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venerdì 15 gennaio 2021

Tunisia: Il presidente Kais Saied concede la grazia per 919 detenuti per la festa della Rivoluzione del 14 gennaio,

ANSAmed
Il presidente della Repubblica tunisina, Kais Saied, ha deciso di concedere la grazia a 919 detenuti in occasione del decimo anniversario della rivoluzione del 14 gennaio, quando fu cacciato l'ex presidente deposto Zine El Abidine Ben Alì. La decisione è stata presa dopo un incontro con il ministro della Giustizia, Mohamed Boussetta.


Il provvedimento prevede per 154 detenuti la scarcerazione immediata e una riduzione della durata delle pene detentive per gli altri. 

La concessione della grazia è stata valutata da una commissione speciale che ha esaminato un dossier di 2.350 detenuti, seguendo i requisiti del principio di uguaglianza, della natura del reato, del tempo di permanenza in carcere e della buona condotta dei reclusi. Rimangono esclusi i condannati per reati gravi, tra cui terrorismo e incitamento all'odio.

sabato 14 settembre 2019

I detenuti del carcere di Paliano presentano a Papa Francesco la "Croce della Misericordia" che hanno dipinto. Benedetta dal Papa visiterà le carceri italiane.

www.santegido.org
Nel giorno in cui la Chiesa celebra l'Esaltazione della croce, i detenuti del carcere italiano di Paliano pesentano al papa l'icona di un crocifisso, realizzata da loro stessi in carcere, sul cui sfondo si vedono scene della Scrittura che riguardano i prigionieri.




Hanno levigato per giorni il legno, lo hanno preparato e sotto la direzione di una maestra di iconografia lo hanno dipinto finemente seguendo tecniche millenarie: così è stato realizzato il grande crocifisso realizzato dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Paliano (Frosinone). 
Una icona che gli stessi detenuti hanno voluto chiamare la 'Croce della Misericordia' e che, dopo la benedizione del Papa, farà il giro delle carceri italiane in una sorta di pellegrinaggio della speranza. La croce, realizzata nel laboratorio promosso nel carcere dalla Comunità di Sant'Egidio, viene portata oggi all'udienza del Papa della Polizia Penitenziaria, nell'Aula Paolo VI.

"Sono persone rimaste folgorate dalla visita del Papa nel Giovedì Santo del 2017. Ad alcuni è davvero cambiata la vita e continuano a dire che il Papa ha insegnato loro che cos'è davvero l'amore", riferisce Stefania Tallei, coordinatrice del servizio ai detenuti della Comunità di Sant'Egidio.

Fonte: Ansa

mercoledì 27 marzo 2019

Carceri: Garante detenuti, allarme sovraffollamento. In un anno 2.047 detenuti in più, sono oltre 60mila

Ansa
Nell'ultimo anno si contano 2.047 detenuti in più, "con un andamento progressivo crescente e preoccupante", e "questo aumento si riverbera sulle condizioni di vita interna e sul sovraffollamento, che non è una fake news". 


Lo evidenzia il garante nazionale delle persone detenute Mauro Palma nella relazione al Parlamento. Nello stesso periodo il numero di persone finite in carcere è diminuito, sono 887 in meno, quindi l'aumento è dovuto alla minore possibilità di uscita. In totale sono 60.472 i detenuti. 

Alto anche il numero dei suicidi: Nel 2018 ci sono stati 64 casi di suicidio in carcere: un numero che ha segnato un picco di crescita rispetto all'anno precedente, quando erano stati 50; nei primi tre mesi di quest'anno, si sono tolte la vita in carcere 10 persone, circa una a settimana.

martedì 4 dicembre 2018

Venezuela: detenuti politici in balia di violenze e torture e della situazione di crisi perenne. Continue violazioni dei diritti umani

Osservatorio Diritti
Mentre il Venezuela subisce un'inflazione da record, l'economia è in crisi e sempre più venezuelani emigrano, peggiora anche la situazione dei detenuti. Soprattutto per chi è accusato di crimini politici, a volte vittime di tortura. La Commissione interamericana insiste con Maduro per entrare nel paese, ma ad oggi mancano risposte.

Il corpo di Fernando Albán è stato ritrovato senza vita lo scorso 8 ottobre, sfracellato sull’asfalto della centrale Plaza Venezuela a Caracas, dopo un volo di dieci piani dalla sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia (Sebin), i servizi segreti venezuelani. Fernando Albán, consigliere del partito di opposizione Primero justicia (Pj), era accusato di aver partecipato all’attacco con droni contro Nicolas Maduro dello scorso agosto.

