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venerdì 20 aprile 2018

Giordania: campagna attivisti diritti umani contro fenomeno spose-bambine. 10.000 matrimoni di minorenni all'anno

AnsaMed
Amman - Un gruppo di attivisti per i diritti umani in Giordania ha avviato una campagna per combattere il fenomeno dei matrimoni precoci, che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi anni nel Paese a causa dell'aumentata povertà e dell'arrivo di rifugiati dai Paesi vicini, in particolare la Siria. 


Oltre 10.000 ragazze sotto i 18 anni si sposano ogni anno in Giordania, secondo i dati resi noti dall'organizzazione che ha avviato la campagna, la Sisterhood is Global Institute (SIGI).

L'iniziativa è stata denominata 'Nujoud', dal nome di una ragazza yemenita nota per essersi sposata a soli 10 anni e avere divorziato pochi mesi dopo, diventando la più giovane divorziata di cui si abbia notizia nel mondo. 

I sostenitori della campagna vogliono che il Parlamento giordano abolisca un articolo di legge che consente il matrimonio sotto i 18 anni di età e impedisce ai giudici di decidere eccezioni alla normativa. 

I promotori dell'iniziativa sottolineano che in una società tribale come quella giordana i matrimoni di ragazze in tenera età sono sempre stati diffusi, ma il fenomeno si è aggravato con l'arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani. 

Per molte di queste famiglie dare in sposa una figlia comporta vantaggi sia per la regolarizzazione del proprio status sia in termini di entrate economiche. Secondo la direttrice di SIGI, Asma Khader, il matrimonio delle ragazze in tenera età dovrebbe essere considerato come un crimine alla stessa stregua del traffico di esseri umani.

martedì 17 aprile 2018

India: rapite, torturate, stuprate e uccise: le bambine indiane si ribellano

Globalist
Nel paese ci sono circa 110 casi di violenza sessuale al giorno. Molti riguardano le più piccole.

Bambine rapite, uccise, violentate, vilipese. Ragazze sequestrate e assassinate dopo essere state stuprate. Donne abusate. Cadaveri fatti a pezzi, ragazze sfigurate con l’acido: la violenza sessuale è una piaga della società indiana: ogni anno vengono denunciati circa 40.000 casi di stupro - circa 110 al giorno… - 

ma secondo gli osservatori i dati ufficiali sono solo la parte visibile di un iceberg, conseguenza della radicata cultura del silenzio che permea la società indiana sul tema.
Da anni il paese è attraversato da manifestazioni di protesta. Si prende sempre più coscienza. Ma non basta. Ogni giorno si muore…

lunedì 26 marzo 2018

Bambine Rohingya: Scappate dalla persecuzione del Myanmar, in Bangladesh baby-prostitute e vittime di abusi

Panorama
Tragedia nella tragedia, per bambine e donne Rohingya la fuga dal Myanmar che li perseguita è la porta di una nuova angheria: lo sfruttamento sessuale. Il caos che regna nei campi profughi, le rende "merce" ghiotta del mercato della prostituzione in Bangladesh.


A portarlo alla luce è un'inchiesta della Bbc.
Come funziona l'adescamento delle bimbe Rohingya
Nei campi profughi che sorgono in Bangladesh, al confine con il Myanmar (ex Birmania), i traffici di persone a scopo sessuale sono all'ordine del giorno. Le principali vittime sono donne e bambine, adescate con la promessa di un lavoro o di un aiuto. Offrire la possibilità di una vita migliore a famiglie disperate è la tattica crudele usata dai trafficanti.

Come ha detto una madre, "ovunque è meglio" di una vita dentro i campi. Ecco così che alcuni genitori piangono per i loro figli, finiti chissà dove, altri invece sorridono sperando in una prospettiva di vita migliore.

