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lunedì 4 marzo 2019

Migranti. Decreto sicurezza, chiusura dei centri di accoglienza: «A rischio 50mila posti di lavoro» e per i migranti lavoro nero e maggiore insicurezza per tutti

Avvenire
Valeria Cattaneo, 35 anni di Brescia, è preoccupata. Tra poche settimane sarà licenziata. Alcuni suoi colleghi sono già a casa. "Ho paura - spiega Valeria - per le spese mensili che faticherò a sostenere, ma c'è anche amarezza nel vedere svilito il lavoro su cui in tanti abbiamo investito".


Dopo una laurea in Lingua, la futura disoccupata ha conseguito un master in didattica, frequentato corsi di aggiornamento e addirittura scritto dei testi sul tema. Da tre anni insegna italiano ai profughi accolti nel Bresciano. Oggi la sua cooperativa è scesa da 180 ospiti in diversi sedi a una quarantina ("Non sono né scomparsi, né rimpatriati", precisa).

A breve è prevista una nuova riduzione, per questo ha perso il posto. La nuova sicurezza in salsa gialloverde, quella prevista dalla legge 132 voluta da Salvini, passa anche da qui: il licenziamento di tanti operatori. Sono 50mila quelli a rischio in tutta Italia, secondo la Funzione Pubblica- Cgil; a questi vanno aggiunti i lavoratori assunti in altro modo, come i 75 lasciati a casa dopo la chiusura del centro di via Corelli a Milano, che erano impiegati con il contratto del commercio. Una forza lavoro a maggioranza femminile e prevalentemente giovane.

Spiega Maurizio Bove, responsabile Immigrazione della Cisl: "La nuova legge colpisce migliaia di giovani professionisti: insegnanti, psicologi, mediatori culturali, tutti con lauree e master specifici. Con le loro competenze e la loro passione, queste persone stavano provando ad andare oltre l'approccio emergenziale che finora ha caratterizzato l'accoglienza, ma oggi si trovano all'improvviso espulsi dal mercato: non si tratta di mettere fine alla "mangiatoia", ma di tagliare fondi ad un nuovo settore che poteva caratterizzarsi come un'eccellenza".

Un altro esempio viene proprio dal secondo impiego di Valeria: oltre all'insegnamento dell'italiano nei centri, ha lavorato a Labour Int, un progetto pilota che vedeva insieme aziende, il Comune di Milano e la Cisl per l'inserimento lavorativo dei profughi. "Di 40 che hanno fatto il tirocinio, 25 sono stati assunti con contratti fino a tre anni". Ora quel modello non sarà più replicabile, una collega di Valeria, Maddalena Camera, che ha 32 anni, è rimasta a casa. Gli stessi richiedenti asilo, con le nuove norme volute da Salvini, rischiano di rimanere senza permesso di soggiorno, perdendo il contratto che hanno già firmato.

Non scompariranno, finiranno nell'irregolarità e quindi nel lavoro nero. Eppure, tagliare le ore di italiano e i progetti di inserimento lavorativo, ridurre il numero di psicologi che aiutano gruppi di adolescenti che hanno visto morire un compagno di viaggio, è coerente con la filosofia della legge "sicurezza".

Basta leggere i bandi che le Prefetture stanno emanando per la gestione dei centri nel 2019: a Milano è stato pubblicato a inizio febbraio, a Monza più di recente, in tutta Italia la linea è quella dettata da Roma. Secondo Valerio Pedroni, dei Padri Somaschi, "la linea del governo produce due danni: l'abbandono delle persone nei centri, sempre più parcheggiate e spinte a buttare via il tempo senza fare niente, neanche imparare l'italiano, e il taglio di posti di lavoro". Pedroni è responsabile per l'area migranti del Cnca Lombardia, il coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza guidato da don Armando Zappolini.

"In Lombardia gestiamo circa 2mila posti letto, ma a queste condizioni metà rischiano di non venire rinnovati". Almeno altri cento lavoratori resteranno a casa. Valeria e i suoi colleghi, la Cisl e gli altri sindacati, il Cnca e tante realtà dell'accoglienza di qualità saranno in piazza oggi a Milano per "People-Prima le persone", la grande manifestazione in difesa dei diritti di tutte le persone. Dai disabili colpiti dai tagli ai bambini a cui si toglie il piatto a mensa, fino ai profughi a cui si impedisce di costruire il futuro nelle nostre città. "Siamo stati travolti - dice Daniela Pistillo del Comitato Insieme senza Muri - da un'ondata di partecipazione che è andata ben al di là delle nostre aspettative. Sarà una bella giornata".

Stefano Pasta

domenica 11 novembre 2018

Sant'Egidio - La mensa di Via Dandolo a Roma compie 30 anni: accolte come in una famiglia 200.000 persone italiani e stranieri insieme

www.santegidio.org
La mensa di Via Dandolo 10, a Roma, è sempre gremita. Ma venerdì 9 novembre era piena fino all'inverosimile. C'erano proprio tutti: quelli che venivano per la prima volta e gli amici di sempre. Tutti riuniti per celebrare i 30 annni di questo luogo dove, come ha detto il presidente di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, nel suo saluto, "si è formata e si forma ogni giorno una famiglia".


Un luogo con una storia particolare, passato attraverso la sofferenza delle leggi razziste del 1938, divenuto, proprio il 9 novembre 1988, a 50 anni da quelle leggi e dalla terribile "Notte dei cristalli", uno dei luoghi più rappresentativi di quell'accoglienza che, come ha recentemente ricordato Andrea Riccardi, è espressione dello Spirito di Dio: quasi 200.000 le persone accolte in 30 anni, più di 3 milioni di pasti consumati attorno a questi tavoli. 


Tante storie di vite perse e ritrovate. Le immagini della festa e le parole di Marco Impagliazzo ci rendono tutti partecipi di questa festa e di questa gioia.

Il saluto di Marco Impagliazzo >>>

sabato 3 novembre 2018

Migranti. Lampedusa, l'accoglienza invisibile. «Ora accusateci di favoreggiamento»

Avvenire
Mentre prepara dodici grossi panini al tonno, Mauro si ferma un istante per concedersi alla spavalderia: «Dovrebbero deportarci tutti per favoreggiamento dell’immigrazione illegale». Ma a Lampedusa chiunque indossi una divisa sa di dover chiudere un occhio. Perché di questi tempi perfino portarsi in casa e sfamare un ragazzo che parla arabo è da "carbonari della solidarietà". Figurarsi dodici.


L’isola ribelle ha coniato negli anni un suo codice di sopravvivenza alle lunatiche imposizioni dall’alto. Il bene, qui, è anche questione d’innata astuzia. «Come si dice: non sappia la destra ciò che fa la sinistra», ricomincia Mauro che davanti alla chiesa di San Gerlando incontra come ogni sera i migranti tunisini che, sempre grazie a chi chiude un occhio, da un buco nella recinzione escono dal centro di prima accoglienza in collina per raggiungere l’abitato che affaccia sul porto. Vi rientreranno a tarda sera, dopo quattro chiacchiere con i nuovi amici lampedusani e una sessione di collegamento a internet messo a disposizione dai benefattori del wi-fi libero.

A Lampedusa hanno le ronde, ma non le chiamano così. Anche perché sono ronde solidali, armate di sandwich e motorini. C’è anche una rete informale (e in teoria illegale) per la sussistenza dei migranti che sbarcano. Il reato, nel caso, sarebbe quello di "favoreggiamento". 

Ma se uno straniero deve far sapere ai suoi che sta bene, a Lampedusa c’è sempre una casa, un telefono, una connessione alla rete da mettere a disposizione dell’ultimo arrivato. «Siamo mamme anche noi, a me "uscirebbero i sensi", diventerei pazza senza notizie di mio figlio», dice Giusi mentre acquista una ricarica al cellulare che senza troppe domande presta ai ragazzini sbarcati: «Salvini? Venisse a controllarmi il telefono». 

Nello Scavo [Inviato a Lampedusa]

lunedì 1 ottobre 2018

Milano, migliaia di magliette rosse contro il razzismo. Ribaditi i valori dell'accoglienza e dell'antifascismo

Il Giorno
Migliaia di persone, con magliette, sciarpe e indumenti di colore rosso, sono arrivate in piazza Duomo a Milano per dire "basta al razzismo e all'intolleranza", e ribadire i valori dell'accoglienza e dell'antifascismo, nel corso della manifestazione dal titolo 'Intolleranza zero. Un segno rosso contro il razzismo', promossa da Anpi, Aned, I Sentinelli di Milano.


"In questo riaffacciarsi dipulsioni razziste e xenofobeil ministro Salvini, che ha fatto proprio lo slogan di Casa Pound, 'Prima gli italianì, si vanta di avere ridotto le domande per il diritto d'asilo previsto nella nostra Costituzione - ha detto il presidente di Anpi Milano, Roberto Cenati -. Mentre nel decreto sicurezza il governo, a trazione salviniana, pone ulteriori restrizioni sulla protezione umanitaria". Da ministro dell'Interno "dovrebbe preoccuparsi - ha concluso - di combattere chi minaccia veramente la nostra sicurezza, come le mafie".

