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sabato 28 marzo 2020

Coronavirus - Bergamo - Il gesto del fruttivendolo Sameh: “Dieci anni fa mi avete accolto, ora vi regalo i miei prodotti”

La Repubblica
Nel Bergamasco l'emigrato egiziano espone fuori dal suo negozio ceste di frutta e verdura che chiunque può prendere gratis.

Bergamo - Le ceste di frutta e verdura sono lì sul tavolo, ananas, mele, arance, pomodori, zucchine, melanzane: sono macchie di colore e di speranza, e il messaggio positivo di Sameh diventa una vitamina che fa bene all'anima. 

Nella valle di lacrime bergamasca c'è una bella storia. L'ha scritta, con il suo gesto nobile, Sameh Ayad, 34 anni, fruttivendolo egiziano di Canonica d'Adda. Da qualche giorno Sameh ha deciso di regalare i prodotti del suo negozio a chiunque abbia bisogno: ha messo un tavolo fuori dalla bottega con sopra ceste di frutta e verdura. Chi vuole passa e prende. 

All'esterno del negozio ha appeso un cartello: 
"Dieci anni fa mi avete accolto, ora voglio dirvi grazie. Andrà tutto bene! Se avete bisogno prendete gratis la frutta e la verdura che trovate su questo tavolo". 
Una bella risposta agli haters sovranisti che in questi giorni, dopo avere detto per anni che gli immigrati ci portano malattie, adesso infestano la rete e i social augurandosi che ci siano più contagi tra gli immigrati. Sameh, bergamasco adottivo, rimette le cose al loro posto: con la sua iniziativa dimostra che la migliore arma contro il coronavirus è la solidarietà, aiutarsi gli uni con gli altri, tendere la mano.

"Mi sento in debito con Bergamo - racconta a BergamoNews - per come sono stato accolto nel 2010. Ero senza lavoro e in cerca di fortuna, questa terra è stata generosa con me e io voglio esserlo coi bergamaschi in questo momento di grande sofferenza. Spero, nel mio piccolo, di poter aiutare le persone a stare un po' meglio"

Dice Sameh che in questi giorni tante persone stanno usufruendo del suo servizio: frutta e verdura gratis, lì, a portata di mano, senza intasare pericolosamente i supermercati. "In poche ore tutti i prodotti finiscono, andrò avanti a metterli a disposizione della gente fino a quando questa emergenza sarà finita". 

Prima pizzaiolo, poi commesso in un negozio di frutta a verdura a Fara Gera D'Adda, poi l'apertura dell'attività in proprio. Adesso che gli abitanti di Canonica lo ringraziano e plaudono alla sua idea, Sameh dice che il suo prossimo sogno è quello di portare in Italia moglie e figlie. "Abbiamo avviato le pratiche. Spero che questa guerra contro il virus finisca presto e che possano raggiungermi qui".

lunedì 18 novembre 2019

Milano - 19 novembre 2019 - I Rom di via Rubattino 10 anni dopo - Un'Integrazione possibile

Comunità di Sant’Egidio - Milano


COMUNICATO STAMPA

A 10 anni dallo sgombero della baraccopoli di via Rubattino: 73 famiglie rom in casa, donne e uomini lavorano, ragazzi alle superiori
La Comunità di Sant'Egidio fa il punto sulle storie dei rom sgomberati dieci anni fa a Milano: uno dei più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia

Il 19 novembre 2009, 400 rom romeni venivano sgomberati dalla baraccopoli di via Rubattino a Milano. In un clima ostile e di "caccia all'uomo", diversi bambini arrivarono ad essere sgomberati 20 volte in un anno, costretti a cambiare 8 scuole in tre anni. La Comunità di Sant'Egidio, insieme a tanti cittadini della zona ("Mamme e maestre di Rubattino"), reagì con azioni solidali, come le insegnanti che ospitarono gli alunni sgomberati.
Il 19 novembre 2019, la quasi totalità di quelle persone (73 famiglie) vive in casa, è finito il tempo delle baracche e dei topi; in ogni nucleo almeno un adulto lavora; il 100% dei minori frequenta le scuole dell'infanzia, primarie e medie, molti ragazzi studiano alle superiori e fanno volontariato.
Alla vigilia della Giornata dei diritti dell'infanzia, la Comunità di Sant’Egidio invita alla serata "I Rom di Via Rubattino 10 anni dopo. Immagini, video e racconti di un'integrazione possibile" (19 novembre, ore 20.30, CAM Garibaldi, Corso Garibaldi 27).

Persone rom porteranno la loro testimonianza, interverranno l'Assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e Milena Santerini dell'Università Cattolica e Comunità di Sant'Egidio; coordinano Stefano Pasta, Assunta Vincenti, Flaviana Robbiati e Elisa Giunipero. Sarà proiettato il video "Mi sembra che è un sogno".

La vicenda dei rom di Rubattino rappresenta uno dei maggiori casi di superamento della baraccopoli e di accesso alla casa, tra i più significativi percorsi di integrazione di famiglie rom in Italia. E' stato realizzato interamente da persone che hanno operato a titolo gratuito e volontario (gli operatori della Comunità di Sant'Egidio e i tanti cittadini che si sono uniti in questa catena di solidarietà).

Spiega la Comunità di Sant'Egidio, che in questi anni ha coordinato le azioni solidali di tanti milanesi: "Dieci anni di amicizia ci dicono che tanti muri sono stati abbattuti, tante cose che ritenevamo impossibili sono diventate la normalità: è normale che un ragazzo finisca le medie e si iscriva alle superiori, è normale che due amici rom e non rom escano insieme a Milano che è la città di entrambi, è normale che un anziano milanese sia accudito da una donna rom. E' diventato normale che persone tanto diverse si sentano parte della stessa famiglia. E' stata un'amicizia che ha chiesto di cambiare a tutti, ai rom e ai non rom".

E ancora: "Nel 2009 attorno a famiglie e persone rom ci siamo legati e, negli anni successivi, abbiamo legato altri, mostrando come la solidarietà possa essere contagiosa. La vicenda di via Rubattino sconfigge la rassegnazione e ci insegna che è più bello per tutti - rom e non rom - vivere gli uni insieme agli altri e non gli uni contro gli altri".

Per informazioni:
Comunità di Sant’Egidio – Milano              santegidio.milano@gmail.com
Stefano Pasta, cell. 338.7336925               web www.santegidio.org

sabato 12 ottobre 2019

Migranti integrati orfani della protezione umanitaria, così in Italia cresce un esercito di prigionieri per legge, destinati alla clandestinità.

L'Espresso
Dopo lo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando non esiste nessuna soluzione per i migranti rimasti nelle tende. E i decreti di Matteo Salvini hanno tolto quei pochi diritti rimasti

Arrivano quasi sempre di notte. Da Saluzzo, Foggia, o dai campi siciliani. Viaggiano in piccoli gruppi, o da soli, trascinandosi dietro vecchie valigie in cui conservano i loro pochi averi. I soldi no, quelli sono sempre addosso. Destinazione, Rosarno, tappa autunnale di una stagione che per i braccianti migranti non termina mai. 

Nella Piana, la raccolta delle olive e degli agrumi è alle porte. E come ogni anno, un esercito silenzioso si presenta puntuale per avviare a forza di braccia il motore dell’economia agricola della zona. Un esercito di fantasmi, oggi in larga parte clandestinizzato per decreto. Fino a qualche mese fa, la maggior parte di loro trovava riparo nella baraccopoli, il ghetto informale nascosto nella zona industriale di San Ferdinando, che per anni ha supplito alla mancanza di alloggi. Nata come “temporanea” tendopoli istituzionale, negli anni è diventata un labirinto di baracche. Ad ogni stagione di raccolta, “un’emergenza” per istituzioni incapaci di proporre soluzioni. Senza acqua, né servizi sono arrivati a viverci in 4mila. E non ci abitavano meno di mille braccianti il 6 marzo scorso, quando oltre 900 agenti delle forze dell’ordine si sono presentati a protezione delle ruspe che, per ordine del Viminale di Matteo Salvini, hanno buttato giù il campo.

Mentre le baracche cadevano come castelli di carta, i più sono andati via. A chi è rimasto, Viminale, Prefettura e istituzioni locali hanno offerto tanti proclami, qualche promessa di immediata bonifica dell’area, alloggi e solo “temporaneamente” nuove tende. Sono passati 7 mesi e sotto un sudario di erba, le macerie ci sono ancora. Percolato, ceneri e brandelli delle lastre di eternit che rivestivano le baracche – avvertono gli ambientalisti - stanno contaminando l’area. Ma dal ministero, i 569 mila euro necessari per rimozione delle macerie e bonifica dell’area non sono arrivati mai. Al pari degli alloggi. Le tende blu ministeriali, invece sono ancora lì.

Messo alle spalle Salvini, serve una politica fondata sul protagonismo della società. Capace di interessarsi davvero agli invisibili
Presidiata notte e giorno dalle forze dell’ordine, la tendopoli è in mano al Comune di San Ferdinando, che ogni sei mesi ne affida (in via diretta) la gestione ad una cooperativa, incaricata di vigilare su ingressi e assenze. Progetti a lungo termine per gli ospiti, nessuno. 

Il cerino è rimasto in mano al sindaco Andrea Tripodi, che adesso tuona contro lo sgombero e sulla stampa locale parla di «campagna mediatica di Matteo Salvini che non è servita ai migranti». Ma per l’ennesimo anno, nessuno sembra avere in mente una soluzione. «Io sono fra i fortunati, almeno sono riuscito ad entrare in tendopoli e per adesso un posto per dormire ce l’ho» dice Janko. Ventidue anni, un passato in Gambia e mesi di Libia di cui non ha voglia di parlare, è in Italia da quando ne aveva 16. È finito a lavorare nei campi. «È dura ma ci si abitua».

