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giovedì 2 luglio 2015

Pakistan: Sant'Egidio attiva una rete di solidarietà per proteggere la vita degli anziani a Karachi

Comunità di Sant'Egidio
Consegnati ventilatori, cibo e bevande agli anziani in istituto minacciati dall'ondata di calore che ha già provocato più di 1.200 vittime nel paese.
Nei giorni scorsi il Pakistan è stato investito da un'ondata di caldo senza precedenti, in particolare a Karachi e nel sud del paese, dove si registrano già più di 1.200 vittime, soprattutto anziani. La Comunità di Sant'Egidio, che visita regolarmente e sostiene gli anziani più poveri che vivono in istituto, ha attivato a Karachi una rete di solidarietà per proteggere gli anziani che vivono in condizioni di estrema fragilità, avviando una raccolta di cibo e bevande per aiutarli ad affrontare il caldo, alla quale hanno partecipato anche molti amici musulmani.

In un istituto di Karachi dove vivono circa 30 anziani, quattro di loro sono morti nei giorni scorsi, mentre altri sei sono in condizioni gravi. E' così che la Comunità ha donato a ogni anziano un ventilatore alimentato a batteria e consegnato rifornimenti alimentari. Alcune famiglie della Comunità hanno anche preparato per loro lo Iassi, una bevanda rinfrescante energetica a base di yogurt.

Molti gli anziani che hanno ringraziato commossi per questo gesto di amicizia che può aiutarli a superare il caldo intenso di questi giorni, aggravato dai frequenti blackout soprattutto nell'istituto, dove anche una bibita fresca e un ventilatore a batteria possono fare la differenza.

Chi sono i migranti ambientali. Entro il 2050 i cambiamenti climatici sposteranno 1 miliardo di persone

LifeGate
Sebbene molti pensano che il riscaldamento globale stia salvando l’Africa, un miliardo di persone in tutto il mondo saranno costrette a migrare a causa dei cambiamenti climatici.
Rifugiati somali che cercano aiuto a Mogadiscio - 2011
100mila persone hanno perso la vita nella regione africana del Sahel tra il 1972 e il 1984, a causa di una siccità permanente e della conseguente carestia. Secondo uno studio scientifico, il riscaldamento globale avrebbe aumentato ultimamente le precipitazioni nell’area fermando temporaneamente la siccità. Ciò ha portato diverse persone, tra cui il giornalista di Forbes James Taylor, a dipingere il riscaldamento globale come un’àncora di salvataggio.

Le vite perse nella regione del Sahel sono state “una delle tragedie più struggenti del secolo scorso”, ha affermato Taylor, e il sollievo procurato dalle precipitazioni è stato davvero un “salva vita”. Tuttavia, questa situazione va inserita nel contesto globale: ogni anno a causa dei cambiamenti climatici muoiono 150mila persone e diversi milioni sono costrette a lasciare le proprie case.

Nel 2013, più di 30 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le abitazioni a causa di disastri naturali come inondazioni, tempeste e terremoti. La carestia verificatasi tra il 2010 e il 2012, connessa alla riduzione delle precipitazioni, causata a sua volta dalla concentrazione di CO2, ha causato la morte di circa 260mila persone solo in Somalia. 
Secondo le stime entro il 2050 i cambiamenti climatici potrebbero portare allo spostamento di un miliardo di persone.
Inoltre, il riscaldamento globale sembra essere collegato a diversi conflitti. Per esempio, l’accesso limitato all’acqua e il degrado ambientale sono stati identificati come alcune delle ragioni celate dietro al conflitto nel Darfur, che ha causato più di 300mila morti.

I cambiamenti climatici tendono ad avere un impatto maggiore in quei paesi che già si trovano in situazioni di povertà, come sottolineato in un rapporto dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim).
Nell’immaginario comune i migranti si spostano a livello internazionale, ma in realtà la maggior parte di questi si trasferisce entro i confini del proprio paese di origine. Inoltre, la popolazione urbana, soprattuto nei paesi in via di sviluppo, si pensa aumenterà di circa 2,5 miliardi di persone, e la mancanza di politiche adeguate in materia di immigrazione incentiverà il flusso di migranti ambientali nelle zone urbane. Per i rifugiati, identificati maggiormente nella parte di popolazione povera, ciò significherebbe un maggior rischio di malattie e una più elevata esposizione a inquinamento e disastri naturali.

Le regolamentazioni attuali spesso trascurano i rifugiati colpiti dalle conseguenze dei cambiamenti climatici. Ad esempio, le leggi sull’immigrazione non sempre forniscono strumenti adeguati a far fronte ai migranti ambientali, sebbene questa situazione sia ormai evidente a molti, facendo emergere una forteesigenza di riforma.

L’impatto “positivo” del riscaldamento globale visto in casi isolati, come nella regione del Sahel, è nulla in confronto alle conseguenze catastrofiche globali. Gli effetti del riscaldamento globale sulle comunità più vulnerabili devono essere comprese appieno per poter sviluppare risposte adeguate ai bisogni dei migranti ambientali. La priorità rimane quella di creare un futuro sostenibile, per prevenire possibili ondate di terribili tragedie.