La senatrice a vita Liliana Segre ha inviato un messaggio che è stato letto dal palco. Nell'ottantesimo anniversario dalla promulgazione delle leggi razziali "sento diffusi segnali di rinascita di correnti razziste e xenofobe, quando non apertamente naziste e neofasciste e questo per me è motivo di sconforto - ha scritto la senatrice a vita, sopravvissuta ai campi di sterminio -. Oggi sono idealmente con voi per chiedere intolleranza zero". Dal palco è poi partita la canzone Bella Ciao, intonata da tutta la piazza.

domenica 16 settembre 2018

I migranti? Sì, noi li ospitiamo 
a casa nostra. A Reggio Calabria decine di famiglie hanno accolto gli adolescenti africani

L'Espresso
Gli immigrati? «Ospitateli a casa vostra». Lo slogan più in voga sulle pagine social impregnate di xenofobia. A Reggio Calabria, però, c’è chi ne ha ribaltato il senso. Decine di famiglie hanno deciso di ospitare i migranti nelle loro case. 




A decidere il destino di 50 adolescenti africani sbarcati sullo Stretto nel giugno di due anni fa è stata la forza di una comunità, in cui ancora resistono solidarietà e umanità. Una risposta che nel giro di 48 ore ha permesso di trovare una casa e una famiglia a un gruppo di minori stranieri giunti in Italia senza padri né madri. Sono i cosiddetti minori non accompagnati. Soli e impauriti. Come i 27 ragazzini tenuti in ostaggio per giorni sulla nave Diciotti della Guardia costiera.

Reggio, dunque, profondo Sud. Il 4 marzo scorso, il 7,26 per cento dei cittadini ha votato Lega eleggendo parlamentare Matteo Salvini. Fuori da quel 7 per cento, tuttavia, c’è una truppa di cittadini che alla politica dei muri risponde con i fatti. 

Nel febbraio scorso quattro dei cinque centri di accoglienza straordinaria (Cas) di Reggio e provincia hanno chiuso. E a farsi carico delle sorti dei minori stranieri non accompagnati è stato un gruppetto di associazioni del territorio, che hanno aperto le porte delle abitazioni agli adolescenti stranieri. I Cas sono strutture individuate dalle prefetture: prevedono che la permanenza dei migranti sia limitata al tempo necessario al trasferimento in centri di seconda accoglienza. Ma di fatto, poi, i minori restano anche per più di un anno e fino alla maggiore età.

Com’è successo ad Abdulmasee, Abdu per gli amici. Oggi è diciottenne, arrivato in Italia da solo quando ne aveva 16. Fuggito dall’Egitto - e dalle persecuzioni dei Fratelli musulmani e dell’Isis sui Copti - è sbarcato a Reggio Calabria il 24 giugno 2016, dopo 12 giorni in mare. «Non c’era un solo motivo per rimanere lì», racconta Abdu, «c’era il rischio di essere ammazzati in qualsiasi momento. Per i cristiani la vita non è facile, le ragazze vengono rapite, stuprate, ammazzate. Non passa giorno che qualcuno non si faccia esplodere in una chiesa. Mio padre è morto quando avevo sette anni, mia madre ha la Sla, non ha medicine per curarsi e sta morendo, mi sono sempre occupato dei miei fratelli e continuo a farlo, anche se adesso ho un’altra vita e una nuova famiglia».

[...]

Storie di accoglienza alternativa in una Calabria e in un Paese sempre più divisi tra chi vuole accogliere e chi respingere. Nell’Italia dei porti chiusi la storia di Abdu ha un sapore dolce. «Oggi mi sento molto felice, sono rinato e per questo non smetterò mai di ringraziare la comunità che mi ha accolto». Reggio città aperta.


Dominella Trunfio

lunedì 30 aprile 2018

Corridoi Umanitari - Dalla Siria a Frosinone: la forza dell'accoglienza

San Francesco
La forza dei Corridoi Umanitari è quella di garantire ai profughi un percorso di accoglienza ed integrazione.
Sul Sole24Ore dello scorso 27 Marzo leggiamo: “Sono arrivati questa mattina da Beirut all’aeroporto di Fiumicino 43 profughi siriani grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese. Domani ne arriveranno altri 47. Si tratta di nuclei familiari provenienti da Aleppo, Homs, Raqqa e Edlib; oltre un terzo sono bambini. Si tratta del secondo gruppo (il primo gruppo di trenta è arrivato a fine gennaio) del contingente di 1.000 previsto dal secondo protocollo firmato lo scorso novembre tra Sant'Egidio, Chiese Evangeliche d'Italia e il governo italiano.”

La forza dei Corridoi Umanitari è quella di non “fermarsi” all’arrivo in Italia, ma di garantire ai profughi un percorso di accoglienza ed integrazione in diverse realtà del territorio italiano,
ed una famiglia di 4 persone è stata accolta a Frosinone, grazie ad una collaborazione tra la Caritas Diocesana (che ha messo a disposizione un appartamento nel centro storico), la Comunità di Sant’Egidio, ma anche attraverso il supporto attivo degli Scout e degli studenti e professori del Liceo Severi.

Pochi giorni fa ho avuto l’occasione di incontrare la famiglia siriana accolta nel capoluogo ciociaro, per vedere da vicino come funziona il meccanismo di integrazione di prossimità sul territorio. Al mio arrivo a Frosinone, in una splendida giornata di sole, ho trovato ad accogliermi Alice Popoli, nella doppia veste di referente diocesana del progetto e di volontaria (come chi scrive) della Comunità Sant’Egidio, ed Anour, mediatore culturale e per l’occasione interprete dall’arabo all’italiano. Il capofamiglia, che chiameremo Omar, ci raggiunge sottocasa ed insieme a lui prendiamo l’ascensore. Un primo piacevole incontro, sale con noi una vicina di casa che, a gesti, cerca di far capire ad Omar che ha visto i suoi figli che andavano a scuola e che è contenta che si stiano integrando nel quartiere.

Arrivato a casa, mi vedo davanti una tavola riccamente imbandita, ma soprattutto, ci metto davvero poco a capirlo, mi trovo ad incontrare una bella famiglia unita, nonostante le sofferenze della guerra.

Il padre ad Homs (città che prima della guerra era un felice mix tra antico splendore ed infrastrutture moderne) era meccanico in officina e la mamma casalinga, intenta a tenere a bada i due splendidi bambini, uno di 9 ed uno di 3 anni, intenti come tutti i bambini del mondo a giocare, anche se poco dopo preferiscono farsi coccolare da Alisha, un misto tra Alice ed il nome arabo Aisha. (Va specificato che la “casalinga” è colei che ha mandato avanti il focolare in un contesto di guerra, con la famiglia costretta a scappare da una città all’altra della Siria per poter sopravvivere sotto le bombe, per poi rifugiarsi in Libano in una cantina fredda e piena di infiltrazioni d’acqua).

In breve, ci sediamo a tavola, e come per magia sparisce ogni distanza. Tra una portata e l’altra si parla dei primi giorni di scuola dei bambini, del desiderio (che immaginiamo presto verrà esaudito) della moglie di lanciare una moneta nella Fontana di Trevi, si parla anche di calcio (Omar, suo malgrado, è tifoso del Barcellona ed ha scelto la settimana sbagliata per parlarne con me, tifoso romanista….).

Confesso che ho faticato a…tornare giornalista ed a sottoporre ad Omar alcune domande relative alla situazione siriana, si capiva che per lui era una sofferenza ritornare su argomenti delicati e complessi nel bel mezzo di un momento conviviale, tanto che concordiamo di parlare del dramma siriano solo a fine pasto.

Mentre noi adulti parlavamo, il piccolo di casa scorazzava, prendeva un pallone, si sporcava la faccia con il cioccolato, insomma quello che secondo alcuni è un “futuro terrorista”, un “invasore islamico”, si comportava esattamente come i nostri figli e nipoti, intenti a catturare l’attenzione degli zii, dei nonni e dei genitori. Il figlio più grande intanto si divertiva ad imparare nuove parole in italiano, zuccaro, caffè, mela, mele, ed entusiasta ci mostrava di saper contare da 1 a 10 nella nostra lingua.

Cos’è la guerra? Omar mi ha raccontato che quando è morto suo padre non è potuto tornare ad Homs per dargli l’ultimo saluto, e sempre il padre non ha mai visto il secondo nipote, nato quando il nucleo familiare era già in un campo profughi in Libano. Per quanto abbia più volte manifestato la sua gratitudine per quanto sta ricevendo, il suo volto diventava triste quando parlava della Siria, (Siria è il mio cuore! Ha affermato), e sarebbe ben felice un giorno di poter rivedere la sua terra, oggi martoriata.

Il male esiste, è forte, ma ancor più forte è l’opera del bene, specie se condiviso. In tanti, volontari, parrocchiani, professori, vicini, si stanno adoperando per dare una mano e per garantire alla famiglia siriana un futuro migliore. “Cominciate col fare il necessario, poi ciò che è possibile e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”, si legge in uno dei più famosi aforismi di San Francesco, ed è esattamente quello che accade a chi si adopera con passione per costruire un mondo migliore.

Mario Scelzo

sabato 24 febbraio 2018

Migranti, "Portateli a casa tua!" In centinaia di italiani lo fanno ... ed è un successo!

Redattore Sociale
Sono oltre 400 le famiglie che negli ultimi anni hanno aperto le porte a rifugiati e richiedenti asilo. Un esercito invisibile di cittadini che sfida la diffidenza e crea comunità. L’analisi nell’ultimo rapporto sul diritto d’asilo di Fondazione Migrantes. “Un welfare dal basso che rimette al centro le persone”.



 “Sei favorevole all’accoglienza dei migranti in Italia? Allora portateli a casa tua”. E’ un’espressione che si sente ormai ripetere spesso, diventata negli ultimi anni quasi un modo di dire. Eppure c’è chi in questi anni le porte di casa le ha aperte davvero per ospitare per un periodo più o meno lungo un rifugiato. 


