Pagine

Visualizzazione post con etichetta Ruanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ruanda. Mostra tutti i post

sabato 16 aprile 2022

La decisione di Boris Johnson di "delocalizzare" gli immigrati in Ruanda. Ferma opposizione delle Nazioni Unite. I rifugiati non sono merce!

La Repubblica
La nota dell'UNHCR. "Le persone che fuggono da guerre, conflitti e persecuzioni non dovrebbero essere scambiate come merci". I Paesi ricchi ospitano solo una frazione dei rifugiati globali

Dopo gli annunci pubblici fatti giovedì dal primo ministro britannico, Boris Johnson, a proposito dell'invio in Ruanda dei migranti che si trovano attualmente all'interno dei confine dell'UK, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha espresso "forte opposizione e preoccupazione per i piani di esternalizzare gli obblighi di asilo e ha esortato il Paese ad astenersi dal trasferire i rifugiati in Ruanda per l’esame delle richieste di asilo.

"I profughi non sono merce". “L’UNHCR - si legge in una nota diffusa dall'organismo delle Nazioni Unite e firmata da Gillian Triggs, assistente dell'Alto Commissario dell’UNHCR per la Protezione - rimane fermamente contraria ad accordi che cercano di trasferire rifugiati e richiedenti asilo in Paesi terzi, in assenza di salvaguardie e standard sufficienti. Tali accordi - si legge ancora nel documento - non fanno altro che spostare le responsabilità riguardanti l’asilo, eludono gli obblighi internazionali e sono contrari alla lettera e allo spirito della Convenzione sui Rifugiati. Le persone che fuggono da guerre, conflitti e persecuzioni meritano compassione ed empatia. Non dovrebbero essere scambiate come merci e trasferite all’estero per l’esame della loro richiesta di asilo”.

L'esternalizzazione aumenta i rischi. L’UNHCR ha esortato entrambi i Paesi a ripensare i piani. Ha anche avvertito che invece di dissuadere i rifugiati dal ricorrere a viaggi pericolosi, questi accordi di esternalizzazione non faranno altro che aumentare i rischi, inducendo i rifugiati a cercare canali alternativi, ed esacerbare le pressioni sugli stati in prima linea. 

Sebbene il Ruanda abbia generosamente fornito un rifugio sicuro ai rifugiati in fuga da conflitti e persecuzioni per decenni, la maggior parte vive in campi con un accesso limitato alle opportunità economiche. L’UNHCR ritiene che le nazioni più ricche debbano mostrare solidarietà nel sostenere il Rwanda e i rifugiati che già ospita, e non il contrario.

Gli obblighi del Regno Unito. Il Regno Unito ha l’obbligo di garantire l’accesso all’asilo a coloro che cercano protezione. Le persone a cui viene riconosciuto lo status di rifugiato possono essere integrate, mentre coloro che non hanno bisogni di protezione internazionale e non hanno altre basi legali per rimanere nel Paese, possono essere rimpatriati in sicurezza e dignità nella nazione d’origine. "L'UK, invece - si legge nella nota dell'UNHCR - sta adottando provvedimenti che abdicano la responsabilità ad altri e quindi minacciano il regime internazionale di protezione dei rifugiati, il quale ha resistito alla prova del tempo e ha salvato milioni di vite nel corso di decenni".

Nei Paesi ricchi solo una porzione dei rifugiati globali. "Eppure, il Regno Unito - prosegue il documento diffuso - ha sostenuto il lavoro dell’UNHCR molte volte in passato, e sta fornendo importanti contributi che aiutano a proteggere i rifugiati e a sostenere paesi in conflitto come l’Ucraina. Tuttavia, il sostegno finanziario all’estero per alcune crisi di rifugiati non può sostituire la responsabilità degli stati e l’obbligo di ricevere i richiedenti asilo e proteggere i rifugiati sul proprio territorio. E questo indipendentemente dalla razza, dalla nazionalità e dal canale di ingresso". Mentre l’UNHCR riconosce le sfide poste dalle migrazioni forzate, i Paesi sviluppati ospitano solo una frazione dei rifugiati globali e sono ben equipaggiati per gestire le richieste di asilo in modo umano, equo ed efficiente.

domenica 7 aprile 2019

7 aprile 1994 - Genocidio in Ruanda, 25 anni fa uno dei peggiori massacri della storia dell’Africa

TPI
Domenica 7 aprile ricorre il 25esimo anniversario di uno dei più tragici e sanguinosi eventi che la storia dell’Africa del XX secolo possa ricordare: il genocidio del Ruanda.



