Pagine

martedì 23 novembre 2021

30 novembre - WEBINAR - No Justice without Life - Per un mondo senza la pena di morte - Promosso da Sant'Egidio

santegidio.org
Nell'ambito della Giornata mondiale "Città per la vita, città contro la pena di morte" del 30 novembre, la Comunità di Sant'Egidio promuove un webinar internazionale dal titolo "No Justice without Life" con esperti, attivisti, testimoni e società civile da Africa, Asia, Europa e Nord America. L'evento si conclude con l'illuminazione straordinaria del Colosseo, simbolo della campagna globale contro la pena di morte.

 

Intervengono

Antoinette Chahine 
Attivista, ex condannata a morte, Libano 
Mario Marazziti
Coordinatore Campagna per la Moratoria universale, Comunità di Sant’Egidio

David Mathis
Ex condannato a morte, USA
Denis Mukwege
Medico, Premio Nobel per la Pace 2018, Congo RDC
Suzana Norlihan Ujen
Attivista, avvocato, Malaysia
Sister Helen Prejean 
Attivista, Congregation of St. Joseph, USA
Vitus Rubianto Solichin
Vescovo di Padang, Indonesia
David Sassoli
Presidente del Parlamento europeo



















domenica 21 novembre 2021

Iran - L'attivista dei diritti umani Narges Mohammadi arrestata rischia 80 frustate, aveva partecipato ad una manifestazione per un collega ucciso.

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International: "Sia rilasciata immediatamente"
Una nota attivista per la difesa dei diritti umani iraniana, Narges Mohammadi, è stata arrestata a Karaj, nella provincia dell’Alborz, mentre partecipava alla commemorazione di Ebrahim Ketabdar, ucciso dalle forze di sicurezza durante le proteste nazionali del novembre 2019. 
L'attivista dei diritti umani Narges Mohammadi

Il giorno dopo ha telefonato ai familiari per informarli che era stata portata al carcere di Evin, nella capitale Teheran, per scontare la condanna a due anni e mezzo, emessa nel maggio 2021 insieme alla pena aggiuntiva di 80 frustate, per “propaganda contro il sistema”.

Da anni si batte contro la pena di morte. Narges Mohammadi è la vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran e ha collaborato alla Campagna per l’abolizione passo dopo passo della pena di morte. 

Dopo le proteste del novembre 2019, ha sostenuto pubblicamente le richieste di verità e giustizia delle famiglie delle centinaia di manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Era stata già arrestata arbitrariamente nel maggio 2015 e condannata, un anno dopo, a 16 anni di carcere solo per aver esercitato la sua libertà di espressione e di manifestazione. 

Nell’ottobre 2020, dopo una campagna globale portata avanti anche da Amnesty International, era stata scarcerata ma le autorità iraniane avevano continuato a minacciarla.

Le sue attività del tutto pacifiche. “Narges Mohammadi è una prigioniera di coscienza presa di mira solo per aver svolto attività del tutto pacifiche in favore dei diritti umani. Ora che è in carcere rischia addirittura 80 frustate. Chiediamo alle autorità iraniane di rilasciarla immediatamente, di annullare la condanna e di assicurare che sia protetta da ogni forma di tortura, comprese le frustate”, ha dichiarato Heba Morayaf, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Narges Mohammadi

sabato 20 novembre 2021

Sono 1236 nel 2021 le persone morte nel Mediterraneo nel tentativo di venire in Europa. Erano 858 nel 2020. Le Ong denunciato: sistematicamente ignorate le richieste di soccorso

Blog Diritti Umani – Human Rights
10 persone trovate morte sul fondo di un barcone dove erano stipate di oltre 100 migranti. La loro richiesta di aiuto è stata ignorata e hanno vagato per 13 ore al largo della Libia.


Queste morti fanno raggiungere al numero di 1236 i migranti che hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nel 2021.

La Sea Wath e Alarm Phone ricostruiscono la vicenda e dichiarano:
"Non ne possiamo più di queste morti annunciate e che si potrebbero impedire. Condoglianze alle loro famiglie e ai loro cari".
La ong tedesca denuncia che aveva avvistato il natante in pericolo "vicino alle navi italiane AssoVenticinque e Almisan che non hanno risposto al Mayday Relay lanciato dal nostro equipaggio".