A schiena curva ha raccolto pomodori in Sicilia, ortaggi in Calabria, poi è finito a Foggia. Lì aveva un contratto di lavoro regolare, era riuscito a mettere via qualche risparmio e aveva la concreta possibilità di convertire la protezione umanitaria in permesso di lavoro. «Poi è successo il disastro. Stavamo cucinando in tenda, ma l’olio era troppo caldo, la pentola si è rovesciata e in pochi minuti tutto era in fiamme. Abbiamo perso tutto». Vestiti, soldi, ricordi, documenti. «Ho fatto subito la denuncia, ma non è bastato. Da Foggia mi hanno mandato a Palermo, da lì in Calabria, ma continuano a rimpallarmi fra i vari uffici». Janko è finito in un circolo vizioso e a distanza di un anno è ancora lì che si dibatte.
La sua protezione umanitaria era in scadenza, dunque non gli hanno rilasciato un duplicato. Aveva tutte le carte in regola per chiederne il rinnovo, ma nell’Italia del decreto Salvini, per prassi amministrativa è necessario attestare una residenza, dunque essere iscritti all’anagrafe. E per essere iscritti all’anagrafe è necessario esibire quel permesso che solo con una residenza potrebbe avere. «Io sto in tendopoli, sulla mia tenda c’è scritto ministero dell’Interno, ho un certificato che dice che vivo lì, ma in commissariato mi dicono che non basta». Nel frattempo, la sua protezione è scaduta, il contratto è sfumato e lui è un fantasma.
 Ad aiutarlo ci stanno provando Usb, Cosmi e Nuvola Rossa che insieme gestiscono uno sportello a San Ferdinando. Ma Janko sa che nella migliore delle ipotesi la possibilità di stabilizzazione è sfumata per sempre. La protezione umanitaria non esiste più e quella “speciale” con cui è stata sostituita non può essere convertita in permesso di lavoro e va rinnovata ogni anno. Sempre che il rinnovo venga concesso.

«Sono in molti ad inciampare negli stessi gorghi burocratici– spiega l’avvocato Francesco Penna, che supporta l’Usb nelle battaglie legali. L’intero sistema sembra un imbuto, con l’irregolarità come unico sbocco». E ci finiscono in molti, a partire dalle migliaia di braccianti che affollano i casolari diroccati, baracche costruite nel nulla, container o i cosiddetti insediamenti informali. I più grandi sono Testa dell’Acqua, nei pressi di Gioia Tauro, e Contrada Russo, a Taurianova.

Molti dei residenti sono richiedenti asilo usciti dal circuito Sprar e con il decreto Salvini non hanno diritto all’iscrizione all’anagrafe. «Questo – spiegano dall’Usb - significa niente tessera sanitaria e carta d’identità. Quindi nessuna possibilità di avere un contratto di locazione, di impiego o persino un conto corrente». Risultato, per casa e lavoro sono obbligati ad arrangiarsi. I pochi che riescono a trovare un impiego regolare devono necessariamente appoggiarsi a connazionali con un conto corrente su cui dirottare i pagamenti. E il servizio costa circa il 10-20% dell’importo accreditato. Caporali telematici che si aggiungono a quelli che già presidiano gli svincoli.

È lì che all’alba, da anni, ogni mattina apre il mercato delle braccia. E i nuovi schiavi rischiano di essere sempre di più perché ad ingrossarne i ranghi ci sono tutti gli orfani della protezione umanitaria. Come Ibrahim. Trentun anni, ivoriano, in Italia dal 2015. Assunto in un piccolo negozio di ferramenta della provincia di Reggio Calabria, in breve è diventato fondamentale per la coppia di titolari. Cinquantacinque anni lui, un po’ meno lei, storicamente di centrodestra, persino sedotti dalla retorica di Salvini, di fronte a quel ragazzo e al suo impegno si sono dovuti ricredere. Progettavano di regolarizzarlo: l’età avanza, il lavoro in ferramenta è pesante ed è meglio assicurarsi una persona di fiducia.

Ma il permesso umanitario di Ibrahim è scaduto prima che il contratto venisse formalizzato e alla richiesta di rinnovo, la commissione territoriale ha risposto un secco no. Lavoro regolare, una casa in affitto, un discreto livello di conoscenza di lingua italiana, una rete ormai solida di rapporti non solo con connazionali, non sono bastati. 

Per la commissione la situazione in Costa d’Avorio non è sufficientemente tragica da motivarne la permanenza in Italia. Fino a qualche mese fa non era così. 

La stessa commissione, pur non riconoscendo la protezione internazionale a Seykou, omosessuale e per questo perseguitato in Gambia, lo aveva concesso «in ragione dell’inserimento lavorativo e della conoscenza della lingua italiana». Criteri che dopo il decreto Salvini non valgono più. Il titolare della ferramenta si dispera. È andato in commissariato, in prefettura, in questura. Non vuole rinunciare a quell’apprendista. Ma tutti allargano le braccia. Impiccati alla volubilità delle commissioni, precari per decreto: in Italia cresce un esercito di prigionieri per legge, candidati alla clandestinità.


Alessia Candito

venerdì 20 settembre 2019

Migranti - La sfida degli arrivi. L'Onu premia i corridoi umanitari. Dal 2016 sono arrivati 2100 profughi in modo sicuro.

Avvenire
Riconoscimento internazionale al progetto nato dalla collaborazione tra Chiese cristiane e istituzioni Dal 2016 una via legale e sicura che ha permesso di accogliere 2.100 profughi.
Un modello per l’Europa, una buona pratica replicabile, una via sicura di accesso per chi parte e per chi accoglie. Sono i corridoi umanitari, inventati dalla collaborazione tra chiese cristiane e istituzioni, che da febbraio 2016 hanno accolto e integrato circa 2.100 profughi siriani, somali ed eritrei. Più altri 600 tra Francia, Belgio e Andorra. E presto anche in Germania, grazie alla chiesa evangelica di Vestfalia. 

Una scommessa vinta, che ieri ha ricevuto dall’Acnur, l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, il prestigioso Premio Nansen 2019 per la regione Europa. Il 24 e 25 settembre a Fiumicino si replica, con l’arrivo di un altro centinaio di siriani. L’annuncio del premio – intitolato a Fridtjof Nansen, esploratore norvegese e primo Alto commissario per i rifugiati della Società delle nazioni dal 1920 al 1930 – è arrivato ieri nella nuova sede dell’Ac- nur in zona piazza Vittorio, presenti i promotori: Caritas italiana per la Cei, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), Tavola Valdese.

Con loro anche i funzionari dei ministeri dell’Interno e degli esteri - Michele Di Bari e Luigi Maria Vignali – che curano l’aspetto amministrativo, legale e diplomatico. Il primo protocollo, firmato a dicembre 2015 da S.Egidio, Fcei e Valdesi, ha visto il trasferimernto di 1.035 rifugiati, soprattutto siriani fuggiti in Libano. Il secondo, attivato a gennaio 2017 dalla Cei attraverso la Caritas, in collaborazione con Sant’Egidio, ha portato in Italia 498 eritrei e somali rifugiatisi in Etiopia. Il terzo, aperto a novembre 2017 per altri 1.000 rifugiati, per ora ne ha portati 595, tutti siriani.

A maggio 2019 la Cei ha firmato un altro protocollo al Viminale che per il trasferimento di 600 persone: siriani dalla Giordania, somali ed eritrei dall’Etiopia, subsahariani dal Niger. Tutti prevedono accoglienza e integrazione totalmente a carico dei promotori, cioè diocesi, parrocchie e comunità cristiane riformate. «I corridoi umanitari rappresentano una grande sfida e allo stesso tempo dimostrano che gestire in modo umano e sicuro l’arrivo dei rifugiati è possibile», spiega Roland Schilling, rappresentante Acnur per il Sud Europa. «Un canale sicuro che permette alle persone di arrivare in dignità, senza dover ricorrere ai trafficanti rischiando la vita». I corridoi «rappresentano un segno tangibile di solidarietà internazionale anche nei confronti di quei Paesi, come il Libano e l’Etiopia, che accolgono un numero altissimo di rifugiati. Si parla molto di quelli che arrivano in Europa, ma è fuorviante: la maggior parte, oltre l’80%, vivono in Paesi in via di sviluppo».

«La prima motivazione è nata da un moto di indignazione – spiega per la Comunità di Sant’Egidio Claudio Cotatellucci - e cioè la volontà di interrompere le morti in mare: è paradossale che la protezione cui si ha diritto sia inaccessibile e si debba rischiare la vita». 
«Per noi i corridoi sono soprattutto una sfida culturale - dice Oliviero Forti della Caritas italiana – perché l’accoglienza dei profughi è un tema divisivo e che crea conflitti sui territori, cioè lì da dove nascono le scelte politiche fatte dai governi. È un modo per far capire alle nostre comunità che questo è un tema da affrontare con consapevolezza e non da delegare a Terzo settore e istituzioni». Alessandra Trotta della Tavola Valdese sottolinea «il valore ecumenico dei corridoi, portati avanti dalle Chiese cristiane attraverso un’accoglienza diffusa e accompagnata». 