A partire dalle prime sperimentazioni del comune di Torino dieci anni fa, con il progetto “Rifugio diffuso” iniziato nel 2008, diversi progetti sono stati portati avanti soprattutto a partire dal 2015, quando iniziò quella che fu chiamata “crisi dei rifugiati nel cuore dell’Europa”. Parallelamente all’aumento del numero di richiedenti asilo sul territorio italiano sono aumentate, infatti, anche le espressioni di solidarietà e di desiderio di coinvolgimento da parte di molti cittadini. A fotografare il fenomeno è il dossier Il diritto d’asilo 2018, presentato oggi a Ferrara dalla Fondazione Migrantes.

Oltre 400 famiglie hanno aperto le porte negli ultimi tre anni. Nel dossier si sottolinea come alla fine del 2017 erano in accoglienza nel nostro Paese 183.681 richiedenti asilo e rifugiati: appena il 3 per mille dei residenti. Nello specifico, in un capitolo dedicato, Chiara Marchetti, analizza 7 esperienze di accoglienza in famiglia locali o nazionali. Negli ultimi tre anni oltre 400 nuclei familiari hanno accolto almeno 500 persone (soprattutto rifugiati ma anche richiedenti asilo); alcune sono finanziate con fondi Sprar, altre con fondi Cei dell’8 per mille, altre ancora tramite fund raising e donazioni private.

“L’Italia si trova in una fase in cui la messa a sistema dell’accoglienza istituzionale dei richiedenti protezione internazionale è venuta a corrispondere con il momento in cui il numero di domande di asilo è andato crescendo molto rapidamente, passando dalle 26.620 del 2013 alle 123.482 del 2016, con un corrispondente ampliamento del numero complessivo di migranti accolti, che nel corso del 2016 ha superato complessivamente quota 200 mila – sottolinea Marchetti -. 
[...]
Tutto ciò avviene nel contesto di un peggioramento della percezione degli italiani nei confronti degli stranieri in generale, ma più specificamente nei confronti di profughi e rifugiati che solo negli ultimi anni sono entrati nel dibattito pubblico e politico come fenomeno a sé stante”. Nonostante questo, però, c’è stato anche un incremento della sensibilità e del desiderio di attivarsi per aiutare richiedenti asilo e rifugiati, con manifestazioni di solidarietà, espressioni concrete di vicinanza ed aiuto, organizzazione dal basso di servizi e supporti materiali e sociali. “Non è un caso quindi che da diverse parti sia sorta l’idea di sperimentare dei progetti che potessero affrontare contemporaneamente molti dei problemi appena espressi, valorizzando al contempo la disponibilità spontanea di tanti cittadini residenti – spiega ancora la ricercatrice – In questo senso tutte le esperienze di accoglienza di rifugiati in famiglia mettono a tema il contatto interculturale e il supporto nell’orientamento e nella socializzazione dei rifugiati come parte di un più complesso percorso di integrazione sociale che risponde in qualche misura alle carenze dei sistemi istituzionali in favore dei titolari di protezione, ma che allo stesso tempo valorizza l’apporto positivo di quelle componenti della società italiana che mostrano solidarietà ed empatia nei confronti dei rifugiati e una più generale apertura verso la creazione di comunità interculturali”.

L’accoglienza in famiglia che crea comunità. Anche se l’obiettivo è comune, i progetti che prevedono l’accoglienza in famiglia seguono modalità diverse. Nel dossier vengono analizzati innanzitutto a seconda della fonte di finanziamento (pubblica o privata), della fase in cui viene prevista l’accoglienza in famiglia (dopo il riconoscimento della protezione, durante la procedura di asilo o indifferentemente), la propensione a favorire il coinvolgimento di famiglie italiane o di connazionali degli ospitati (accoglienze etero o omoculturali), la partecipazione più o meno attiva e integrata degli enti locali, la matrice religiosa o laica dei progetti. 

Alcune esperienze, infatti, nascono nell’ambito delle accoglienze istituzionali (soprattutto all’interno del sistema Sprar, ma talvolta anche Cas), altre invece sono iniziative esplicitamente extraistituzionali e autogestite, come nel caso di Refugees Welcome. 

Tra le esperienze pioneristiche vengono quelle portate avanti dalla rete di coordinamento Non solo asilo Piemonte, Europa Asilo, CocoPa, Ciac onlus e Recosol. Progetti che hanno dal basso sollecitato le istituzioni ad aprirsi a forme di accoglienza innovativa. Diverso, invece, il caso di Refugees Welcome iniziativa che ha portato in Italia un’idea nata in Germania e di cui nel report vengono messe in luce alcune criticità, che si basano proprio sul fatto di essere extra istituzionale. “Quando famiglie e rifugiati si incontrano, quando vivono insieme una quotidianità, cambia lo sguardo di quel singolo rifugiato non solo sulla famiglia in cui vive ma su porzioni più ampie della società. E viceversa – aggiunge Marchetti -. Lo sguardo della famiglie parte dai migranti conosciuti in carne ed ossa e si posa in modo differente sugli altri stranieri che vivono nelle nostre città. Quando tutti i soggetti entrano in relazione in modo virtuoso – conclude la ricercatrice – l’accoglienza in famiglia si integra nelle politiche pubbliche di cittadinanza e partecipazione, restituendo centralità ai soggetti marginalizzati, visti solo come beneficiari di un welfare in decadenza”. (ec)

domenica 22 ottobre 2017

Rifugiati - Italia. Solo un Comune su otto li vuole accogliere

La Stampa
Tante lusinghe, promesse, anche qualche rampogna. Ma tutto sembra inutile. I Comuni continuano ad essere sordi rispetto alle attese del ministero dell’Interno quando si tratta di accogliere i rifugiati. 

Pistoia - Rifugiati volontari al servizio del Comune
Il sistema Sprar (Servizio protezione per richiedenti asilo e rifugiati) non decolla come speravano al Viminale. Sono soltanto 1017 i Comuni (sui 7978 d’Italia) che hanno aderito e ora garantiscono 31.400 posti. Tanti? Pochi? «E’ la solita questione - dice Matteo Biffoni, sindaco dem di Prato e delegato per i problemi dell’immigrazione dell’Anci - del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Nello Sprar abbiamo cinquemila posti più di prima ed è un fatto innegabile. Poi, certo, se si partiva dall’aspettativa di raddoppiare i posti, siamo ancora lontani; se si partiva dall’aria che tira, è un successo». 

La partita non è ancora finita. È di ieri, per dire, a Catanzaro, una cerimonia alla presenza del ministro Marco Minniti che certifica come 194 Comuni calabresi abbiano aderito allo Sprar, quasi la metà in quella regione. Quella stessa Calabria dove la ’ndrangheta si era infiltrata nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto e aveva trasformato l’accoglienza in un suo business. «In materia di immigrazione - dice quindi il ministro - dobbiamo liberarci della pratica di interventi che rincorrono altri interventi. Solo così possiamo affrontare in maniera credibile la questione importante della paura».

Nei progetti più rosei del ministro Minniti, con l’accoglienza diffusa si dovrebbero chiudere presto i maxi-centri. «È chiaro - ha spiegato la settimana scorsa in Parlamento - che se potessimo incrementare significativamente il numero dei Comuni che accolgono, potremmo rafforzare di più un mio intendimento che in ogni caso intendo perseguire, cioè un processo di superamento dei grandi centri di accoglienza».

Qualcuno ricorderà il piano del Viminale: se avessero aderito tutti i 7978 municipi, l’accoglienza si sarebbe ripartita sul territorio con il parametro di 2,5 ospiti per mille abitanti. Ma così non è. Le ultime stime dicono che sono 196 mila i migranti a cui in questo momento lo Stato dà vitto e alloggio: 30 mila nei centri dello Sprar, gestiti dai sindaci; i restanti 160 mila a carico delle prefetture. «È innegabile - spiega il sottosegretario Domenico Manzione - che le cose non sono andate proprio come ci aspettavamo. Ma la chiusura dei grandi centri è connaturata all’estensione dello Sprar. Vorrà dire che i tempi saranno un po’ più lunghi».

Molto dipenderà anche dagli sbarchi. Se il flusso resterà come in questi ultimi quattro mesi, i numeri dell’accoglienza si ridurranno automaticamente e tutto sarà più facile. «In questo momento - dice Minniti, cautamente - possiamo dire di trovarci di fronte ad un quadro che ci porta ad avere una curva degli arrivi di migranti nel nostro Paese che è significativamente scesa». In complesso, negli ultimi quattro mesi sono sbarcati in 26.878; l’anno scorso erano stati 89.205 (riduzione del 70%).

sabato 21 ottobre 2017

"Non è reato", l’Italia solidale con i migranti scende in piazza a Roma

Redattore Sociale
Manifestazione nazionale oggi 21 ottobre, Roma Piazza della Repubblica ore 14.30, Tante le adesioni delle associazioni: da Arci a Baobab experience, da Medici senza frontiere ad Amnesty. Anche Andrea Camilleri, Toni Servillo e monsignor Nogaro firmano l’appello. Tra le richieste: abolizione della Bossi-Fini, canali sicuri, riforma della cittadinanza.

“In un momento difficile della storia del paese e del pianeta intero, dobbiamo decidere fra due modelli di società. Quello includente, con le sue contraddizioni, e quello che si chiude dentro ai privilegi di pochi”. Inizia così l’appello lanciato per spiegare le ragioni della manifestazione nazionale antirazzista, che si svolgerà domani a Roma, sotto lo slogan #Nonèreato. 