Secondo la versione ufficiale del governo, riportata anche dalla CNN, durante gli interrogatori che si svolgevano al decimo piano della sede del Sebin, Fernando avrebbe chiesto di andare al bagno e da lì si sarebbe suicidato lanciandosi dalla finestra. Secondo l’opposizione, invece, Fernando Albán è stato barbaramente ucciso dal regime di Maduro, defenestrato dal decimo piano dagli agenti del Sebin.
La Commissione insiste con Maduro per entrare in Venezuela e verificare la situazione dei detenuti

La morte di Albán apre la discussione sulle condizioni di detenzione dei detenuti politici e sui mezzi utilizzati durante gli interrogatori. Bastonate, scariche elettriche, sacchetti di plastica in testa, inalazione forzata di pesticidi, denti rotti col calcio della pistola: i racconti e le leggende che girano attorno ai metodi della polizia bolivariana fanno temere che nel paese siano in corso gravi casi di torture e violazioni dei diritti umani.

In reazione alle sollicitazioni e denunce ricevute, la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ha raddoppiato la pressione e lo scorso 4 ottobre ha chiesto nuovamente al governo di Maduro di entrare nel paese per monitorare le condizioni di detenzione nelle prigioni nazionali, in particolare dei reclusi per cause politiche. L’accesso alla Commissione interamericana viene negato da oltre 7 anni e il timore è che le condizioni reali di detenzione siano peggiori di quanto emerge dalle denunce.

Samuel Bregolin


martedì 25 luglio 2017

La Cina sfrutta le miniere africane con il lavoro forzato dei detenuti

Il Giornale
Almeno 50mila prigionieri politici o comuni costretti a estrarre oro in 549 giacimenti ghanesi. Un business da due miliardi a costo zero



Nonostante il Pil nel 2016 abbia fatto registrare un +8,6 per cento, non è tutto oro ciò che luccica nel Ghana. La nazione posizionata sulle cartine geografiche dalle performance dei suoi calciatori (come Asamoah, Muntari o Abedi Pelè), in realtà sull'oro galleggia. Peccato che i profitti delle miniere siano pari a zero, cannibalizzati dalla longa manu cinese, che si mette in tasca circa 2 miliardi di euro l'anno (l'8% della forza economica ghanese). 


Dal Paese della Grande Muraglia sono arrivati circa 50mila cercatori d'oro dall'inizio dell'anno. Un esercito di manovalanza a costo zero inviata da Pechino per estrarre il metallo prezioso. Lavoratori impiegati anche diciotto ore al giorno nelle 549 miniere artigianali, e spesso illegali, disseminate nell'ex colonia britannica. A buona parte dei cercatori d'oro non viene riconosciuto uno stipendio: sono quasi tutti prigionieri comuni o prigionieri politici, condannati alla catena perpetua, ed esportati per continuare a svolgere i lavori forzati dove l'economia cinese vanta un qualche interesse.

È l'altra faccia del made in China, quella che offre tecnologia e manodopera in Ghana, costruisce stadi in Angola, centrali elettriche in Guinea Equatoriale e autostrade in Tanzania, e in cambio ottiene il diritto d'esclusiva nello sfruttamento di qualsiasi materia prima. 

Uno sfruttamento che viaggia di pari passo all'invasione silenziosa e incalzante dell'Africa nera. Ci sono parecchie associazioni umanitarie che vorrebbero vederci chiaro sulle miniere del Ghana e sulla forma di schiavitù camuffata da contratto di lavoro. Alcune miniere sono diventate enclave cinesi, senza controllo da parte del governo di Accra. Zone dedite ai peggiori traffici, compresi quelli della droga e della prostituzione, un business nel business. Inoltre, l'utilizzo scriteriato del mercurio per l'estrazione dell'oro ha provocato l'inquinamento delle falde acquifere.

Pechino rispedisce al mittente critiche e accuse, continuando a flirtare con i suoi partner africani. Il Ghana potrebbe però a breve spezzare questa sorta di circolo vizioso. Almeno secondo le parole di uno dei tanti personaggi bizzarri del continente nero, l'attuale presidente della repubblica Nana Akufo Addo, che ha assunto il potere lo scorso 7 gennaio. Addo vorrebbe tagliare il cordone ombelicale con la Cina, per prendere le distanze dal suo predecessore John Mahama, fedele alleato di Xi Jinping, e privatizzare le miniere. Ha assicurato di potere risolvere tutto nello spazio di un anno. 