Sono 1.236 - spiega il portavoce dell'Oim, l'agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, Flavio Di Giacomo - le persone morte nel Mediterraneo centrale nel 2021 (erano 858 nello stesso periodo del 2020).

ES

martedì 16 novembre 2021

Confine Bielorussia-Polonia - Per soccorrere i profughi, sfidando i divieti, una "lanterna verde" indica le case dove trovare accoglienza

Avvenire
Nelle città di confine si moltiplicano le iniziative di solidarietà spontanea. Alcuni residenti accendono una luce verde davanti alle case per segnalare che lì si può ottenere aiuto


I ribelli restano chiusi in casa. Non per timore, ma perché è proprio questo il modo con cui hanno scelto di aiutare i migranti sfidando i divieti imposti da Varsavia. Un sì spontaneo agli appelli alla solidarietà che arrivano da organizzazioni internazionali come dai vescovi del Paese.


Restano chiusi in casa e lasciano sull’uscio, nei villaggi sul confine, una luce verde sempre accesa. È il segnale convenuto per indicare a chi riuscisse ad attraversare la frontiera che in quella casa troverà un pasto caldo, coperte, braccia aperte e nessuno spione pronto a chiamare la polizia. 

Non hanno nulla da nascondere e perciò hanno aperto anche una pagina sui social network. «Nella casa contrassegnata dal “semaforo verde” dalla sera in poi troverai un aiuto d’emergenza». Oltre all’inglese, la pagina offre informazioni in arabo, curdo, francese e naturalmente polacco.

Uno dei promotori, l’avvocato Kamil Syller, ha rivolto un appello cominciando dai suoi vicini nel villaggio di Dubicze Cerkiewne, nel nord-est della Polonia. 

Un po’ alla volta le “green light” si stanno moltiplicando. La legge polacca vieta di accompagnare i migranti lungo il tragitto o di farli soggiornare per più giorni. In questi casi si va incontro a un processo per favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Allo stesso tempo è vietato avvicinarsi al confine per lanciare viveri, sacchi a pelo, coperte in territorio bielorusso.

Gli attivisti delle "lanterne verdi", offrendo ospitalità per la notte e aiuti d’emergenza non sono perseguibili. Secondo l’avvocato Syller, molti migranti per timore di venire denunciati si nascondono nella foresta, sul lato polacco, anziché chiedere aiuto alla gente del posto. 

«Non ti aiuteremo a nasconderti o a viaggiare oltre – è il messaggio – . Ti aiuteremo solo a sopravvivere, come parte della solidarietà con una persona bisognosa».

I volontari non forniscono dati sulle persone fino ad ora accolte. Ma attaccano il governo, che emana «norme draconiane che presto legalizzeranno i respingimenti, pur sapendo che provocherà la morte delle persone. E noi abitanti della terra di confine, che vediamo il dramma e la sofferenza umana, non facciamo calcoli. Dobbiamo restare umani».

Nello Scavo

lunedì 15 novembre 2021

Sahara Occidentale. Saharawi, la guerra dimenticata che può travolgere il Nord Africa, dove si combatte dal novembre 2020

Avvenire
I fuoristrada disegnano piste sulla sabbia incandescente del Sahara Occidentale. Omar Deidih Brahim sobbalza, avvolto nel suo turbante verde, mentre sfreccia rapido il convoglio dei mezzi militari saharawi. «Dobbiamo allontanarci subito – esclama – o i soldati marocchini ci scaricheranno addosso l’artiglieria pesante». All’orizzonte, colonne di fumo e polvere si alzano dal deserto piatto. A seguire, i boati sordi squarciano il silenzio, in lontananza. Sono le batterie di razzi lanciate dai saharawi. La risposta del Marocco non si fa attendere. Una salva di missili si abbatte sulle posizioni da cui è partita l’offensiva, a non più di un chilometro da dove ci siamo riparati. «È così tutti i giorni, da ormai un anno – spiega Omar – questa è la seconda guerra del Sahara Occidentale, che il Marocco si ostina a negare». 


