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domenica 2 aprile 2017

Comunicato Stampa - Preoccupante crisi democratica in Congo

Facebook - Mario Giro
Nella regione di Kananga, Provincia del Kasai in Repubblica Democratica del Congo, prosegue la violenza delle ultime settimane. Dopo che milizie locali ed esercito si sono scontrati, causando molte vittime nei rispettivi ranghi, ora la violenza si abbatte sulla popolazione civile.


In particolare si stanno verificando arresti indiscriminati da parte di militari in alcuni villaggi e all’Università. Gli studenti sono trattenuti con l’accusa generica di essere miliziani; così altri civili.
Tutto ciò è molto grave e si aggiunge alla crisi politica che rende difficile ogni dialogo nel paese.

Alcuni mesi fa si era sperato che la mediazione della conferenza episcopale congolese potesse favorire una ripresa dei negoziati tra governo e opposizione ma, malgrado gli sforzi, non sembra ancora giunta una svolta positiva.

Il governo italiano guarda con estrema preoccupazione questa situazione e chiede che sia fermata subito ogni violenza contro i civili. In RDC ragionevolezza e rispetto dei diritti umani devono imporsi su ogni logica di parte, sia essa etnica, politica o ideologica.

Mario Giro (Vice Ministro degli Esteri)

Myanmar: Chiesa e ONG salutano inchiesta Onu su condizione Rohingya

Radio Vaticana
La Chiesa cattolica, le organizzazioni della società civile birmana e diverse ong internazionali salutano la decisione dell’Onu di aprire una inchiesta ufficiale e una missione per indagare sulle violazioni dei diritti umani contro i musulmani Rohingya nello Stato birmano di Rakhine. 

Bambini Rohingya nel loro villaggio distrutto
Il provvedimento è stato ufficializzato dal Consiglio Onu dei diritti umani, che ha promosso una “missione d'inchiesta internazionale indipendente” per “accertare la piena responsabilità e garantire giustizia per le vittime” delle violazioni dei diritti umani in Rakhine. Contestualmente, si prolunga di un anno il mandato del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Myanmar. Il governo della Birmania si è pubblicamente dissociato dalla risoluzione Onu.

Christian Solidarity Worldwide: il governo birmano collabori
Secondo “Christian Solidarity Worldwide” (CSW) la risoluzione invia “un messaggio importante al popolo della Birmania: che la comunità internazionale si impegna ad affrontare la straziante situazione nel Paese, in particolare nello Stato Rakhine”. La ong cristiana – riferisce l’agenzia Fides - esprime rammarico per il fatto che “il governo birmano si sia dissociato da questa risoluzione” e lo esorta “a collaborare pienamente con la missione per accertare i fatti, garantendo accesso completo e senza restrizioni agli inviati Onu, in particolare nello stato di Rakhine, ma anche negli stati Kachin e Shan. Vi sono, infatti, notizie di gravi violazioni dei diritti umani anche nel Nord della nazione”.

La situazione dei musulmani Rohingya precipitata lo scorso ottobre
La già difficile condizione della popolazione dei musulmani Rohingya si è ulteriormente deteriorata a partire dall'ottobre 2016, quando l’esercito birmano ha scatenato una vasta offensiva militare contro i civili, dopo la morte di 9 agenti di polizia in un attacco a due posti della guardia di frontiera in Rakhine. I militari sono accusati di aver commesso gravi violazioni dei diritti umani contro i Rohingya, incendiando case, compiendo esecuzioni senza processo, torture e stupri di massa.

L'Alto Commissariato Onu per i diritti umani: una politica orchestrata
Il 3 febbraio l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani ha pubblicato un ampio rapporto sulle violazioni dei diritti umani nello stato di Rakhine, parlando di una “politica orchestrata da un gruppo etnico o religioso per terrorizzare la popolazione civile di un altro gruppo etnico o religioso” e cacciarla da un dato territorio. Secondo il rapporto, a partire dal 9 ottobre sono circa 90.000 gli sfollati Rohingya, interni o transfrontalieri.

Card. Bo: un campanello di allarme per la giovane democrazia birmana
Il mese scorso, l’arcivescovo di Yangon, card. Charles Maung Bo, più volte intervenuto in questi mesi in difesa dei Rohingya, ha definito il rapporto “profondamente inquietante” e un “campanello di allarme” per la nuova e fragile democrazia birmana, chiedendo al governo di “permettere libero accesso alle agenzie umanitarie, ai media e agli osservatori dei diritti umani negli stati di Rakhine, Kachin e Shan”. (L.Z.)