Luca Maria Negro della Fcei sottolinea che «è una buona pratica replicabile». Oltre a Francia (390 rifugiati), Belgio (150) e Andorra (12), «presto i corridoi esordiranno anche in Germania». L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi da Annette Kurschus, presidente della Chiesa evangelica della Vestfalia: il progetto si chiama Neustartim Team cioè «ripartire in squadra», abbreviato in NesT, che in tedesco significa «nido». «Questo premio lo dedichiamo a tutte le persone ancora rinchiuse nei lager libici – aggiunge Luca Maria Negro – perché finalmente l’Unione europea realizzi corridoi umanitari per un’evacuazione umanitaria distribuita nei paesi membri». E ricorda che «intanto va salvato chi è costretto a prendere la via del mare: come i corridoi, così sono altrettanto legali i salvataggi operati dalle ong, che agiscono come il buon samaritano che salva il viaggiatore ferito».

Che i corridoi funzionino anche come strumento di integrazione lo testimonia Danait Guush Grebreselassie, insegnante di 28 anni, arrivata dall’Etiopia, accolta a Trivento dall’arcidiocesi di Campobasso-Bojano. «Sono fuggita dall’Eritrea – dice in perfetto italiano perché lì non si può vivere. C’è un regime dittatoriale che impone il servizio militare obbligatorio che dura quasi tutta la vita. Nessuno di noi è in grado di avere una vita dignitosa: non possiamo studiare, avere una famiglia o lavorare. Ora ho ripreso i miei studi e lavoro come come mediatrice: voglio aiutare altri ragazzi a ricostruire le loro vite da zero».

Luca Liverani

mercoledì 18 settembre 2019

L'immigrazione non è un'emergenza ma un fenomeno perfettamente gestibile

La Stampa
Ogni giorno ci svegliamo con l'ennesimo naufragio nelle acque del Mediterraneo. Ogni giorno dobbiamo fare i conti con le decine di migranti e rifugiati che perdono la vita cercando di raggiungere l'Europa. Ogni giorno siamo confrontati a retoriche opportunistiche di coloro che sembrano avere dimenticato la loro umanità. Eppure quei morti si possono evitare, perché dobbiamo smettere di pensare all'immigrazione come una emergenza.
 

Bisogna smettere di trasformare in tragedia, un fenomeno perfettamente gestibile alzando muri e fili spinati, chiudendo i porti o scaricando la responsabilità sui paesi di arrivo.

Sembra impensabile che un progetto politico visionario quale l'Unione europea che, lasciandosi alle spalle la tragedia di due conflitti mondiali e la guerra fredda, sapendo garantire per oltre sessant'anni la pace nel continente, si areni davanti a un fenomeno perfettamente gestibile. Sembra inaudibile che in un paese come l'Italia, che per secoli ha visto i suoi cittadini emigrare in America e Australia e che ancora soffre di una grande emigrazione di giovani all'estero, si trovi oggi a stigmatizzare l'immigrazione seminando odio e paura in casa, fomentando tensioni e divisioni in Europa. 

A pochi giorni dall'inizio di un nuovo esecutivo europeo con a capo la tedesca Ursula von der Leyen, ci sembra opportuno puntare i riflettori sul fatto che bisogna smettere di puntarci il dito addosso e metterci intorno a un tavolo per trovare una soluzione.

La prossima presidente della Commissione europea dovrà accelerare il dialogo tra gli stati per eliminarne le contrapposizioni, e trovare una sintesi per forgiare un consenso politico sulle misure necessarie ad affrontare il fenomeno migratorio, in primo luogo la riforma del Sistema europeo comune di asilo. Nel 2016, anno in cui sono stato presentato il maggior numero di richieste d'asilo nell'UE, tali domande sono state 1,3 milioni vale a dire circa lo 0,26% della popolazione europea. Non si tratta certo di un'invasione. Non si tratta di un problema di numeri o di mancanza di risorse, ma di assenza di coraggio e volontà politica.

Trovare soluzioni durature è una sfida, ma è anche un dovere morale che deve essere affrontato non da un solo paese, ma da tutti i paesi. Per vincere è necessario porre in essere un partenariato globale e inclusivo in cui solidarietà e responsabilità siano condivise da tutta la comunità internazionale, e non solo da alcuni paesi e donatori ospitanti. Il Patto Globale sulla Migrazione ci fornisce una possibilità in tal senso. Il dibattito europeo, alimentato da dati falsi e stereotipi, è frutto di un'impostazione distorta della realtà, che non amplifica e condivide i numerosi vantaggi dell'immigrazione sia in termini di sviluppo economico che sociale. Per contrastare tale narrativa negativa, spesso intollerante e xenofoba, è necessario dissipare pregiudizi e false paure, abbandonando la cultura dello "scarto e del rifiuto", come Papa Francesco ha ripetutamente richiesto.

Le persone che sbarcano sulle nostre coste animate dalla ricerca di un futuro migliore non rappresentano una minaccia, ma un'opportunità per il modello economico e sociale europeo. A tal fine, dovrebbero essere attuate politiche d'integrazione sostenibili di lungo periodo, che prevedano il vaglio e il riconoscimento delle competenze, istruzione e formazione, allo scopo di stimolare l'economia. 

Una società fiorente senza una politica migratoria sicura e ordinata, sostenuta da tutti gli Stati Membri, è impensabile. L'unanimità tuttavia non può continuare ad essere l'alibi per l'immobilismo, come è stato sottolineato da Enrico Letta nei giorni scorsi. Ecco perché non bisogna più rimandare la ricerca di soluzioni.

Abbiamo bisogno di canali di ingresso legali, corridoi umanitari e una gestione ordinata e condivisa, nonché il consolidamento delle frontiere comuni. Occorrono vere politiche di investimento nei paesi terzi, non solo in quelli alle frontiere dell'Europa, per affrontare le situazioni di conflitto, di cambiamento climatico e povertà. Il cambiamento strutturale nella natura delle relazioni UE-Africa è già in atto, da una relazione donatore-destinatario a un dialogo tra pari basato sulla complementarità di reciproci interessi. 

Questo processo sarà sicuramente facilitato dalla creazione dell'area di libero scambio continentale (Afcfta), che sarà la più grande del mondo. Questo deve essere il momento del coraggio, il momento in cui si decide del futuro del progetto europeo, è il momento di dimostrare se siamo all'altezza della nostra storia e delle responsabilità che abbiamo verso le nuove generazioni. Dobbiamo fermare questa logica irrazionale, abbracciare un pragmatismo ambizioso, identificando le soluzioni che sono già a portata di mano. Basta slogan e tweet, è ora di agire insieme.

Luca Jahier, Presidente del Comitato Economico e Sociale Europeo

Pietro Bartolo, Parlamentare europeo

giovedì 2 maggio 2019

Asti - Appello dei bambini di una scuola per evitare l'espulsione di un giovane migrante: "Lasciare qui in Italia il nostro amico Taiwo"

La Repubblica
“Salve commissione, sono un bimbo della scuola di Serravalle d’Asti. Vorrei chiederti di lasciare qui in Italia il mio amico Taiwo, lui ci aiuta a giocare senza bisticciare, ci fa imparare l’inglese e ci fa fare pace. Spero che facciate la scelta giusta”.



La clip dura meno di 30 secondi ed è destinata ai commissari che il 7 maggio dovranno esprimersi sulle sorti di Taiwo, un giovane nigeriano che ha presentato in Italia la richiesta di asilo. A leggerla, davanti alla camera di un telefonino è un bimbo di seconda elementare della scuola di Serravalle dove i maestri Giampiero Monaca, Maria Molino e Mariagrazia Audenino portano avanti il progetto “Bimbisvegli”, un'idea di scuola che aggiunge alle materie tradizionali tante ore all'aria aperta e un grosso impegno sulla cittadinanza attiva.

“Durante le vacanze, come sempre non abbiamo assegnato compiti ma abbiamo detto ai bambini che se volevano avrebbero potuto ripensare alle attività che fanno con Taiwo, raccontando loro che il 7 maggio sarebbe stato un giorno importante - spiega Giampiero Monaca - Molti di loro sono tornati in classe con questi pensierini destinati alla commissione. 

“Cara commissione, sono Giorgia un’amica di Taiwo, e vorrei che rimanesse con noi perché gli voglio bene e con lui giochiamo e parliamo inglese”, dice un’altra bimba.
Il giovane richiedente asilo non ha una famiglia qui in Italia. E’ arrivati nell’astigiano, ospite dalla cooperativa Agathon dopo aver attraversato il mar Mediterraneo su un barcone e dopo un periodo di detenzione in Libia. Qui sta imparando l’Italiano e ha frequentato un corso come giardiniere. Come altri ragazzi prima di lui, ha dato una mano a sistemare la scuola di Serravalle ed è stato coinvolto nelle attività con i bambini.

Non è la prima volta che i “bimbisvegli” si mobilitano per i loro amici che arrivano dall’altra parte del mar Mediterraneo. Lo scorso inverno, una loro lettera destinata al ministro Matteo Salvini e alla commissione che doveva giudicare la situazione di un’altro ragazzo, aveva fatto slittare di qualche mese la seduta perché - dopo le parole dei bambini - i commissari avevano chiesto più tempo per valutare meglio la situazione.


Carlotta Rocci

martedì 22 gennaio 2019

Migranti applicazione del "DecretoSicurezza": chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto: centinaia dormiranno per strada preda della criminalità, bambini fuori dalla scuola e 120 italiani senza lavoro

Dire
“Quello che sta avvenendo nel Cara di Castelnuovo di Porto, dove c’è il secondo centro rifugiati più grande d’Italia, è qualcosa di indegno, che offende la nostra storia e i principi sanciti nella Costituzione italiana”. A sostenerlo è Alessio Pascucci, coordinatore nazionale di Italia in Comune e sindaco di Cerveteri.


