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lunedì 27 maggio 2013

Tunisie, l'opinion sur la peine de mort de Moncef Marzouki, Président de la République provisoire

Leaders.com.tn


"Pour la peine de mort, la Tunisie est un pays abolitionniste de facto : l’une de mes premières décisions en tant que Président a été de commuer la peine de deux cents condamnés à mort en prison à vie, et personne n’a protesté. On se trouve dans cette situation particulière où les islamistes maintiennent leur point de vue en faveur de la peine capitale, mais admettent qu’elle ne s’applique pas"
Lorsque j’étais président de la Ligue tunisienne des droits de l’homme, j’avais déjà pu constater à quel point ma conviction n’était pas en phase avec l’ensemble de la société sur ce sujet. Un homme de la ville de Nabeul avait commis le pire crime possible, en violant et en assassinant treize enfants. Il avait été arrêté puis condamné à mort. La plupart des membres de la LTDH préféraient garder le silence, parce que le pays entier réclamait sa mort. Mais j’ai choisi de porter mon désaccord sur la place publique.

Dans la plupart des cas, ai-je alors avancé, la peine de mort était appliquée contre des adversaires politiques et, même s’il s’agissait cette fois d’un vrai criminel à mettre hors d’état de nuire, il n’était pas possible de la justifier : sans compter les possibles erreurs judiciaires qui devraient à elles seules motiver l’abolition de la peine capitale, il est avéré que celles-ci n’a jamais permis de dissuader les criminels. Le raisonnement était imparable, mais la tension a été terrible. Des gens m’ont craché dessus dans la rue, parce qu’ils estimaient que je défendais un violeur et un assassin.

Je continue à dire aujourd’hui à mes partenaires d’Ennahdha que l’abolition de la peine de mort est nécessaire même si la société n’est pas encore prête pour qu’on l’inscrive dans la loi».

Emergenza colera nei campi rifugiati del Niger che accolgono 50 mila rifugiati maliani

UNHCR
I rifugiati erano un uomo di 45 anni e un bambino di 3 anni, deceduti rispettivamente il 13 e il 19 maggio, dopo essere giunti nei centri medici in condizioni gravissime. Entrambi i rifugiati vivevano nel campo di Mangaize, nella regione di Tillaberi, che accoglie 15mila persone. Finora i casi registrati nella regione di Tillaberi sono 248, tra cui 31 rifugiati dei campi di Mangaize e Tabareybarey.

Il colera si contrae generalmente attraverso il consumo di acqua contaminata.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sta rispondendo all’insorgenza della patologia nei campi implementando misure igienico-sanitarie di emergenza. I rifugiati colpiti sono assistiti nei centri per la cura del colera (Cholera Treatment Centres, CTC) gestiti da Medici Senza Frontiere Svizzera. In collaborazione con le agenzie partner, l’UNHCR sta fornendo inoltre soluzioni per la reidratazione per via orale, sapone e compresse per la purificazione dell’acqua. Tuttavia, sono urgenti più farmaci per curare i potenziali nuovi casi.

L’Agenzia è inoltre impegnata in campagne di sensibilizzazione al fine di diffondere informazioni sulla salute pubblica. Le stesse attività vengono realizzate in favore delle comunità locali che abitano nelle aree limitrofe ai campi.
Per rafforzare il team dell’UNHCR sul terreno è arrivato, nella giornata di ieri, un coordinatore sanitario regionale, che collaborerà con autorità e agenzie partner sulle misure aggiuntive mirate a contenere l’epidemia. L’implementazione di una campagna di vaccinazione della popolazione a rischio – sia all’interno che all’esterno dei campi per rifugiati – è una delle misure in corso di valutazione.
Lo scorso anno un’epidemia di colera colpì 5.287 persone, uccidendone 110 in tutto ili territorio del Niger. La regione di Tillaberi fu la più colpita con 4.792 casi e 87 vittime. In quell’epidemia non furono registrati decessi tra la popolazione di rifugiati.
L’insorgenza di epidemie di colera è ricorrente in Niger, uno dei paesi più poveri al mondo. Il Niger al momento accoglie circa 50mila rifugiati maliani – 31mila dei quali vivono in 3 campi della regione di Tillaberi – fuggiti da un conflitto nel nord del proprio paese cominciato all’inizio del 2012.
A causa del conflitto in Mali 174mila persone sono state costrette a cercare rifugio in Burkina Faso, Mauritania e Niger, mentre oltre 300mila hanno lasciato le proprie abitazioni pur restando all’interno dei confini nazionali.