"Sapevo cosa mi sarebbe successo", ha raccontato una quattordicenne Rohingya alla Bbc. "Tutti sanno che la donna che mi ha offerto lavoro fa fare sesso alla gente; è una Rohingya, è qui da molto tempo, la conosciamo, ma non avevo scelta. Non c'è niente per me qui".
Come vengono trattate le baby prostitute Rohingya
Molte delle ragazzine Rohingya vittime dello sfruttamento minorile finiscono nella città bengalese di Cox's Bazar. Hanno per lo più tra i 13 e i 17 anni. Nella gerarchia della prostituzione di Cox's Bazar, le Rohingya sono in fondo alla lista: sono ritenute sporche, le meno desiderabili e le più economiche in "commercio". Il loro ingresso nel mercato del sesso ha costretto il prezzo della prostituzione a scendere.

C'è molto ricambio nel "parco" ragazze della prostituzione: le giovanette non sono tenute a lungo perché i clienti sono soprattutto bengalesi del posto e si annoiano, vogliono variare. E poi "le ragazze più giovani fanno più casino, quindi ci liberiamo di loro", ha detto un pappone al team investigativo della Bbc, presentatosi sotto copertura, come stranieri in cerca di sesso.

Al giornalista sotto mentite spoglie sono state presentate foto di baby prostitute, per far scegliere la preferita. C'è una grande disponibilità di ragazze e un soprendente margine di scelta. Molte delle bambine vivono con le famiglie dei magnaccia. Quando non sono con un cliente, spesso o cucinano o fanno pulizie.
Divise tra povertà e prostituzione, molte delle ragazzine non vedono altra prospettiva se non il lavoro sessuale, senza il quale non sarebbero in grado di provvedere a se stesse o alle loro famiglie.

Le Rohingya vengono "smerciate" anche a Chittagong e a Dacca in Bangladesh, a Katmandu in Nepal, a Calcutta in India. Qui, dove l'industria del sesso è fiorente, ricevono carte di identità indiane e sono assorbite dal sistema, perdendo le loro vere identità.

Internet è il mezzo che facilita la comunicazione tra i diversi gruppi di criminalità organizzata. I gruppi Facebook, aperti o chiusi, sono una via d'accesso a un'industria del sesso minorile sotterranea.
La crisi dei rifugiati ha offerto a pedofili e trafficanti l'ennesima opportunità per depredare gli individui più vulnerabili.

lunedì 13 febbraio 2017

Trafficanti di migranti del Nord Africa “iniettano contraccettivi alle bambine rifugiate”

Noinotizie
La denuncia shock che arriva dalla stampa britannica. La scusa: l’alta probabilità che saranno violentate. Ed il Regno Unito blocca i bambini pronti ad entrare. Lo “Sportello dei Diritti”: al diavolo la Brexit, i Paesi dell’UE accolgano i rifugiati e i bambini


Non è un’inchiesta giornalista “mediterranea” a denunciare una terribile pratica che avverrebbe sulle piccole migranti che giungono sulle coste del Nord Africa in attesa di raggiungere le Nostre. 

È la stampa anglosassone a rilanciare una prassi shock che sarebbe adottata dai trafficanti di esseri umani: alle ragazze, anche giovanissime, verrebbero somministrati contraccettivi pericolosi. La “scusa” risiederebbe nell’elevata probabilità che verranno violentate durante il viaggio. In grandi quantità o nelle ragazze troppo giovani, l’ormone in questione, il progesterone, può portare alla menopausa prematuramente. 

Ma i contrabbandieri di migranti che si muovono lungo le rotte verso l’Africa sub sahariana, se ne infischierebbero dei rischi e lo starebbero somministrando alle bambine dai 13 anni in su – che spesso viaggiano non accompagnate – per prevenire la gravidanza a seguito di una violenza sessuale. 

La violenza sessuale è un evento estremamente comune sulle rotte dei migranti verso l’Africa settentrionale ed è spesso perpetrata da autisti ed intermediari, ossia dalle stesse persone cui dipenderebbe la sorte dei viaggiatori che hanno intenzione di raggiungere l’Europa. 

Molti provengono da paesi che vivono nel caos e lacerati da guerre e lotte intestine come la Nigeria, il Sud Sudan, Somalia ed Eritrea. 

La tendenza è stata notata dagli operatori umanitari che lavorano in quelle aree dell’Europa, che costituiscono i punti di ingresso chiave per i migranti, tra tutte l’isola italiana di Lampedusa. 