“Il ministro dell’interno ha mandato l’esercito per sgomberare il centro rifugiati. Parliamo di una struttura che accoglie 320 persone che l’esercito, a quanto raccontano fonti locali, sta inspiegabilmente dividendo per uomini, donne e bambini”, attacca Pascucci.

“Un metodo vergognoso sul quale chiediamo subito chiarezza al governo nazionale. Trovo gravissimo che il sindaco della città, Riccardo Travaglini, al quale va tutta la nostra solidarietà, non sia stato avvisato e non abbia neppure diritto di conoscere che fine faranno queste persone. I migranti, avvisati solo poche ore fa, sono stati costretti ad abbandonare i propri alloggi dopo anni di integrazione. 


A Castelnuovo di Porto erano stati avviati progetti di integrazione e ora i bambini dovranno interrompere gli studi, così come chi aveva trovato un’occupazione dovrà lasciarla senza sapere quale sarà il suo futuro”, osserva il coordinatore di Italia in Comune.


“Tutto questo è il risultato di un decreto sicurezza che renderà le nostre città più insicure, creando nuovi irregolari e mandando a monte modelli di integrazione come quello alle porte di Roma. Tutto per l’ennesimo selfie trionfante di un Ministro che usa l’arma degli sgomberi solo con i più deboli, mentre quando si tratta di cacciare i suoi amici fascisti di Casapound che occupano sedi pubbliche con il partito, finge di non sapere”, conclude Pascucci.

mercoledì 9 gennaio 2019

Migranti. Riccardi (Sant'Egidio): "Decreto frena l'integrazione, l'emergenza non c'è"

Il Tirreno
Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, il Papa ha chiesto ai governi di aiutare non solo chi scappa dalle guerre ma anche i migranti economici.


Non le sembra che invece i governi siano sempre più lontani da questa richiesta?

"È una posizione espressa più volte dal Papa e non è soltanto sua ma viene da lontano. Anche Paolo VI ad esempio condivideva questo pensiero. La differenza è che oggi si colloca in un contesto nuovo, quello della globalizzazione in cui abbiamo l'illusione di vivere in un mondo unico. È solo una illusione perché al suo interno ogni Paese cerca di risolvere il problema in modo diverso".

La via scelta dal governo italiano non sembra aiutare affatto i migranti.
"Il cardinale Bagnasco ha ammesso la liceità dell'obiezione di coscienza contro il Decreto Sicurezza. Produrrà irregolarità per 120 mila persone, una cifra enorme. Avrà effetti sulla loro residenza, porterà a un allungamento dei tempi della richiesta della cittadinanza: sono tutti temi che rallentano l'integrazione, molte associazioni cattoliche sono impegnate in questo ambito e vengono messe in difficoltà. La Chiesa non ha mai avuto paura di questi flussi anche se portano religioni diverse. La maggior parte dei cattolici vive l'accoglienza come una forma di responsabilità. Oltretutto non mi sembra che esista più nemmeno un pericolo di invasione, gli sbarchi sono molto calati e la fase dell'emergenza è passata".

Non è quello che sostiene questo governo, anzi. Sembra che dai migranti arrivino tutti i problemi dell'Italia.
"La visione del Papa non è solo evangelica ma anche di estremo realismo. Come si potrebbero altrimenti risolvere i problemi dei tanti italiani che hanno bisogno di badanti? I migranti stanno svolgendo una funzione di ammortizzatore sociale necessaria. Il problema è che manca l'integrazione. Ci sono provvedimenti restrittivi e mancano i flussi che porterebbero migranti in modo controllato. Li vogliono gli imprenditori, non la Croce Rossa. È una visione che guarda alla crescita del Paese e che si rivelerà letale nel caso in cui dovesse mancare. Quella del Papa è una battaglia non politica ma legata a un'idea di Paese. È figlio di emigrati, cresciuto in un Paese di forte emigrazione, non può non pensare che l'economia si arricchisca accogliendo e integrando gli altri".

Lei è stato il primo ministro dell'Integrazione in Italia. Che cosa prova quando sente che i porti italiani restano chiusi anche a costo di far morire persone in mare?
"Mi ricordo che quando ero ministro parlare di integrazione in termini pacati aiutava gli italiani a credere nel futuro del Paese. Credo che sia necessario farlo anche oggi. Le diverse religioni possono convivere bene. Creare reti e integrazione è il compito della politica, ma anche della passione civile di tutti gli italiani".
Flavia Amabile

domenica 11 novembre 2018

Sant'Egidio - La mensa di Via Dandolo a Roma compie 30 anni: accolte come in una famiglia 200.000 persone italiani e stranieri insieme

www.santegidio.org
La mensa di Via Dandolo 10, a Roma, è sempre gremita. Ma venerdì 9 novembre era piena fino all'inverosimile. C'erano proprio tutti: quelli che venivano per la prima volta e gli amici di sempre. Tutti riuniti per celebrare i 30 annni di questo luogo dove, come ha detto il presidente di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, nel suo saluto, "si è formata e si forma ogni giorno una famiglia".


Un luogo con una storia particolare, passato attraverso la sofferenza delle leggi razziste del 1938, divenuto, proprio il 9 novembre 1988, a 50 anni da quelle leggi e dalla terribile "Notte dei cristalli", uno dei luoghi più rappresentativi di quell'accoglienza che, come ha recentemente ricordato Andrea Riccardi, è espressione dello Spirito di Dio: quasi 200.000 le persone accolte in 30 anni, più di 3 milioni di pasti consumati attorno a questi tavoli. 


Tante storie di vite perse e ritrovate. Le immagini della festa e le parole di Marco Impagliazzo ci rendono tutti partecipi di questa festa e di questa gioia.

Il saluto di Marco Impagliazzo >>>

L’Ue vuole bypassare Salvini: approva fondi diretti agli enti locali che accolgono migranti, senza passare dai ministeri

EuropaToday
Al Parlamento europeo passa un emendamento del Pd che stabilisce che le amministrazioni che offrono sostegno umanitario potranno chiedere finanziamenti comunitari senza passare per i ministeri.


All’indomani dell’approvazione all’unanimità del Decreto sicurezza presentato da Matteo Salvini in Consiglio dei ministri, il gruppo del Partito democratico in Parlamento europeo esulta per il passaggio in commissione Bilancio di una loro proposta che punta a mitigare gli effetti del decreto. 

I deputati europei vogliono permettere a Comuni e Regioni che accolgono migranti di ricevere fondi europei senza dover fare domanda ai ministeri. Si tratta dei fondi gestiti dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) che finanzia interventi di “accoglienza mirata” che vanno oltre la semplice distribuzione di vitto e alloggio.

Regioni e Comuni diventano autonomi
“Fino ad oggi i fondi per lo Sprar venivano richiesti dagli Stati”, ha spiegato l’eurodeputato Pd Daniele Viotti, che ha presentato l’emendamento, “ma visto che Salvini vuole abolire la protezione, cosa che considero anticostituzionale, daremo possibilità alle regioni e ai comuni di chiedere direttamente le risorse per progetti specifici”

Nel solo mese di luglio lo Sprar ha finanziato 877 progetti in Italia coinvolgendo oltre 1.200 amministrazioni comunali nell’accoglienza di 35.881 migranti tra cui vi sono 734 persone con disagio mentale o disabilità e 3.500 minori non accompagnati. L’emendamento presentato da Viotti, che è anche relatore dell’intero bilancio europeo per il 2019, è stato votato a larga maggioranza.

Gli altri provvedimenti
Tra gli altri provvedimenti presi in materia di immigrazione, la commissione dell’Eurocamera ha aumentato di 147,5 milioni i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, di 146 milioni le spese per paesi “vicini” dell’Ue, di 53 milioni il supporto per i Balcani occidentali e di 33 milioni i fondi per la migrazione e l’integrazione. 

La votazione finale in Parlamento europeo della bozza di bilancio è prevista per 24 ottobre. Nelle tre settimane successive, si dovrà trovare un accordo col Consiglio, che rappresenta la volontà dei singoli Paesi membri. L’approvazione definitiva del bilancio 2019 arriverà solo a fine novembre.

mercoledì 7 novembre 2018

Il mondo cattolico insorge, appello ai senatori, il decreto porterà un aumento di migranti illegali, non ostacolare l'integrazione

Il Messaggero
Città del Vaticano - Il mondo del volontariato cattolico è sul piede di guerra per la conversione in legge del decreto sicurezza che introduce nella sua prima parte radicali cambiamenti nella disciplina dell'asilo, dell'immigrazione e della cittadinanza. 


In un comunicato firmato da Sant'Egidio, Acli, Caritas, Centro Astalli, Fcei e Centro Giovanni XXIII viene fatto notare che la cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (pensato nella previgente disciplina come clausola generale) al posto di un ristretto numero di permessi di soggiorno per casi speciali «necessiterebbe - scrivono le associazioni - di alcune misure aggiuntive rispetto alle previsioni del decreto-legge, che siano idonee a rendere tale passaggio meno traumatico».
Alla data odierna circa 140.000 persone titolari di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rischiano di cadere o di ricadere in una condizione di irregolarità del soggiorno che li esporrà al rischio di povertà estrema, di marginalità e di devianza.
«Riguardo alla nuova disciplina dei permessi di soggiorno per casi speciali, esprimiamo preoccupazione per il fatto che tali permessi di soggiorno sono configurati come autorizzazioni estremamente precarie, quasi sempre non rinnovabili e non convertibili, ad esempio, in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Questo significa che successivamente al primo anno di applicazione della nuova disciplina, molti tra coloro che oggi stanno per prendere un permesso di soggiorno lo perderanno, diventando irregolari».