Roma - Ruba per sfamare il figlio: sei mesi di carcere

TG Com 24
E' successo a Roma: Filippo, disoccupato 34enne, è stato sorpreso a sottrarre del cibo in un supermercato: accusato di furto aggravato, dovrà scontare sei mesi a Regina Coeli
Sei mesi di carcere per aver rubato una fetta di arrosto, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’olio. Da quando ha perso il lavoro, Filippo non sa più come cavarsela: con un figlio di quattro anni da crescere, il 34enne romano non ha trovato altra alternativa a piccoli furti di generi alimentari di prima necessità. Niente di eclatante, due settimane fa era stato sorpreso a rubare del pane e poco altro ma, processato per direttissima, gli erano stati inflitti cinque mesi con la condizionale. Alla luce della nuova denuncia, la condanna di Filippo sale a sei mesi, da scontare questa volta a Regina Coeli.

domenica 26 maggio 2013

Uzbekistan - Cristiana uzbeka condannata per il possesso di Bibbie e materiale religioso

Asia News
Per 18 mesi dovrà svolgere lavori “correttivi” e versare parte dello stipendio allo Stato come multa. Il timore è che nei prossimi mesi venga spedita nei campi di cotone per la raccolta, un lavoro massacrante. Nella capitale un gruppo di fedeli è stato punito con “pesanti multe” per essersi riunito in una casa a leggere “materiale cristiano”.

Tashkent - Le autorità uzbeke hanno condannato a 18 mesi di "lavoro correttivo" una cristiana protestante di Urgench, nel nord-ovest del Paese, perché colpevole di "produzione illegale, archiviazione, importazione o distribuzione di materiale religioso". Il giudice Makhmud Makhmudov ha sentenziato che la donna dovrà prestare lavori umili al completo servizio dello Stato, mentre una buona parte dello stipendio verrà requisito per il pagamento della multa. Inoltre, per i prossimi mesi potrà viaggiare solo all'interno dello Stato.

In un secondo episodio di violazione alla libertà religiosa, un gruppo di persone della capitale è stato condannato a pesanti multe per "essersi riunito" a pregare e leggere materiale cristiano (leggi Bibbia) all'interno di una abitazione privata.

Fonti locali raccontano che la polizia segreta avrebbe montato ad arte prove fasulle per inchiodare Sharofat Allamova, che è stata quindi condannata durante un processo farsa. In una nazione in cui il possesso di materiale religioso è controllato con rigore dallo Stato, con una pesantissima censura del Comitato per gli affari religiosi, spesso si ripetono fenomeni coercitivi ai danni della minoranza cristiana.

Il doppio raid nella sua abitazione è avvenuto nel gennaio scorso e di recente il giudice ha stabilito la pesante condanna, in base all'articolo 244-3 del Codice penale. Già nel maggio 2012 aveva subito punizioni analoghe, sempre per il possesso di materiale religioso. Oltre alla confisca della Bibbia e altri testi, il timore più grande è che la donna possa essere spedita in autunno nei campi di cotone per la raccolta. Come denunciato più volte da organizzazioni e attivisti, lo Stato sfrutta il lavoro di minori e condannati per un compito massacrante a livello fisico.