Ci troviamo nell’area di Mahbes, VI regione militare dell’esercito di liberazione popolare saharawi (Elps). Uno scampolo di deserto dimenticato, dove convergono i confini di quattro Paesi dell’Africa settentrionale. A Nord c’è l’Algeria e l’arido deserto dell’Hammada, dove da 46 anni giacciono i campi di rifugiati saharawi. A Est c’è la Mauritania. Sul lato opposto, il Marocco. All’orizzonte si intuisce il muro militare, la lunga duna fortificata fatta costruire da re Hassan II, negli anni Ottanta. Oltre 2.700 chilometri di sabbia e mine, il muro più lungo mai edificato al mondo, dopo la Grande muraglia cinese. Taglia in due come una cicatrice quello che dovrebbe essere il quarto Paese, il Sahara Occidentale. «Abbiamo atteso per trent’anni una soluzione pacifica, ma invano – dice Omar, mentre balza giù dalla jeep – vogliamo solo quello che ci spetta: il referendum per l’autodeterminazione del nostro popolo, chiesto dalle Nazioni Unite dal 1966. Non vogliamo restare l’ultima colonia d’Africa».
Un anno fa il Fronte Polisario dichiarava decaduta la tregua con il Marocco, dopo 29 anni. Oggi il conflitto prosegue. Nei campi dei rifugiati, pandemia e penuria di cibo

Inizia nel 1975 la decolonizzazione incompiuta del Sahara occidentale, dannato dalle sue ricchezze: fosfati e pesca. La Spagna è al capezzale del caudillo Francisco Franco. Era stato lui a rendere provincia la colonia del Sahara spagnolo. Due anni prima, i saharawi avevano dato vita al loro movimento di liberazione nazionale, il Fronte Polisario. Gli spagnoli si ritirano e siglano a Madrid un accordo segreto con Marocco e Mauritania, che si spartiscono il territorio. Il Polisario prende le armi. La prima guerra del Sahara Occidentale inizia qui e dura 16 anni. La gran parte dei saharawi si rifugia nei campi algerini, dove fonda, in esilio, la Repubblica araba saharawi democra- tica (Rasd). La Mauritania abbandona. Il Marocco cristallizza l’occupazione, costruendo il muro. Le armi tornano a tacere solo nel 1991, dopo che l’Onu convince le due parti a firmare un faticoso cessate il fuoco. Viene creata la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale). Deve vigilare sulla pace e permettere il referendum. Ma i propositi restano tali, per 29 anni. Alla fine, il Polisario non riesce più a contenere la pressione dei giovani saharawi, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto. «Noi siamo un popolo pacifico – spiega ancora Omar – ma non ci era rimasta altra scelta. Siamo stati costretti a tornare alla guerra. Ora libereremo la nostra terra con le armi. O moriremo da martiri».

Omar ha 23 anni e parla quattro lingue. Con una mano tiene il kalashnikov, con l’altra un paio di libri: «L’arma più importante» sorride. Il suo percorso di studi è una mappa del vecchio mondo disallineato che appoggia la Rasd: le scuole superiori tra Libia e Algeria, l’Università a Cuba. Nei campi è tornato per combattere, dopo che la guerra è ripresa, il 13 novembre di un anno fa. Il casus belli ha luogo a Guerguerat, al confine Sud con la Mauritania. Un gruppo di civili saharawi blocca per settimane l’importante arteria commerciale che dal Marocco si dirige verso il meridione del continente. Si radunano nel tratto di strada che attraversa la buffer zone, tra il muro e il confine mauritano, l’area demilitarizzata sancita dall’Onu nel 1991. Mohamed VI decide di far entrare l’esercito. Il Polisario dichiara decaduta la tregua. E torna a combattere.