Il 7 aprile del 1994, infatti, iniziò il barbaro conflitto tra Hutu e Tutsi, le due etnie presenti nel paese: per circa 100 giorni gli Hutu, etnia maggioritaria e al potere, massacrarono circa un milione di Tutsi a colpi di machete, mazze chiodate e armi da fuoco. Il genocidio – ordinato appunto dal regime allora al potere e fomentato da rivalità etniche che nel corso del tempo sono state acuite in primis dai coloni europei – avveniva sotto gli occhi, un po’ distratti e un po’ indifferenti, della comunità internazionale.

L’odio fra le due etnie, infatti, che si nutriva anche e soprattutto di differenze di carattere razziale, è infatti considerato uno dei lasciti del retaggio culturale del Belgio, paese che ha dominato sul Ruanda per vent’anni sotto mandato della Società delle Nazioni dal 1926 fino al 1946. Il paese africano è poi passato sotto tutela dell’Onu dal 1946 al 1962, quando si rese indipendente separandosi anche dal Burundi.

Ma fu appunto l’amministrazione coloniale belga a gettare le basi di quel massacro che si sarebbe realizzato diversi anni più tardi, trasformando delle differenze socio-economiche tra i due gruppi etnici in odio razziale basato su differenze di carattere fisico. Gli Hutu infatti, per lo più coltivatori agricoli più bassi e tozzi, avevano sempre convissuto con i Tutsi più alti e slanciati, dediti invece nella maggior parte all’allevamento: i due gruppi si erano sempre uniti, praticando matrimoni misti e non risentendo alcuna differenza.

Questo finché, durante la colonizzazione belga, furono marcate delle differenze tra le due tribù: ai Tutsi vennero date posizioni chiave all’interno dell’amministrazione del paese e buoni stipendi, mentre agli Hutu furono riservati compiti più umili e mal retribuiti. Quando in seguito nel 1952 gli Hutu presero il potere in Ruanda, spalleggiati per altro proprio dai belgi, iniziò la persecuzione nei confronti dei Tutsi, la quale culminò proprio nel tremendo massacro tra ex “vicini di casa”.

Era il 1990 quando il Fronte Patriottico Ruandese (RPF) – un gruppo politico-militare nato nella comunità Tutsi trasferitasi in Uganda quando le cose avevano cominciato a mettersi male per quel gruppo etnico – tentò il colpo di stato in Ruanda alimentando quella guerra civile a cui fece seguito il genocidio del 1994 e la presa del potere da parte dell’RPF.

Molti Hutu scapparono in Zaire, ma lì trovarono anch’essi la morte per mano dei Tutsi nel 1996. Il genocidio del 1994 è quindi solo una delle tragedie che bagnarono di sangue quella regione dell’Africa anche dopo il 1994. Numerosi eccidi, oltre al Ruanda, furono infatti perpetrati anche nei paesi vicini: in Uganda, Burundi, Congo e Tanzania.

Il genocidio ruandese, comunque, si considera ufficialmente concluso con l’Opération Turquoise – l’operazione turchese – intrapresa dai francesi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ma fu anche l’attuale presidente ruandese, Paul Kagame, il leader dell’RPF, a svolgere un ruolo chiave nella fine della guerra civile tra i due “schieramenti etnici”.

Ad oggi il Ruanda è un paese ancora traumatizzato da quello che è successo, ma che negli ultimi anni ha vissuto una crescita economica che però non è andata di pari passo con quella della democrazia. Insomma, possiamo dire che il Ruanda vive in quella contraddizione che ad oggi caratterizza la maggior parte dei paesi africani, che non riescono ancora a coniugare libertà e sviluppo.