Venezuela. La retromarcia di Maduro, restituiti i poteri al Parlamento

Il Messaggero
L'ondata di proteste interne, le pressioni internazionali e le crepe fra i leali alla "rivoluzione bolivariana" hanno avuto la meglio. Con un clamoroso dietrofront, il Tribunale supremo del Venezuela ha restituito i poteri al Parlamento, controllato dall'opposizione.
La decisione all'alba di ieri, dopo che il Consiglio di sicurezza della Nazione, presieduto e convocato d'urgenza da Nicolàs Maduro, ha esortato l'alta corte a rivedere le sentenze con le quali tre giorni fa aveva avocato a sé le funzioni e sospeso l'immunità ai parlamentari, concedendo di fatto i pieni poteri al presidente. Poche ore dopo, il comunicato col quale il Tribunale supremo annullava in sostanza le sue precedenti deliberazioni.
Una retromarcia rispetto all'autogolpe, che aveva scatenato l'indignazione dell'opposizione, le critiche dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), le condanne della gran parte dei paesi dell'America Latina e il monito del Commissario Onu per i Diritti Umani. Decisiva, la denuncia del procuratore generale dello Stato, Luisa Ortega, che pur avendo sostenuto la rivoluzione socialista promossa 18 anni fa da Hugo Chavez, morto nel 2013, non ha esitato a denunciare le gravissime "violazioni dell'ordine costituzionale" provocate dall'esautorazione del Parlamento.
Ricomparso in pubblico dopo tre giorni di silenzio, Maduro ha voluto mostrarsi come il mediatore e allontanare lo stigma di dittatore che il tacito avallo all'Alta corte - in mano al partito di governo fondato da Chavez - gli aveva conferito. "Vittoria costituzionale", ha esultato, dopo aver annunciato il superamento di quello che ha definito una "impasse", una "controversia fra poteri dello Stato".
"In Venezuela c'è piena vigenza della democrazia e dei diritti umani", ha insistito il presidente, poche ore prima che l'opposizione si riversasse nella piazza di Brion, ad est di Caracas, per una "sessione in piazza" del Parlamento e la difesa delle istituzioni democratiche. "Il golpe continua. Non si elimina cancellando due righe delle sentenze del Tribunale supremo. Il che dimostra che non esiste separazione di poteri", ha urlato alla folla il deputato Julio Borges. Intanto, gli agenti antisommossa della polizia militare hanno disperso con i gas lacrimogeni centinaia di manifestanti dell'opposizione, diretti alla sede del Difensore del Popolo, a Caracas, per esigere una presa di posizione pubblica.
Maduro non ha perduto l'occasione per ribadire la volontà di riprendere il dialogo con i partiti rivali, con la mediazione del Vaticano e la mediazione di tre ex presidenti, arenato da mesi. Sforzi finora falliti perché il governo, con il paese in ginocchio per la crisi economica, politica e ora anche istituzionale, non ha finora indicato alcuna via d'uscita.
E, dopo aver imposto una sorta di stato di emergenza, per la carestia e la mancanza anche dei generi di prima necessità, ha rinviato sine die la convocazione delle elezioni regionali. Il timore è che il movimento bolivariano chavista possa perdere il controllo del paese, a fronte di un accordo fra le forze politiche dell'opposizione.

di Paola Del Vecchio

Tragedia migranti: ONG, in 15 anni almeno 46 mila vittime in mare

AnsaMed
Catania - ''Ogni giorno registriamo delle tragedie in mare. E' stato registrato dalle organizzazioni, in particolare dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che negli ultimi 15 anni sono state conteggiate 46 mila vittime in mare. 

Mentre questo dramma avviene, le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale non sono assolutamente adeguate e sufficienti per rispondere alle dimensioni di questa tragedia umanitaria''. 
Lo ha detto la co-fondatrice e vice-Presidente di Sos Mediterranee e direttore generale di Sos Mediterranee Francia Sophie Beau incontrando i giornalisti a bordo della nave Aquarius. 