«Mi sono ferito a Guerguerat, proprio quella notte» racconta Abdalahi Mohamed Fadel, mentre si trascina zoppicando tra le corsie dell’ospedale militare di Bola. È un comandante del Polisario, uno dei veterani del primo conflitto. Da un anno si porta dietro una lacerazione al piede che non vuole saperne di guarire. «Sono stato il primo ferito di questa nuova guerra – dice – ma purtroppo non sarò l’ultimo. Da questo ospedale sono già passati diversi ragazzi. Quasi tutti feriti dall’artiglieria e dai droni da combattimento marocchini». È stato un drone ad uccidere, lo scorso aprile, Addah Al Bendir, capo di stato maggiore della gendarmeria saharawi. Finora, il Polisario conteggia una decina di perdite e circa venti feriti. «Il monarca del Marocco nega persino che ci sia un conflitto – dichiara il presidente della Rasd, Brahim Ghali – la realtà è che i combattenti saharawi attaccano le posizioni marocchine ogni giorno. Siamo disposti a fare qualunque sacrificio, pur di raggiungere quello che è un nostro diritto».

La sproporzione di forze è evidente. Ma il conflitto, seppure a bassa intensità, rischia di destabilizzare l’intero quadrante. A preoccupare è la profonda crisi diplomatica tra Algeria e Marocco. Negli scorsi mesi Algeri ha dapprima annunciato la rottura delle relazioni con Rabat. Quindi ha interdetto lo spazio aereo ai velivoli marocchini e francesi. Sullo sfondo, ancora una volta, la crisi del Sahara. Un popolo tagliato in due da un muro. Da un lato i saharawi rifugiati nei campi. Dall’altro coloro che vivono nei territori occupati dal Marocco. Salah Lebssir, per quanto giovane, appartiene a entrambe le categorie. «Sono nato e cresciuto nella città occupata di Smara – racconta – nel 2015 mi hanno arrestato per aver preso parte a una protesta saharawi. E mi hanno messo in carcere per quattro anni. Mi torturavano con cavi elettrici, bastoni, corde. Non potevo vedere la mia famiglia, né avere accesso a cure mediche». Oggi Salah vive ai campi, da rifugiato politico. Lavora come mediattivista per la Fondazione Nushatta. «Giriamo video – spiega – per bucare il blackout imposto dal Marocco e informare sul conflitto».

È sempre più difficile contenere la pressione dei giovani, fiaccati da 45 anni di esilio nel deserto Il dramma di un popolo tagliato in due da un muro

Dalle zone di guerra sono dovuti scappare circa 4.750 saharawi. Oggi sono rifugiati interni, di ritorno in un accampamento di rifugiati. E’ il caso del pastore Mohamed Moulud Sidahmed. Una vita trascorsa a pascolare le sue capre nei pressi della città di Tifariti, dove oggi si combatte. «Da quando è ripreso il conflitto – testimonia – ho dovuto abbandonare tutto. È troppo pericoloso, per me e per la mia famiglia. Siamo dovuti fuggire verso i campi. E non abbiamo più nulla». La guerra non è l’unico problema. Non piove da tre anni. E da due bisogna fare i conti anche con la pandemia. Il dottor Talebuya Brahim Ghali ci fa strada verso il reparto Covid dell’ospedale nazionale di Rabuni. Dodici letti e altrettanti respiratori, non certo di ultima generazione. Ci sono due pazienti ricoverati, un uomo e una donna, entrambi sulla sessantina. «Ora il virus è sotto controllo – spiega il dottor Ghali – ma c’è stato un momento in cui l’ospedale era saturo. Abbiamo dovuto evacuare pazienti verso Tindouf». In totale, dall’inizio della pandemia, nei campi saharawi si sono registrati oltre 1.700 casi e 67 morti.

Non c’è più farina, né riso, e per tutto il resto, è stato dato fondo agli stock d’emergenza.
Già 1.700 casi di Covid, e 67 morti, mancano i vaccini


Ma oltre al bilancio sanitario, a gravare su una popolazione che vive di aiuti umanitari, è stato il blocco delle frontiere, che ha reso impossibile l’approvvigionamento di cibo. «Non abbiamo più farina, né riso – constata Buhubaini Yahia, presidente della Mezzaluna rossa saharawi – e per tutto il resto, abbiamo già messo mano agli stock d’emergenza. Oggi, qui ai campi, tre donne su quattro soffrono di anemia. E un bambino su tre è malnutrito cronico». Stando ai numeri del Programma Alimentare Mondiale, l’insicurezza alimentare tra i saharawi è passata dal 77 per cento del pre-pandemia al 92 per cento di oggi. Meglio non va sul versante dei vaccini. Con fatica, negli ultimi mesi sono giunte anche quaggiù le prime dosi di Astra-Zeneca e SinoVac. Ma la percentuale dei vaccinati è ancora molto bassa. «Europa e Stati Uniti hanno un accesso privilegiato ai vaccini – denuncia il dottor Ghali – c’è uno squilibrio evidente. Spesso sono consapevole che alcuni miei pazienti non si salveranno, perché necessiterebbero di trattamenti che qui non possiamo fornire. È questa la cosa che fa più male».