Giulia Angeletti

mercoledì 28 febbraio 2018

Ruanda: proteste rifugiati congolesi contro taglio razioni alimentari, sale a 11 bilancio delle vittime

Agenzia Nova
Kigali - È salito ad 11 il bilancio dei rifugiati congolesi uccisi nelle proteste esplose la scorsa settimana nella città di Karongi, nell’ovest del Ruanda, dove circa 3 mila rifugiati ospitati nel vicino campo profughi di Kiziba stanno protestando contro il taglio delle razioni alimentari. 

Lo ha reso noto oggi l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr), secondo cui otto rifugiati sono morti a Karongi e altri tre nel campo di Kiziba. 

I disordini, come riferito la scorsa settimana dal portavoce della polizia ruandese Theos Badege, sono scoppiati quando la polizia ha cercato di disperdere i dimostranti con i gas lacrimogeni dopo il lancio di sassi e lamiere da parte dei manifestanti. 

Negli scontri sono stati arrestati 15 rifugiati. In precedenza i rifugiati avevano accusato i militari dell’esercito di aver aperto il fuoco contro di loro, ferendo almeno due persone. 

Il mese scorso l’Unhcr ha fatto sapere di aver tagliato le razioni a causa della carenza di finanziamenti. Il Ruanda ospita attualmente circa 174 mila rifugiati, di cui 57 mila provenienti dal vicino Burundi, in fuga dalle violenze scoppiate nel 2015.

giovedì 22 febbraio 2018

Ruanda: tagli razioni alimentari, polizia disperde 3 mila rifugiati congolesi nella città di Karongi

Agenzia Nova
Kigali - La polizia del Ruanda in tenuta anti-sommossa ha circondato oggi almeno 3 mila rifugiati congolesi accampati dalla scorsa notte nei pressi della sede dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) della città di Karongi, nell’ovest del paese, per protestare contro la riduzione delle razioni alimentari. 


Le tensioni, come riferiscono fonti delle Nazioni Unite citate dalla stampa locale, sono scoppiate la notte scorsa dopo che i rifugiati ospitati nel campo profughi di Kiziba hanno accusato i militari dell’esercito di aver aperto il fuoco contro di loro, ferendo almeno due persone, quando circa 2 mila persone hanno marciato fuori dal campo per protestare contro i tagli alle razioni. 

Il mese scorso l’Unhcr ha fatto sapere di aver tagliato le razioni a causa della carenza di finanziamenti. Il Ruanda ospita attualmente circa 174 mila rifugiati, di cui 57 mila provenienti dal vicino Burundi, in fuga dalle violenze scoppiate nel 2015.

giovedì 23 novembre 2017

La lezione del Ruanda all'Occidente: fratelli migranti in Libia vi accogliamo noi

Globalist
La solidarietà è questo. Uno dei Paesi più poveri del mondo che 'spalanca le porte'. Scrive il ministro degli Esteri: 'Non possiamo rimanere silenti quando esseri umani sono venduti all'asta come bestie'.

Notizie controtendenza. Il Ruanda, uno dei paesi più poveri al mondo, si è dichiarato disposto ad accogliere i migranti bloccati in Libia . 

"Data la filosofia del Ruanda e la nostra storia, non possiamo rimanere silenti quando esseri umani sono maltrattati e venduti all'asta come bestiame", ha dichiarato il ministero degli esteri di Kigali in una nota pubblicata sul suo sito internet.

Il riferimento è al video rilanciato dalla Cnn una decina di giorni fa in cui vengono mostrati due migranti vengono venduti all'asta in Libia. "Il Ruanda potrebbe ospitare fino a 30 mila migranti africani al momento bloccati in Libia dove sono sottoposti a ogni tipo di abuso, incluso essere venduti apertamente in mercati degli schiavi", scrive il sito del quotidiano ruandese The New Times sintetizzando dichiarazioni in esclusiva della ministra degli Affari esteri Louise Mushikiwabo.

Il Ruanda è uno dei Paesi più densamente popolati in Africa, ma conosce al momento una straordinaria crescita economica: + 6% nel 2016.

Come sottolinea la stampa francese, dovrebbe riuscire a integrare con successo queste persone nell’economia nazionale. Scrive il ministero degli Esteri: "Noi siamo inorriditi per le immagini della tragedia che si consuma attualmente in Libia dove uomini, donne e bambini africani che erano sulla via dell'esilio sono stato bloccati e trasformati in schiavi. Siamo solidali con i nostri fratelli e sorelle africani ancora tenuti in cattività". 

