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giovedì 14 marzo 2019

Il presidente della Comunità Sant’Egidio Marco Impagliazzo: “Reddito di cittadinanza esclude i più poveri e i più fragili”

TPI
"La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l'ultimo anello della catena". Intervista a Marco Impagliazzo su migranti, povertà e razzismo in Italia


Marco Impagliazzo
Il reddito di cittadinanza “esclude le persone più povere e più fragili”, mentre i rimpatri sono “uno spot elettorale” che può “accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione”, non un vero cambiamento. Sono alcune delle riflessioni aperte da Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, associazione, in prima linea per la solidarietà a poveri e migranti, nata in Italia 50 anni fa. In un’intervista a TPI, Impagliazzo parla del decreto sicurezza e del disastro dell’Ethiopian Airlines, ma anche di razzismo e integrazione, in un momento in cui questi temi nel nostro paese sono più caldi che mai.

Presidente, a bordo del volo Ethiopian Airlines precipitato c’erano anche italiani che credevano in un futuro migliore per l’Africa.

La comunità di Sant’Egidio è molto addolorata per questa scomparsa, si tratta di persone che generosamente spendevano la loro vita per l’Africa e per gli africani, mostrando che c’è ancora da parte di noi europei il bisogno di stare dalla loro parte e fare qualcosa per lo sviluppo di questo continente.

Erano persone un po’ in controtendenza rispetto alla cultura prevalente oggi in Europa, di chiusura, ripiegamento su sé. Loro invece hanno continuato a tenere alta la bandiera della solidarietà e della collaborazione con il popolo africano, che sono la vera soluzione a uno dei più grandi problemi che il mondo occidentale sta affrontando: l’immigrazione internazionale.

È un dolore in più per noi la perdita di Carlo Spini e della moglie Gabriella Vigiani, e di Paolo Dieci, con cui abbiamo collaborato per anni per un progetto in Malawi, dove abbiamo lavorato per una cura dei malati di Aids, una cura gratuita che ha permesso a migliaia di bambini di nascere sani da madri sieropositive.
Erano persone care alla nostra comunità, eravamo amici: un’amicizia non nata in un bar, ma sorta intorno all’aiuto allo sviluppo e alla cura dei malati.

La loro attività verrà portata avanti dai loro collaboratori?


Sì, naturalmente c’è una grande collaborazione, soprattutto dalla onlus di Bergamo da cui vengono Carlo Spini e la moglie, ma anche da tutto il mondo della cooperazione, che conosce benissimo Paolo Dieci, che ne è stato portavoce per anni. È un mondo che sembra sommerso, ma è molto più vasto di quello che crediamo e avrebbe bisogno di essere meglio conosciuto nel nostro paese. Spesso sostituisce il lavoro che dovrebbero fare le nostre politiche internazionali, che invece talvolta si fermano ai confini dei nostri paesi.

Vorrei cogliere quest’occasione per ricordare anche le persone che appartengono a questo mondo e sono state rapite, come Silvia Romano in Kenya e il padre missionario Pierluigi Maccalli, rapito in Niger a settembre 2018. Purtroppo su di loro non si hanno notizie da mesi.


Una delle attività della comunità di Sant’Egidio è quella dei corridoi umanitari, che hanno consentito finora l’arrivo in Italia di 1.432 rifugiati, in gran parte siriani provenienti dai campi profughi libanesi, più quasi 500 persone del Corno d’Africa. È questo il modo giusto per affrontare la questione dell’immigrazione?

È uno dei modi, finora l’unico esistente, per venire incontro alle necessità di persone che hanno bisogno di protezione umanitaria. Al di là di coloro che sono riconosciuti rifugiati in loco dall’UNHCR, tutte le persone che necessitano di protezione umanitaria non hanno un modo per salvarsi da guerra, violenza, fame e problemi climatici.

Non hanno un modo legale per venire nel continente europeo. Non c’è una politica di visti per loro. Il corridoio umanitario è stato pensato proprio per loro, ma ci sarebbe bisogno di altri sistemi legali che possano affiancarlo, per venire incontro alle vittime di queste sofferenze.

Se da una parte siamo molto contenti di aver avuto quest’idea e che sia stata approvata dal governo italiano, francese e da quello belga, dall’altra siamo preoccupati per le migliaia di persone ancora in attesa di essere accolte.


Per il fondatore della vostra comunità, Andrea Riccardi, questi numeri mostrano che c’è “un’Italia disponibile a integrare i migranti con le proprie energie e a costo zero per lo Stato”. Questo dimostra che il clima è diverso da quello di ostilità e indifferenza che viene descritto nel nostro paese?