Secondo il mondo dell'associazionismo cattolico si va dunque generando, in nome della sicurezza, un inasprimento della disciplina del soggiorno che aumenterà la propensione all'illegalità e renderà più fragile la coesione sociale anche per le famiglie italiane, mentre per le imprese diverrà più difficile reperire legalmente mano d'opera giovane e motivata, ad esclusivo vantaggio dei pochi imprenditori disonesti e della criminalità organizzata».

La Chiesa continua a insistere che occorre favorire al «massimo l’integrazione e non avventurarsi in norme che rischiano di allargare l’irregolarità». Infine un appello ai parlamentari: «perché si adoperino, in queste ultime e brevi ore di dibattito parlamentare, a migliorare le norme sottoposte al loro scrutinio. Per il bene del Paese e la sicurezza di tutti non conviene aumentare l’irregolarità ma rafforzare i percorsi di integrazione».

Franca Giansoldati

domenica 4 novembre 2018

Il Viminale ostacola l'integrazione. Tagliati i fondi per il servizio civile destinato ai rifugiati.

Avvenire
Il ministero dell'Interno ha ritirato i fondi europei "Fami" avanzati dall'anno scorso, destinati a profughi che avevano concluso l'accoglienza nel sistema Sprar. Dopo i primi 192 posti, lo stop.



Niente più posti nei bandi di servizio civile per rifugiati. Il ministero dell'Interno ha azzerato il progetto "Integr-azione", varato lo scorso anno dal precedente governo grazie ai fondi europei del programma Fami (Fondo asilo, migrazione e integrazione).

Grazie a circa 20 milioni di euro era stato possibile prevedere altri 3.000 posti da riservare a giovani che fossero titolari dello status di rifugiato o di protezione umanitaria o sussidiaria. 


Dodici mesi di servizio civile da svolgere nei progetti degli enti del privato sociale o degli enti locali, fianco a fianco con i coetanei italiani: un modo per sostenere il cammino di integrazione dei rifugiati che avevano concluso il periodo di accoglienza nel circuito Sprar.

Lo scorso anno erano stati presentati i primi progetti, che prevedevano l'integrazione di 192 rifugiati, di cui 120 in progetti nazionali e 72 in progetti regionali. Nell'ultima riunione del 2 ottobre della Consulta degli enti di servizio civile, presente il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Vincenzo Spadafora che ha la delega in materia, gli enti hanno chiesto se - come di consueto - anche i fondi Fami, riservati all'integrazione, non spesi nell'anno precedente sarebbero stati reimpiegati. Soldi che sarebbero serviti ad avviare in servizio altri 2.808 rifugiati assieme ai 53 mila posti per volontari. E a questo punto per gli enti è arrivata la sgradita novità: quei fondi, nella disponibilità del Viminale, erano stati ritirati. "Per noi è stata una sorpresa - racconta Licio Palazzini, presidente di Arci Servizio civile e membro della Consulta - perché finora i residui venivano sempre inseriti nel bilancio dell'anno successivo. Un peccato, perché il servizio civile era stato giustamente individuato come strumento adatto per un lavoro educativo e di integrazione dei giovani rifugiati".

Luigi Bobba, all'epoca sottosegretario al Lavoro con delega al servizio civile, conferma il taglio: "Era una scelta che avevo sostenuto fortemente - commenta Bobba - nella mia qualità di Sottosegretario. Sarebbe stata una ottima occasione per integrare giovani arrivati in Italia come richiedenti asilo e desiderosi di vivere nel nostro Paese facendo qualcosa di utile per le nostre comunità. Ma al governo giallo-verde interessa solo mantenere alta tensione comunicativa sull'immigrazione, non cercare di risolvere i problemi.

Ancora un'occasione sprecata per tentare di governare il fenomeno dell'immigrazione attraverso risposte positive e nel rispetto delle persone". Il servizio civile, com'è noto, dal 2015 ha aperto i bandi anche alla partecipazione di stranieri e richiedenti asilo. 

La novità del progetto "Integr-azione" stava proprio nell'essere progettato per favorire la presenza - nei progetti di servizio civile - di rifugiati in uscita dagli Sprar. Un sistema di accoglienza che il ministero dell'Interno ha intenzione di ridimensionare fortemente. Il taglio dei fondi Fami sembra dunque una conseguenza coerente con questa scelta politica.

di Luca Liverani

mercoledì 3 ottobre 2018

Perché è stato arrestato Mimmo Lucano, l’anarchico dell’accoglienza ai migranti

Linkiesta
Il sindaco di Riace, paese simbolo di integrazione e tolleranza, è stato arrestato stamattina per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Già da tempo sotto i riflettori, Lucano è diventato la nemesi degli ultimi due ministri dell’Interno italiani.

Mimmo dei Curdi, già Domenico Lucano, sindaco di Riace, è agli arresti domiciliari da questa mattina all’alba. La Guardia di Finanza ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del sindaco con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina ed illeciti nell'affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. 

Nel comunicato diffuso dalla Procura in merito all’Operazione Xenia a Lucano si contesta la “particolare spregiudicatezza del Sindaco Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell’organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano”.
Lucano si è reso protagonista di numerose iniziative rocambolesche. Lui ha sempre dichiarato di essere un anarchico e si è sempre comportato come tale, sin dal 1998 quando nacque il modello Riace. Fu lo sbarco di un gruppo di curdi e di iracheni in fuga da dittature e guerre a cambiare il destino di un paese ormai quasi disabitato e di questo sindaco.

A supporto dell’incriminazione di Lucano, nel comunicato firmato dal GIP di Locri Luigi D’Alessio, viene riportata una lunga intercettazione, in cui il sindaco spiega quali potrebbero essere gli stratagemmi per evitare l’espulsione ad una donna che si è vista rifiutare il visto 3 volte. Metodi illegali per contrastare un decreto che Lucano ritiene ingiusto e disumano: “Ti spiego dal punto di vista dei documenti lei non può stare ... mica dipende da... questo purtroppo, dico purtroppo perché io non sono d'accordo con questo decreto”.

La conversazione non coglie certo di sorpresa chi conosce il sindaco dei migranti. Lucano si è reso protagonista di numerose iniziative rocambolesche. Lui ha sempre dichiarato di essere un anarchico e si è sempre comportato come tale, sin dal 1998 quando nacque il modello Riace. Fu lo sbarco di un gruppo di curdi e di iracheni in fuga da dittature e guerre a cambiare il destino di un paese ormai quasi disabitato e di questo sindaco. Era prima degli Sprar e dei progetti di accoglienza, prima che l’umanità diventasse di interesse politico.

Riace è stata raccontata molte volte, è un borgo studiato nel mondo per il suo sistema di integrazione e accoglienza. Dal 2004 il borgo della Locride ha ospitato oltre 6mila richiedenti asilo provenienti da venti diverse nazioni. Il primo a tratteggiarne un ritratto fu Wim Wenders ne Il Volo, un documentario in cui si mostra come Antonio Petrolo, Cosimo Pazzano e Domenico Lucano, tre uomini di sinistra, addirittura estremisti, credevano di poter cambiare il mondo con la loro associazione Città Futura. Da allora Riace è diventata una macchina per l’accoglienza, ha messo su un sistema corpulento e le cooperative sono aumentate, così come i problemi.

Arresto a parte il sindaco è già da diverso tempo sotto i riflettori, lui è diventato la nemesi degli ultimi due ministri dell’Interno italiani. Gli scontri, anche mediatici sono iniziati con Minniti, il sindaco Lucano infatti ha più volte sostenuto di essere stato ostacolato nel suo progetto dall’allora Ministro dell’Interno al punto da affermare che "dal maggio 2016 non riceviamo un euro dalla Prefettura. Abbiamo un sistema che funziona, ma iniziamo a pensare che dia fastidio”

Durante l’estate del 2012, ad esempio, la Locride affrontava l’ennesima emergenza rifiuti in una Regione in cui la gestione della spazzatura era commissariata, all’epoca, da 13 anni. Erano stati spesi milioni di euro, annunciati progetti, erano stati presentati progetti per l’uscita definitiva dal problema. Lucano allora nel suo centro ha messo in piedi il progetto di raccolta differenziata con i muli, ha bypassato ancora una volta le regole che non riteneva giuste e ha provveduto all’affido diretto del servizio di raccolta alle cooperativa L’Aquilone e Ecoriace. Ma come si legge nel comunicato del GIP “Le predette cooperative sociali difettavano infatti dei requisiti di legge richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, poiché non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore”.

Arresto a parte il sindaco è già da diverso tempo sotto i riflettori, lui è diventato la nemesi degli ultimi due ministri dell’Interno italiani. Gli scontri, anche mediatici sono iniziati con Minniti, il sindaco Lucano infatti ha più volte sostenuto di essere stato ostacolato nel suo progetto dall’allora Ministro dell’Interno al punto da affermare che “dal maggio 2016 non riceviamo un euro dalla Prefettura. Abbiamo un sistema che funziona, ma iniziamo a pensare che dia fastidio”. Con Salvini la miccia si è infuocata subito. A giugno il ministro della Lega parlando di Riace e del suo primo cittadino aveva detto: Al sindaco di Riace non dedico neanche mezzo pensiero. Zero, è zero”. Ad agosto il circolo della Lega nella Locride ha diffuso una nota a firma del coordinatore Claudio Falchi in cui sottolineava: «[…] il tanto decantato modello Riace, in questi giorni per l'ennesima volta agli onori della cronaca per il perenne vittimismo del sindaco Lucano che sta conducendo uno pseudo sciopero della fame, non è più credibile agli occhi dei cittadini». E aggiungeva: «Questo anche in virtù di una cattiva gestione amministrativa che ha portato il Comune al dissesto finanziario con un debito che ad oggi è stato certificato dal commissario liquidatore dottoressa Rosa Romeo in oltre 2 milioni e mezzo di euro”.