“Sembriamo condannati a vivere in una società basata su una solitudine incattivita e rancorosa, in cui prendersela con chi vive nelle nostre stesse condizioni, se non peggiori, prevale sulla necessità di opporsi a chi di tale infelicità è causa. Una società che pretende di spazzare via i soggetti più fragili a partire da chi ha la “colpa” di provenire da un altro paese, rievocando un nazionalismo regressivo ed erigendo muri culturali, normativi e materiali. Vogliamo attraversare insieme le strade di Roma il 21 ottobre e renderci visibili con una marea di uomini, donne e bambini che chiedono eguaglianza, giustizia sociale e che rifiutano ogni forma di discriminazione e razzismo” si legge ancora nell’appello sottoscritto associazioni e rappresentanti della società civile .

Le adesioni. Tra i primi firmatari dell’appello ci sono monsignor Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Moni Ovadia, Toni Servillo, Luciana Castellina e Carlo Petrini. Tra le associazioni e le ong spiccano, invece, i nomi di Arci, Asgi, Cnca, Baobab experience, Emergency, Medici senza frontiere e Amnesty International. Ma la lista è lunga e conta oltre 150 sigle. “Associazioni, movimenti, forze politiche e sociali, che costruiscono ogni giorno dal basso percorsi di accoglienza e inclusione e che praticano solidarietà insieme a migranti e richiedenti asilo, convinti che muri e confini di ogni tipo siano la negazione del futuro per tutti – ricorda l’appello -.Ong che praticano il soccorso in mare e la solidarietà internazionale.Vogliamo ridurre le diseguaglianze rivendicando, insieme ai migranti e ai rifugiati, politiche fiscali, sociali e abitative diverse che garantiscano per tutte e tutti i bisogni primari”.

Le richieste. Le organizzazioni promotrici del corteo fanno anche alcune richieste esplicite al governo italiano. Innanzitutto, si chiede la cancellazione della Bossi-Fini che “ha fatto crescere situazioni di irregolarità, lavoro nero e sommerso, sfruttamento e dumping socio-lavorativo”. Inoltre nell’appello viene denunciato l’uso strumentale della cooperazione e le politiche di esternalizzazione delle frontiere e del diritto d’asilo. “Gli accordi, quasi sempre illegittimi, con paesi retti da dittature o attraversati da conflitti; le conseguenze nefaste delle leggi approvate dal parlamento su immigrazione e sicurezza urbana che restringono i diritti di migranti e autoctoni (decreti Minniti Orlando) di cui chiediamo l’abrogazione; le violazioni commesse nei centri di detenzione in Italia come nei paesi a sud del Mediterraneo finanziati dall’Ue – spiegano -. Veri e propri lager, dove i migranti ammassati sono oggetto di ogni violenza. Esigiamo che delegazioni del parlamento europeo e di quelli nazionali si attivino per visitarli senza alcun vincolo o limitazione”. Si chiedono poi canali di ingresso sicuri e regolari in Europa per chi fugge da guerre, persecuzioni, povertà, disastri ambientali e politiche di accoglienza diffusa “che vedano al centro la dignità di chi è accolto e la cura delle comunità che accolgono. Politiche locali che antepongano l’inclusione alle operazioni di polizia urbana. E occorre un sistema di asilo europeo che non imprigioni chi fugge nel primo paese di arrivo”.

Il corteo e le iniziative della giornata. Nella mattinata di sabato, prima della manifestazione, si svolgerà un torneo di calcio tra squadre multietniche – formate da ragazzi degli Sprar e ragazzi italiani - di diverse città nel campo sportivo XXV aprile a Pietralata. La manifestazione partirà, invece, da piazza della Repubblica a Roma, alle 14,30. Il corteo sarà aperto dallo striscione “Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza”, tenuto da ragazze e ragazzi rifugiati o richiedenti asilo. Seguirà lo striscione di #italiani senza cittadinanza che aprirà il secondo spezzone. In piazza Vittorio si alterneranno interventi e testimonianze di giovani di origine straniera a brani musicali. La conduzione è affidata a Francesca Fornario. “Il 21 ottobre uniamo le voci di tutte le donne e gli uomini che guardano dalla parte giusta, cercano pace e giustizia sociale, sono disponibili a lottare contro ogni forma di discriminazione e razzismo” conclude l’appello. (ec)

mercoledì 22 marzo 2017

Migranti, un rifugiato in casa: la carica delle 500 famiglie che accolgono profughi

Repubblica
Dalla rete Sprar alla Caritas, da Refugees Welcome al progetto Vesta di Bologna, sono decine le associazioni che mediano tra rifugiati e italiani pronti a ospitarli.



Roma – Korkiss ha trovato casa, o meglio, famiglia: la famiglia De Santis. Sopravvissuto alla guerra civile, al deserto, al carcere libico, al naufragio del suo gommone, oggi Korkiss ha una stanza da letto tutta per sé in un appartamento di Roma Nord, studia italiano, sta per prendere la licenza media, segue un tirocinio da pizzaiolo. Korkiss è un profugo ivoriano di 21 anni, i De Santis gli hanno aperto le porte di casa nel giugno scorso. Da allora, e per 12 mesi, vivono assieme. Ma non sono i soli.

È il progetto “Rifugiato a casa mia”. Come i De Santis, infatti, sono ben cinquecento le famiglie italiane che hanno accettato la sfida di ospitare un profugo. E il loro numero è in continuo aumento. Dalla rete Sprar alla Caritas, da Refugees Welcome al progetto Vesta di Bologna, dal Rifugio diffuso di Torino al Ciac di Parma, sono decine le associazioni, parrocchie, amministrazioni comunali che fanno da mediatori tra rifugiati senzatetto e famiglie italiane pronte a ospitarli.

Come funziona? «Per far partire il progetto d’accoglienza ci vuole sempre la presenza di un’associazione che si fa garante sia per le famiglie, che per i rifugiati – spiega Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana – da un lato vanno verificati i requisiti di chi vuole accogliere, non solo l’alloggio, ma anche le risorse economiche e di tempo necessarie. Dall’altro, le famiglie devono poter contare su mediatori culturali, psicologi e legali che accompagnino la loro esperienza d’accoglienza. Il progetto della Caritas è partito un anno fa, dopo l’appello di papa Francesco. Chiediamo un minimo di sei mesi di disponibilità. Oggi abbiamo 114 migranti ospitati in famiglia, 227 in parrocchia, 56 in istituti religiosi, 139 in appartamenti. Ma tutti possono godere di un contesto familiare: anche nel caso di accoglienza in parrocchia o altrove, infatti, c’è sempre una famiglia che fa da tutor».

Numerose le organizzazioni attive. E se la Caritas fa da capofila, sono tante altre le organizzazioni attive su questo fronte in Italia: si va dal progetto Vesta del comune di Bologna, partito nell’aprile 2016 e con 21 famiglie che già accolgono, al Rifugio diffuso che dal 2008 ha consentito a oltre 140 titolari di protezione internazionale di vivere un’esperienza di accoglienza in famiglia a Torino. Anche il comune di Milano ha predisposto un bando per creare un elenco di persone disponibili a ospitare richiedenti asilo, offrendo 350 euro al mese. E ancora: lo Sprar, la rete d’accoglienza gestita dai comuni italiani, ospita oggi in famiglia 73 profughi. Solo a Torino sono 28. Quanto alla piattaforma Refugees Welcome, a poco più di un anno dal suo debutto on line, ha raccolto oltre 400 adesioni in tutta Italia e ha raggiunto importanti risultati.

• 100 nuclei familiari disponibili a ospitare a titolo completamente gratuito
• 120 nuclei pronti ad ospitare persone per un periodo illimitato fino alla completa autonomia
• 21 convivenze in corso, ospitando rifugiati o titolari di altra forma di protezione internazionale in uscita dai centri di accoglienza e ancora non in grado di vivere in maniera autonoma.


di Vladimiro Polchi

giovedì 27 ottobre 2016

Accoglienza rifugiati. Nardella: "Premiare i comuni accoglienti e sanzioni ai comuni che dicono no"

Corriere della Sera
Intervista al sindaco di Firenze Nardella
E ha scritto: «Pregherei di considerare come criterio di ripartizione all’interno della Regione non soltanto la percentuale di popolazione, ma anche la presenza nelle strutture governative, andando ad individuare prioritariamente quei Comuni che ad oggi non si sono attivati per l’accoglienza».

Il sindaco di Firenze Nardella in un
centro di accoglieiza per rifugiati 
Dunque lei, che è il sindaco di Firenze, si oppone alla distribuzione disposta dal governo?
«Noi pensiamo che accogliere queste persone sia giusto e doveroso. Noi diciamo semplicemente che la nostra quota di stranieri ospitati l’abbiamo già raggiunta e invece altri continuano a rifiutare. Vogliamo soltanto che sia riequilibrata la situazione».

Che cosa vuol dire?
«Noi siamo oltre il 12 per cento delle quote dovute, mentre ci sono varie altre Regioni che sono sotto quota, come Lombardia, Lazio, Campania, Emilia Romagna, Puglia, Valle d’Aosta. Vorrei evidenziare che a Firenze abbiamo una media di 3,5 richiedenti asilo per ogni 1.000 abitanti e quindi siamo anche oltre il tetto fissato dall’accordo tra il ministero dell’Interno e l’Anci, l’associazione dei Comuni».

Solo 2.600 Comuni su 8.000 accettano gli stranieri. Lei crede che bisognerebbe imporre l’obbligo di accoglienza?
«No, basterebbe prevedere sanzioni per i Comuni che non collaborano. Premiamo i virtuosi e penalizziamo chi dice no».

Può fare un esempio concreto?
«È semplice: tu rifiuti l’accoglienza e io non ti concedo le agevolazioni che generalmente il governo assegna ai Comuni. Penso agli sgravi fiscali, allo sblocco degli investimenti».

