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martedì 30 marzo 2021

Migranti, altri soccorsi della Open Arms (unica nave umanitaria presente nel Mediterraneo), ora a bordo sono 219 tra loro molti bambini.

QTS
Dopo un primo soccorso avvenuto sabato mattina e una giornata di ricerche, la Open Arms, con a bordo il personale di Emergency, ha concluso ieri le operazioni di salvataggio di altre due imbarcazioni in difficoltà in zona Sar maltese.


Adesso a bordo della nave della Ong spagnola ci sono 219 persone: 56 sono minori e tra questi diciassette hanno meno di dieci anni.

Durante la prima operazione sono stati recuperati 61 uomini e 23 minori, tra cui un bambino non accompagnato di dieci anni. Nella seconda, sono invece stati trasferiti a bordo 74 uomini, cinque donne – di cui due incinte – e diciotto minori, tra i quali un bambino di appena un anno.

Attualmente la Open Arms è l’unica nave umanitaria presente nel Mar Mediterraneo.

In questi giorni, ha sottolineato la Ong, “abbiamo ricevuto varie segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà. Tuttavia, raggiunte le coordinate indicate, non siamo stati in grado di rintracciare le imbarcazioni in difficoltà, respinte da motovedette libiche presenti nella zona”.

Open Arms ed Emergency hanno richiesto più volte l’assegnazione di un porto sicuro a Malta che lo ha negato “attendiamo ora la risposta dell’Italia. Siamo preoccupati di questo silenzio”.

“È evidente infatti – hanno sottolineato – che a breve i bambini più piccoli non potranno più rimanere sul ponte della nave, e non vogliamo certo che debbano soffrire di più di quanto hanno già patito, prima di poter essere sbarcati in un luogo protetto”.

lunedì 29 marzo 2021

Libia. Nuove fosse comuni scoperte a Tarhouna - Se ne contano 18 con almeno 1000 persone uccise dal 2013

Corriere della Sera
I 13 cadaveri sono avvolti in altrettanti lenzuoli bianchi. Li hanno trovati negli ultimi giorni tra la terra fine del cosiddetto "progetto Rabat", una zona di cantieri alla periferia dei quartieri abitati. 


Qui si trova una delle fosse comuni più grandi. "Vi abbiamo individuato oltre 160 corpi. In tutto, le fosse comuni sono 18, sparse per le campagne attorno a Tarhouna. Stimiamo vi si trovassero i resti di un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. 

 Lorenzo Cremonesi


sabato 27 marzo 2021

L'appello degli intellettuali all'Azerbaigian: "Liberate i prigionieri armeni" - Centinaia di prigionieri di guerra e civili ancora nelle carceri

Corriere della Sera
La richiesta a Baku: rispettate la convenzione di Ginevra dopo il cessate il fuoco. Pubblichiamo l'appello al governo dell'Azerbaigian per il rilascio dei prigionieri di guerra nel 
Nagorno Karabakh cui hanno aderito tra gli altri Dacia Maraini, Antonia Arslan, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco. 

Un bombardamento sul Nagorno Karabakh il 6 ottobre 2020 - Ansa


È estremamente allarmante che, nonostante la Dichiarazione tripartita di cessate il fuoco firmata dai leader di Armenia, Azerbaigian e Russia il 9 novembre 2020, centinaia di prigionieri di guerra armeni e civili, tra cui anche donne, restino prigionieri e non siano ancora stati rilasciati dall'Azerbaigian. Molti di loro sono stati catturati dopo la fine delle ostilità.


Ci appelliamo all'Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria postbellica. La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante.

Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale. Crediamo fermamente che il rilascio immediato di tutte le persone catturate sia una questione puramente umanitaria e non debba essere soggetto ad alcuna manipolazione e politicizzazione. 

Pertanto, sollecitiamo l'Azerbaigian ad astenersi dall'utilizzo di questa questione per scopi politici e a permettere a tutti i prigionieri di riabbracciare i loro cari al più presto possibile. Il rilascio immediato di tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell'auspicio di una pace duratura.

venerdì 26 marzo 2021

Il Kenya ordina la chiusura dei campi profughi di Dadaab e Kakuma che ospitano 410 mila rifugiati, sopratutto somali

africarivista.ir
Il Kenya ha ordinato la chiusura di due vasti campi che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Somalia e ha dato all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) due settimane per presentare un piano in tal senso. 