L'88% delle popolazione uzbeka è di fede musulmana sunnita mentre i cristiani costituiscono l'8%. Nel Paese, la libertà confessionale è soggetta a forte limitazione da parte del governo. Il rapporto annuale della Commissione statunitense per la libertà religiosa, pubblicato lo scorso 30 aprile, alla voce "Paesi oggetto di particolare attenzione" ha stilato una lista di 15 governi tra i quali quello di Tashkent.

Repubblica Centrafricana - I cristiani vivono in un “regno del terrore”

Agenzia Fides
Bangui - I cristiani in Repubblica Centrafricana sono presi di mira dai militanti islamici: vengono legati, picchiati e costretti a consegnare i soldi per salvarsi la vita. La denuncia di un “un regno del terrore” contro i cristiani da parte dei ribelli Seleka che hanno acquisito il controllo del paese nel marzo scorso, giunge da un Pastore leder di una chiesa locale, che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza. 

Già nei mesi scorsi alcuni cristiani sono stati uccisi o feriti. I ribelli girano alla ricerca di sacerdoti e altri lavoratori cristiani, mentre luoghi di culto e proprietà private di cristiani vengono attaccate e saccheggiate. 

Molti cristiani – prosegue una nota pervenuta a Fides – hanno abbandonato le loro case in campagna e sono troppo spaventati per tornare. Oltre 200.000 persone sono sfollate, mentre 49.000 rifugiati sono stati registrati nei paesi limitrofi.

Il 10 maggio scorso Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto che cita “gravi violazioni” commesse dai ribelli Seleka contro i civili, come saccheggi, esecuzioni sommarie, stupri e torture.
Tra gli episodi citati, vi è un raid in una chiesa nella capitale Bangui, uno dei primi obiettivi dei ribelli Seleka, quando sono entrati in città. HRW racconta anche dell’attacco contro un corteo funebre a Bangui il 13 aprile, quando le forze Seleka aperto il fuoco sulla folla uccidendo un leader cristiano.

“La crisi del Centrafrica è ignorata dai mass media e la popolazione prevalentemente cristiana si sente abbandonata dalla comunità internazionale”, notano i leader cristiani locali. 

La scorsa settimana, l'inviato delle Nazioni Unite a CAR, Margaret Vogt, ha invitato il Consiglio di sicurezza a prendere in considerazione il dispiegamento di una forza di sicurezza per “contenere l'attuale stato di anarchia”, chiedendo l'imposizione di sanzioni a ribelli, accusati di gravi violazioni dei diritti umani. (PA)

sabato 25 maggio 2013

Papa Francesco: «Chiesa madre di tutti i migranti e i profughi»

Avvenire
"La Chiesa è madre e la sua attenzione materna si manifesta con particolare tenerezza e vicinanza verso chi è costretto a fuggire dal proprio Paese e vive tra sradicamento e integrazione". Lo ha ricordato papa Francesco che ha ricevuto i partecipanti all'assemblea plenario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, sottolineando che "la compassione cristiana si esprime anzitutto nell'impegno di conoscere gli eventi che spingono a lasciare forzatamente la patria e, dove è necessario, nel dar voce a chi non riesce a far sentire il grido del dolore e dell'oppressione".

Nel suo discorso, Bergoglio ha voluto anche "invitare tutti a cogliere negli occhi e nel cuore dei rifugiati e delle persone forzatamente sradicate anche la luce della speranza". "Speranza - ha sottolineato - che si esprime nelle aspettative per il futuro, nella voglia di relazioni d'amicizia, nel desiderio di partecipare alla società che li
accoglie, anche mediante l'apprendimento della lingua, l'accesso al lavoro e l'istruzione per i più piccoli". "Ammiro il coraggio - ha confidato - di chi spera di poter gradualmente riprendere la vita normale, in attesa che la gioia e l'amore tornino a rallegrare la sua esistenza. Tutti possiamo e dobbiamo alimentare questa speranza".