Helen Rodriguez, un ginecologo che lavora sull’isola, avrebbe riferito al Times quanto sarebbe a sua conoscenza circa la situazione delle giovani migranti: “Sanno che sono molto a rischio di essere violentate in viaggio in modo da ricevere queste iniezioni in Etiopia o nel Sudan per non rimanere incinte.” Tuttavia, ha detto che la maggior parte delle ragazze non si rende conto dei “terribili effetti a lungo termine” del contraccettivo che gli è stato dato. La dottoressa Rodriguez avrebbe detto al giornale che quasi un quinto delle ragazze eritree che aveva visto non avevano le mestruazioni a causa delle iniezioni di progesterone. 

Il rischio di essere violentate è solo uno fra la miriade che i migranti devono affrontare nel tentativo di arrivare in Europa passando dall’Africa sub Sahariana. Il viaggio è fatto via terra attraverso il deserto, che è frequentato da banditi, e poi affrontando il Mediterraneo su barconi o gommoni. 

L’anno scorso, più di 5.000 persone sono annegate nel tentativo di attraversare il braccio di mare che separa le coste libiche da quelle dell’Italia meridionale. Tuttavia, una volta in Europa, le donne e i bambini non sono al sicuro dalla violenza sessuale. 

In particolare, solo per fare qualche esempio, nel campo d’accoglienza di Dunkerque, “violenza sessuale, violenza e lo stupro sono tutti fin troppo comuni”, ha detto un volontario a l’Observer.”

I minorenni sono aggrediti e le donne vengono violentate e costrette a pagare per la tratta con i loro corpi.” 

La stampa inglese è anche impietosa sulle recenti norme anti immigrazione votate dal proprio governo: si segnala sul The Independent che “Nonostante i pericoli enormi affrontati dai giovani rifugiati, il governo ha recentemente votato per abolire l’emendamento Dubs, la legislazione che avrebbe consentito al Regno Unito di far giungere 3.000 bambini rifugiati. Quando il governo ha votato per porre fine alla normativa la scorsa settimana, soli 350 bambini erano arrivati”. 

Non ci sono parole, quindi, per descrivere questo ulteriore orrore e l’insensibilità dimostrata da alcuni Paesi e da personaggi anche in quelli “accoglienti” che chiudono gli occhi di fronte alle atrocità connesse ai fenomeni migratori, in barba ad una solidarietà tra popoli che dovrebbe guidare tutte le nazioni che ritengono di essere “civili” e d’ispirarsi a valori “superiori”. 

Per Giovanni D’Agata presidente dello “Sportello dei Diritti”, infatti, agli Stati che rivendicano l’appartenenza all’Unione Europea, non si può sottrarre l’arduo ma imprescindibile compito di accogliere i rifugiati e i bambini che scappano da guerre, carestie e fame.

mercoledì 7 ottobre 2015

Giornata delle bambine. "Allarme baby-lavoratrici tra i profughi siriani"

Redattore Sociale
Rapporto di Terre des Hommes. Dei 70 milioni di ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che subiscono abusi molte vivono situazioni di conflitto. Molte mendicanti e lavoratrici minorenni tra i profughi siriani in Giordania e Libano. Aumentano di oltre il 50% le minorenni vittime di tratta
Roma - “Nel mondo, circa 70 milioni di ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, subiscono abusi e violenze fisiche che ogni anno provocano circa 60 mila decessi. Ovvero una morte ogni 10 minuti”: è la drammatica fotografia scattata da Terre des Hommes che, in occasione della Giornata Onu delle Bambine che si celebra l'11 ottobre, punta i riflettori sulla condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo presentando il dossier della Campagna “Indifesa” che ha l'obiettivo di contrastare lo sfruttamento delle bambine, e garantire loro una vita in salute e un’istruzione adeguata. Tra i fenomeni che danneggiano le piccole donne - evidenziano i dati pubblicati da Terres des Hommes - vi è quello della migrazione forzata a causa della guerra. In particolare, molte bambine siriane oggi sono costrette a lavorare e mendicare. Cresce, nel mondo, anche la tratta a danno di ragazze minorenni, mentre diminuisce quella di donne adulte.