Ne ha parlato con il presidente Matteo Renzi?
«Il mio interlocutore in questo caso è il ministro dell’Interno Angelino Alfano e io sono d’accordo con il suo piano. In ogni caso è stato proprio Renzi a chiedere all’Europa di sanzionare i Paesi che non accettano i ricollocamenti, quindi è un meccanismo che si può prevedere».

Non sarebbe meglio allestire grandi strutture?
«Io sono contrario a modelli tipo Calais. Si è visto bene che cosa è accaduto in Francia e quindi replicarlo in Italia sarebbe un grave errore».

Però consentirebbe di assistere le persone senza problemi.
«No, non sono d’accordo. Si tratta di uomini, donne e bambini che scappano dalla guerra e dalla miseria. Hanno bisogno di trovare posto in luoghi confortevoli. Noi almeno siamo impegnati in questo modo».

Perché parla al plurale?
«Firenze è una città metropolitana. In 38 Comuni su 40 ci sono stranieri. Abbiamo sempre fatto il massimo. E continueremo a farlo, ma non possiamo essere lasciati soli. E soprattutto non si può consentire che ci sia chi si impegna e chi sta a guardare».
Però chi si impegna viene premiato con un contributo notevole. Le sembrano pochi 500 euro per ogni profugo ospitato?
«Mi sembra che sia una cifra giusta, il riconoscimento di un impegno concreto che serve proprio ad incentivare chi aiuta».
Però non evita situazioni come quella di Gorino.
«Purtroppo credo che in quel caso ci sia stata una forte strumentalizzazione politica. Il risultato di un atteggiamento irresponsabile che in alcuni luoghi fomenta la protesta senza rendersi conto che le conseguenze potrebbero essere disastrose».

Si riferisce alla Lega?
«Non è difficile capirlo».

di Fiorenza Sarzanini

giovedì 8 settembre 2016

Migrantes, 30 mila richiedenti asilo in comunità cristiane in Italia, a un anno da appello Papa accoglienza in parrocchie

Ansa Med
Roma - E' passato un anno da quando, il 6 settembre 2015, papa Francesco invitava le parrocchie, le comunità religiose, i monasteri, i santuari di tutta Europa ad accogliere una famiglia di profughi. 


Da allora - ha detto Mons. Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes - l'impegno delle chiese in Italia, già significativo per le oltre 22.000 persone accolte, si è allargato ad almeno 30.000 richiedenti asilo e rifugiati.

L'impegno, ha aggiunto, è andato oltre la collaborazione istituzionale con le Prefetture e i Comuni per trovare forme nuove e familiari di accoglienza in parrocchia, per oltre 5.000 richiedenti asilo e rifugiati, e in famiglia per almeno 500 adulti, grazie anche al progetto di Caritas Italiana 'Rifugiato a casa mia'. 

Determinante infatti è stato anche l'impegno di oltre 60 istituti religiosi femminili e di molti istituti maschili, che hanno ripensato gli spazi delle loro case per richiedenti asilo e rifugiati, in particolare minori, donne sole con bambini e le persone più fragili. La speranza, ha concluso Mons. Perego, è che l'appello del papa "alimenti ancora nelle comunità cristiane l'esigenza di 'gesti concreti' di accoglienza, nonostante un 'vento contrario', alimentato da populismi e informazioni esasperate sul tema migranti e rifugiati che stanno investendo l'Europa, indebolendo la sua storia democratica e solidale".

giovedì 24 dicembre 2015

Migranti. In Italia da nord a sud, il 2015 è l’anno dell’accoglienza dal basso. Numerose le iniziative spontanee

Redattore Sociale
Mai come quest’anno si è creata una straordinaria mobilitazione civica in favore di migranti e richiedenti asilo. Tante le iniziative spontanee partite dai cittadini, come al centro Baoabab di Roma, al binario1 di Bolzano fino alla piattaforma Refugees Welcome. Ancora emergenziale la risposta delle istituzioni

Accolgienza al Centro Boabab - Roma
Roma - L’ultimo progetto approdato in Italia è il sito Refugees Welcome, una piattaforma nata in Germania nel 2014, per mettere in contatto i rifugiati con i cittadini che vogliono ospitarli in casa propria. L’obiettivo, come spiegano i promotori, è quello di favorire l’integrazione tra i profughi che arrivano nel nostro paese e gli italiani, attraverso un modello di accoglienza diffusa. Il progetto, che si è rivelato già promettente in altri stati europei (solo in Germania nel primo anno sono stati messi in piedi 231 “abbinamenti”, in Austria, Polonia, Grecia e Spagna il totale è di altri 240 abbinamenti) è l’ultimo di una serie di iniziative dal basso che hanno visto sempre più persone comuni, da Nord a Sud, mobilitarsi in favore dei migranti e dei richiedenti asilo. Il 2015, infatti, è stato per l’Italia l’anno dell’accoglienza dal basso. Mai prima d’ora si era vista una straordinaria mobilitazione civica in favore dei migranti. In molti casi, come anche nel resto d’Europa, le iniziative lanciate quasi per caso dai cittadini hanno permesso di fronteggiare situazioni emergenziali nei territori. E di ovviare alle lacune delle istituzioni che ancora quest’anno, nonostante un calo degli arrivi, hanno messo in piedi un sistema di accoglienza per larga parte “emergenziale”.

Una delle esperienze più importanti di accoglienza dal basso è nata Roma, a pochi passi dalla stazione Tiburtina. Qui un gruppo di cittadini volontari per tutta l’estate ha fornito assistenza a circa 35mila migranti transitanti, con il solo supporto per la parte sanitaria e legale, delle associazioni. Al centro Baobab ( una struttura che prima di allora era salita agli onori della cronaca per la foto simbolo di Mafia capitale) si è sviluppato così un modello del tutto nuovo, che ha dimostrato in pochi mesi l’efficienza e il senso pratico delle persone comuni nell’affrontare i fenomeni complessi: come quello dei migranti transitanti, quei profughi cioè che vedono nell’Italia solo un paese di transito, perché vogliono raggiungere il Nord Europa. All’opposto è emersa, invece, l’inadeguatezza delle istituzioni, che negli stessi mesi hanno promesso, senza trovarne, soluzioni alternative. Oggi il centro Baobab è chiuso, ma i volontari sono riusciti ad aprire un tavolo con il Commissario straordinario di Roma, Francesco Paolo Tronca, per portare avanti l’esperienza dei cittadini anche in un’altra struttura, magari più grande e adeguata, per venire incontro alle esigenze di assistenza ai profughi che continuano ad arrivare a Roma. L’esempio potrebbe essere quello di Milano, dove già dallo scorso anno i cittadini si sono messi al lavoro spontaneamente per accogliere i tanti profughi che passano dalla stazione centrale. L’esperienza è continuata, rafforzandosi, anche nel 2015. Questa volta, però, con l’aiuto del Comune che ha coordinato il lavoro dei volontari insieme ad associazioni e cooperative sociali.

Anche a Bolzano, al binario 1, la solidarietà è sorta spontaneamente. Qui uomini e donne provenienti anche da Innsbruck o dalla Val Venosta, si sono uniti ai cittadini per rendere umani i binari della stazione alto-atesina. “I treni da Roma carichi di migranti arrivavano sul binario 3 – racconta Eliana, una delle volontarie -. Abbiamo fatto domanda per avere uno spazio a nostra disposizione: ce ne è stato dato uno sul primo binario, a fianco dell’associazione Volontarius che si occupa di questi temi”. Sempre su uno dei luoghi di frontiera si inserisce anche l’esperienza del collettivo “No borders Ventimiglia”. Un presidio permanente che ha preso il via l’11 giugno, quando un gruppo di migranti, per resistere allo sgombero da parte delle forze dell’ordine, che gli impedivano l’accesso in Francia, aveva trovato rifugio sugli scogli della città, dando vita a una protesta. Da allora reti di solidarietà si sono mosse dai territori limitrofi organizzandosi per costruire un laboratorio permanente di convivenza e integrazione.

Tra gli ultimi progetti, nato proprio in questi settimane, c’è il dormitorio autogestito del centro sociale occupato Labàs di via Orfeo, a Bologna. Qui sono circa un centinaio i volontari che hanno partecipato al progetto “Accoglienza degna”, con cui il collettivo Labàs e il Tpo (Teatro polivalente occupato) hanno deciso di affrontare l’emergenza abitativa nella città. Tramite donazioni e raccolta fondi in un mese hanno realizzato un dormitorio autogestito e il servizio di accoglienza “Refugees welcome point”, dove i migranti che transitano dalla città possono trovare ristoro, pernottare per qualche giorno, utilizzare i servizi sanitari e ricevere un pasto caldo.

Queste iniziative, insieme a molti altri piccoli progetti lanciati spontaneamente in questi mesi, tracciano la mappa di un nuovo approccio civico e solidaristico al fenomeno migratorio, diventato centrale nel 2015, dopo che con le immagini provenienti dai Balcani è stato chiaro a tutti che la crisi dei profughi era ormai arrivata nel cuore dell’Europa. Sembrano un lontano ricordo le rivolte davanti ai centri di accoglienza, come quella di Tor Sapienza, che alla fine dello scorso anno dominavano la scena politica nazionale. Ma se la disposizione dei cittadini appare mutata, non cambia l’approccio delle istituzioni. Come spiega l’ultimo Rapporto accoglienza del ministero dell’Interno nel 2015 il 70 per cento delle strutture deputate all’accoglienza di profughi e richiedenti asilo è un Cas (Centro di accoglienza straordinaria). A livello centrale dunque si continua a ricorrere a un sistema emergenziale per far fronte a un fenomeno ormai strutturale nel nostro paese. E così mentre lo Stato tampona, ricorrendo a strutture non sempre adeguate, i cittadini si rimboccano le maniche, mostrando che un altro modo di fare accoglienza è possibile. (ec)

domenica 18 ottobre 2015

Cei, attivate 167 strutture di accoglienza della Diocesi Toscana che ospitano 2000 rifugiati

Ansa
In Toscana sono 2006 i profughi ospitati nelle 167 strutture attivate dalle diocesi toscane per l’accoglienza dei migranti. 