Secondo papa Francesco, la Chiesa ha "un compito importante anche nel rendere sensibili le comunità cristiane verso tanti fratelli segnati da ferite che marcano la loro esistenza: violenza, soprusi, lontananza dagli affetti familiari, eventi traumatici, fuga da casa, incertezza sul futuro nel campo-profughi". "Sono tutti elementi - ha spiegato - che disumanizzano e devono spingere ogni cristiano e l'intera comunità ad una attenzione concreta". "Come Chiesa - ha esortato il Pontefice - ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento".

"Dovremmo rileggere più spesso il capitolo del Vangelo secondo Matteo dove si parla del giudizio finale", ha suggerito Bergoglio agli ecclesiastici presenti. "Vorrei anche - ha aggiunto - richiamare l'attenzione che ogni pastore e comunità cristiana devono avere per il cammino di fede dei cristiani rifugiati e forzatamente sradicati dalle loro realtà, come pure dei cristiani emigranti". Gli immigrati, infatti, "richiedono una particolare cura pastorale che rispetti le loro tradizioni e li accompagni a una armoniosa integrazione nelle realtà ecclesiali in cui si trovano a vivere". "Le nostre comunità cristiane - siano veramente luoghi di accoglienza, di ascolto, di comunione". "Cari amici - ha esortato ancora rivolto ai membri del dicastero - spetta anche a voi orientare verso nuove forme di corresponsabilità tutti gli organismi impegnati nel campo delle migrazioni forzate. Purtroppo è un fenomeno in continua espansione, e quindi il vostro compito è sempre più esigente, per favorire risposte concrete di vicinanza e di accompagnamento delle persone, tenendo conto delle diverse situazioni locali".

RDC: 30.000 déplacés ont fui leurs camps en raison des combats dans l'Est

Slate Afrique
Plus de 30.000 personnes ont fui leur camp de déplacés près de Goma, dans l'est de la République démocratique du Congo, en raison des combats entre l'armée et la rébellion Mouvement du 23 mars, a-t-on appris mercredi auprès du Haut-commissariat aux réfugiés de l'ONU.

"Le camp de déplacés de Mugunga I, qui compte 55.000 déplacés, s'est vidé à 45% et celui de Mugunga III, où 13.000 personnes sont recensées, s'est vidé à 70%", a déclaré à l'AFP Simplice Kpandji, chargé de communication au bureau régional du HCR à Kinshasa.
Selon lui, "la population fuit vers Goma et Sake", deux villes dont le M23 s'était emparé fin novembre, avant de s'en retirer contre la promesse d'un dialogue avec Kinshasa.
Les déplacés fuient "de façon préventive", craignant une escalade, estime une source onusienne.

Après plusieurs mois de trêve, les combats ont repris lundi entre les forces régulières et rebelles dans la zone de Mutaho, à une dizaine de kilomètres au nord de Goma, la capitale de la province riche et instable du Nord-Kivu.

Depuis mardi, des tirs d'armes lourdes ont atteint les localités de Mugunga et Ndosho, à l'ouest de Goma, selon plusieurs sources. Mugunga abrite des camps de déplacés.
"Nous voudrions demander à la population de s'éloigner des FARDC (Forces armées de la RDC) car les combats se dirigent vers Mugunga. (...) Ils peuvent se rendre à Goma au lieu de rester près des FARDC car sinon il y aura des pertes humaines", a déclaré mercredi à l'AFP le lieutenant-colonel Vianney Kazarama, porte-parole militaire du M23.

Dans un communiqué publié mercredi, Médecins sans frontières (MSF) a indiqué que "6 obus" tombés dans la zone des camps de déplacés de Mugunga avaient fait 4 blessés" mardi, et qu'à Ndosho des "tirs d'obus" ont fait "deux morts et une dizaine de blessés".
Selon l'ONU, les combats de lundi avaient déjà provoqué le déplacement d'environ 800 personnes en direction de Goma.
Le secrétaire général de l'ONU Ban Ki-moon doit se rendre à Goma jeudi, après avoir rencontré le président congolais Joseph Kabila à Kinshasa mercredi.