Courtlin Stoker

Sud Sudan fame e violenze, l’incubo degli sfollati di Malakal

MISNA
“Donne sono state rapite, aggredite, picchiate e uccise mentre, in preda alla fame, cercavano erbe commestibili all’esterno della base dell’Onu”: così fonti locali della MISNA sull’“incubo” vissuto da oltre 30.000 sfollati ostaggio di violenze e combattimenti presso Malakal, capoluogo petrolifero del Sud Sudan.
Il racconto giunge pochi giorni dopo l’ennesimo passaggio di mano, il nono, di questa città contesa dalle forze fedeli al presidente Salva Kiir e dai ribelli legati al suo ex vice Riek Machar. Le fonti riferiscono che Malakal, capitale dello Stato di Upper Nile, è ora interamente sotto il controllo delle milizie di Johnson Olony, un comandante di etnia Shilluk che si è alleato con le forze di Machar, perlopiù Nuer. La notizia è stata confermata dal ministro della Difesa Kuol Manyang, secondo il quale però le unità dell’esercito non hanno abbandonato la zona e “presto” passeranno al contrattacco.

Nella base dell’Onu alle porte di Malakal hanno trovato rifugio civili di diverse etnie, in maggioranza Shilluk ma anche Dinka (6000) e Nuer (2000). Stando alle informazioni raccolte dalla MISNA, nel mese che ha preceduto l’ultima offensiva dei ribelli la situazione degli sfollati si è aggravata in modo costante. “Le razioni di sorgo, olio e lenticchie distribuite dalle organizzazioni umanitarie sono insufficienti – riferiscono le fonti – e questo ha costretto molte donne ad avventurarsi all’esterno della base in cerca di erbe commestibili, con le quali preparare zuppe”.

Nelle ultime settimane in più occasioni civili Shilluk e Nuer sono stati uccisi all’esterno della base da soldati appartenenti alla comunità Dinka, la stessa di Kiir, maggioritaria in Sud Sudan. Questi precedenti alimentano ora il timore di nuove esecuzioni sommarie, rese dei conti e rappresaglie. “L’unico segnale di speranza – dicono alla MISNA – è che entrambi i comandanti delle forze che ora controllano Malakal avrebbero ordinato ai propri uomini di non prendere di mira i Dinka”. Secondo le fonti, “il conflitto civile ha devastato la società multietnica del Sud Sudan” e ora “è fondamentale che qualcuno interrompa il circolo vizioso delle violenze e delle vendette”.

[VG]

mercoledì 1 luglio 2015

Sud Sudan, bambine stuprate e bruciate vive dall'esercito. L'orrore denunciato dagli investigatori Onu

Huffington Post
Soldati dell'esercito del Sudan del Sud hanno stuprato e arso vive bambine nelle loro case: è quanto emerge da un rapporto shock della missione Onu nel Paese, nel quale si denunciano "diffusi abusi dei diritti umani".

Gli orrori sono avvenuti nello stato settentrionale di Unity, dove l'esercito, nell'aprile scorso, ha lanciato un'offensiva contro i ribelli. "Sopravvissuti a questi attacchi hanno raccontato che l'esercito e le milizie alleate di Mayom hanno preso di mira la popolazione locale, uccidendo civili, distruggendo villaggi e costringendo oltre 100mila persone alla fuga", ha denunciato l'Onu.

La guerra civile è esplosa nel dicembre del 2013, quando il presidente, Salva Kiir, accusò il suo ex vice, Riek Machar, di aver organizzato un golpe. Da quel momento Kiir ha avviato una campagna militare, con omicidi di massa e violenze. L'escalation "non è stata solo marchiata da omicidi, stupri, sequestri, saccheggi e incendi, ma da nuove brutalità", ha sottolineato l'Onu. L'Unicef, all'inizio di giugno, aveva già denunciato crimini atroci contro i bambini.

Secondo i responsabili della missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (Unmiss), i soldati di Juba si sono macchiati di "nuove brutalità" stuprando ragazze e bruciandole vive nelle loro case. In un rapporto diffuso oggi e basato su testimonianze di 115 tra vittime e testimoni, gli investigatori dell'Onu sui diritti umani hanno denunciato "abusi dei diritti umani su ampia scala" nello Stato dell'Unità, nel nord del Paese.

Bahrein: i difensori dei diritti umani imprigionati, torturati, privati della cittadinanza

Il Fatto Quotidiano
Un rapporto dell’Osservatorio sulla protezione dei diritti umani fornisce un’inquietante descrizione della realtà che affronta quotidianamente chi prova a difendere i diritti umani nel Bahrein, lo Stato-isola governato dalla famiglia reale al-Khalifa che ha ordinato una pesante repressioneall’indomani dello scoppio della “rivolta di San Valentino” del febbraio 2011. 