Nessun legame con Libia

''Noi non abbiamo alcun tipo di collegamento con le persone che sono coinvolte dal lato della Libia nelle operazioni di partenza dei migranti e non abbiamo alcun tipo di legame con loro. La ragione per cui siamo presenti quando ce ne è bisogno e sappiamo dove sono le navi è perché è documentato che le imbarcazioni in difficoltà si trovano nella cosiddetta 'Sar zone', quindi una zona ben precisa'', ha aggiunto Beau.
Alla domanda di un giornalista che le ha chiesto se abbiano mai ricevuto richieste di soccorso dalla Libia o dalle stesse imbarcazioni di migranti, Beau ha risposto: ''Assolutamente no.
Mai, in nessuna circostanza, abbiamo mai ricevuto direttamente dalla Libia questo tipo di richiesta di soccorso".
''In un anno - ha aggiunto Beau - abbiamo acquisto anche l'esperienza e la documentazione necessaria per capire come, dove e quando andare a recuperare profughi tenendo anche presente che è fondamentale arrivare il prima possibile. Anche un'ora può fare la differenza. Quello che è stato dimostrato è che in linea di massima sono 10-15 le ore che a una persona in quelle condizioni può sopravvivere in mare". 

All'incontro con i giornalisti hanno preso parte la Presidente Sos Mediterranee Italia Valeria Calandra, il capo missione, ricerca e soccorso nel Mediterraneo di Medici senza Frontiere Ellen van der Velden, il vice coordinatore ricerca e soccorso dell'Aquarius Nicola Stalla e il medico di Medici Senza Frontiere Conor Kenny, che opera a bordo della Aquarius.

sabato 1 aprile 2017

Uzbekistan, dissidenti e difensori dei diritti umani sorvegliati anche all'estero

Corriere della Sera
In un nuovo rapporto diffuso ieri, Amnesty International ha accusato il governo dell’Uzbekistan di sorvegliare illegalmente i suoi cittadini e di alimentare un clima di paura e incertezza tra gli uzbechi che si trovano in Europa.

Le autorità del paese centro-asiatico hanno dato vita a un clima di sospetto in cui la sorveglianza o la percezione di essere sorvegliati sono un aspetto costante della vita dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e degli attivisti politici.

L’effetto della sorveglianza si avverte fortemente anche all’estero. La paura provoca separazione tra le famiglie: i rifugiati hanno il terrore di contattare i loro parenti in patria a causa del terribile pericolo in cui potrebbero metterli.

Dilshod (non è il suo vero nome), un rifugiato che vive in Svezia, non è più in contatto coi suoi familiari da quando, a seguito di una breve telefonata, questi hanno ricevuto visite da parte della polizia. Una zia di Dilshod, quasi in punto di morte, è stata persino interrogata dai servizi segreti.

Alla fine del 2014 l’account di posta elettronica di Galima Bukharbaeva, responsabile del portale indipendente UzNews.net con sede a Berlino, è stato hackerato e i contenuti delle sue mail sono stati pubblicati su siti uzbechi mettendo in pericolo i colleghi che le fornivano informazioni dal paese.

Una di loro, Gulasal Kamolova, è stata costretta a lasciare l’Uzbekistan nel 2015, dopo aver ricevuto una serie di minacce. Prima della fuga, un funzionario dei servizi segreti l’aveva avvisata: “Ovunque sarai, ti troveremo. Ovunque…”. Da allora vive in Francia e non ha mai più contattato la famiglia.

Alla fine, il sito UzNews.net è stato costretto alla chiusura.

Un difensore dei diritti umani, Dmitry Tikhonov, ha dovuto a sua volta lasciare l’Uzbekistan dopo che i suoi dati personali, hackerati e resi pubblici, erano stati usati per minacciarlo di aprire un’inchiesta penale nei suoi confronti.

Il sistema normativo creato dal governo uzbeco in materia di sorveglianza serve solo a facilitarne l’uso massiccio, in contrasto con gli standard e le norme internazionali. Il governo può avere accesso diretto ai dati delle telecomunicazioni e non ha bisogno di autorizzazioni per applicare tutta una serie di metodi di sorveglianza. Dunque, ogni telefonata, ogni mail e ogni messaggio di testo può non restare privato. Ne derivano restrizioni sulla vita e sulla libertà delle persone che sono insopportabili e inaccettabili.

In Uzbekistan, la sorveglianza aggrava una situazione già difficile per i difensori dei diritti umani, i giornalisti, gli attivisti politici e ulteriori persone. Negli ultimi anni, Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti umani tra cui detenzioni arbitrarie e diffuse torture ad opera di agenti di polizia e di funzionari dei servizi segreti.
Difensori dei diritti umani, persone che avevano espresso critiche nei confronti del governo e giornalisti indipendenti sono stati costretti a lasciare il paese per evitare gli arresti, le minacce e le intimidazioni da parte dei servizi segreti e delle autorità locali.