Il che significherebbe rispedire in Cina circa 400mila persone tra maestranze e lavoratori forzati, mandando all'aria tra l'altro una lunga serie di accordi economici con Pechino. Qualcosa del genere venne messo in atto una sola volta nella storia dell'Africa Nera: era il 1977 e il sanguinario presidente dell'Uganda Idi Amin Dada cacciò dal Paese tutte le forze lavoro straniere. L'Uganda venne travolta da una crisi economica devastante e Amin Dada costretto a riparare in Arabia Saudita dopo il colpo di stato perpetrato da Yusufu Lule.

Molto più prosaicamente Addo vorrebbe azzerare le ingerenze straniere non tanto per far crescere l'economia ghanese, la cui locomotiva viaggia a buon passo, ma per far fronte ai costi della pachidermica macchina statale. Il Ghana, che conta 25 milioni di abitanti, ha un governo composto da 97 ministri, 254 sottosegretari e quasi 500mila funzionari governativi che a vario titolo succhiano avidamente dalle floride (per il momento) mammelle delle casse statali. Controllare l'oro sarebbe di vitale importanza per mantenere a vita la corte dei miracoli (ovvero i collettori di voti per lo stesso Addo).

Lo scorso maggio il ministro delle Risorse naturali ha lanciato un ultimatum, dando tre settimane di tempo a tutti i minatori e alle aziende minerarie cinesi per lasciare il Ghana. A luglio non è cambiato nulla. Anzi soltanto nelle ultime settimane sarebbero entrate illegalmente almeno altre duemila persone. Nessuno le ha viste arrivare all'aeroporto di Accra, ma a quello di Lomè, in Togo, ottenendo alla dogana un visto turistico. Qualcuno potrebbe domandarsi come abbiano fatto a trasferirsi in Ghana. Semplice: Lomè capitale togolese, si trova per un terzo del territorio in... Ghana. Di frontiere quindi neanche a parlarne. 

La Cina da parte sua ha chiesto al presidente Addo di rivedere i suoi propositi bellicosi, offrendo 14 milioni di euro sull'unghia per irrorare le casse dello Stato e offrendosi di cofinanziare i recenti progetti della rete autostradale e ferroviaria per collegare Accra alle città di Kumasi e Tamale. 

Per la manovalanza di problemi non ce ne sono, fa sapere Pechino, le carceri funzionano meglio di un ufficio di collocamento. Non solo, la Cina vorrebbe diversificare gli investimenti, fino a controllare anche le coltivazioni di cacao. Una produzione senza precedenti, 820mila tonnellate, ha provocato il crollo dei prezzi, e per coprire la retribuzione agli agricoltori locali il governo ghanese dovrà attingere al fondo di stabilizzazione. La Cina si è offerta di mettere mano al portafogli, anche per indebolire la concorrenza (in materia di cacao) della vicina Costa d'Avorio, che durante il braccio di ferro armato tra Gbabgo e Ouattara nel 2011 non aveva ceduto alle lusinghe di Hu Jintao.

Luigi Guelpa

mercoledì 27 luglio 2016

Gravi abusi ai minori detenuti in Australia "stile Abu Grahib"

Il Post
La rete televisiva ABC ha trasmesso una serie di filmati in cui si vedono i maltrattamenti di alcuni detenuti "stile Abu Grahib"

Dylan Voller, detenuto di 17 anni, legato 
a una sedia e incappucciato da alcuni agenti.
Un’inchiesta della rete televisiva australiana ABC andata in onda lunedì 25 luglio ha mostrato una serie di abusi subiti dai detenuti di una prigione minorile nel nord del paese. 

I filmati trasmessi nel corso del programma Four Corners mostrano un detenuto legato a una sedia e incappucciato, in una maniera che a molti ha ricordato la prigione di Abu Grahib, in Iraq, dove alcuni militari americani e contractor civili abusarono dei detenuti nel 2004. In un altro filmato si vedono gli agenti usare lacrimogeni contro alcuni detenuti chiusi nelle loro celle, mentre in un altro ancora si vede un detenuto denudato mentre alcune guardie lo tengono bloccato al suolo. Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull ha detto di essere profondamente scioccato dalle immagini e ha annunciato un’inchiesta sugli episodi. Il Guardian ha scritto che sei detenuti della prigione denunceranno i maltrattamenti subiti.