I campi profughi di Dadaab e Kakuma nel nord del Kenya ospitano più di 410.000 persone soprattutto somali; una piccola percentuale di queste proviene anche dal Sud Sudan.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale, le autorità di Nairobi avevano annunciato per la prima volta la loro intenzione di chiudere il campo di Dadaab, che è più vicino al confine con la Somalia rispetto a Kakuma, nel 2016.

Fred Matiang’i, ministro degli Interni del Kenya, ha concesso ora all’Unhcr 14 giorni per elaborare un piano per la chiusura di entrambi i campi, ha riferito il ministero in un tweet, aggiungendo che non c’è spazio per ulteriori colloqui sulla questione.

“La decisione avrebbe un impatto sulla protezione dei rifugiati in Kenya, anche nel contesto della pandemia covid-19 in corso”, ha riferito da parte sua l’Unchr in una dichiarazione.

La mossa del Kenya arriva in momento in cui le relazioni con la Somalia sono ai minimi: lo scorso dicembre Mogadiscio ha tagliato i rapporti diplomatici con Nairobi accusando il vicino di interferire nei suoi affari interni.

Le due nazioni si stanno inoltre confrontando presso la Corte internazionale di giustizia per una controversia sui confini marittimi, sebbene il Kenya abbia boicottato l’udienza. In commenti affidati alla Reuters, il ministero degli interni del Kenya ha sostenuto che la decisione di chiudere i campi non è collegata a difficoltà diplomatiche con la Somalia.

giovedì 25 marzo 2021

Virginia - Il Governatore Northam sceglie il braccio della morte del Greensville Correctional Center per firmare l'abolizione della pena di morte

Blog Diritti umani - Human Rights
Il governatore ha firmato mercoledì 24 marzo ha firmato la legge che rende la Virginia il 23° stato ad abolire la pena di morte, un importante cambiamento nello stato che ha avuto i più alti numeri di esecuzioni superato solo dal Texas.

Il governatore Ralph Northam firma la legge che abolisce la pena di morte 
in Virginia in una tenda nel Greensville Correctional Center (Foto AP) 

Il governatore Ralph Northam, un democratico, ha firmato i progetti di legge della Camera e del Senato in una cerimonia sotto una tenda mercoledì dopo aver visitato la camera della morte al Greensville Correctional Center, dove 102 persone sono state condannate a morte dall'inizio degli anni '90.

Il governatore Ralph Northam visita la celle dei condannati
a morte 
del Greensville Correctional Center (Foto AP) 

"Non c'è posto oggi per la pena di morte in questo stato, nel sud o in questa nazione", ha detto Northam poco prima di firmare la legge.

La stanza delle esecuzione con iniezione letale
 nel Greensville Correctional Center (Foto AP) 

Northam ha detto che la pena di morte è stata applicata in modo sproporzionato ai neri ed è il prodotto di un sistema giudiziario imperfetto che non sempre lo fa bene. E ha detto inoltre che dal 1973, più di 170 persone in tutto il paese sono state rilasciate dal braccio della morte perchè scoperte innocenti.

La Virginia ha giustiziato quasi 1.400 persone da quando era una colonia. In tempi moderni, lo stato è secondo solo al Texas per numero di esecuzioni eseguite, con 113 da quando la Corte Suprema ha ripristinato la pena di morte nel 1976.

Fonte: AP

mercoledì 24 marzo 2021

Guerre dimenticate - Yemen, sei anni di guerra. 18.557 vittime civili, 4,3 milioni di sfollati, sistema sanitario al collasso.

Corriere della Sera
Nel nord del Paese, la situazione più critica riguarda la provincia ricca di petrolio di Marib. A Taiz i civili esposti a mine, ordigni e cecchini. L'inviato Onu: una battaglia inutile. Sei anni di guerra e un conflitto che si allarga mentre i civili sono allo stremo. 


Lo Yemen prosegue nella sua spirale verso una nuova escalation di violenza che sta coinvolgendo sempre più fronti: dallo scontro tra ribelli sciiti Houthi e governo riconosciuto di Aden, al confronto tra filo-sauditi e separatisti del sud, alla guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. 

