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lunedì 29 marzo 2021

Libia. Nuove fosse comuni scoperte a Tarhouna - Se ne contano 18 con almeno 1000 persone uccise dal 2013

Corriere della Sera
I 13 cadaveri sono avvolti in altrettanti lenzuoli bianchi. Li hanno trovati negli ultimi giorni tra la terra fine del cosiddetto "progetto Rabat", una zona di cantieri alla periferia dei quartieri abitati. 


Qui si trova una delle fosse comuni più grandi. "Vi abbiamo individuato oltre 160 corpi. In tutto, le fosse comuni sono 18, sparse per le campagne attorno a Tarhouna. Stimiamo vi si trovassero i resti di un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. 

 Lorenzo Cremonesi


mercoledì 20 gennaio 2021

Fosse comuni, droga e tratta di migranti. La Libia ostaggio degli orrori delle tribù. di Domenico Quirico

La Stampa
La «banda dei sette fratelli» di Tarhuna sfilava per la città con i leoni. Dopo la ritirata di Haftar è fuggita lasciando centinaia di morti.


Guardo scorrere i filmati delle fosse comuni che da settimane vengono alla luce a Tarhuna in Libia. Viene in mente lo slogan scritto su una maglietta che vidi in Ruanda al tempo del genocidio: «Seppellire i morti, non la verità».

Gli uomini che scavano alla ricerca dei corpi sono rivestiti delle tute bianche che la pandemia ci ha reso abituali, quotidiane, il volto è coperto da maschere. Scavano buche superficiali. Gli assassini avevano fretta, i nemici stavano entrando in città, hanno ucciso e poi gettato su uomini, donne, anche bambini, poche palate di sabbia. 

Chi ha scoperto le prime fosse racconta che uscivano dalla sabbia lembi di vestiti, frammenti di arti. Ne hanno portate alla luce già una trentina, con 120 corpi. Ma le persone che risultano scomparse a Tarhuna sono 350. I parenti mostrano le foto, chiedono di vedere i vestiti, gli oggetti ritrovati nelle fosse, cercano una traccia, una prova, una smentita. Di molti non si è ancora scoperta l’identità. Gli innominati: coloro che vengono uccisi e sepolti anonimamente.

L’impressione più terribile l’offrono le sagome disegnate sulla sabbia dai vestiti, una uniforme, una lunga veste femminile, la tuta di un bimbo; sembrano ipotesi irrealizzate di esseri umani, la traccia lasciati da fantasmi che non potremo mai abbracciare. Palme derelitte presidiano il pietoso lavoro degli sterratori. Incombe il cielo di un azzurro così chiaro da sembrare irreale, metafisico. La forza dell’elemento distruttivo non si coniuga con la speranza o un progetto di un mondo nuovo: solo morte e guerra.

C’è chi sostiene che l’impatto estetico con il macabro come le tracce di un massacro emozioni ma non aiuti a capire il male. Forse ha ragione: a furia di guardare atrocità, le sue prove e testimonianze alla fine ci appaiono irreali, finiamo per abituarci e non ne ricaviamo alcun arricchimento morale.

I massacri sono tutti identici tra loro, Ruanda, Darfur, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia: i morti sono innocenti, gli assassini sono dei mostri, e la politica internazionale è complice o inesistente. Se non fosse per il mutare degli sfondi dietro le fosse comuni, la savana il deserto una città in rovina una foresta lussureggiante, sembrerebbe sempre la stessa storia: un gruppo che ha le armi massacra un gruppo che non le ha in un ennesimo ciclo di odio atavico. Più la Storia cambia e più le cose, queste cose, restano eguali. Il massacro è frutto di una violenza talora endemica talora episodica ma sempre in posti dove «ci si uccide reciprocamente». La universalità del male ci solleva quasi dalla necessità di riflettere su quell’episodio particolare. Queste fosse comuni emergono dal nulla e altrettanto velocemente tornano nel nulla. Il sangue si coagula, i cadaveri senza nome e i loro assassini, anche loro senza nome, divengono sfondo. E l’orrore, così, risulta qualcosa di assurdo.

giovedì 1 marzo 2018

Myanmar, le ruspe del regime per cancellare le fosse comuni dei rohingya

La Repubblica
"Così provano a spazzare via le prove dei massacri". Le nuove accuse mentre il governo birmano continua il balletto di cifre con il vicino Bangladesh per il rientro dei primi profughi musulmani scappati dal Paese della Nobel Aung San Suu Kyi


Bangkok – Nessuno immaginava un ritorno facile né immediato degli esuli islamici rohingya fuggiti in Bangladesh per salvarsi dalle pulizie etniche dell’esercito birmano nello Stato dell’Arakan. Mentre continua tra i due governi il balletto sul numero, l’identificazione e le date di rientro dei primi 7000 “aventi diritto”, le organizzazioni umanitarie denunciano il vasto impiego nel Myanmar di bulldozer e ruspe per distruggere le prove dei massacri commessi lo scorso anno dai militari contro la popolazione civile.