Nell 1994 il Ruanda fu teatro di un genocidio etnico di cui furono vittima circa 800 mila Tutsi e Hutu moderati, ricorda il sito della Bbc. Il paese è 167/o su 187 nella classifica mondiale 2017 del Pil pro capite espresso in parità di potere d'acquisto (Ppa) stilata dalla Banca mondiale.

lunedì 16 ottobre 2017

Nel Ruanda del miracolo economico l'esercito ancora tortura i civili

Estwest
Una crescita economica da capogiro, lo sviluppo di istruzione e sanità pubblica, il parlamento con la maggiore pecentuale di donne al mondo. Ma il Ruanda del boom vive in realtà sotto un regime tirannico che con molta disinvoltura viola i diritti umani e utilizza vari sistemi di torture.

Il presidente eletto di Ruanda Paul Kagame (C) ispeziona la guardia d'onore prima della sua cerimonia di
giuramento nello stadio di Amahoro a Kigali, Ruanda, 18 agosto 2017. REUTERS / Jean Bizimana
Alla vigilia delle elezioni presidenziali dello scorso agosto in Ruanda, la corrispondente da Londra del New York Times, Kimiko de Freytas-Tamura, spiegava che l’autoritarismo del presidente Paul Kagame è tollerato dalla comunità internazionale perché controbilanciato da prosperità e crescita economica.

Nel Paese, sconvolto dal genocidio del 1994, l’economia dal 2001 al 2015 è cresciuta in media di un 8% annuo (dato Banca mondiale), mentre la percentuale di popolazione in stato di povertà è calata dal 57% del 2006 al 40% del 2014.

La capitale Kigali è in pieno boom economico, come parte fondamentale del progetto di sviluppo del Paese noto come Vision 2020, un insieme di strategie per trasformare un’economia basata sull’agricoltura di sussistenza in un’economia basata sulla conoscenza tecnica e orientata alla fornitura di servizi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere lo status di Paese a reddito medio entro il 2020.

Nel frattempo, le diseguaglianze si sono ridotte, il governo ha istituito dei programmi-modello di educazione e sanità pubblica. Senza dimenticare, che il suo Parlamento vanta il 56% di donne, la maggior percentuale al mondo.

Dietro questo rassicurante scenario di crescita economica, programmi di sviluppo e stabilità politica, si cela la realtà di un regime tirannico, come testimonia un report di Human Rights Watch (HRW) pubblicato martedì scorso, sul diffuso e sistematico uso della tortura e le detenzioni illegali nel Paese africano.

Lo studio di 91 pagine dall’eloquente titolo “Vi costringeremo a confessare” rileva che i militari ruandesi detengono illegalmente e torturano i prigionieri con pestaggi, pesi legati ai testicoli, finte esecuzioni, scariche elettriche e la pratica della busta plastica con cui si simula la morte per asfissia.

Il dossier dell’Ong newyorchese ha confermato 104 casi di persone illegalmente detenute e torturate nei centri di detenzione dell’esercito ruandese tra il 2010 e il 2016. Queste informazioni sono state raccolte attraverso i racconti di 61 ex detenuti e lo studio dei processi. Tuttavia, la relazione stima che il numero effettivo dei prigionieri sottoposti a maltrattamenti sia molto più alto.

Dalle testimonianze emerge che molti prigionieri sono stati torturati fino a quando non firmavano la confessione, spesso basata su accuse inventate. Inoltre, i giudici e i procuratori ruandesi vengono incolpati di ignorare le denunce relative alle detenzioni illegali e ai maltrattamenti, diventando in questo modo complici nella creazione di una cultura di totale impunità per le forze armate.

Continua a leggere l'articolo >>>

lunedì 27 marzo 2017

Ruanda: oppositrice Illuminée Iragena scoparsa da un anno. Governo tace.

Corriere della Sera
Illuminée Iragena amici, colleghi e parenti l’hanno vista viva per l’ultima volta esattamente un anno fa, il 26 marzo 2016, mentre come ogni giorno si stava recando al lavoro: all’ospedale re Faisal di Kigali, la capitale del Ruanda.