Sì, perché in Italia ci sono forze e energie di solidarietà e accoglienza che si sono volute esprimere con i corridoi umanitari. Quando dai alle persone la possibilità di fare del bene, molte rispondono di sì. Hanno capito che tante volte la vita di una persona vulnerabile dipende da un nostro “sì” o da un nostro “no”. Tutti i “no” che stiamo dicendo sono porte in faccia che chiudiamo violentemente davanti a persone soffrono, in primo luogo per la guerra. Papa Francesco parla di “terza guerra mondiale a pezzi”.

Anche i “no” dei governi?

Certo, assolutamente, mi riferisco proprio a loro, che spesso influenzano anche le persone con campagnie sbagliate dal punto di vista della propaganda politica, a mezzo stampa o dei social media. Anzi, mi rallegro che il vostro lavoro sia veramente controcorrente, di vera informazione. Dobbiamo dare alla gente la possibilità di dire “sì”. I corridoi umanitari sono stati questo: tante persone che si ribellano pacificamente a questo clima di chiusura. Ci sono famiglie, persone, associazioni, parrocchie, che attraverso l’accoglienza hanno risposto a un altro grande problema, quello dell’integrazione.
Può dirci qualcosa in più sui nuovi corridoi umanitari col Corno d’Africa?

Analogamente a quelli con il Libano, è stato proposto al governo italiano da parte della comunità di Sant’Egidio insieme alla Conferenza episcopale italiana (Cei) un corridoio dall’Etiopia per persone provenienti dai paesi del Corno d’Africa che vivono particolari sofferenza. Questo primo corridoio, previsto per 500 persone, è stato esaurito e ora abbiamo discusso un secondo protocollo per altre 500 persone.

Il criterio è sempre lo stesso: vengono privilegiate le persone più vulnerabili, mamme sole con bambini, anziani, persone malate o con disabilità. Questo evita che finiscano nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Anche il governo ha disposto dei corridoi umanitari, definiti un flop perché gran parte dei rifugiati giunti in Italia sono fuggiti all’estero.

Questi non sono veri e propri corridoi umanitari, perché non garantiscono integrazione come fanno quelli organizzati dalla comunità di Sant’Egidio insieme alla Chiesa Valdese e alla Cei. Queste persone sono collocate in centri di accoglienza dello Stato, non c’è un progetto dietro che ne garantisca l’integrazione.


Se da una parte ci sono misure come i corridoi umanitari, che favoriscono l’immigrazione regolare, dall’altra c’è il decreto sicurezza che farà aumentare il numero di irregolari in Italia. Voi cosa ne pensate?

Noi abbiamo già espresso sia in sede istituzionale al parlamento nelle audizioni, sia a Palazzo Chigi sia al ministero dell’Interno le nostre perplessità su alcuni punti del decreto sicurezza, dando anche dei suggerimenti su cosa si sarebbe potuto migliorare.

Quello che ci colpisce è soprattutto l’idea di una penalizzazione di queste persone, perché uscire dalla protezione umanitaria comporta un indebolimento del percorso di integrazione nel nostro paese, che spesso è molto lento perché non ci sono buone pratiche o leggi che lo favoriscano. Molte persone finiscono nell’irregolarità per i motivi più diversi, anche indipendenti dalla loro volontà. Per noi il tema è lavorare meglio sull’integrazione, e questo decreto non lo fa.

Un’altra misura del governo che avete in parte criticato è il reddito di cittadinanza, che esclude secondo voi i poveri assoluti perché richiede 10 anni di residenza in Italia, di cui almeno due continuativi, lasciando fuori le persone senza fissa dimora.

Non siamo contrari al reddito di cittadinanza, ma siamo favorevoli che raggiunga anche le parti più povere della nostra società. Il reddito di cittadinanza infatti non raggiunge le persone che non hanno una residenza – pensi a tutte le persone senza fissa dimora che ci sono in Italia, sono migliaia. Il problema non è solo non avere un lavoro, ma anche non avere una casa, una residenza. La povertà assoluta è fatta di molte cose: il lavoro spesso è l’ultimo anello della catena. Per questo abbiamo proposto delle modifiche parlamentari al disegno di legge. I requisiti andrebbero allargati: chi non ha il lavoro ma ha la casa è già più fortunato di chi non ha il lavoro ma vive per strada.

Di recente sono stati pubblicati dati che evidenziano episodi di razzismo in crescita in Italia. La vostra comunità ha percepito questo aumento?

Possiamo confermare che in Italia c’è un indurimento del clima verso le persone più povere in generale, ma particolarmente verso le persone straniere, coloro che vengono dall’Africa ma anche dall’Asia. Questo non è solo un portato di certe politiche o messaggi che vengono dati – certamente questi aggravano la situazione – ma è un portato del mondo globalizzato.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento d’epoca, che se affrontato con la chiusura e il sospetto verso gli altri alla fine non favorisce la fiducia della gente nel futuro. Il rischio è quello di chiudersi dietro dei muri o un discorso identitario che secondo noi ha poco senso. Cosa significa oggi essere italiani? Bisognerebbe capirlo meglio, se ne sta discutendo dall’unità d’Italia. E oggi cosa significa chiudersi in un’identità mentre siamo al centro di venti gelidi che vengono da nord, sud, est e ovest?