Gli abusi mostrati da ABC sono avvenuti tra il 2014 e il 2015 nel centro di detenzione Don Dale, vicino Darwin, nel Northern Territory, nel nord dell’Australia. Si tratta di una regione dove da tempo il sistema penitenziario minorile è sotto accusa per gli abusi subiti dai detenuti, in particolare da quelli minorenni. Tutti i detenuti mostrati dai filmati erano di origine indigena. Si tratta di un gruppo che costituisce il 96 per cento dei minori che si trovano in strutture di detenzione e il 30 per cento del totale della popolazione carceraria. I filmati, ha scritto il Guardian, hanno riaperto il dibattito sui rapporti tra il governo australiano e la popolazione indigena e quello sull’approccio molto duro utilizzato dal governo del Northern Territory per gestire la criminalità.

Il primo ministro Turnbull ha detto che l’inchiesta non riguarderà soltanto le accuse al centro di detenzione Don Dale, ma sarà estesa anche al resto del sistema penitenziario del Northern Territory. Turnbull ha detto che l’obbiettivo della commissione è scoprire: «Se esiste una cultura diffusa in tutto il sistema penitenziario del Northern Territory o se gli abusi sono limitati a un centro di detenzione specifico». I dettagli su come opererà la commissione non sono ancora molto chiari, mentre alcuni hanno sottolineato il ritardo della decisione di Turnbull, visto che il sistema penitenziario del Northern Territory è sotto accusa oramai da molto tempo. Il primo ministro della regione, Adam Giles, ha detto di aver guardato i filmati con “orrore” e che nel sistema penitenziario esiste una cultura che ha contribuito a tenere nascosti gli abusi subiti dai detenuti. Giles ha aggiunto che la competenza sul sistema penitenziario sarà tolta al procuratore generale John Elferink, una figura controversa i cui metodi molto duri sono stati spesso criticati.

Uno dei filmati più impressionanti mostra Dylan Voller, un detenuto di 17 anni, mentre viene legato a una sedia da alcuni agenti. Voller indossa un cappuccio e ha un collare che gli tiene legata la testa allo schienale della sedia. Secondo ABC, Voller è rimasto bloccato sulla sedia per due ore. Sedia, cappuccio e collare fanno parte degli strumenti di “restrizione” regolarmente approvati dal governo del Northern Territory. L’UNICEF Australia ha detto che quello che è avvenuto al Don Dale «potrebbe essere considerato una forma di tortura».

Martedì 26 luglio l’avvocato di Voller, Peter O’ Brien, ha diffuso una lettera manoscritta del ragazzo, in cui Voller ringrazia “tutti gli australiani per il supporto” ai detenuti e alle loro famiglie, e aggiunge: “voglio cogliere quest’occasione per scusarmi con la comunità per i miei sbagli. Non vedo l’ora di uscire e rimediare”. O’ Brien ha detto che attualmente Voller è detenuto in una prigione per adulti, ma dovrebbe essere rilasciato immediatamente: “l’impatto di questi anni di sevizie deve essere subito valutato, e Dylan necessita di assistenza immediata. Ogni ragazzo rinchiuso in isolamento nel Northern Territory deve essere subito liberato”.

In un altro filmato si vedono alcuni detenuti venire spruzzati con gas lacrimogeno. L’episodio è avvenuto nell’agosto del 2014 e all’epoca il governo del Northern Territory spiegò che il gas era stato utilizzato per bloccare un tentativo di fuga da parte dei detenuti. Il filmato di ABC, però, mostra che soltanto uno dei sei ragazzi colpiti dal gas stava cercando di fuggire. Gli altri cinque si trovavano ancora chiusi nelle loro celle.

venerdì 1 gennaio 2016

Costa d'Avorio: il presidente Ouattara concede la grazia a 3.100 detenuti

Agi
Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha annunciato, nel suo tradizionale discorso di fine/inizio anno alla nazione, di aver concesso la grazia a 3.100 detenuti.
 


Il presidente ivoriano Alassane Ouattara

"Ho deciso di usare il mio diritto di concedere la grazia procedendo alla remissione totale e parziale delle pene. Questa decisione - ha affermato Ouattara - permetterà a migliaia di detenuti di essere subito liberati e ad altri di vedere la loro pena ridotta. La grazia riguarda in totale 3.100 detenuti", ha detto il rieletto presidente - nell'ottobre scorso - che resterà in carica altri 5 anni.