L’ultima documentazione apparentemente attendibile viene da “Progetto Arakan”, una Ong che monitora da molti anni la situazione nello Stato abbandonato dall’oggi al domani da 700mila Rohingya, ultimi di varie ondate di esodi cominciati nel 2012, ripresi nel 2016 e conclusi in miseri campi profughi del Bangladesh tra agosto e ottobre dello scorso anno. 

Ai primi di settembre risale la prima e finora unica strage ammessa e documentata da immagini tremende prima e dopo l’esecuzione di 10 uomini sospettati di far parte del gruppo armato di “Salvataggio dei Rohinya” e a quanto pare semplici studenti, un imam, pescatori e contadini.

Ma contando su un network locale di contatti, la direttrice Chris Lewa è stata in grado di fornire al giornale inglese "Guardian" il video di una fossa comune della quale non si era ancora parlato, ripreso prima che le macchine ci passassero sopra per non lasciare tracce. Si vede la terra smossa e sacchi di tela cerata semisepolti in una radura della foresta con una gamba fuori in decomposizione.

"Due dei siti delle fosse che conoscevamo - ha detto Lewa al quotidiano – erano già apparsi sui media, ma altri sono stati occultati. Ciò significa che si stanno distruggendo le prove dei massacri”. 

Secondo l’attivista le operazioni con le ruspe documentate a Maung Nu, vicino alla città di Buthidaung, sono effettuate da compagnie del Myanmar centrale, e questo proverebbe che “sta accadendo sotto gli ordini del governo" della Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Raimondo Bultrini

giovedì 26 dicembre 2013

Sud Sudan, l’orrore delle fosse comuni - All’Onu risoluzione per inviare altri 5.500 caschi blu

La Stampa
Nella roccaforte dei ribelli centinaia di persone uccise e una buca con 34 corpi
Kerry: fermare la guerra. All’Onu risoluzione per inviare altri 5.500 caschi blu

Una fossa comune con 34 corpi e centinaia di persone massacrate, secondo testimoni, in una stazione della polizia. La situazione in Sud Sudan peggiora con il passare delle ore, con 45.000 rifugiati civili nelle basi dell’Onu.

Il segretario di Stato americano, John Kerry, chiede la fine delle ostilità e l’avvio di trattative fra l’ex vice presidente sudsudanese, Riek Machar, e il presidente Salva Kiir. La Nazioni Unite continuano a monitorare la situazione - l’alto commissario per i diritti umani Pillay ha denunciato la scoperta della fossa comune di Bentiu, mentre altre sarebbero state trovate a Juba - e si apprestano a votare una risoluzione che autorizza il rinforzo di 5.500 uomini della missione di pace nel paese. L’Onu ha già 7.000 fra uomini della missione di pace e poliziotti in Sud Sudan.

«Il futuro del Sud Sudan è in pericolo e in questo momento c’è bisogno di una leadership forte. I leader del Sud Sudan si trovano a fronteggiare una difficile scelta: possono tornare a dialogare o distruggere i progressi ottenuti» afferma l’ambasciatore americano all’Onu, Samantha Power. 

Gli Stati Uniti hanno inviato 150 marine e alcuni aerei in una delle basi nel corno d’Africa nel caso in cui fossero necessari. Una decisione che mostra i timori per i civili americani che restano nel paese. 

Circa 380 americani sono stati evacuati dal Sud Sudan negli ultimi giorni ma, secondo indiscrezioni, altri 200 civili sarebbero ancora nel paese. Gli Stati Uniti hanno contatti con i principali attori sulla scena politica del Sud Sudan e stanno cercando di fare pressione per una soluzione di pace. 

Gli Usa, infatti, hanno giocato un ruolo diretto nell’indipendenza del Sud Sudan con il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Barack Obama, Susan Rice, che ha partecipato nel 2011 a una cerimonia a Juba per celebrare l’indipendenza nel Paese.