Viviamo in un mondo molto più grande di quello in cui siamo nati. Il problema è anche capire cosa significa vivere nella globalizzazione, convivere con persone che vengono da altre culture, religioni e storie. Bisogna guardare l’incontro con l’altro in maniera positiva, se lo guardi in modo negativo o con paura avrai delle reazioni scomposte e quindi l’aumento di episodi di razzismo o mancanza di civiltà.

È un tema che ci accomuna, le politiche sovraniste stanno crescendo in tutta Europa perché fanno leva su queste paure, che vanno anche capite, ma non giustificate, e a cui bisogna dare secondo noi un altro tipo di risposta.


Possiamo dire che alle prossime elezioni europee una vittoria dei sovranisti sarebbe una sconfitta di civiltà?

Sono fiducioso che non sarà un’elezione a cambiare il nostro continente, che ha un fondamento nei grandi temi della pace, della solidarietà, dei diritti. Queste basi, sperimentate da più di 70 anni, credo potranno resistere ai venti del sovranismo.

Andando invece al tema dei rimpatri, da dati recenti risulta che il ministro Salvini nei primi sei mesi di governo ne ha eseguiti meno di Minniti, e si tratta comunque di una cifra molto più bassa di quanto promesso. Possiamo dire che è stato un fallimento?

Più che un fallimento i rimpatri non sono una misura adeguata a rispondere al grande tema migratorio. Possono accontentare qualche persona che ce l’ha con gli immigrati o che pensa che ci sia un’invasione, ma è uno spot elettorale più che una vera realtà di cambiamento.

I rimpatri sono solo un piccolissimo aspetto, il tema della migrazione va affrontato con politiche di integrazione e politiche condivise tra tutti i paesi europei.
Voi quindi siete a favore della regolarizzazione dei migranti irregolari?

Per noi la proposta più valida sarebbe creare dei visti europei di lavoro, aprendo un dialogo con i paesi africani da cui più emigrano queste persone. Si potrebbero creare dei flussi a livello europeo, che soddisfino il bisogno di manodopera dei nostri paesi, ma chiedendo anche l’impegno di fissare delle quote, per impedire immigrazioni troppo massicce.
Anna Ditta

giovedì 26 luglio 2018

"Ciò che c'è da fare. Rom: parole gravi e fatti necessari" Editoriale di Marco Impagliazzo

Avvenire
Nel discorso pubblico, come in ogni momento della vita, le parole sono importanti. Hanno un valore e un peso. Se si tratta di personaggi pubblici, addirittura figure istituzionali, l’uso delle parole è ancora più delicato perché vengono diffuse, amplificate, giungono alle orecchie di un pubblico vasto. 


Queste parole possono influenzare le opinioni pubbliche e spesso sono dette proprio a questo scopo. Per questo lascia perplessi il linguaggio di un importante ministro della Repubblica a proposito di una minoranza variegata presente in Italia da tempo, quella dei rom (mi si perdoni la semplificazione). Parlare, come ha fatto ieri il ministro Salvini, in sorprendente risposta a un efficace intervento del presidente Mattarella che ricordava le persecuzioni subite da questa minoranza a causa delle leggi razziste del 1938, di «30.000 persone che si ostinano a vivere nell’illegalità » definendoli «sacca parassitaria», suona pregiudiziale verso un’intera comunità, oltre che non corrispondente alla realtà.

Forse ci si è dimenticati che la definizione «parassiti » nella storia del Novecento è stata utilizzata per gli ebrei, quando venivano accusati di praticare l’usura. 

Chi conosce la storia sa che da questa e altre definizioni si è passati a emarginare e poi considerare nemica quella minoranza con le conseguenze tragiche che sappiamo. Fosse soltanto per questo, mentre facciamo memoria degli ottant’anni delle leggi razziste, quest’espressione va bandita quando si parla di persone. 

Il punto è che stiamo parlando di 150mila persone appartenenti a comunità rom, sinte, camminanti e altre denominazioni, di cui per metà cittadini italiani e buona parte di Paesi comunitari come la Romania e la Bulgaria. 

Va ricordato il dato più evidente: si tratta di una popolazione molto giovane. Il 35,7% dei rom in Italia ha meno di 15 anni, mentre i loro coetanei non rom in Europa raggiungono soltanto il 15%. C’è poi un altro dato che ridiscute le categorie vecchie con cui si guarda ai rom considerandoli nomadi: l’80% sono ormai stabili. I rom chiedono stabilità.