E’ quanto, riporta una nota, è emerso in occasione del Consiglio permanente della Cei, svoltosi nei giorni scorsi e di cui si è tornati a parlare alla Conferenza episcopale toscana che ha riunito i vescovi toscani al’Eremo di Lecceto. 

“Riguardo all’accoglienza dei profughi che bussano alle porte dell’Europa – si spiega nella nota -, i vescovi toscani già ognuno nelle proprie diocesi e ora tutti insieme hanno fatto proprio l’appello del Santo Padre per aprire le porte delle nostre comunità a quanti fuggono da guerre e gravi disagi. 

In occasione del Consiglio permanente della Cei, nei giorni scorsi, i vescovi toscani hanno potuto segnalare che nelle diocesi della nostra regione sono già attive ben 167 strutture di accoglienza che ospitano complessivamente 2006 rifugiati. A questo proposito è stata ribadita l’importanza che gli interventi di accoglienza dei rifugiati siano coordinati a livello diocesano, in collaborazione con le istituzioni pubbliche e in attesa di ricevere a breve della Cei più precise indicazioni”.

domenica 6 settembre 2015

Il Papa: "Ogni parrocchia ospiti una famiglia di profughi"

La Repubblica
Il Pontefice lancia la proposta durante l'Angelus e aggiunge: "Viviamo ripiegati in patrie chiuse, inospitali". Mattarella: nel messaggio all'incontro internazionale della Comunità di Sant'Egidio "Risposta non può essere chiusura"

"Ogni parrocchia accolga una famiglia di profughi. Lo faranno per prime le due parrocchie del Vaticano. Cominciamo dalla mia diocesi di Roma". È la proposta lanciata da Papa Francesco in un breve discorso poco prima dell'Angelus, per dare il buon esempio e rispondere concretamente all'appello da lui stesso rivolto ogni comunità d'Europa. Appello finora colto da Vienna e Berlino, che hanno aperto le frontiere permettendo l'arrivo di centinaia di migranti provenienti dall'Ungheria. Mentre la Gran Bretagna ha annunciato che non parteciperà al piano-profughi dell'Ue e darà asilo soltanto a 15mila migranti siriani.

Nell'invito ad accogliere i profughi il Pontefice si è rivolto anche ai Vescovi: "Mi rivolgo ai miei fratelli Vescovi d'Europa, veri pastori - ha detto Papa Francesco -, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell'Amore. Anche le due parrocchie del Vaticano accoglieranno in questi giorni due famiglie di profughi".

Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede, di essere 'prossimi' dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: 'Coraggio, pazienza!'", ha poi spiegato il Papa durante l'Angelus, aggiungendo: "La speranza cristiana è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura".

"Spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali", ha aggiunto il Pontefice, rilevando che "persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa; questo non è Dio, è il nostro peccato".

Alle parole del Papa fanno eco quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, in un messaggio inviato a un incontro internazionale della comunità di Sant'Egidio, ha sottolineato: "Sì al dialogo di pace, no ai muri contro chi fugge dalla guerra".

sabato 22 agosto 2015

Emergenza Migranti, uno su tre è ospitato dalla Chiesa cattolica. Altrimenti emergenza profughi sarebbe ingestibile.

Vita
Su 100mila persone arrivate in Italia da gennaio a oggi, circa 35mila sono stati accolti dalle strutture legate al mondo ecclesiale, dai seminari alla Caritas


Nel 2015 in Europa sono arrivati finora 250mila rifugiati, più dell'intero 2014. E i morti nel Mediterraneo sono stati «almeno 2.300». «La peggior crisi dalla Seconda Guerra Mondiale», ha commentato il commissario europeo all'immigrazione, il greco Dimitris Avramopoulos. In base a questi dati, poco meno di metà dei migranti arrivati in Europa da gennaio sono passati dall'Italia. E nel nostro Paese hanno trovato un'accoglienza concreta e diffusa soprattutto da parte delle strutture legate al mondo cattolico, dai seminari alla Caritas.
Su 100mila migranti giunti in Italia da gennaio ad oggi, infatti, circa 35mila sono stati accolti da strutture religiose. In pratica un migrante su tre passa dalla Chiesa cattolica. La sola Caritas ne ha assistiti 20mila mentre altri 15mila sono stati accolti da associazioni come la Comunità di Sant'Egidio o direttamente dalle parrocchie e in altre strutture delle diocesi italiane.
I numeri dicono che senza l'accoglienza garantita dalle strutture ecclesiastiche, l'emergenza profughi sarebbe ingestibile. Gli esempi sono davvero tantissimi. A cominciare dalla rete del Centro Astalli, promossa dai gesuiti per i rifugiati e che opera a Palermo, Catania, Vicenza, Trento, Napoli, Padova, Milano e Roma. Hanno spalancato le porte delle loro comunità anche i Guanelliani a Como, Lecco e in provincia di Sondrio, i Francescani a Enna, Roma e a Piglio in provincia di Frosinone,i Pavoniani in Valsassina, le suore Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia. Ma l'elenco potrebbe continuare.

In prima fila c'è la Caritas. Il responsabile dell'area immigrazione, Oliviero Forti, ha spiegato che «non di rado queste attività vengono svolte anticipando i fondi che poi lo stato ci restituisce con qualche mese di ritardo». E ha elencato le diverse iniziative sparse per l'Italia: «La Caritas di Palermo sta ospitando un centinaio di profughi in una sua struttura senza alcuna convenzione con la Prefettura. A Fermo la comunità di Capodarco di don Vinicio Albanesi ha aperto il seminario agli immigrati e oggi ne ospita un centinaio». Altri esempi: il cardinale di Palermo, Paolo Romeo, che ha deciso di utilizzare anche le chiese per l'accoglienza e quello di Torino, Cesare Nosiglia, che utilizza da mesi un piano dell'arcivescovado per accogliere i migranti. Mentre in Lombardia attualmente circa 2.500 profughi sono ospitati nelle strutture della chiesa cattolica lombarda e dall'inizio dell'anno ne sono transitati quasi 8mila.

sabato 18 luglio 2015

NO a violenza e calcoli politici sulla pelle dei rifugiati: la solidarietà è più larga della protesta anche se fa meno rumore

Comunità di Sant'Egidio
Di fronte ai recenti, gravi, scontri registrati a Treviso e a Roma, originati da chi crede, a torto, di essere davanti ad un’”invasione” di stranieri, è necessario calmare gli animi e riflettere. 

Siamo infatti di fronte a proteste che riguardano piccolissimi gruppi di richiedenti asilo (appena un centinaio sia a Treviso che a Roma) - in fuga da Paesi in guerra o dove esistono dittature che non garantiscono i più elementari diritti - che abbiamo il dovere di accogliere in attesa che venga esaminata la loro domanda, così come avviene negli altri Paesi europei. Senza contare che l’Italia accoglie ancora oggi un numero di rifugiati (poco più di uno ogni mille abitanti) largamente inferiore a quello di Germania (2 ogni 1.000 cittadini), Francia (4 ogni 1.000) e Svezia (14 ogni 1.000). E senza fare confronti con Paesi come il Libano che ne ospita, da solo, un milione e mezzo (su 4 milioni e mezzo di abitanti).

L’allarme sociale, alimentato ad arte da gruppi di diversa denominazione, è quindi ampiamente ingiustificato, soprattutto se si pensa al desiderio dei rifugiati di una vita migliore. Invece di far crescere la paura e le incomprensioni bisogna fare emergere la realtà che stanno vivendo tante città italiane, proprio nei quartieri dove sono presenti profughi e transitanti: la crescita della solidarietà - soprattutto in queste ore con l’emergenza caldo – di tanti italiani che offrono cibo, sostegno e il loro tempo libero a chi ne ha bisogno. L’accoglienza è molto più larga della protesta anche se fa meno rumore. Ne siamo testimoni diretti là dove, accanto alle stazioni di Roma e Milano e in tante altre città come Catania, le iniziative della Comunità di Sant’Egidio hanno coinvolto non solo altre associazioni ma anche un rilevante numero di uomini e donne che spontaneamente hanno offerto il loro aiuto.

La Comunità di Sant’Egidio rilancia inoltre le sue proposte per evitare nuove morti in mare e gestire il fenomeno degli arrivi in Europa (leggi le proposte)

mercoledì 15 luglio 2015

Un miliardo l’anno: così accogliere i migranti fa girare l’economia italiana ... ma nessuno lo dice!

Redattore Sociale
Ospitare nei centri chi arriva sulle nostre coste costa oggi fino 980 milioni, tutti spesi per lavoratori e commercianti italiani. Ma sono ancora tanti quelli che speculano sulla pelle dei profughi e per essi i controlli sono ancora scarsi. 

Parlano Di Capua (Sprar), Albanesi (Capodarco), Mossino (Piam)

Roma - L’accoglienza dei migranti è un business. E non solo per coloro che sulla pelle dei profughi fanno affari illeciti. Assistere le persone che ogni giorno arrivano sulle nostre coste, ospitare nelle strutture i richiedenti asilo e i titolari di protezione internazionale, anche nel rispetto della legge e delle convenzioni stipulate con le prefetture, muove introiti che favoriscono innanzitutto gli enti territoriali e aumentano le entrate a livello locale. 

