierle in Gran Bretagna”.

Eppure, secondo Amnesty International UK, non è abbastanza. Proprio giovedì, l’organizzazione ha lanciato un appello per chiedere ai Paesi europei di concedere lo status di rifugiato al 10% dei profughi siriani entro la fine del 2016.

Secondo l’UNHCR, in Italia, nel 2014, sono arrivate in Italia, oltre 87 mila persone, la maggior parte provenienti da Siria ed Eritrea. Ma l’Italia rimane, per la maggior parte, solo, un luogo di transito. Le mete principali rimangono i Paesi del nord Europa. Nel 2014, la Svezia, ha ricevuto oltre 25 mila richieste d’asilo, la maggior parte da cittadini siriani, il 60% delle quali sono state accolte, mentre la Germania , seconda meta per i profughi siriani in Europa, ha ricevuto oltre 12 mila domande d’asilo, il doppio rispetto al 2013.

di Ottavia Spaggiari

venerdì 10 gennaio 2014

Regno Unito: accordo con Nigeria su rimpatrio detenuti, Ong in allarme

La Presse
Il Regno Unito ha firmato un accordo sul rimpatrio di detenuti con il governo della Nigeria. Lo ha fatto sapere l'Alta commissione britannica, aggiungendo che i rimpatri inizieranno nei mesi prossimi. 


Attualmente circa 500 cittadini nigeriani sono detenuti nelle carceri del Regno Unito, mentre non è noto quanti britannici siano imprigionati in Nigeria. Il primo ministro David Cameron aveva promesso che i contribuenti britannici non avrebbero più dovuto pagare per mantenere criminali stranieri. 

Secondo Amnesty International, le prigioni nigeriane sono "invivibili" e spesso mancano sia cibo sia servizi sanitari di base. Un avvocato e attivista per i diritti umani, Chino Obiagwu, membro dell'Ong Ledap, ha fatto sapere che le carceri nel Paese africano sono sovraffollate, non possiedono strutture mediche e molti detenuti muoiono a causa di malattie prevenibili.

martedì 5 novembre 2013

Regno Unito - Il carcere non deve separare mamme e figli

West
In Inghilterra, dal 2014, le detenute che hanno figli sconteranno la pena vicino casa. 


È questo il fulcro del piano annunciato dal Governo d’Oltremanica per far fronte alle esigenze delle mamme finite dietro le sbarre. 

Separare a lungo le genitrici dai figli – si legge nel report –può allentare il naturale legame tra loro, deresponsabilizzando la madre da un lato e annullando il suo ruolo centrale agli occhi del bambino, dall’altro. Situazione che accentua la perdita di contatto con la realtà, con conseguente aumento del tasso di recidiva. 

Per evitare che tutto ciò accada, il Ministero della Giustizia ha messo in piedi una riforma che mira a trasformare i 12 penitenziari femminili distribuiti sul territorio britannico in “prigioni di reinsediamento”, con due obiettivi precisi: 

1) spostare le detenute nelle carceri in prossimità degli agglomerati urbanie costruirne delle nuove. In modo da facilitare e intensificare i contatti con i propri familiari. Sia sottoforma di visite personali che di telefonate e email ; 

2) inserire le donne in un programma extra di riabilitazione psicologica della durata di 12 mesi a partire dalla scarcerazione. Tenuto conto del fatto che il 49% soffre di disturbi mentali di diversa gravità, dovuti nella stragrande maggioranza dei casi a violenza sessuale subita nell’infanzia.