L’operazione di questa mattina non è l’unica ad aver colpito Lucano e il sistema Riace. Un anno fa la stessa procura di Locri aveva già iscritto Lucano nel registro degli indagati con le ipotesi di concussione e truffa: in quel caso gli veniva contestato il sistema dei bonus e delle borse lavoro assegnati “al di fuori delle regolari procedure”

La notizia dei domiciliari del sindaco dei migranti stata apostrofata dal ministro Salvini con una dichiarazione al vetriolo contro Lucano e i suoi sostenitori: “Accidenti, chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati! Io vado avanti. #portichiusi #cuoriaperti”.

L’operazione di questa mattina non è l’unica ad aver colpito Lucano e il sistema Riace. Un anno fa la stessa procura di Locri aveva già iscritto Lucano nel registro degli indagati con le ipotesi di concussione e truffa: in quel caso gli veniva contestato il sistema dei bonus e delle borse lavoro assegnati “al di fuori delle regolari procedure”. La firma delle operazioni è la stessa, Luigi D’Alessio, il procuratore delle Repubblica che si è insediato a Locri nel 2013 al posto di Giuseppe Carbone, andato in pensione dopo avere retto per otto anni l’ufficio. D’Alessio è salernitano, in magistratura dal 1981, si è occupato di numerose inchieste contro la criminalità organizzata. È noto per aver sostenuto, come sostituto procuratore di Salerno, la pubblica accusa contro Danilo Restivo nel processo per l’omicido di Elisa Claps, la studentessa di Potenza scomparsa nel 1993.

Eleonora Aragona

mercoledì 26 settembre 2018

Rifugiati, non farli lavorare fa male all'integrazione (e all'economia)

WIRED
La possibilità di lavorare per gli immigrati rifugiati è la chiave di un’integrazione vantaggiosa per tutti. Mentre imporre un divieto anche temporaneo di accedere al mercato del lavoro, pratica comune in Europa sostenuta da chi teme la competizione o da chi vuole scoraggiarne la permanenza dei nuovi arrivati nel proprio paese, ha un costo, non solo per gli immigrati stessi, ma anche a livello sociale ed economico. 


Sbarrando questa porta, infatti, i rifugiati rimangono dipendenti dai governi e non riescono a pagare le tasse, una scelta che non conviene a nessuno. A mostrare e documentare questo dato è uno studio condotto da un team della Stanford University e della Eth Zurich, il politecnico federale di Zurigo. I risultati sono pubblicati su Science Advances.

In generale la maggior parte dei paesi europei prevede un divieto dell’ingresso nel mondo del lavoro che va dai 6 ai 12 mesi, un tema a lungo dibattuto, le cui conseguenze finora non risultavano chiare a causa della difficoltà di studiare dal punto di vista scientifico gli effetti a lungo termine senza confonderli con altri fattori che possono intervenire. 

Così i ricercatori hanno deciso di studiare un caso che risale a qualche anno fa, prendendo in considerazione due gruppi di rifugiati jugoslavi che hanno raggiunto la Germania, nel 1999 oppure nel 2000. La scelta dell’anno non è stata casuale: proprio nel 2000, infatti, c’è stato in Germania un cambio di legislazione che ha visto una riduzione del divieto di lavorare da 24 a 12 mesi. Così, il gruppo arrivato nel 1999 avrebbe dovuto attendere sette mesi in più per poter entrare nel mercato del lavoro, il periodo mancante al raggiungimento dei 24 mesi previsti per loro.

A partire da questi due gruppi, i ricercatori hanno studiato i tassi di occupazione a distanza di anni e le eventuali conseguenze dei sette mesi in più di inattività forzata per il primo campione di persone. Cinque anni dopo, nel 2005, soltanto il 29% degli individui nel gruppo arrivato nel 1999 lavorava, contro il 49% delle persone nell’altro gruppo. Una differenza, questa, che secondo gli autori non può essere spiegata attraverso cambiamenti dell’economia e del mercato del lavoro: immigrati arrivati in Germania dall’attuale ex Jugoslavia nel 2000 e 2001, infatti, presentavano circa gli stessi tassi di occupazione, e lo stesso vale anche per i turchi giunti fra il 1999 e 2000 e non colpiti dal blocco del lavoro. Insomma, le differenze nelle percentuali di occupati sono attribuibili a questi sette mesi di sbarramento in più, un gap che dal 2000 si appianerà soltanto 10 anni dopo, nel 2010.

E la disoccupazione, sia imposta sia involontaria, può avere effetti molto negativi. In primo luogo per i rifugiati stessi, che sperimentano scoraggiamento e demoralizzazione, che può portare a una vera e propria sindrome, lo scar effect, o effetto cicatrice, comune fra chi ha subito un trauma (violenze, persecuzioni, abusi), per cui anche una volta conclusa il blocco forzato del lavoro la motivazione per darsi da fare per trovarlo scarseggia. “Politiche come il divieto dell’occupazione sono di vedute ristrette”, commenta il ricercatore Moritz Marbach, ricercatore post-doc alla Eth Zurich e coautore dello studio. “Invece di avere rifugiati che dipendono dal welfare del governo per anni, i paesi dovrebbero capitalizzare la loro motivazione iniziale e favorirne una rapida integrazione”.

Anche perché, oltre agli svantaggi a livello individuale per gli immigrati, per la loro salute generale, gli effetti negativi si manifestano anche sull’economia del paese ospitante e di tutti i cittadini, a lungo termine. Basti pensare, infatti, che i costi per i contribuenti dovuti al divieto del lavoro in Germania nel 2000 sono stati stimati nella cifra di 40 milioni di euro all’anno dal 2001 al 2009, per le spese per il welfare e per le mancate entrate legate alle tasse da parte dei rifugiati disoccupati. In questa cornice, inoltre, gli occupati nativi del paese non beneficiano dell’esclusione degli immigrati, come emerge da studi precedenti: ironia della sorte, queste strategie di blocco nascono per iniziativa dei decisori politici che vogliono rassicurare i cittadini dell’assenza di minacce a livello lavorativo. Ed è un cane che si morde la coda: quando i cittadini percepiscono gli immigrati come un peso per il welfare scatenano una reazione negativa ancora più forte contro gli stessi decisori politici.

Insomma, un’integrazione migliore e più rapida porta vantaggi a tutti: tutto sta nel considerare gli immigrati non come un peso da ridurre ma come una risorsa da poter massimizzare e valorizzare. Come? Permettendogli di lavorare subito.

Paola Pintus

domenica 3 giugno 2018

Migranti, Salvini attacca Riace, città modello per integrazione e ripresa economica: e dice al sindaco Mimmo Lucano: "Sei uno zero". E lui risponde: "Orgoglioso di aiutare gli ultimi"

La Repubblica
In un video il neoministro dell'Interno non usa parole tenere nei confronti di Mimmo Lucano, famoso per il suo rivoluzionario sistema di accoglienza dei rifugiati. Il primo cittadino: "Sogno una nuova umanità libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e da tutte le ingiustizie".

"È vero che appartengo alla classe degli ultimi, praticamente zero. In tutti questi anni abbiamo unito le nostre debolezze con tanti altri disperati di ogni parte del mondo. Abbiamo condiviso un sogno di una nuova umanità libera dalle mafie, dal razzismo, dal fascismo e da tutte le ingiustizie". 

Sono parole dure e nette quelle che Mimmo Lucano, il sindaco di Riace inserito da Fortune fra i 50 uomini più influenti del mondo per il suo rivoluzionario sistema di accoglienza dei migranti, sceglie per rispondere al neoministro dell'interno Matteo Salvini, che in un video definisce il primo cittadino calabrese "uno zero".

Non è chiaro quando quel video sia stato registrato, i toni sembrano quelli della lunghissima campagna elettorale. Ma in queste ore in Calabria il filmato sta diventando virale. Camicia bianca, volto arrossato dal sole, Salvini si rivolge ai propri sostenitori promettendo una visita nella zona jonica reggina. "Non sono ancora venuto nella Locride ma ci arriverò - dice nel video -, non voglio fare promesse alla Renzi. Presto o tardi, meglio presto che tardi ci vedremo".

È lì che Lucano è riuscito a far rinascere il quasi abbandonato paese di Riace, aprendo le case da tempo abbandonate a migranti e rifugiati. Un modello di successo, che nel mondo ha fatto scuola anche perché è stato in grado di rivitalizzare l'economia dell'intera zona. Ma a Salvini non piace. E lo dice chiaramente: "Al sindaco di Riace - dice a chi lo filma - non dedico neanche mezzo pensiero. Zero, è zero".

Se si tratti di un programma di governo o di una vaga minaccia, lo chiariranno i primi atti di Salvini da ministro dell'Interno. Certo - commentano gli attivisti - la promessa di tagliare 5 miliardi destinati all'accoglienza migranti, annunciata dal leader della Lega ancor prima di giurare da ministro non fa ben sperare. Anche perché Riace da tempo lotta per sopravvivere a causa dei fondi ministeriali che arrivano a singhiozzo o non arrivano del tutto.

"Da un anno sono stati sospesi i trasferimenti per lo Spraar, da due non riceviamo soldi per il resto dei progetti", denunciava solo una settimana fa Lucano. "Ad ottobre 2017 il prefetto di Reggio Calabria - ha ricordato il sindaco in quella occasione - voleva mandare via i rifugiati. L'ho ritenuto un gesto violento perché tra questi c'era anche un bambino di 7 giorni di vita che si chiama Gabriel". 