Sullo sfondo di questa crisi, il divario sempre più ampio tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti, in particolare dopo la decisione dell'amministrazione Biden di sospendere il sostegno alla coalizione araba guidata da Riad nella lotta contro i ribelli sciiti e cancellare dalla lista dei gruppi terroristici il gruppo Ansar Allah a cui fanno riferimento gli insorti sciiti filo-iraniani.

La crisi umanitaria dunque non si ferma, con oltre 18.557 vittime civili segnalate tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% della popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria.
Solo nel 2020 i fronti sono aumentati da 33 a 49, provocando 172mila nuovi sfollati interni in un anno. In totale oggi sono 4milioni gli sfollati interni, di cui il 76% sono donne e bambini. Il conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. Secondo la comunità internazionale, nel 2021 si prevede che 16,2 milioni di persone nello Yemen dovranno affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta.

"Il sistema sanitario nazionale è al collasso", è l'allerta lanciata da Medici Senza Frontiere. La popolazione non ha accesso a cure mediche di base e servizi essenziali e la situazione è aggravata dalla crisi economica e problemi di sicurezza. 
[...]
Il conflitto impedisce alla popolazione di accedere ad acqua potabile e cure tempestive, e malattie curabili e prevenibili diventano cause di morte. Tra queste ci sono epidemie di morbillo, colera o decessi in gravidanza.

Marta Serafini

lunedì 22 marzo 2021

783 milioni di persone al mondo non hanno acqua pulita. ONU: 115 persone muoiono ogni ora per acqua contaminata in Africa subsahariana e Asia meridionale

Africa Rivista
Dei 783 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua pulita nel mondo, il 40%vive nell’Africa subsahariana. È quanto risulta dalle statistiche fornite dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata mondiale dell’acqua che si celebra oggi, 22 marzo. L’acqua tocca molti aspetti delle vita umana. Il primo è quello igienico-sanitario.


Le strutture igienico-sanitarie separano in modo sicuro i rifiuti umani dal contatto umano, ma quando le persone non hanno accesso a servizi igienici sicuri, sono costrette a fare i loro bisogni all’aperto e i rifiuti umani vengono trasferiti nuovamente nelle risorse alimentari e idriche delle persone. 

Circa un quarto delle persone che non può godere dei servizi igienici vive nell’Africa subsahariana. 


L’uso di acqua potabile contaminata e cattive condizioni igieniche determina una maggiore vulnerabilità alle malattie trasmesse dall’acqua, tra cui diarrea, colera, dissenteria e tifo. 

Più decessi si verificano tra i bambini di età inferiore a 2 anni che vivono in Asia meridionale e Africa subsahariana. 
Secondo le Nazioni Unite, 115 persone in Africa muoiono ogni ora per malattie legate a scarsa igiene, scarsa igiene e acqua contaminata. Le malattie diarroiche, causate principalmente da acqua non sicura e scarsa igiene, uccidono più bambini sotto i 5 anni rispetto a malaria, Aids e morbillo messi insieme. La diarrea uccide un bambino ogni 60 secondi.
Quando una persona non ha accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, è anche a rischio di diminuzione della frequenza scolastica, giornate lavorative perse, malnutrizione e povertà. 

Si stima che ogni anno vengano persi 400 milioni di giorni di scuola a causa di malattie legate all’acqua, con 272 milioni persi solo a causa della diarrea.

In Africa, in particolare nell’Africa subsahariana, più di un quarto della popolazione impiega più di mezz’ora per viaggio per raccogliere l’acqua. Il compito di andare a prendere l’acqua tende a ricadere sulle donne, e questo fardello può anche impedire alle ragazze di frequentare la scuola. Nell’Africa subsahariana, le donne e le ragazze trascorrono 40 miliardi di ore all’anno per procurarsi l’acqua.

Il numero di persone che vivono nell’Africa subsahariana è quasi raddoppiato negli ultimi 25 anni, ma l’accesso ai servizi igienico-sanitari e all’acqua, secondo le Nazioni Unite, è migliorato minimamente, lasciando milioni indietro. Anche dove sono stati apportati miglioramenti nell’accesso all’acqua pulita e alle infrastrutture fognarie, un numero enorme di africani vive senza queste necessità. Nei Paesi dell’Africa subsahariana con i migliori tassi di copertura idrica, una persona su quattro non dispone ancora di servizi igienici adeguati. I residenti nelle aree rurali stanno spesso peggio dei residenti urbani quando si tratta di mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, e il finanziamento è irregolare e insufficiente nell’area.