La Commissione europea nel 2011 delineò quattro assi portanti della politica del continente sui rom: inserimento nel mondo del lavoro, politica di alloggi, accesso alle cure e all’istruzione. Segnano la strada pero una politica di integrazione che si misura sulla realtà e non guarda gli stereotipi o gli antichi pregiudizi. L’integrazione appare l’unica strada per evitare fenomeni di antigitanismo e combattere l’illegalità nel popolo rom. La prima integrazione deve partire dalla scuola poiché più di un terzo della popolazione rom è in età scolare.

Quindi concordiamo con il ministro che si debba fare di tutto perché i bambini rom frequentino la scuola. Chi scrive è impegnato a far sì che questo processo coinvolga il maggior numero di minori rom. Chi scrive conosce anche le difficoltà legate a questa frequenza quando si vive nei campi, in cui spesso mancano acqua e elettricità, l’immondizia non viene raccolta e per i bambini è difficile lavarsi e presentarsi decentemente ai loro compagni di scuola. Tanto si è fatto in questi ultimi anni per garantire una normale frequenza scolastica, ma la soluzione è nel superamento dei campi. È su questo che si deve misurare la politica nazionale e le politiche comunali.

Dove ci sono problemi d’illegalità li si affronti come prevede la legge, soprattutto quando dell’illegalità sono vittime i minori. Quella rom è una questione di lungo periodo, che la politica nazionale e locale hanno spesso rinviato. Laddove lo si è fatto, la situazione è radicalmente cambiata. Non mancano gli esempi positivi di integrazione in grandi città come Torino e Milano. 

È ora di superare la logica dell’emergenza e dei campi, affrontando da grande Paese europeo un problema che tocca un numero molto limitato di persone. Che sono tutte importanti, come ogni altro cittadino.

Marco Impagliazzo

martedì 21 marzo 2017

Giornata contro il razzismo, Marco Impagliazzo: ''Contrastare l’intolleranza con il dialogo e l'integrazione''

www.santegidio.org
Si celebra il 21 marzo, la Giornata per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a ricordo del massacro di Shaperville, dove il 21 marzo 1960 la polizia sudafricana uccise 69 manifestanti che protestavano pacificamente contro l’apartheid.



"La giornata - commenta il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo - sia occasione di riflessione sulle crescenti manifestazioni di intolleranza e violenza che, recentemente, hanno colpito nel nostro Paese stranieri e Rom, ma anche soggetti deboli, come senza dimora e anziani".
"Antidoto al razzismo - aggiunge Impagliazzo - è un lavoro lungimirante e tenace per favorire il dialogo e l’integrazione, sia da parte delle istituzioni che da parte della società civile. In un’Europa, attraversata da sentimenti populisti, è necessario più che mai investire sulla cultura del vivere insieme".

martedì 15 novembre 2016

Un anno dopo: vie di fede e di pace. Oltre Bataclan

Avvenire
di Marco Impagliazzo
Un anno fa un commando jihadista fece strage al teatro Bataclan, a Parigi. L’attacco ha inaugurato una stagione in cui l’Europa occidentale è ridivenuta scenario di atti terroristici e ha fatto emergere il problema della radicalizzazione dei giovani musulmani. Dopo il Bataclan, Bruxelles, Nizza, Rouen, la Germania.


Nell’ultimo anno la convivenza tra uomini e donne di fedi diverse è sembrata più difficile. Ma se tanti hanno parlato di muri da erigere, tanti altri hanno lavorato per costruire ponti di rispetto e di dialogo. La Chiesa di Francia ha brillato per dignità e ricerca di vie di incontro. Per questo triste anniversario i vescovi francesi hanno scritto tra l’altro: «Preghiamo perché i nostri concittadini musulmani possano essere pienamente attori della nostra unità nazionale e perché tutti i cittadini crescano nella stima reciproca e nella ricerca del bene comune».

Sono parole che si uniscono a quelle di papa Francesco, che in tante occasioni ha rilevato come «il dialogo ecumenico e interreligioso non [sia] un lusso, ma qualcosa di cui il mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno». 

Ovvero molti musulmani, uomini e donne di pace che si ribellano a che la loro religione sia presa in ostaggio da un pugno di estremisti violenti. 

Pochi mesi fa il grande imam di al-Azhar, al-Tayyib, la più alta autorità dell’islam sunnita, ha voluto rendere omaggio alle vittime dell’eccidio di Parigi, dicendo: «Noi imam dobbiamo rinnovare il nostro discorso, parlando di integrazione e coesistenza. Il musulmano è fratello del non musulmano».

Del resto, la questione è più larga. Il Bataclan ci ha insegnato che bisogna cercare insieme la sicurezza. Ad Assisi, a settembre, si è detto che le religioni devono essere alleate in nome di una pace che – sola – è santa. Ma, anche, che si deve guardare con più attenzione al vuoto che alberga nel cuore di tanti giovani occidentali, offrire loro una mano amica, una speranza, il senso di una comunità. Prima che sia troppo tardi.