I pochi che rimangono nei paese sono costantemente sorvegliati da agenti in borghese. I difensori dei diritti umani e i giornalisti vengono regolarmente convocati per interrogatori nelle stazioni locali di polizia, posti agli arresti domiciliari o impediti in altro modo dal prendere parte a incontri con diplomatici stranieri o a manifestazioni pacifiche. Vengono spesso arrestati e picchiati, da agenti in divisa o da persone in borghese sospettate di lavorare per i servizi segreti.

Riccardo Noury

Pakistan. Ricatti sui detenuti cristiani: chi si converte all'Islam viene liberato

Avvenire
Proteste della comunità a Lahore dove un pm ha "garantito" l'immunità a 42 imputati per terrorismo. Anche ad Asia Bibi venne proposto. Le pressioni per la conversione dei cristiani alla fede islamica in Pakistan sembrano non avere limiti.


E, mentre da un lato una magistratura laicista e fautrice dello Stato di diritto cerca di contenere le richieste degli islamisti di giudizi sommari in base alla sharia, dall'altro è un pubblico ministero a chiedere la conversione di prigionieri cristiani in cambio di un provvedimento di clemenza. 


La notizia che il procuratore Syed Anees Shah ha segnalato a decine cristiani di cui era in corso il giudizio davanti a un tribunale anti-terrorismo in Lahore, nella provincia del Punjab, di "garantire il loro rilascio" se si fossero convertiti all'islam ha sollevato forti polemiche nel Paese. Leader religiosi e attivisti cristiani hanno chiesto di aprire un'indagine sull'episodio e avviare provvedimenti contro il pubblico ministero, che ha prima negato ogni addebito ma ha poi confessato, motivando la sua azione con la volontà di offrire una possibilità agli accusati.
I 42 battezzati erano stati arrestati con l'accusa di avere linciato due musulmani dopo l'attacco dinamitardo di matrice taleban contro due chiese - una cattolica e una protestante - nel quartiere di Youhanabad a Lahore. In quell'evento del 15 marzo di due anni fa i morti furono una quindicina e una settantina i feriti. 

Un "vile ricatto", quello del offerto in un'aula di giustizia, simile a quello proposto alla cattolica Asia Bibi, in carcere da 2.838 giorni, condannata a morte per offesa all'islam ma salda nella sua fede in attesa di una decisione definitiva della Corte suprema che si fa attendere. 

Più volte la madre aveva ribadito che la sua fede è viva" e non si "convertirà mai". Secondo l'avvocato cristiano Nadeem Anthony, non un'eccezione, ma invece "una pratica comune" quella attuata sui detenuti. "Queste imposizioni - ha segnalato Anthony - sono ovvie in un contesto di persecuzione religiosa". Come ricorda l'agenzia missionaria AsiaNews, sono in molti nel Paese a essere costretti a conversioni forzate con vari espedienti.
Il caso più noto e anche più condannato dalle organizzazioni per i diritti umani all'interno e all'estero è quello delle donne cristiane e indù - un migliaio ogni anno - costrette a convertirsi per sposare uomini musulmani dopo il rapimento e lo stupro. Sovente senza potere far più ritorno alle famiglie d'origine. "Il pubblico ministero può essere denunciato per quest'atto discriminatorio. Abbiamo intenzione di incontrarlo presto - ha affermato ancora a AsiaNewsil pastore Arshad Ashknaz della Chiesa di Cristo, una delle chiese colpite a Youhanabad. Il governo dovrebbe respingere questa iniziativa. La paura della morte può spingere chiunque a cambiare religione".

di Stefano Vecchia

Guerre dimenticate. In Afghanistan la guerra dei 16 anni

La Stampa
La guerra al terrorismo è davvero infinita e quella cominciata in Afghanistan nell'ottobre del 2001 si avvia a battere tutti i record, per lo meno per quanto riguarda i conflitti che hanno visto coinvolte le truppe americane negli ultimi due secoli.



Come ha notato sul "New York Times" l'ambasciatore Richard G. Olson, ex rappresentante speciale per Afghanistan e Pakistan, stiamo per arrivare a sedici anni di presenza ininterrotta di soldati americani. Soltanto la guerra del Vietnam, con i suoi 19 anni e 5 mesi, è durata di più. Olson è stato l'uomo di Barack Obama nel cosiddetto Af-Pak, il groviglio afghano-pachistano, "tomba di tutti gli imperi". L'annotazione statistica serviva a lanciare una proposta inimmaginabile fino a pochi anni fa. Trattare con i Taleban per mettere fine al conflitto.