A bloccarlo ci ha pensato la giunta regionale di Mario Oliverio, che da tempo è schierata accanto al sindaco della Locride e venerdì scorso ha approvato un progetto per sostenere i progetti di integrazione di Riace. Ma in paese c'è preoccupazione. "Noi siamo un modello che dà fastidio, siamo la prova che l'integrazione può essere una risorsa. E questo oggi per molti è un modello pericoloso".

Alessia Candito

Leggi anche :
Riace: la città rinata grazie all'integrazione degli immigrati (2 aprile 2016)

lunedì 30 aprile 2018

Corridoi Umanitari - Dalla Siria a Frosinone: la forza dell'accoglienza

San Francesco
La forza dei Corridoi Umanitari è quella di garantire ai profughi un percorso di accoglienza ed integrazione.
Sul Sole24Ore dello scorso 27 Marzo leggiamo: “Sono arrivati questa mattina da Beirut all’aeroporto di Fiumicino 43 profughi siriani grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese. Domani ne arriveranno altri 47. Si tratta di nuclei familiari provenienti da Aleppo, Homs, Raqqa e Edlib; oltre un terzo sono bambini. Si tratta del secondo gruppo (il primo gruppo di trenta è arrivato a fine gennaio) del contingente di 1.000 previsto dal secondo protocollo firmato lo scorso novembre tra Sant'Egidio, Chiese Evangeliche d'Italia e il governo italiano.”

La forza dei Corridoi Umanitari è quella di non “fermarsi” all’arrivo in Italia, ma di garantire ai profughi un percorso di accoglienza ed integrazione in diverse realtà del territorio italiano,
ed una famiglia di 4 persone è stata accolta a Frosinone, grazie ad una collaborazione tra la Caritas Diocesana (che ha messo a disposizione un appartamento nel centro storico), la Comunità di Sant’Egidio, ma anche attraverso il supporto attivo degli Scout e degli studenti e professori del Liceo Severi.

Pochi giorni fa ho avuto l’occasione di incontrare la famiglia siriana accolta nel capoluogo ciociaro, per vedere da vicino come funziona il meccanismo di integrazione di prossimità sul territorio. Al mio arrivo a Frosinone, in una splendida giornata di sole, ho trovato ad accogliermi Alice Popoli, nella doppia veste di referente diocesana del progetto e di volontaria (come chi scrive) della Comunità Sant’Egidio, ed Anour, mediatore culturale e per l’occasione interprete dall’arabo all’italiano. Il capofamiglia, che chiameremo Omar, ci raggiunge sottocasa ed insieme a lui prendiamo l’ascensore. Un primo piacevole incontro, sale con noi una vicina di casa che, a gesti, cerca di far capire ad Omar che ha visto i suoi figli che andavano a scuola e che è contenta che si stiano integrando nel quartiere.

Arrivato a casa, mi vedo davanti una tavola riccamente imbandita, ma soprattutto, ci metto davvero poco a capirlo, mi trovo ad incontrare una bella famiglia unita, nonostante le sofferenze della guerra.

Il padre ad Homs (città che prima della guerra era un felice mix tra antico splendore ed infrastrutture moderne) era meccanico in officina e la mamma casalinga, intenta a tenere a bada i due splendidi bambini, uno di 9 ed uno di 3 anni, intenti come tutti i bambini del mondo a giocare, anche se poco dopo preferiscono farsi coccolare da Alisha, un misto tra Alice ed il nome arabo Aisha. (Va specificato che la “casalinga” è colei che ha mandato avanti il focolare in un contesto di guerra, con la famiglia costretta a scappare da una città all’altra della Siria per poter sopravvivere sotto le bombe, per poi rifugiarsi in Libano in una cantina fredda e piena di infiltrazioni d’acqua).

In breve, ci sediamo a tavola, e come per magia sparisce ogni distanza. Tra una portata e l’altra si parla dei primi giorni di scuola dei bambini, del desiderio (che immaginiamo presto verrà esaudito) della moglie di lanciare una moneta nella Fontana di Trevi, si parla anche di calcio (Omar, suo malgrado, è tifoso del Barcellona ed ha scelto la settimana sbagliata per parlarne con me, tifoso romanista….).

Confesso che ho faticato a…tornare giornalista ed a sottoporre ad Omar alcune domande relative alla situazione siriana, si capiva che per lui era una sofferenza ritornare su argomenti delicati e complessi nel bel mezzo di un momento conviviale, tanto che concordiamo di parlare del dramma siriano solo a fine pasto.

Mentre noi adulti parlavamo, il piccolo di casa scorazzava, prendeva un pallone, si sporcava la faccia con il cioccolato, insomma quello che secondo alcuni è un “futuro terrorista”, un “invasore islamico”, si comportava esattamente come i nostri figli e nipoti, intenti a catturare l’attenzione degli zii, dei nonni e dei genitori. Il figlio più grande intanto si divertiva ad imparare nuove parole in italiano, zuccaro, caffè, mela, mele, ed entusiasta ci mostrava di saper contare da 1 a 10 nella nostra lingua.

Cos’è la guerra? Omar mi ha raccontato che quando è morto suo padre non è potuto tornare ad Homs per dargli l’ultimo saluto, e sempre il padre non ha mai visto il secondo nipote, nato quando il nucleo familiare era già in un campo profughi in Libano. Per quanto abbia più volte manifestato la sua gratitudine per quanto sta ricevendo, il suo volto diventava triste quando parlava della Siria, (Siria è il mio cuore! Ha affermato), e sarebbe ben felice un giorno di poter rivedere la sua terra, oggi martoriata.

Il male esiste, è forte, ma ancor più forte è l’opera del bene, specie se condiviso. In tanti, volontari, parrocchiani, professori, vicini, si stanno adoperando per dare una mano e per garantire alla famiglia siriana un futuro migliore. “Cominciate col fare il necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, si legge in uno dei più famosi aforismi di San Francesco, ed è esattamente quello che accade a chi si adopera con passione per costruire un mondo migliore.

Mario Scelzo

sabato 3 marzo 2018

Castellina in Chianti - Andati via i giovani italiani, ha una nuova vita grazie agli immigrati. E' la bell'Italia del presente del futuro.

New York Times
Castellina in Chianti, Italia — L’edificio a tre piani non è cambiato molto. Le lavagne a quadri sono ancora appese alle pareti color ocra della classe. Anche il rituale mattutino è familiare. Due studenti scorrono le file dei piccoli banchi di scuola e raccolgono i quaderni degli esercizi, che l’insegnante mette via nello stesso armadio che è lì dalla fine degli anni ’80, quando anch’io ero un’alunna della scuola elementare di Castellina in Chianti.


Ciò che è cambiato sono gli studenti. Nella mia infanzia a Castellina, solo uno dei miei compagni di classe veniva da un’altra città, trasferitosi da Grosseto al nostro antico borgo fortificato di 2.800 anime. Come me, era toscano, eppure ci sembrava un esotico forestiero.

Adesso più della metà dei 23 alunni della seconda elementare sono nati da genitori provenienti da Bosnia, Albania, Macedonia, Marocco, Tunisia, Pakistan e Afghanistan. Cinque di loro sono nati nel Paese di origine della famiglia o in paesi di transito per l’Europa. Questa è la nuova Italia.

All’inizio, non avevo prestato molta attenzione a cosa stava avvenendo nel mio paesino. Ero parte di una diversa migrazione, la massa di italiani dai 20 ai 40 anni che si sono laureati e hanno lasciato i loro borghi, dove le opportunità di carriera erano limitate. Alcuni sono andati a Berlino, a Londra, a Denver o a Parigi, dove uno dei miei più cari amici d’infanzia vive tuttora. Per lavoro, io sono arrivata in una grande città, a Roma.

Per molti turisti, la grande magia dell’Italia è la sensazione che niente cambi, come la bellezza senza tempo di Roma o Firenze o di paesi come Castellina, dove il castello e le mura risalgono al 1400. Tuttavia c’è un cambiamento che scuote il Paese adesso che gli italiani si preparano a votare nelle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Nessuna questione infiamma gli animi più dell’immigrazione. Nessuna questione è più sentita della debolezza economica che ha afflitto la mia generazione.

Non mi aspettavo che entrambe le problematiche avessero silenziosamente rimodellato il mio paese. La mia famiglia vive a Castellina da generazioni, sono la nipote di un contadino di una regione molto famosa per il suo vino. Oggi però sono i migranti che curano molti campi e si occupano degli anziani, i cui figli e nipoti vivono altrove. Gli stranieri sono il 17 percento della popolazione.

Quello che è successo qui, moltiplicato per le migliaia di borghi, spiega come stanno cambiando molti piccoli paesi in Italia. La reazione al cambiamento non è stata sempre la stessa, anzi, in alcuni posti ci sono state reazioni violente. Qualche settimana fa, un estremista di destra ha sparato a sei migranti africani nella città di Macerata. Alcuni politici di destra lamentano “l’invasione” e uno in particolare ha sostenuto che i migranti minacciano la “razza bianca”.

A livello nazionale il tema dell’immigrazione è molto divisivo. Pochi giorni prima di Natale, il governo non è riuscito a ottenere il sostegno necessario in Parlamento per approvare una legge disegnata per naturalizzare 800.000 bambini. Sono i figli e le figlie di immigrati nati in Italia o che sono arrivati molto piccoli e con genitori che hanno permessi di residenza e di lavoro a lungo termine. Questo significa che molti dei piccoli delle elementari di Castellina vivono in un limbo, anche quelli che abitano qui da anni.

Da molto tempo vedo a Castellina migranti che lavorano nei campi e alcune donne che indossano il velo, ma non avevo capito quanto il mio paese fosse cambiato fino all’anno scorso, durante una chiacchierata con Francesco. Ha nove anni e la mia mamma è la sua tata da otto, un po’ la sua nonna onoraria.