Profitti che in alcuni casi sono una vera e propria manna dal cielo, soprattutto per le zone in cui si soffre più la crisi. Parafrasando un vecchio spot del governo Berlusconi, insomma, l’accoglienza “fa girare l’economia”.

980 MILIONI L'ANNO
Secondo gli ultimi dati forniti dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, a giugno erano78 mila i migranti ospitati nei centri italiani, tra strutture temporanee (48 mila), sistema di accoglienza per richiedenti asilo (20 mila) e centri governativi (10 mila). Per la loro assistenza lo Stato eroga ai centri convenzionati una somma media giornaliera di circa 35 euro al giorno a migrante (in cui rientrano anche i 2,50 euro al giorno del pocket moneyche spetta agli ospiti per le piccole spese giornaliere). “Quello dei 35 euro è costo calcolato mediamente per i progetti Sprar. Ma nel tempo si è attestato come costo medio anche per l’accoglienza straordinaria messa in pratica dalle prefetture – spiega Daniela Di Capua, direttore dello stesso servizio centrale Sprar (Sistema di protezione per rifugiati e richiedenti asilo) – Tutte le convenzioni si sono quindi livellate su questo valore medio. Nel caso dello Sprar, in particolare, il costo viene calcolato in base al progetto che l’ente titolare presenta al momento in cui partecipa al bando. Nel presentare il budget ci si adegua anche al costo della vita locale, ci sono infatti territori in cui i servizi sono assenti e devono essere attivati, mentre in altri già esistono. Di tutto questo si tiene conto nel calcolare la spesa”. Stando alle cifre dichiarate dal ministero, dunque, la spesa massima quotidiana per l’accoglienza è di due milioni e 730mila euro, circa 82 milioni al mese, oltre 980 l’anno.

I SOLDI NON VANNO AI MIGRANTI, RESTANO NEI COMUNI
“Sono soldi che non vanno assolutamente in mano ai migranti – continua Di Capua – ma che rappresentano il costo del loro mantenimento. Se togliamo i due euro e cinquanta circa di pocket money, restano più 32 euro (il 92% del totale) a migrante che servono, prima di tutto, per coprire la spesa del personale: cioè per pagare gli stipendi, i contributi e i contratti degli operatori che lavorano nei centri, e che sono soprattutto giovani italiani. Una parte è spesa per l’alloggio e per il mantenimento delle strutture, che alcune volte sono di proprietà dei Comuni e vengono ristrutturate e altre volte sono prese in affitto da privati della zona. Infine, una parte serve a pagare i fornitori, da quelli di generi alimentari alle farmacie fino alle cartolerie”.
Si tratta di una spesa che sostanzialmente rimane nei Comuni, spiega ancora la direttrice del servizio Sprar, non solo quelli vincitori dei bandi per l’accoglienza ma anche quelli limitrofi: “L’accoglienza è vantaggiosa da diversi punti di vista, quello culturale sicuramente, ma anche quello economico – dice Di Capua -. Nel caso dello Sprar sono 400 circa i comuni direttamente coinvolti nei progetti, ma secondo i nostri calcoli a beneficiarne sono almeno il triplo, cioè oltre mille. Questo perché spesso gli enti territoriali fanno accordi con comuni limitrofi per gestire meglio l’accoglienza. Stiamo portando avanti un monitoraggio proprio su questo e dai primi risultati emerge che il flusso finanziario ha un impatto positivo su un territorio ampio”.

LA SPESA IN DETTAGLIO: DAL CIBO AI VESTITI
Per la ripartizione dei fondi erogati per l’accoglienza, fa fede la convenzione che il gestore del centro stipula con la prefettura di riferimento: dentro quei 35 euro pro capite pro die ci devono rientrare l’acquisto e l’erogazione dei pasti, i servizi, il pocket money, la manutenzione delle strutture e in alcuni casi anche i progetti di integrazione. In una convenzione standard, per esempio, viene messo nero su bianco che i pasti al giorno devono essere tre, colazione, pranzo e cena, sette giorni alla settimana. Nella scelta delle pietanze (che devono essere genuini e di qualità) si chiede di prestare attenzione a cibi “non in contrasto con i principi e le abitudini dei richiedenti asilo”, in particolare rispettando i vincoli religiosi. Inoltra ai migranti va fornita una tessera ricaricabile da 15 euro, prodotti per l’igiene personale, vestiti, un posto letto adeguato, un servizio di lavanderia, assistenza nel caso di nuclei familiari con bambini. Infine bisogna rispettare gli ambienti devono essere puliti assicurando un “confort igienico e ambientale”. “Tolti i due euro e cinquanta di pocket money e il cibo che mangiano, ai migranti non va nient’altro – sottolinea don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e della fondazione Caritas in Veritate, che a Fermo ospita 100 rifugiati in un progetto di prima accoglienza -. Il resto viene speso sul territorio. Bisogna assicurare personale adeguato: educatori, mediatori culturali, uno psicologo e una cuoca. E questi sono posti di lavoro. Il cibo poi viene comprato sempre in zona, così come le medicine e i vestiti".

L'ACCOGLIENZA E' UN VANTAGGIO, MA NESSUNO LO DICE
"L’accoglienza è chiaramente un vantaggio, questo nessuno lo dice – aggiunge Albanesi -. Al Sud in particolare è un modo anche per sistemare le persone, il caso più eclatante è il Cara di Mineo, dove il consorzio dei comuni, titolare del progetto, era interessato non tanto alla speculazione finanziaria quanto ai 500 posti di lavoro per le persone del luogo”.
Ovviamente, spiega ancora Albanesi, sono in tanti quelli che continuano a lucrare sull’accoglienza, perché il ritorno economico è sostanzioso, soprattutto in un momento di crisi. “Per quanto riguarda lo Sprar il controllo c’è ed è costante, tutto deve essere tracciato e registrato – continua -. Ma i furfanti continuano ad esserci, e non è difficile truffare, soprattutto nei casi in cui si va in emergenza e si cercano posti senza preoccuparsi troppo di chi li gestisce. C’è molto margine d’azione, e non tutti sono interessati a fare un’opera adeguata, con onestà”. Il presidente della Comunità di Capodarco sottolinea infine il paradosso di chi continua a parlare di costi enormi per l’accoglienza: “quando c’è stato il terremoto a L’Aquila lo stato pagava per l’accoglienza ai terremotati 64 euro al giorno. Molti erano sistemati negli alberghi della costiera adriatica, ma nessuno ha protestato. Perché oggi 35 euro ci sembrano così tanti? Solo perché queste persone sono nere?”.

MA PER CHI SPECULA, POCHI CONTROLLI
Ad Asti, la onlus Piam, che da anni si occupa di tratta ma anche di accoglienza ai richiedenti asilo e rifugiati, ha lanciato addirittura una campagna mediatica dal titolo “L’accoglienza fa bene”. “Le Regioni guadagnano (l'Iva), l'Inps sta meglio (con i contributi versati ai lavoratori dell'accoglienza ), noi ne beneficiamo (una buona accoglienza è più salutare per tutti, le malattie si prevengono con un tetto, qualche pasto e una buona doccia)” si legge in uno dei suoi spot. “Gestiamo uno Sprar con 60 persone, ma nell’ultimo anno abbiamo ampliato il numero dell’accoglienza attraverso una convenzione con la prefettura, e in totale ospitiamo 140 migranti – spiega Alberto Mossino, presidente di Piam - Una parte dei fondi Sprar sono destinati alla comunicazione, e normalmente le organizzazioni li spendono in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Noi abbiamo pensato di lanciare questa campagna per rispondere ai tanti pugni che ci arrivano da ogni parte, alle ruspe di Salvini, ai luoghi comuni che non possiamo più sentire – spiega -. Dopo l’inchiesta Mafia Capitale, su tutti coloro che lavorano nell’ambito dell’accoglienza si è abbattuta un’ondata di disprezzo. E perciò volevamo chiarire alcune cose: innanzitutto che l’accoglienza fa bene perché ne beneficia chi lavora nei luoghi dove essa viene messa in pratica. Un esempio? Questa mattina ho speso 500 euro in vestiti per i migranti che sono arrivati nel nostro centro, li ho comprati in un negozio qui vicino. Sempre qui compriamo gli alimenti, e quando abbiamo qualche lavoretto da fare ci rivolgiamo in zona. A Natale abbiamo speso quattromila euro per comprare delle biciclette ai migranti da un artigiano che lavora poco distante da noi. Questo va detto, bisogna chiarire che le ricadute ci sono”.
Mossino invita però anche a fare i giusti distinguo: “c’è chi lavora bene e chi specula. Purtroppo i controlli, soprattutto nei casi dell’accoglienza straordinaria sono troppo pochi. Ci sono centri riempiti all’inverosimile, dove gli standard sono totalmente inadeguati ma nessuno se ne preoccupa. C’è chi si mette in questo giro solo per speculare, perché in questo momento è un guadagno che fa gola a tanti”. (ec)

venerdì 19 giugno 2015

"Quanti rifugiati ha il Vaticano?" Migliaia accolti in strutture religiose “Difficile fare una mappa: "si pensa a fare il bene, non a dirlo”