Olivier Roy, orientalista francese, ha sviluppato un’analisi originale della presa del jihadismo tra i giovani europei. Ha sostenuto che i terroristi coinvolti negli attentati di Parigi non vivevano una fede comunitaria e che il loro era un «individualismo forsennato» e violento, da «eroi» solitari, in lotta contro tutto e tutti. Il jihad, per loro, era alla fin fine quanto di più simile alle «passioni tristi» e al nichilismo che i media e una vita senza reti alimentano, garantiva «il maggiore grado di rifiuto del sistema», era «l’unica causa radicale sul mercato».

Il problema non è tanto – o non è solo – quello di una necessaria vigilanza contro l’estremismo religioso. Dobbiamo renderci conto del dramma delle giovani generazioni, in particolare di quelle che vivono nelle periferie urbane, della loro emarginazione e mancanza di prospettive. Qui si insinua il radicalismo jihadista, mentre d’altra parte pesa la mancanza di padri e di maestri, l’allentarsi dei legami, lo sfocarsi delle visioni comuni.

Una donna musulmana Latifa ibn Ziaten, madre di Imad, parà francese di origine marocchina, assassinato a Tolosa nel marzo 2012 da un franco-algerino radicalizzatosi in prigione, ha scritto: «Daesh disumanizza i giovani, li svuota. Non hanno più pietà perché sono stati svuotati dell’amore. L’anno scorso ho visto più di 9mila studenti. C’è sofferenza e mancanza di speranza. I giovani che abitano nelle periferie soffrono della mancanza di […] adulti che possano dar loro una speranza, ce ne sono pochi oggi. […] Per me, la radicalizzazione ha le sue radici nella sofferenza, nell’oblio in cui è lasciata questa generazione che sta crescendo. […] È un lavoro in profondità, un lavoro da formiche. Bisogna guarire la cicatrice prima che si ampli». Oggi questa donna ha fondato un’associazione che parla ai giovani per sensibilizzarli e prevenire ogni deriva estremista.

L’anniversario del Bataclan ci deve svegliare. Non per gridare o alzare muri, ma per metterci al lavoro per colmare il vuoto di legami e di sogni che la nostra società ha finito per creare. Iniziando a riempirlo di senso, di gesti, di parole, di scelte. Lo dobbiamo alle vittime, a noi stessi. E alla generazione del futuro.

sabato 12 dicembre 2015

Rifugiati - Incontro tra Marco Impagliazzo e il commissario europeo Avramopoulos. Progetto canali umanitari di Sant'Egidio possibile paradigma per l'Europa

www.santegidio.org
Migrazioni e integrazione al centro dell'incontro tra Marco Impagliazzo e il commissario europeo Avramopoulos.La delegazione di Sant'Egidio ha illustrato le proposte di protezione umanitaria per i profughi che, ha detto il commissario UE "possono diventare un paradigma per l'Europa"

L'11 dicembre una delegazione della Comunità di Sant'Egidio, guidata dal presidente Marco Impagliazzo, ha incontrato il commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, Dimitris Avramopoulos.

Nel corso del colloquio sono stati affrontati i temi dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti che bussano alle porte dell'Europa ma anche le soluzioni praticabili per evitare i "viaggi della disperazione" come i canali umanitari - progetto che la Comunità sta portando avanti con la Federazione delle Chiese Evangeliche - e di introdurre nel sistema legislativo le sponsorship che prevedono la presa in carico dei profughi da parte delle associazioni e della società civile.

Avramopoulos ha incoraggiato il lavoro di Sant'Egidio e le sue proposte in tema di difesa dei diritti dei rifugiati assicurando che saranno portate all'attenzione della Commissione e del Consiglio europeo: "Ciò che fate è prezioso perché avete la capacità di arrivare dove non riescono le istituzioni e mobilitare la società civile. Per questo sosteniamo le vostre proposte per la protezione umanitaria dei rifugiati che si trovano in situazione di vulnerabilità: possono diventare un paradigma di accoglienza per l'Europa".

lunedì 16 novembre 2015

Marco Impagliazzo - La lezione del Papa sulla violenza, una bestemmia usarla in nome di Dio

Huffigton Post
Marco Impagliazzo - Presidente della Comunità di Sant'Egidio

"Giustificare questa violenza in nome di Dio è una bestemmia!". Papa Francesco va dritto al punto delle discussioni sorte in queste ore per togliere qualsiasi tipo di motivazione religiosa al terrorismo. A quello che ha sconvolto Parigi e tutti noi, ma anche ad ogni atto violento: "La strada dell'odio e della violenza non risolve i problemi dell'umanità!". La bestemmia, per Francesco, è quella di chi vorrebbe dimostrare che la salvezza dell'umanità passa attraverso la distruzione dell'uomo. Per il Papa non c'è opposizione più grande a questa idea, perché si fa interprete di un pensiero cresciuto da anni in tanti credenti di diverse religioni e mostrato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, ma ancora abissalmente lontano da tante menti che credono alla guerra santa.