Le baby-lavoratrici tra i profughi siriani. “Dopo l’estendersi del conflitto in Siria e la fuga di milioni di profughi nei paesi confinanti, si è registrato un consistente aumento del lavoro minorile in quell’area”, evidenzia il documento di Terres des Hommes. Tra le famiglie siriane rifugiate in Giordania che hanno dichiarato di fare affidamento sul reddito prodotto da un minore, nel 15 per cento si tratta di bambine e ragazze. Secondo dati Onu gran parte di queste giovani lavoratrici svolge lavori domestici (46,7 per cento), mentre una su tre (33 per cento) lavora nei campi, generalmente assieme ad altri parenti e familiari. Percentuali più ridotte di ragazzine lavoratrici si ritrovano in saloni di estetica e parrucchiera, nel settore manifatturiero e nell'edilizia (ciascuno con il 6,7 per cento). “La crisi siriana – si sottolinea - ha fatto esplodere anche il fenomeno dei bambini di strada nelle città libanesi”: il 73 per cento di questi, secondo dati dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro è composto da piccoli profughi impiegati prevalentemente nell'accattonaggio. Una su tre dei piccoli mendicanti è una femmina e più della metà ha meno di 11 anni.

L'aumento delle ragazze vittima di tratta: dal 10% al 21%. A livello globale, oggi i bambini rappresentano circa un terzo di tutte le vittime di tratta individuate. Due su tre sono di sesso femminile” secondo l'Unodc (Agenzia Onu su Droghe e Crimine). Tra il 2004 e il 2011 la percentuale di donne adulte coinvolte nei fenomeni di tratta è scesa dal 74 al 49 per cento mentre, nello stesso lasso di tempo, la percentuale di bambine e ragazze è passata dal 10 al 21 per cento. “Situazioni di conflitto e catastrofi naturali fanno aumentare in maniera esponenziale il rischio, per bambine e ragazze, di essere trafficate”, evidenzia Terres des Hommes.

Le bambine migranti a rischio tratta. Secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) nel 2014 circa 60 milioni di persone sono state costrette a lasciare la loro casa, spostandosi all’interno del loro paese o emigrando oltre confine. "Si tratta della cifra più alta da quando si procede a un monitoraggio di questo fenomeno", evidenzia Terres des Hommes. Più della metà hanno meno di 18 anni, mentre nel 2009 rappresentavano il 41 per cento. In Italia, i dati sui minori stranieri non accompagnati registrati all’arrivo mostrano una fortissima prevalenza dei ragazzi (quasi il 95%) rispetto alle ragazze. "Tuttavia - evidenzia la ong - quasi la metà di queste ragazze si allontana dai centri e molto spesso finiscono nella rete della prostituzione minorile". Provenienti per lo più da Nigeria, Camerun, Eritrea, il loro stesso viaggio viene pagato da intermediari che poi, una volta arrivata in Europa, si mettono in contatto con la vittima e la indirizzano verso il loro “datore di lavoro”. "E così, scappando da miseria, abusi o conflitti, si ritrovano costrette a prostituirsi per anni per ripagare un debito contratto spesso inconsapevolmente". (lj)

mercoledì 1 luglio 2015

Sud Sudan, bambine stuprate e bruciate vive dall'esercito. L'orrore denunciato dagli investigatori Onu

Huffington Post
Soldati dell'esercito del Sudan del Sud hanno stuprato e arso vive bambine nelle loro case: è quanto emerge da un rapporto shock della missione Onu nel Paese, nel quale si denunciano "diffusi abusi dei diritti umani".

Gli orrori sono avvenuti nello stato settentrionale di Unity, dove l'esercito, nell'aprile scorso, ha lanciato un'offensiva contro i ribelli. "Sopravvissuti a questi attacchi hanno raccontato che l'esercito e le milizie alleate di Mayom hanno preso di mira la popolazione locale, uccidendo civili, distruggendo villaggi e costringendo oltre 100mila persone alla fuga", ha denunciato l'Onu.