Dopo l'invito di Papa Francesco rivolto qualche tempo fa a tutti gli istituti religiosi di aprire le porte agli immigrati, molte famiglie religiose e associazioni cattoliche hanno aperto le porte delle loro strutture per accogliere immigrati e rifugiati. Il mondo cattolico non è nuovo nell'esperienza di accoglienza a persone in pericolo. E' nota l'accoglienza che le case religiose offrirono nascondendo le famiglie di ebrei a Roma perseguitati dai tedeschi durante l'occupazione. L'accoglienza di questi giorni è un lavoro che difficilmente si riesce a quantificare perché non c'è nessun interesse a pubblicizzarlo ma si cerca di farlo e farlo bene,  ma è una costellazione di iniziative che se quantificate mostrerebbero che si tratta di un lavoro imponente. Le affermazioni di politici che chiedono al Vaticano, ovvero alla Chiesa di non poter parlare di accoglienza se prima non accolgono gli immigrati, oltre ad essere un affermazione volgare è assolutamente priva di fondamento reale.
Blog Diritti Umani - Human Rights 


Redattore Sociale
Da Gorizia a Enna, sono tanti i religiosi che aprono le proprie strutture per accogliere i migranti. E sul web c’è chi cerca di raccontarlo. La sfida lanciata dal portale "Altro da dire". “Raccolta dati difficile: si pensa a fare il bene, non a dirlo”

ROMA - Fare del bene, senza dirlo. E’ quello che accade in tante strutture religiose sparse in tutt’Italia, che hanno aperto le porte di ex conventi o altre strutture per accogliere i migranti e per rispondere alla crescente richiesta di posti per l’accoglienza, ma anche per trasformare in realtà le parole di papa Francesco di due anni fa, in cui chiedeva di aprire i conventi ai rifugiati. Ad oggi sono tante le strutture religiose che ospitano i migranti, ma non è facile fare un quadro complessivo della situazione. Nel web, però, c’è chi sta cercando di mappare l’impegno dei religiosi. È il progetto Altro da dire, sostenuto dalla fondazione Comunicazione e cultura della Cei e realizzato da Kaleidon, che da un mese a questa parte sta provando a fare una fotografia dell’esistente.

Ad un primo colpo d’occhio, sono centinaia i migranti accolti in ex conventi, case e strutture gestite da religiosi. Un’accoglienza silenziosa, lontana dalla bolla mediatica, ma sparsa in modo capillare su tutto il territorio. Ci sono i guanelliani a Como, Lecco, Nuova Olonio e a Sormano, i francescani ad Enna, Roma e Piglio, i comboniani a Brescia, i pavoniani a Maggio di Valsassina, gli scalabriniani a Roma e Foggia, le suore Mercedarie a Valverde di Scicli, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza a Lora (Como) ed Ardenno (Sondrio), le Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia. Poi ancora i salesiani e suore di San Giuseppe di Chambery. Ma la lista è destinata a crescere. “La mappa viene aggiornata man mano che arrivano i dati dai superiori provinciali, contattati inizialmente durante l’assemblea generale di novembre del Cism (Conferenza italiana Superiori maggiori) e Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia) – spiega Laura Galimberti, coordinatrice di ‘Altro da dire’ -. Abbiamo chiesto a molti di fornirci dei dati, ma non tutti rispondono, perché spesso non c’è una propensione a raccogliere dati di questo tipo. Si pensa a fare il bene e non a dirlo”. La sfida è quella di dare un segnale forte, ma anche di rispondere alle boutade che arrivano da alcuni esponenti politici. “L’obiettivo è quello di dire che non è vero che non c’è un’accoglienza da parte dei religiosi – spiega Galimberti -. C’è e piano piano la stiamo raccontando”.

Nella mappa non mancano le zone d’ombra, ma si tratta soltanto di intere regioni da cui non arrivano ancora dati. “Ci sono regioni da cui non abbiamo ancora risposte – spiega Galimberti -. Dobbiamo ancora incanalare e raccogliere altri dati. I miei primi referenti, per il momento, sono i superiori provinciali, ma spesso nei database ci sono indirizzi vecchi e per questo è difficile far arrivare le richieste. Alcune realtà dobbiamo ancora contattarle”. Quelle raggiunte, però, parlano di strutture che accolgono da poche decine fino a centinaia di migranti. Come raccontano gli ultimi dati inseriti. “Ci sono delle risposte numericamente consistenti – spiega Galimberti -, come quella delle Suore della Provvidenza di Gorizia, che accolgono 150 migranti provenienti da Afghanistan e Pakistan nell’ex convento Nazareno”.

“Non potendo promuovere opere di accoglienza per i profughi in prima persona abbiamo messo a disposizione gratuitamente alcune nostre strutture - spiega al portale ‘Altro da dire’ padre Luigi Testa, superiore provinciale degli Oblati di San Giuseppe -: in Sardegna a Frutti d’Ava e ad Asti, dove un nostro ex seminario accoglie 50 profughi. A Canelli ancora, nella parrocchia del Sacro Cuore una realtà di accoglienza per 10 minori non accompagnati richiedenti asilo. Le iniziative sono gestite tramite cooperative vicino alla Caritas diocesana e a realtà ecclesiali”. A Pergusa, in provincia di Enna, invece, sono i frati minori conventuali ad accogliere nel villaggio del Fanciullo Sant’Antonio. “Abbiamo messo a disposizione a Pergusa la struttura per accogliere i rifugiati dell’Africa e del Medio Oriente – racconta padre Giambattista Spoto -. Ad oggi accoglie cento fratelli scappati dalla guerra e dalla fame che stanno trovando aiuto e un po’ di speranza nel futuro”. A sottolineare l’impegno dei religiosi anche padre Luigi Gaetani, presidente della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori: “I religiosi non si tirano indietro rispetto all’invito del Papa. Sanno bene, da sempre, che la carità non è part time”.(ga)

domenica 26 aprile 2015

Romano Busdraghi, 82 anni apre la sua casa a 7 profughi: "Ospito i migranti come fecero i miei genitori"

Il Tirreno
Venturina: Romano Busdraghi spiega la scelta di aderire al progetto della cooperativa Odissea di Lucca, che gli versa 350 euro di affitto al mese. "Tutta la storia della mia famiglia è segnata dall'emigrazione"
Quando ha sentito l'appello del presidente Enrico Rossi per l'accoglienza dei profughi dall'Africa, a Romano Busdraghi è risuonato in testa il fragore delle bombe di quando era bambino, durante la seconda guerra mondiale. Si è ricordato di quando, nel podere di famiglia vicino al ponte di Cornia che fu minato dai tedeschi, sua madre e suo padre ospitarono cinque famiglie sfollate da Piombino. Gli è tornata in mente quella bambina con cui divideva il pane: «Ormai sarà vecchietta anche lei».

Questi ricordi lo hanno aiutato: pochi giorni fa, infatti, ha fatto la scelta importante di ospitare nella sua casa di via Puccini, a Venturina, 7 ragazzi africani sbarcati a Reggio Calabria su un barcone insieme a tanti altri. Hanno tra i 17 e i 21 anni e vengono dall'Eritrea e dalla Somalia. «Per me e mia moglie sono diventati come degli amici: abbiamo regalato loro dieci quaderni, le matite e i libri per imparare l'italiano». Romano Busdraghi ha 82 anni, compiuti da poco, è un signore arzillo che con la moglie Luana possiede un'edicola a Venturina, «la bottega» la chiama lui. «Passano a salutare e a ringraziarci, noi cerchiamo di fare quello che possiamo. Ogni tanto gli diamo anche un po' di schiacciata a metà mattina».

Parla della sua decisione come se non avesse avuto scelta: «Tutta la storia della mia famiglia è stata segnata dall'emigrazione – racconta - i miei bisnonni arrivarono sulla costa da Firenze con cinque figli e morirono giovani per colpa della malaria; i miei nonni hanno vissuto nell'indigenza per anni. I miei genitori, che erano contadini, trovarono spazio nel casolare dove vivevamo per ospitare gli sfollati da Piombino che veniva bombardata. Io non potevo fare altro che raccogliere l'appello della cooperativa Odissea di Lucca e aiutare questi poveretti che sono scappati dalla fame e dal conflitto».

Davanti alla casa che ospita i migranti, Romano ricorda i sacrifici fatti per tirarla su: «Incominciammo a costruirla io e mio cognato nel 62 e ci abbiamo vissuto per decenni». Fuori, nel piccolo giardino, ci sono qualche sedia di plastica bianca, il bucato ad asciugare e un paio di scarpe da ginnastica proprio davanti alla porta. «Non possiamo entrare perché ora è casa loro e a me non va di essere invadente». Busdraghi, infatti, l'ha affittata alla cooperativa Odissea per un anno, la quale l'ha affidata ai migranti; riceverà, come canone d'affitto, 350 euro netti al mese.

Ci raggiunge Giulia Veracini, la psicologa della cooperativa, incaricata di seguire il percorso dei richiedenti asilo: «Sono dei ragazzi davvero in gamba e il loro inserimento, per il momento, è un successo; i vicini li hanno accolti molto bene e loro hanno voglia di farsi accettare: il pomeriggio vanno ai campetti e giocano con i ragazzi del posto. Vogliono solo lasciarsi alle spalle l'orrore della guerra. Stiamo risolvendo tutta la parte burocratica per l'accettazione – dice la psicologa - poi partiremo con un percorso di aiuto e di integrazione sia linguistico che lavorativo». Uno dei ragazzi si avvicina, ha voglia di chiacchierare: «Ça va?” (tutto ok?, ndr); «Ça va. C'è un bel tempo - dice - Dopo andremo a giocare a pallone. Ora però devo andare a comprarmi delle ciabatte nuove, queste le ho pagate 3 euro ma si sono già rotte. Au revoir».

di Cesare Bonifazi Martinozzi