Non c'è guerra santa, ma "solo la pace è santa". È questo il cuore delle religioni. Quelli di Parigi sono quindi eventi fuori misura. Per la religione e per l'umanità. L'unica spiegazione sta nella forza nichilista dell'odio e della violenza, che mette a dura prova la forza morale delle nostre società. Occorre riconoscere che, di fronte agli attacchi terroristici che hanno sconvolto Parigi, nessuno in queste ore ha una ricetta in tasca, un'iniziativa che può considerarsi vincente. Prevale, anche se per lo più inconfessato, un diffuso sentimento di impotenza. È esattamente ciò che vuole il terrore. Occorre, al contrario, reagire. Ma come? Se siamo in guerra, si dice, l'unica soluzione è affidare tutto alle armi: violenza contro violenza. Sembra logico, ma è troppo semplice per un problema così complesso.

È giusto proteggere le nostre città, fare di tutto perché siano sicure. Fare la guerra però è un'altra cosa. Anche perché oggi non sappiamo esattamente contro chi dobbiamo farla. Certo, contro i terroristi, ma - verrebbe da dire - forse anche contro noi stessi, giacché una parte consistente di chi attacca e uccide cittadini inermi viene dalle nostre città europee, dalle periferie di Londra, Bruxelles o Parigi, da quelle che dieci anni fa erano le banlieues in fiamme e oggi restano quartieri-mostro in cui si nasconde un micidiale sentimento di rivalsa, frutto di una mancata integrazione, pronto ad esplodere, spontaneamente o su commissione. Tanti dicono che non si è voluto vedere, che "dovevamo fare la guerra prima". È una risposta superficiale e istintiva: soprattutto occorre una politica e prima ancora la cultura per capire cosa accade in Medio Oriente. Diciamoci la verità: pochissimi si sono preoccupati di trovare soluzioni per ciò che accadeva vicino a noi, appunto, nelle nostre periferie. Ancor meno hanno riflettuto sul Medio Oriente e sull'Africa dei conflitti, divenuti anch'essi vicini per l'arrivo di migliaia di profughi in cerca di salvezza.

Oggi il tentativo dei terroristi, oltre provocare morti e feriti, è quello di gettare scompiglio e confusione nelle nostre società. Ci lasceremo demolire dalle aggressioni? Lasceremo che i nostri valori di libertà e di solidarietà, seppure fortemente colpiti, siano distrutti? In queste ore ci confrontiamo con la capacità non solo di evitare gli incidenti ma anche di affrontarli. Come affrontare un incidente che non si è riusciti a evitare? Con il rifiuto di cedere alla trappola dell'odio e della vendetta, con il rafforzamento della coesione sociale e della convivenza pacifica che i terroristi cercano di perturbare e distruggere, resistendo e prendendo coscienza che la libertà dell'uomo ha risorse insospettabili. La risposta passa nel mettere insieme tutte le forze che ripudiano il terrore e credono sia possibile vivere insieme dissociando assolutamente il proprio credo, politico o religioso, e la propria appartenenza nazionale o etnica, da ogni forma di violenza.

Ci sono tali forze, anche se a volte nascoste. Sono tante e possono, anzi, devono fare argine al terrorismo. Tra di loro molti sono credenti, di diverse religioni: facciano sentire la loro voce nel modo più forte possibile. Sono la grande maggioranza, anche se fanno fatica ad emergere, stretti come sono, da crescenti radicalismi autoritari. Aiutiamoli, tutti noi, a prevalere su chi, all'interno della propria stessa confessione, pensa che l'unica soluzione sia lo scontro. Solo così si potrà giungere ad una pace vera: se è necessario disarmare le mani, occorre al tempo stesso lavorare per disarmare i cuori. Non è utopia, ma sano realismo umanista. Basta pensare ai disastri che hanno accompagnato tante, recenti, guerre fatte in Medio Oriente. Ora, che la paura è grande, non cediamo alla tentazione di chiuderci nei nostri recinti, ma promuoviamo incontri, alleanze fra cristiani, ebrei, musulmani, fra tutti coloro che amano la pace. Partiamo dall'Italia, dove - lo crediamo - le istituzioni possono collaborare con le religioni e la società civile per prendere iniziative forti e convincenti, in nome di un'Europa che non si rassegna alla violenza.