La guerra civile è esplosa nel dicembre del 2013, quando il presidente, Salva Kiir, accusò il suo ex vice, Riek Machar, di aver organizzato un golpe. Da quel momento Kiir ha avviato una campagna militare, con omicidi di massa e violenze. L'escalation "non è stata solo marchiata da omicidi, stupri, sequestri, saccheggi e incendi, ma da nuove brutalità", ha sottolineato l'Onu. L'Unicef, all'inizio di giugno, aveva già denunciato crimini atroci contro i bambini.

Secondo i responsabili della missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (Unmiss), i soldati di Juba si sono macchiati di "nuove brutalità" stuprando ragazze e bruciandole vive nelle loro case. In un rapporto diffuso oggi e basato su testimonianze di 115 tra vittime e testimoni, gli investigatori dell'Onu sui diritti umani hanno denunciato "abusi dei diritti umani su ampia scala" nello Stato dell'Unità, nel nord del Paese.

lunedì 4 maggio 2015

Nigeria Il Vescovo accoglie i rapiti da Boko Haram. Il difficile reinserimento delle bambine rapite a 3 anni

MISNA
“Alcuni sono stati rapiti che avevano tre anni; non sanno qual è il loro villaggio, non ricordano i nomi delle famiglie”: monsignor Stephen Mamza, vescovo di Yola, condivide con la MISNA i racconti delle donne e dei bambini giunti in questa città del nord-est della Nigeria dopo essere stati prigionieri di Boko Haram.

In più di 300 hanno viaggiato per tre giorni a bordo dei pick up dell’esercito nigeriano. Sono stati accolti nei campi allestiti dal governo a Yola dopo essere stati liberati nella Foresta di Sambisa, la roccaforte degli islamisti presa d’assalto dai militari il mese scorso. Molti sarebbero originari di Gumsuri, un villaggio non distante dalla cittadina di Chibok, divenuta nota nel mondo per il rapimento di oltre 200 liceali la notte tra il 14 e il 15 aprile 2014. “Le donne e i bambini – dice monsignor Mamza – sono denutriti, deperiti, sofferenti: dovranno essere alimentati e curati, fisicamente prima ancora che psicologicamente”.

Alcune giovani hanno raccontato di compagne lapidate perché si rifiutavano di seguire i carcerieri braccati dall’esercito. Altre di violenze sessuali e di nozze forzate con gli islamisti. Tra gli ex ostaggi, però, sono in molti a non parlare e non ricordare. “Ricongiungere le vittime con le famiglie sarà difficile – sottolinea il vescovo – perché molte di loro sono sotto shock e non sanno nemmeno dire dove e quando sono state catturate”. Secondo monsignor Mamza, la riabilitazione fisica sarà solo la prima parte di un impegno di assistenza che dovrà essere portato avanti dallo Stato con il sostegno delle organizzazioni umanitarie e religiose.

Il reinserimento in una vita sociale, l’istruzione e il lavoro saranno sfide complesse, sottolinea il vescovo. Ma questi, aggiunge, sono anche giorni di speranza: “Da settembre nei campi di accoglienza della diocesi abbiamo assistito tra i 3000 e i 3500 sfollati che avevano dovuto lasciare i loro villaggi a causa dell’avanzata di Boko Haram, ma la maggior parte di loro ha già potuto far ritorno a casa”. Nelle settimane a cavallo delle elezioni politiche, vinte dal generale in pensione Muhammadu Buhari e dal suo partito di opposizione, gran parte della regione inghiottita dal “califfato” è passata nuovamente sotto il controllo dei militari. Mentre la violenza finiva, forse paradossalmente, anche per favorire la solidarietà.

“Nei nostri campi – dice monsignor Mamza – musulmani e cristiani hanno vissuto gli uni accanto agli altri, nel rispetto e nella pace, combattendo a modo loro il fondamentalismo”. Un esempio sul quale costruire, confida il vescovo. Sperando che possano tornare presto libere anche le ragazze di Chibok, forse anch’esse ostaggio nella Foresta di Sambisa.

[VG]