Illuminée Iragena
Un anno fa, i suoi familiari hanno denunciato la sua scomparsa alla polizia ma da allora non hanno ricevuto alcuna risposta ufficiale. Stesso silenzio nei confronti delle organizzazioni per i diritti umani che hanno chiesto sue notizie.

Era un’infermiera, Illuminée, ma non solo. Nel 2008 si era candidata al parlamento per il Partito socialdemocratico, un gruppo di opposizione. Poi era entrata in un altro movimento, non riconosciuto dal governo, le Forze democratiche unite-Inkingi, di cui suo marito Martin Ntavuka è stato il rappresentante a Kigali. In passato entrambi erano stati arrestati per ragioni politiche.
Ma non c’è solo questo.
Un’altra esponente dell’Fdu-Inkingi, Léonille Gasengayire, è stata arrestata lo stesso giorno della sparizione di Illuminée. Rilasciata dopo tre giorni, è stata nuovamente fermata ad agosto e accusata di insurrezione. Pochi giorni fa, il 23 marzo, è stata prosciolta ed è tornata in libertà.

Sia Illuminée che Léonille andavano regolarmente in carcere a trovare la leader dell’Fdu-Inkingi, Victoire Ingabire, che sta scontando una condanna a 15 anni di carcere per terrorismo e minimizzazione del genocidio del 1994.

Per finire, quello di Illuminée non è l’unico caso di sparizione.
John Ndabarasa, giornalista radiofonico, è “riappaerso” il 6 marzo dopo che se ne erano perse le tracce il 7 agosto scorso.

A febbraio Violette Uwamahoro, moglie di un attivista di un partito fuorilegge, il Congresso nazionale ruandese, è scomparsa per due settimane.

Di Illuminée invece, non abbiamo notizie. Circolano voci che sia stata torturata e assassinata. Il governo tace.

Riccardo Noury

domenica 27 settembre 2015

Ruanda: Human Rights Watch denuncia: "emarginati reclusi in modo deplorevole senza alcun processo"

thepostinternazionale.it
Un rapporto realizzato dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha rivelato che il governo della Repubblica del Ruanda starebbe trattenendo illegalmente all'interno di un centro di detenzione non ufficiale la parte più emarginata della popolazione che vive a Kigali, la capitale del Paese. I detenuti vivrebbero in condizioni deplorevoli e di forte disagio, sottoposti anche a maltrattamenti e abusi da parte delle autorità del posto.

Il centro, comunemente conosciuto con il nome di Kwa Kabuga, si trova a Gikondo, uno dei sobborghi della capitale. La struttura ha cominciato a essere utilizzata come centro di detenzione almeno dal 2005. Il rapporto condotto da Human Rights Watch si basa su ricerche condotte nel sobborgo di Kigali tra il 2011 e il 2015 e fa seguito a diverse ricerche realizzate dalla stessa organizzazione nel 2006.
Dal report emerge che la maggior parte delle persone trattenute all'interno del centro provengono da situazioni di povertà e emarginazione. Le politiche adottate dal governo ruandese mirano ad allontanare dagli occhi dell'opinione pubblica tutti coloro che sono considerati come scomodi ai fini dell'immagine positiva della città che il presidente del Ruanda Paul Kagame sta cercando di diffondere al mondo: poveri, senzatetto, bambini di strada, venditori ambulanti, prostitute e presunti criminali sono le principali prede delle ronde della polizia locale.

Il ministro della Giustizia Johnstone Busingye ha spesso definito la struttura come "un centro di transito", in cui le persone sarebbero trattenute "per brevi periodi prima di eventuali misure correttive a lungo termine". Ma una dichiarazione di questo tipo si scontra in pieno con i dati diffusi da Hrw, che ha documentato, invece, casi in cui le persone sono state trattenute illegalmente all'interno del centro anche per un periodo di nove mesi. In media, dalle persone intervistate risulta che siano state trattenute nella struttura per un periodo di circa 40 giorni.

Nei 57 casi documentati dall'organizzazione per i diritti umani, inoltre, risulta che le autorità ruandesi hanno bloccato queste persone violando le leggi in vigore nel Paese. Tutti i detenuti sono stati trattenuti senza un'accusa precisa e senza alcuna aspettativa di essere sottoposti a regolare processo.