venerdì 24 aprile 2015

New book - Il martirio degli armeni - Un genocidio dimenticato

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nel giorno della commemorazione dei 100 anni del genocidio del popolo armeno:




Marco Impagliazzo


Il martirio degli armeni
Un genocidio dimenticato


Editrice La Scuola

pp. 176 - 13,50 Euro
ISBN 9788835040699





È stato il primo genocidio del Novecento. Più di un milione di armeni cristiani dell’Impero ottomano sono stati uccisi, in massacri e marce della morte, durante la Prima guerra mondiale, a partire dal 1915, esattamente cento anni fa. Ritorsione per la collaborazione con la Russia nemica o attuazione di un disegno nazionalista, per il quale la nuova Turchia doveva essere etnicamente e religiosamente omogenea, tutta turca e tutta musulmana? Sempre negato da parte turca, il genocidio degli armeni è stato dimenticato per decenni. Di recente, nuove indagini e ricerche hanno fatto luce su una vicenda tragicamente moderna e fornito risposte a domande importanti: chi diede l’ordine di uccidere? Come fu attuata una strage di così incredibili proporzioni? Agile e aggiornato, opera di uno dei primi storici italiani ad occuparsi della questione armena, questo volume si rivolge in particolare ai giovani e ai lettori che vogliono conoscere, comprendere, ricordare.

Marco Impagliazzo è professore ordinario di Storia contemporanea nell’Università per Stranieri di Perugia e Presidente della Comunità di Sant’Egidio. Studioso della Chiesa cattolica nel XIX e XX secolo e, più in generale, del fenomeno religioso in Europa e dei rapporti tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam nel Mediterraneo in epoca contemporanea, si è occupato, tra i primi in Italia, della "questione armena” nell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale. Tra le sue pubblicazioni: Duval d’Algeria. Una Chiesa tra Europa e mondo arabo 1946-1988 (Studium, 1994); Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni, 1915-1916 (Guerini, 2003); La diocesi del Papa. La Chiesa di Roma e gli anni di Paolo VI (Guerini, 2006); Shock Wojtyla. L’inizio del pontificato (San Paolo, 2010)

mercoledì 22 aprile 2015

Comunità di Sant'Egidio: immigrazione, per evitare nuove tragedie corridoi umanitari

Radio Vaticana
La Comunità di Sant’Egidio, assieme alle Chiese evangeliche, ribadisce il suo no a un intervento armato in Libia. Piuttosto è disposta ad aprire, finanziandosi da sola, desk umanitari da dislocare nei paesi limitrofi alla Libia, come in Marocco ma anche in Libano. 

Punti di accoglienza dei migranti che, in collegamento le ambasciate europee, consentano ai richiedenti asilo di ottenere un visto umanitario per l'Europa. Per Marco Impagliazzo, presidente della Comunità, questa è una possibilità già prevista dall’Accordo di Schengen:
“Naturalmente ci vorrà del tempo perché la voce si deve diffondere. Vogliamo mettere in pratica quelle leggi che ci sono e i sistemi di funzionamento dell’Unione Europea, che giustamente è quella che oggi fa la politica delle migrazioni. Noi pensiamo che questo sia un metodo piccolo inizialmente, ma che potrà dare grandi risultati”.

Sant’Egidio poi ha chiesto al governo di Tripoli di perseguire i trafficanti e di distruggere i barconi, cosa non facile però vista la scarsità di mezzi. No però a un blocco, dice il fondatore della Comunità Andrea Riccardi:

“Il discorso al sabotaggio richiede una collaborazione, come avvenne in Albania, dello Stato rivierasco. E chi controlla quelle rive? Io credo che alcune operazioni andrebbero fatte, andrebbero colpiti, ma qui c’è l’intelligence e le azioni di sabotaggio. La parola blocco mi sembra eccessiva".

venerdì 12 dicembre 2014

Appello di Marco Impagliazzo, Presidente di Sant'Egidio: "Ripristinare Mare Nostrum per salvare vite umane"

Comunità di Sant'Egidio
Commentando i dati dell'Alto Commissariato ONU per i rifugiati: “La perdita di vite umane non è un danno collaterale. Non si possono abbandonare i rifugiati al loro destino"

Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo commenta i dati forniti dall’Alto commissariato per i rifugiati e lancia un nuovo appello all’Italia e all’Europa sull’immigrazione: “L’esperienza di Mare Nostrum va ripristinata".
Roma - “La perdita di vite umane non può mai essere considerata come un danno collaterale: anche dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum i rifugiati che si trovano in pericolo attraversando il Mediterraneo non possono essere abbandonati al loro destino”.