Una sera a cena, Francesco mi ha detto che era triste perché il suo amico Igor se ne era andato. Igor si era rifugiato qui dall’Ucraina, ma ora poteva tornare a casa perché non cadevano più le bombe e suo padre aveva lasciato l’esercito. Sono rimasta colpita dalla storia di Igor ma anche dal fatto che Francesco, un bambino nella mia piccola Castellina, sapesse così tanto degli avvenimenti mondiali attraverso un compagno di scuola.

Una mattina, sono andata alle elementari e ho incontrato gli alunni della seconda, che hanno insistito perché scrivessi i loro nomi nel mio taccuino. Temevano che fossero difficili da pronunciare per gli italiani, come è arduo per loro avere padronanza dell’italiano.

“La nostra lingua è complessa” mi ha spiegato la maestra Maria Luisa Roscino. “I bambini imparano velocemente, ma alcuni di loro a casa non parlano italiano, cosa che li penalizza”.

La maestra Roscino insegna da 28 anni ed è approdata alla scuola elementare di Castellina nel 1998. Questa è la sua prima classe in cui la maggioranza degli studenti, il 51 percento, è nata all’estero o da genitori stranieri.

“È impegnativo, specialmente per le differenze culturali”, dice la maestra. “Per il resto, i bambini sono semplicemente bambini”.

Quattro anni fa, ero a bordo di una motovedetta della Guardia Costiera italiana, per un articolo sui migranti che annegavano attraversando il Mediterraneo per raggiungere l’Italia. Ci trovammo a salvare un vecchio barcone da pesca di legno, caricato all’inverosimile con gente disperata, molti dei quali erano siriani in fuga dalla guerra, che avevano pagato i trafficanti per raggiungere l’Europa. Mentre la Guardia Costiera aiutava le persone a salire sulla nostra motovedetta, un bambino di circa quattro anni di Damasco mi guardava fisso. Non smise di guardarmi per due ore.

“Dice che assomigli alla sua mamma” mi disse suo padre attraverso un traduttore. “È morta sotto le bombe in Siria”.

La mattina dopo, andammo a vedere come stava il bambino in uno dei centri di raccolta siciliani, dove le autorità sistemavano i migranti che arrivavano a frotte nell’isola. Masticava un biscotto e, con la bocca piena di briciole, mi mandò un bacio. Pensai che l’unica differenza tra me e sua mamma era la fortuna di dove ero nata. In Toscana, non in Siria.

Molti siriani, così come i bengalesi, i gambiani, i nigeriani e molti altri sono arrivati nella mia regione dopo che le politiche del governo nazionale, per alleggerire il carico di sbarchi sulla Sicilia, nel 2015 hanno accelerato e allargato la distribuzione di migranti in tutto il resto del Paese. A quel punto, le autorità europee avevano bloccato la via verso nord, chiudendo i passaggi attraverso l’Italia o i Balcani, mentre le persone continuavano ad attraversare il Mediterraneo.

Molti italiani avevano aperto le loro case a coloro che erano sbarcati. Nascevano squadre di calcio di migranti. L’Italia veniva lodata globalmente per il suo abbraccio accogliente e dal cuore grande. Ma i profughi arrivavano in ogni regione d’Italia, e una certa resistenza, una certa rabbia iniziavano a manifestarsi.

Alcuni comuni tentavano di bloccare i trasferimenti. Matteo Salvini, leader della Lega, partito anti-immigrati di estrema destra, teneva comizi in tutta Italia al grido dello slogan “prima gli italiani”, accusando il governo di centro sinistra di aver trasformato il Paese in un “grande campo profughi”.

Oggi a Castellina abitano persone dell’Africa sub-sahariana, così come kosovari, marocchini, tunisini ed altre nazionalità. Una delegazione della Lega è arrivata a protestare contro l’ultimo arrivo di migranti in paese, ma senza riuscire a suscitare grande rabbia. La Toscana è una terra di sinistra da decenni.

Ho lasciato Castellina nel 2005, ma sono una dei tanti italiani che affollano treni e bus il venerdì sera per ritornare nei loro paesi di origine. Spesso passo i miei fine settimana con la mia famiglia e i miei amici, molti dei quali vivono in altre città come me, ma tornano sempre a Castellina. Una sera, ho sentito la storia di una signora pakistana, Lubna Batool, un medico, che adesso vive qui. Quando sono andata a trovare i bambini delle elementari, ho incontrato lei e sua figlia.

La Signora Batool ha seguito suo marito, un signore afghano che ha un permesso di soggiorno a lungo termine a Castellina. Lo ha raggiunto otto anni fa, quando la crisi economica si stava aggravando. Nel sud-ovest del Pakistan era un medico, ma non è ancora riuscita a trovare lavoro in Italia. Ha comprato libri costosi ed è andata a Roma per fare un complesso esame per vedersi riconosciuta la sua laurea in medicina.

Oggi Castellina ha solo due medici di famiglia, incluso il mio, il Dottor Giuseppe Pacella. Uno dei migliaia di medici italiani che andrà in pensione tra pochi anni, è lui che incoraggia la Signora Batool ad insistere con l’esame di stato, in parte perché si preoccupa di chi prenderà il suo posto.

“Queste persone non solo hanno una laurea, ma hanno anche resistito a guerre, trasferimenti e problemi economici”, mi ha detto il Dottor Pacella. “Dobbiamo integrare le persone che vogliono lavorare, perchè ne beneficieremo tutti”. Tuttavia la coesistenza e l’integrazione sono due cose diverse. Per certi versi, Castellina è la stessa di quando vivevo lì. C’è sempre lo stesso forno, anche se ora è gestito dalla generazione successiva. La gioielleria e il negozio di elettronica hanno sempre la stessa gestione, una signora e il suo socio, che aggiustano qualsiasi cosa anche ora che le loro mani sono affaticate e i loro occhiali più spessi. Molti dei camerieri e dei lavapiatti nei ristoranti sono migranti.

Così come la mano d’opera che lavora in agricoltura, incluso il marito della Signora Batool, Ali Mohammad. L’ho incontrato un giorno d’inverno al lavoro nelle vigne tra pozzanghere congelate e la bianca brina mattutina. Legava con dei ganci i fili di ferro che raddrizzano le viti, un lavoro che un tempo facevano mio nonno e i miei antenati. Più tardi, alcuni dei lavoratori se ne sono andati al bar che era il luogo di ritrovo di noi adolescenti.

Nel pomeriggio, il nostro postino in pensione raggiunge l’ex gestore della tabaccheria e altri pensionati per giocare a carte in una delle stanze sul retro. Alla sera, i migranti si ritrovano sulle scale davanti al bar. Sono la nuova faccia della vita sociale del paese. Gli habitué e i nuovi arrivati si mescolano raramente, vivono in mondi paralleli ma divisi in parte dalla lingua.

Come molti dei miei amici d’infanzia, ho ancora la residenza a Castellina. Paghiamo le tasse qui. Votiamo qui. Ma non ci viviamo più. La nostra è la generazione che se n’è andata, per necessità o per opportunità. Eppure il paesino lega ancora me e i miei amici. Quando muoiono i nonni, presenziamo al funerale. Quando qualcuno si sposa, andiamo al matrimonio. Il mio cuore è in pace quando vedo le vigne e la torre medievale a distanza.

Oggi, però, Castellina non appartiene solo a me e ai miei amici. L’ho capito quando ho incontrato Bilal El Hartika, 9 anni, nato in Toscana da genitori marocchini. Ho chiesto se si sentiva a casa qui.

“Sono marocchino e italiano, di Castellina”, mi ha risposto senza esitazione. “Questa è casa mia”, ha aggiunto in arabo, “La mia dar”.

Gaia Pianigiani

domenica 14 gennaio 2018

14 gennaio - Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: Accogliere, proteggere, promuovere, integrare

Blog Diritti Umani - Human Rights
Accogliere, proteggere, promuovere, integrare: sono i 4 verbi scelti da papa Francesco per la 104esima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.




Nel mondo sono circa un miliardo le persone in movimento, quasi un essere umano su sette; in Italia i migranti arrivati attraverso la rotta mediterranea nel 2017 sono stati 119 mila, il 34% in meno rispetto allo scorso anno. 

Si stima che i morti o dispersi nella rotta del Mediterraneo centrale dal Nord Africa verso l'Italia siano stati 3.116. 

Da inizio anno sono oltre 400 i bambini morti in mare, tentavano la traversata da soli o con parenti, mentre in migliaia sono stati vittime di abuso, sfruttamento e schiavitù nel loro viaggio attraverso la Libia.
Solo nel 2017 circa 15mila bambini non accompagnati hanno raggiunto l`Italia via mare ed i loro viaggi sono stati generalmente gestiti da responsabili di traffico e tratta. 


«Ancora troppe morti nel Mar Mediterraneo». La Comunità di Sant’Egidio invita a portare avanti la strada dei corridoi umanitari, risultato di una sinergia tra società civile e istituzioni che ha già dato i suoi frutti: oltre a salvare vite umane, i corridoi umanitari liberano il tema delle migrazioni da pericolose strumentalizzazioni riconducendolo alla sua vera natura

Secondo la comunità, è da sottolineare il “significativo apporto, dal punto economico e sociale, di tanti stranieri che si sono felicemente integrati già da anni in Europa contribuendo alla sua ricchezza e al suo sviluppo. Una realtà che, pensando anche al fenomeno della denatalità, invita a riflettere sul bisogno che c’è nel nostro continente di favorire forme di ingresso regolare”.