Il contesto sociale all'interno delle stanze di Kwa Kabuga non appare migliore. Ex detenuti hanno raccontato di abusi quotidiani da parte della polizia o delle altre persone ospitate. Stando alle dichiarazioni di alcuni di loro basterebbe parlare a voce troppo alta o non essere in fila per andare al bagno per scatenare l'ira delle autorità lì presenti. Dal rapporto risulta che 41 dei detenuti intervistati hanno affermato di essere stati percossi, altri sette invece hanno rivelato di aver assistito ad abusi su alcuni dei loro compagni. Le autorità si difendono dalle accuse dichiarando che le condizioni di vita a Gikondo sono del tutto positive.

Ma ancora una volta dalle pagine diffuse da Human Rights Watch emerge tutt'altro. Gli intervistati parlano di condizioni deplorevoli e degradanti e di una totale insufficienza dei beni di prima necessità: fornitura di cibo e acqua potabile non adeguata e mancanza di luoghi e mezzi per un pernottamento quanto meno dignitoso. I detenuti dormivano sul pavimento, spesso senza neppure il materasso. Quando fornito erano costretti a condividerlo per necessità con altri ospiti della struttura e la maggior parte delle volte anche con pidocchi e pulci.

Il governo, dal suo canto, quando parla di Kwa Kabuga continua a descriverlo come un "centro di riabilitazione", ma, anche qui, gli intervistati sostengono che l'assistenza necessaria alla loro riabilitazione è inesistente. Per di più, anche presumendo che il centro sia rifornito di personale sanitario, risulta che l'accesso ai trattamenti medici non rispetta in alcuna maniera gli standard minimi. Questo tipo di detenzioni arbitrarie sembrano riflettere le politiche non ufficiali adottate dal governo ruandese che cerca ad ogni costo di diffondere un'immagine della città distante da quella reale. "Kigali viene spesso elogiata per la sua pulizia e il suo ordine, ma la parte più povera dei suoi abitanti sta pagando il caro prezzo di questa immagine positiva", sostiene Daniel Bekele, direttore della sezione Africa di Hrw.

Il presidente della Repubblica del Ruanda, Paul Kagame, è stato più volte celebrato per il progresso economico che il suo paese ha compiuto a partire dal genocidio del 1994, in cui furono uccise 800mila persone, ma se il prezzo da pagare dalla maggior parte della popolazione che solitamente è relegata ai confini della società di Kigali è così alto, sarebbe opportuno che il governo ruandese rivedesse gran parte delle sue politiche di risanamento in atto nella capitale. Anche perché, da quanto risulta dalle informazioni fornite da Hrw, i detenuti di Gikondo, una volta rilasciati sono spesso riabbandonati per strada e costretti dalle autorità a lasciare la capitale.

di Andrea De Pascale

martedì 9 giugno 2015

Burundi: migliaia di bambini soli fuggiti per le violenze verso Ruanda, Tanzania, RDC e Uganda

Save the Children
Sono ormai più di 2.300 i bambini fuggiti nelle ultime settimane dal Burundi a causa dell’escalation di violenza nel loro Paese. Hanno viaggiato per giorni da soli, per lo più a piedi, in mezzo ai pericoli, per cercare di raggiungere i campi profughi temporanei in Ruanda, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda.

Ci si aspetta che molti altri lasceranno il Burundi quando il rischio di violenze si intensificherà nel periodo che precede le elezioni presidenziali, originariamente previste per la fine di giugno, ma rinviate questa settimana a causa di continue proteste civili e per l’apprensione circa la sicurezza nazionale.

"Spesso sono spinti a partire per primi dai loro genitori disperati, che restano indietro a proteggere case e proprietà dai saccheggi. Il numero di bambini vulnerabili arrivati da soli o separati dalle loro famiglie, è senza precedenti" avverte Edwin Kuria, Regional Humanitarian Manager di Save the Children in Africa Orientale. "Siamo estremamente preoccupati per la sicurezza di chi è costretto ad affrontare un viaggio così rischioso, soprattutto i bambini, che arrivano nei campi senza scarpe e con i soli vestiti che indossano".