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo rilancia la denuncia dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati che, di fronte al numero crescente di vittime del mare, ben 4.272 nel mondo dall’inizio dell’anno, di cui 3.419 nel Mediterraneo, alla vigilia del suo Forum annuale ha messo in guardia la comunità internazionale “dal rischio di distogliere l’attenzione nel salvare vite umane”. “I dati forniti dall’Acnur – sottolinea Impagliazzo - sono impressionanti. Non è accettabile che l’Europa resti insensibile di fronte ad una tragedia ormai quotidiana o che si accontenti di soluzioni che non rispondono pienamente all’esigenza di salvare persone alle quali oltretutto – come ricorda lo stesso Alto commissariato – viene riconosciuto, per oltre la metà, l’asilo politico”.

Di fronte a quella che continua ad essere un’emergenza umanitaria, non gestibile con provvedimenti ispirati dalla sola preoccupazione di difendere la sicurezza, il presidente della Comunità di Sant’Egidio rivolge un nuovo appello all’Italia e all’Europa perché con l’avvio di Triton e con le operazioni di Frontex “non venga smarrito il patrimonio acquisito dall’Italia con Mare Nostrum dopo la tragedia di Lampedusa”. E chiede “il ripristino di quell’esperienza che è servita a salvare tante vite umane”. “Il complesso fenomeno dell’immigrazione – ha aggiunto Impagliazzo – va affrontato guardando ai motivi che spingono le persone ad abbandonare il loro Paese – come sottolinea l’Alto Commissariato – e non con misure di mera deterrenza”.

lunedì 24 novembre 2014

Pena di morte, verso l’abolizione totale. Sant’Egidio: «Non c’è giustizia senza vita»

Corriere della Sera
New York – Lo scorso 21 novembre la vasta maggioranza dei paesi del mondo ha dato l’appoggio alla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per istituire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione globale della pena di morte: 114 dei 193 stati membri hanno votato a favore della risoluzione, che verrà esaminata a dicembre dall’Assemblea Generale in sessione plenaria per la definitiva approvazione.
Per Chiara Sangiorgio, facente parte del Segretariato Internazionale di Amnesty International in qualità di esperta sulla pena di morte, non ci sono dubbi: «Il voto conferma che un numero sempre maggiore di paesi concorda sul fatto che la pena di morte è una violazione dei diritti umani che deve cessare. Il voto trasmette inoltre un messaggio chiaro alla minoranza dei paesi che ancora usa la pena capitale: siete sul lato sbagliato della storia».

Le fa eco Marco Impagliazzo, della Comunità di Sant’Egidio che saluta con grande soddisfazione il nuovo passo in avanti sperando che questo sia decisivo nel cammino verso l’abolizione della pena di morte. «L’Italia è da sempre in prima fila nella battaglia – commenta Impagliazzo – e vedo una nota positiva nella presenza, tra i nuovi Paesi che aderiscono per la prima volta alla moratoria, della Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, che non applica più la pena capitale fin dagli anni Novanta nonché l’adesione di paesi africani e asiatici. La Comunità di Sant’Egidio conduce da anni un’intensa opera di sensibilizzazione sui temi del rispetto dei diritti e della umanità della pena e oggi, con ancora più decisione, possiamo dire che non c’è giustizia senza vita».

Il voto espresso nel Terzo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si occupa di temi sociali, umanitari e relativi ai diritti umani è un importante indicatore di ciò che accadrà a dicembre, quando si attende che la risoluzione sia approvata in sessione plenaria. Seppur non vincolanti dal punto di vista legale, le risoluzioni dell’Assemblea Generale hanno un peso morale e politico considerevole con cui i grandi del Pianeta Terra devono fare i conti.
di Alessandro Barba 

venerdì 3 ottobre 2014

Iran: Comunità S.Egidio rilancia appello madre di Reyhaneh, donna condannata a morte.

Adnkronos
"Raccogliamo e rilanciamo l'appello della madre di Reyhaneh e ribadiamo la nostra più totale contrarietà alla condanna capitale: la giustizia si realizza con la cultura della vita, non con la pena di morte". E' quanto afferma all'Adnkronos il presidente della Comunità di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, a proposito del caso della giovane donna iraniana, condannata a morte per l'omicidio dell'uomo che la stava stuprando, la cui madre tramite Aki Adnkronos International ha fatto appello alle mamme e ai politici italiani, al Papa e al Vaticano.

"La pena di morte è sempre inaccettabile - ribadisce Impagliazzo - perché non si può credere in una giustizia che toglie la vita a una persona. L'Italia è impegnata anche all'Onu contro la pena capitale e per l'Iran, che sembra dare segni di apertura internazionale, questa potrebbe essere una buona occasione anche diplomatica da cogliere, oltre che un atto di giustizia in favore del valore della vita umana".


Link
2 ottobre 2014 - Iran, rinviata di 10 giorni l'impiccagione di Reyhaneh Jabbari

1 ottobre 2014 - Iran - Per Reyhaneh Jabbari donna condannata a morte in Iran il disperato appello della madre