Negli ultimi quattro anni, secondo il Centro per i diritti umani del Bahrein, la violenza politica ha causato almeno 97 morti. Contro i manifestanti, è stato fatto un uso spropositato di gas lacrimogeni. Le autorità hanno adottato una serie di provvedimenti in tema di libertà di manifestazione, criminalizzazione del dissenso e ritiro della cittadinanza.
Il rapporto dell’Osservatorio descrive oltre una decina di casi di difensori dei diritti umani processati, condannati, sottoposti a maltrattamenti e torture o privati arbitrariamente della cittadinanza.

Alcuni di questi casi – come quelli di Nabeel Rajab, di Ghada Jamsheer, di Abdulhadi al-Khawaja e sua figlia Zainab – sono noti ai lettori e alle lettrici di questo blog. Altri casi li potrete scoprire leggendo il rapporto dell’Osservatorio:

– Mahdi Abu Deeb, presidente dell’Associazione degli insegnanti del Bahrein, arrestato il 6 aprile 2011 e condannato a cinque anni di carcere per “incitamento all’odio” e “tentativo di rovesciare il sistema con la forza”;
– Naji Fateel, blogger e cofondatore della Società dei giovani del Bahrein per i diritti umani, arrestato il 2 maggio 2013 e condannato a 15 anni di carcere per “fondazione di un gruppo avente lo scopo di sovvertire la costituzione”;
– Taïmoor Karimi, avvocato, accusato di “diffusione di notizie false” e “partecipazione a riunione illegale” e per questo privato della cittadinanza. Sta attualmente ricorrendo contro un decreto di espulsione dal paese.

Della sorte di queste persone continuano a occuparsi unicamente le organizzazioni per i diritti umani e qualche parlamentare occidentale di buona volontà. Per gli Usa e la Gran Bretagna, la posizione geografica del Bahrein e la possibilità di usarlo come base navale è più importante.

Riccardo Noury

Blog Diritti Umani - Human Rights - Nuovo record di visite nel mese di Giugno!

Blog Diritti Umani - Human Rights
Questo Blog ha superato un nuovo record con con 13.765 pagine lette nel mese di Giugno mentre le visite da quando è nato hanno superato le 190.000

Grazie a tutti i lettori!

1° Luglio 2015 - Accensione speciale del Colosseo per l'abolizione della pena di morte in Nebraska

NEBRASKA: La storica scelta di abolire la pena di morte presa il 27 maggio  viene celebrata a Roma dalla Comunità di Sant'Egidio e dalla Città di Roma, con l'accensione speciale del Colosseo 
Roma - 1° Luglio Colosseo ore 20.30 



Comunicato Stampa - Comunità di Sant'Egidio
  
Roma - Una promessa mantenuta. Quando il Parlamento del Nebraska si avvicinava a una decisione storica, la prima abolizione votata da uno stato a guida repubblicana, dopo il Nord Dakota nel 1973, la Comunità di Sant'Egidio aveva annunciato, insieme a Mario Marazziti, presidente del Comitato per i Diritti Umani della Camera dei Deputati, l'accensione speciale del Colosseo.
Da tempo il Colosseo è il centro del movimento mondiale delle Città per la Vita, le Città contro la pena di morte, nella Giornata mondiale del 30 novembre di ogni anno, giorno anniversario della prima abolizione della pena capitale, avvenuta nel 1786 per iniziativa del Granduca Pietro Leopoldo di Toscana.
E' il modo per celebrare una svolta che accorcia la distanza tra America ed Europa sul terreno decisivo del rispetto della vita umana, anche quella dei colpevoli.
E' stato un percorso difficile quello che ha portato all'abolizione. Iniziata nel 1981, con un tentativo ogni anno, la vittoria degli abolizionisti indica un cambiamento importante che può avere conseguenze anche in altri stati mantenitori. In un Parlamento mono camerale il voto è arrivato fino a 32 voti favorevoli, bi-partisan, e i voti contrari hanno oscillato da 15 a 17, per arrivare a 19 in quello decisivo che ha annullato il veto del governatore Pete Ricketts.
Il governatore Ricketts, che è pesantemente intervenuto per bloccare il provvedimento, e che alla vigilia del voto ha comprato nel sub-continente indiano le sostanze letali che potrebbero provocare esecuzioni "difettose" come quelle in Oklahoma e Arizona, sembra intenzionato a promuovere un referendum e a contrastare la storica decisione del suo Parlamento.
Per questo è importante che il mondo mostri la sua solidarietà e che Roma e il Nebraska siano più vicini.
La festa di domani è solo l'anticipazione della celebrazione cui saranno presenti i Membri del Congresso del Nebraska e il movimento abolizionista, prevista
in occasione della Giornata Mondiale delle Città contro la Pena di Morte del prossimo 30 novembre 2015. 

L’evento è organizzato con patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e di Roma Capitale
Con il contributo tecnico di ACEA

Roma, 30 giugno 2015