Anche se i bambini riescono a raggiungere i campi profughi, già sovraffollati, senza incidenti, la loro sicurezza non è garantita, molti profughi hanno infatti segnalato atti di violenza, molestie ed intimidazioni, da parte delle milizie locali.

"Senza scuole o spazi sicuri per loro dove poter stare, alcuni bambini si ritrovano a lavorare, raccogliendo legna da ardere o scavando latrine, che sono entrambi i lavori pericolosi e faticosi per dei bambini" spiega Kuria.

Nel Campo di Mahama in Ruanda c’è anche molta preoccupazione legata alla distribuzione dell’acqua, con lunghe file e attese fino a sei ore al giorno per ricevere la poca acqua potabile disponibile. Allo stesso modo, in Tanzania le strutture sanitarie nel Campo di Nyarugusu sono al collasso a causa del flusso di nuovi arrivi e alla chiusura di due reparti a seguito di un’epidemia di colera. Il numero di visite mediche quotidiane è più che raddoppiato dopo l'arrivo di migliaia di rifugiati burundesi e la richiesta di visite prenatali è aumentato di sei volte.

Fino ad oggi, sono stati 91.459 i profughi burundesi che hanno chiesto asilo agli stati vicini. In Tanzania ne sono arrivati 47.929, in Ruanda 27.732, di questi, 23.532 sono nel Campo profughi di Mahama, in RDC 9.798 e in Uganda 6.000.

Save the Children sta intensificando i suoi interventi in Tanzania, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, dove è presente nei campi profughi con la distribuzione di cibo e generi di prima necessità per i rifugiati più vulnerabili, compresi i bambini soli e i minori-capofamiglia, e fornendo aiuto per l'accesso ai servizi essenziali.

[...]

martedì 19 maggio 2015

Tanzania: la vita dei rifugiati burundesi

L'Indro
L'UNHCR ha organizzato campi sia a Kagoma sia a Nyanrungusu, oltre che un centro di accoglienza a Kigoma

In Tanzania il campo di fortuna per rifugiati a Kaguma raccoglie la popolazione dopo che era fuggita dai violenti scontri nel vicino Burundi a seguito di un tentativo di colpo di Stato. Circa 100.000 persone, la maggior parte dei quali sono donne e bambini, sono fuggiti in Paesi vicini (tra i quali la Tanzania, il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, ossia in RDC) con il numero di rifugiati che è previsto aumenti fin quando la situazione in Burundi rimane invariata. 

Kaguma è un piccolo villaggio al confine tra Burundi e Tanzania, essendo circondato da una ripida catena montuosa sul lato della Tanzania, è più facilmente raggiungibile in barca. Il 3 maggio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha noleggiato il vecchio traghetto MV Liemba e ha iniziato il trasferimento dei rifugiati da Kaguma a Kigoma. 

Il traghetto può trasportare solo 600 persone per volta e l’intero processo di trasferimento richiede fino a 10 ore. Poiché l’imbarcazione è troppo grande per poter attraccare a Kaguma, i rifugiati vengono trasbordati al traghetto con delle barche da pesca più piccole e ci vogliono fino a due ore per farli salire tutti a bordo. Il percorso in barca richiede 3 ore per raggiungere Kigoma, dove, come in partenza, è necessario utilizzare barche più piccole per far sbarcare le persone. 

Attualmente, l’UNCHR ha identificato una seconda nave che può trasportare fino a 300 persone, ma che non sarà in grado di operare di notte. L’Agenzia sta inoltre valutando un sentiero di montagna che potrebbe essere percorso dai rifugiati che vogliono lasciare Kaguma. Questo comporterebbe 4 ore di cammino per arrivare a Kalinzi, dove l’UNHCR allestirà un centro di transito per permettere ai rifugiati di trascorrere la notte. Il giorno seguente, verranno portati in autobus al campo rifugiati di Nyanrugusu.

A Kaguma è in crescita il numero di persone in arrivo e le condizioni di vita sono diventate estremamente difficili. Molte persone sono riuscite a portare con sé un po’ di cibo ed è possibile pescare nel lago, ma la mancanza di acqua potabile, latrine e alloggi rende la vita molto difficile. I servizi sanitari del villaggio sono fortemente sotto pressione. Attualmente l’UNCHR sta allestendo un centro di accoglienza per far fronte alle necessità più urgenti. L’Agenzia sta anche avviando una procedura accelerata per il trasferimento a Kigoma di donne incinte, bambini, rifugiati anziani e malati.