Gilberto Mastromatteo 

lunedì 8 novembre 2021

Libia - Finalmente dopo un anno di attesa 172 rifugiati trasferiti in Niger con un volo "salvavita".

AnsaMed
Sono ripresi i voli che trasferiscono migranti dalla Libia in altri Paesi africani. "Siamo lieti che l'aereo che ha portato in salvo 172 richiedenti asilo fuori dalla Libia sia appena atterrato in Niger", ha annunciato su Twitter la notte scorsa l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).


"Questo è il primo volo di evacuazione in Niger da oltre un anno", sottolinea l'Unhcr, aggiungendo che il trasferimento "segna la ripresa dei voli salvavita dalla Libia e riporta la speranza ai rifugiati più vulnerabili".

Un totale di 172 "richiedenti asilo", principalmente dai Paesi africani, compresi i minori non accompagnati, sono stati evacuati in Niger dalla Libia, grazie alla ripresa dei voli umanitari.

Lo rende noto l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

"Tra gli sfollati, molti sono stati detenuti in condizioni terribili, sono state vittime delle tratte o hanno subito violenze in Libia", si legge in una nota. "Gli sfollati si sono detti sollevati di lasciare la Libia", aggiunge l'Unhcr, che specifica che il gruppo è composto da famiglie, bambini che viaggiano da soli e un bambino nato poche settimane fa. 

Le 172 persone - principalmente da Eritrea, Sud Sudan e Sudan - sono state evacuate grazie a un meccanismo di emergenza dell'Unhcr che consente ai rifugiati vulnerabili di lasciare la Libia mentre l'agenzia Onu può trovare loro "una sistemazione duratura". A fine ottobre la Libia ha autorizzato la ripresa dei voli umanitari, sospesi da quasi un anno. 

sabato 6 novembre 2021

Corridoi umanitari, a Fiumicino arrivati 44 rifugiati siriani (15 bambini). Accolti in diverse regioni italiane con precisi percorsi di integrazione

Il Faro
Fiumicino – Sono atterrati questa mattina a Fiumicino, con un volo proveniente da Beirut, 44 rifugiati siriani – tra cui 15 bambini – che vivevano da tempo nei campi profughi del Libano e che negli ultimi mesi hanno sofferto un peggioramento delle loro condizioni di vita non solo a causa della pandemia, ma anche della gravissima crisi politica, economica e sociale che sta attraversando questo Paese. 


Il loro ingresso in Italia è stato reso possibile grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese, grazie al rinnovo del protocollo firmato lo scorso agosto con i Ministeri dell’Interno e degli Esteri, che prevede l’arrivo di altre 1000 persone in condizioni di vulnerabilità.
Dal febbraio 2016 con i corridoi umanitari sono giunti in Italia dal Libano più di 2050 profughi e, complessivamente, in Europa, circa 4mila richiedenti asilo.
Anche i rifugiati giunti questa mattina saranno accolti da associazioni, parrocchie e comunità in diverse regioni italiane (Lazio, Marche, Piemonte, Sicilia e Toscana) e, dopo aver trascorso un periodo di quarantena nel rispetto delle normative anti-covid, verranno avviati in un percorso di integrazione: per i minori attraverso l’immediata iscrizione a scuola e per gli adulti, subito con l’apprendimento della lingua italiana e, una volta ottenuto lo status di rifugiato, l’inserimento nel mondo lavorativo. I corridoi umanitari, interamente autofinanziati (dalla raccolta fondi di Sant’Egidio e dall’8 per mille della Tavola valdese) e realizzati grazie a una rete di accoglienza diffusa, rappresentano un modello efficace, che coniuga solidarietà e sicurezza, tanto da essere stati replicati in altri Paesi come Francia, Belgio e Andorra.