Cioè con gli i slami sti del burqa obbligatorio e delle lapidazioni delle adultere allo stadio al posto delle partite di calcio e dei concerti. Che però "non minacciano gli Stati Uniti" e non hanno mai voluto imporre le loro pratiche medievali "al di fuori dell'Afghanistan". Le trattative erano già iniziate nel 2013, quando gli studenti coranici avevano aperto una loro rappresentanza a Doha, in Qatar, per negoziare con il governo di Hamid Karzai.


Ma poi avevano issato la loro bandiera ed esposto l'insegna Emirato islamico dell'Afghanistan, come se fosse un'ambasciata. Inaccettabile per Kabul. I colloqui si erano arenati, era rimasta la soluzione militare. È continuato il progressivo ritiro delle forze occidentali per mettere la sicurezza nella mani dell'esercito afghano.
Da un picco di 140 mila uomini, centomila americani, nel 2011, siamo scesi oggi a 13 mila. Ora però il generale John W. Nicholson Jr., comandante delle forze statunitensi nel Paese, ha chiesto a Washington di inviare nuove truppe. Nonostante l'addestramento e i mezzi occidentali, l'esercito afghano non ce la fa. Sulla carta conta su 320 mila uomini, ma la metà sarebbero solo stipendi. La corruzione resta altissima.


I Taleban, forti di 30-60 mila combattenti, a seconda delle stime, sono riusciti a occupare metà dei 101 distretti del Paese. Controllano solo le aeree rurali ma molti capoluoghi, come Kunduz, Tarin Kot, Lashkar Gah, sono sotto assedio. La scorsa settimana hanno conquistato lo strategico distretto di Sangin, nella provincia dell'Helmand, da sempre una delle loro roccaforti. Ma anche la provincia centrale dell'Uruzgan è quasi completamente nelle loro mani. Anche se l'esercito afghano lancia regolarmente delle controffensive con le unità meglio addestrate, è ormai chiaro che il grosso delle sue forze non regge senza l'aiuto dei soldati occidentali.


Un altro "surge", cioè l'invio massiccio di rinforzi come tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010, non è ipotizzabile, anche se la nuova amministrazione Trump ha già di fatto archiviato l'ipotesi di un ritiro totale. I costi sono enormi e sempre meno giustificabili senza una vittoria definitiva in vista. Dal 2001 solo gli Stati Uniti hanno speso 783 miliardi di dollari. 


Per Washington il dispiegamento di un solo soldato per un anno incide per circa un milione di dollari sul bilancio. Poi ci sono i costi umani. I soldati della Coalizione caduti sono 3529, di questi 2393 americani, e 52 italiani. L'Italia ha ancora 900 soldati nelle province occidentali, dagli oltre 4 mila del picco massimo. Il calcolo delle vittime afghane è più controverso.
Almeno 35 mila militari, dai 20 ai 30 mila civili, secondo le stime dell'Onu e del Watson Institute della Brown University. Gli insorti uccisi sarebbero fra i 60 e gli 80 la maggior parte nelle file rdei Taleban ma migliaia anche nelle formazioni islamiste minori come l'Haqqani Network, ed Hez-e-islami Gulbuddin. Centinaia anche i terroristi di Al Qaeda e dell'Isis morti per mano dei militari afghani, o eliminati nei raid dei droni americani.


Ma proprio l'espandersi dei gruppi jihadisti più duri, anche a spese dei Taleban, è l'altro costo della guerra infinita. L'Isis ha creato alla fine del 2014 la Wilaya, provincia del Khorasan, a cavallo fra Pakistan e Afghanistan. In Pakistan i seguaci del Califfato sono riusciti ad attirare nelle proprie file leader e migliori uomini del Tehreek-e- Taliban Pakistan, l'ala pachistana dei Talebani, come Shahidullah Shahid e Hafiz Saeed Khan.


Ora contano fra i 1500 e i 3000 uomini. In Afghanistan l'Isis ha fra i nemici più implacabili proprio i Taleban. Gli uomini del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi e i combattenti rimasti fedeli all'alleanza con l'Al Qaeda guidata da Ayamn Al-Zawahiri si sono dichiarati ufficialmente in guerra nel gennaio 2015. L'anno scorso i Taleban hanno schierato le loro "truppe speciali" nella provincia di Nangarhar, dove l'Isis è più radicato. Se "il nemico del mio nemico è mio amico" allora la tregua con gli studenti coranici non è poi un'idea così strampalata.