A Kigoma, le autorità hanno attrezzato lo Stadio del lago Tanganica per accogliere le persone prima che partano per il campo rifugiati di Nyarugusu. Con l’aiuto di partner locali, l’UNHCR ha rapidamente trasformato lo stadio in un grande centro di transito. I rifugiati rimarranno alcuni giorni presso i centri di transito, per sottoporsi a controlli medici, vaccinazioni – se necessarie – e per registrarsi, prima di essere trasferiti nel campo rifugiati. Diciassette camion con migliaia di tende, teli di plastica, zanzariere, coperte, set da cucina, taniche per l’acqua, lampade solari e altri oggetti di prima necessità, sono stati prelevati dai magazzini regionali dell’UNHCR e il loro arrivo è previsto per domenica, mentre l’UNHCR e i suoi partner si stanno organizzando per affrontare un’emergenza su larga scala. Ad oggi più di 18.000 persone sono state trasferite nel campo rifugiati.

Il tentativo di colpo di stato in Burundi è stato sventato, ma la situazione nella capitale Bujumbura rimane tesa, con sporadici episodi di violenza, come quello segnalato ieri mattina. Oltre 105.000 persone sono già fuggite dal Paese per raggiungere la vicina Tanzania (70.187), il Rwanda (26.300) e la provincia del Sud Kivu (9.183) nella Repubblica Democratica del Congo. In Tanzania, il numero dei nuovi arrivi è aumentato notevolmente nel corso degli ultimi giorni. Le autorità locali responsabili dell’immigrazione riferiscono che oltre 50.000 burundesi (forse anche di più) vivono all’addiaccio a Kaguma sulla riva del lago Tanganica. Ci sono anche notizie di almeno 10.000 persone in attesa di attraversare il confine con la Tanzania.

I rifugiati burundesi continuano anche ad arrivare in Rwanda, nonostante il tasso di arrivo sia diminuito nel corso delle ultime due settimane. I rifugiati riferiscono che le autorità del Burundi hanno reso difficile la fuga dal paese. Secondo coloro che sono riusciti a raggiungere il Rwanda negli ultimi giorni, ci sono blocchi stradali e checkpoint dove la polizia o le milizie impediscono alle persone in fuga di continuare il loro viaggio verso il Rwanda. Attualmente il Rwanda ospita oltre 26.300 rifugiati burundesi, la maggior parte dei quali vive nel campo rifugiati di Mahama. Inoltre, un numero imprecisato di burundesi si è stabilito in aree urbane. L’UNHCR inizierà la loro registrazione la prossima settimana.

lunedì 18 marzo 2013

Rwanda: New Influx of Congolese Refugees Enter Rwanda


Photo: MONUSCO/Sylvain Liechti

Displaced (file photo).
All Africa 
A new wave of Congolese refugees including combatants fleeing recent fighting between two factions of M23 rebels have crossed into North Western Rwanda overnight.
Foreign Minister and Government spokesperson Louise Mushikiwabo confirmed that among the recent influx are about 600 combatants:
"The soldiers and officers from DRC that have entered Rwanda have been disarmed and detained. Several wounded among them are receiving treatment with assistance from the Red Cross. We are consulting several regional and international organisations to facilitate appropriate handling of this new group of refugees."
Among those who have sought refuge in Rwanda is Bishop Jean-Marie Runiga, former president of M23, who has been kept separately away from the refugee camp for his own safety and has requested to go to Uganda.
A team comprised of Rwandan military officials, defense personnel from Kigali-based embassies and journalists have arrived at the Kabuhanga border crossing to observe this development.
"Instability in the DRC continues to directly affect Rwanda as demonstrated by this new wave of refugees. Rwanda recently signed on to the UN-led Peace Framework for the DRC and we remain committed to working with our neighbour states and other partners for an end to conflict in Eastern DRC."
Over 25,000 Congolese entered Rwanda as a result of resurgence of conflict in Eastern DRC last year. Close to 18,000 live in the Kigeme refugee camp in Southern Rwanda and another 7,766 are housed at the Nkamira transit camp in Rubavu.