Pagine

Visualizzazione post con etichetta Cameroun. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cameroun. Mostra tutti i post

venerdì 27 marzo 2020

Covid-19 - Rispondendo all'appello di Guterres (ONU), proclamato il cessate il fuoco nei Paesi in guerra per paura della pandemia. Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine

La Repubblica
Dallo Yemen alla Siria e dal Camerun alle Filippine, ribelli e eserciti governativi rispondono all'appello per una tregua lanciato dal Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. E' uno dei pochi effetti positivi del virus.
Dopo tanti lutti e tanto dolore, un effetto virtuoso il coronavirus l’avrà pur prodotto: la proclamazione di cessate il fuoco in diversi Paesi funestati da sanguinari conflitti, dalle Filippine al Camerun e dallo Yemen alla Siria. 

Lunedì scorso, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello affinché le parti in lotta facessero tacere i loro cannoni e i loro kalashnikov. La sua invocazione, dicono alcuni funzionari del Palazzo di Vetro, era soprattutto destinata a proteggere i civili delle zone di guerra, i più vulnerali di fronte alla furia del Covid-19. Ma nessuno sperava che le sue parole venissero ascoltate sul campo dai vari belligeranti.

Invece, in un Paese in guerra dopo l’altro, le diverse fazioni ribelli e gli eserciti governativi contro cui combattono sono giunti a un accordo di pace temporanea per difendersi da un’altra aggressione, più subdola e potenzialmente altrettanto mortifera, quella della pandemia virale. 

Ora, secondo una fonte diplomatica che preferisce restare anonima, si sarebbe anche parlato del progetto di una risoluzione tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sull’impatto del coronavirus sulle situazioni di guerra. "Alcuni Paesi dell’Onu hanno pensato a una dichiarazione congiunta per sostenere l’appello di Guterres", ha detto la fonte.

All’origine di quest’operazione ci sarebbe la Francia. Non è un caso se nella notte il presidente Emmanuel Macron ha pubblicato su Twitter la notizia di una “nuova, importante iniziativa” per contrastare la pandemia, concepita durante una sua telefonata con il suo omologo Donald Trump. Tuttavia, tra la Russia che si dice reticente a che il Consiglio di Sicurezza si occupi di sanità e gli Stati Uniti che insistono per imputare la colpa della pandemia alla Cina, l’approvazione di una tale risoluzione appare quantomeno problematica.

Intanto, però, nei teatri di guerra si è subito colta l’opportunità di una tregua. Martin Griffiths, l’inviato dell’Onu nello Yemen, Paese devastato da cinque anni di guerra, ha annunciato le “risposte positive” per un cessate il fuoco e per una pausa umanitaria giunte sia dai ribelli houthi sia dal governo yemenita per meglio lottare contro il coronavirus. 

Lo stesso è accaduto in Camerun, dove i ribelli anglofoni delle Forze di difese camerunensi del Sud (Socadef) hanno proclamato un cessate il fuoco temporaneo. Tre giorni fa, un messaggio analogo è giunto dal Partito comunista delle Filippine, insieme al governo del Paese. E ieri anche le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno sostenuto l’idea di una tregua e si sono dette disponibili «a fermare ogni azione militare» nel nord-est del Paese, mentre il Segreterio generale Guterres ha invitato gli altri protagonisti del conflitto siriano a fare lo stesso. Nella speranza che questi cessate il fuoco "servano da esempio nel mondo intero" per far tacere le armi di fronte alla minaccia del Covid-19.

Pietro Del Re

giovedì 1 marzo 2018

Il Camerun sull’orlo di un conflitto civile. Attivisti della regione Amabazonia scelgono la via delle armi.

La Stampa
Gli attivisti delle regioni anglofone scelgono la via delle armi. Il governo reprime duramente.
Manifestazioni nella regione anglofona del Camerun per chiedere l'indipendenza
In risposta alla durissima repressione attuata dal governo di Yaoundè successiva alla proclamazione di indipendenza, lo scorso ottobre, della Repubblica di Ambazonia, i leader separatisti anglofoni hanno diffuso una vera e propria chiamata alle armi. 

La scelta ha avuto una prima, drammatica applicazione l’11 febbraio scorso, anniversario del referendum che condusse all’unificazione del Camerun nel 1961, quando irredentisti e forze governative si sono fronteggiati nella zona di Kembong (regione anglofona sud-occidentale) e sono morti tre effettivi della polizia mentre i feriti, di entrambi i campi, sono stati decine. 

«È giunta l’ora dell’autodifesa e della protezione della nostra comunità – ha dichiarato Sako Ikome Samuel nel suo primo discorso in qualità di nuovo leader dell’autoproclamata Repubblica di Ambazonia dopo l’arresto in Nigeria dello storico capo Julius Ayuk Tabe e 46 membri del movimento - Non possiamo rimanere inermi di fronte alla distruzione sfrenata delle vite e delle nostre proprietà. Lavoreremo quindi per organizzare i gruppi di autodifesa e di sicurezza contro i soprusi da parte dei francofoni».


Luca Attanasio

venerdì 24 febbraio 2017

Zona del lago Ciad: "la più grande crisi del continente africano". 10 milioni di persone hanno bisogno di assistenza.

Blog Diritti Umani - Human Rights
La conferenza internazionale di Oslo oggi vuole stanziare riunire 1,4 miliardi di euro per aiutare i civili colpiti dalla guerriglia islamista Boko Haram nella regione del lago Ciad che l'ONU ha definito "la più grande crisi nel continente africano."


La zona colpita è quella del lago Ciad comprende il nord-est della Nigeria, l'estremo nord del Camerun, il Ciad e i paesi e Sud-Est del Niger.
Boko Haram ha condotto negli ultimi anni molte incursioni mortali e attacchi suicidi nei quattro paesi.

Lago Ciad ha perso il 90% della sua superficie in pochi decenni, da 25.000 kmq dagli anni sessanta, si è ridotto 2.000 kmq di oggi. Rimane una fonte vitale di acqua e di pesce per la gente di questa regione semi arida.

La regione è stata a lungo uno dei luoghi più poveri e meno sviluppati del mondo, con gli indicatori molto bassi di sviluppo umano in settori come l'istruzione e la sanità.

La rapida crescita della popolazione, gli effetti del cambiamento climatico - il declino del lago e l'estensione del deserto del Sahara e la violenza ha generato quello che le agenzie di aiuto chiamano una "grave crisi".

Il conflitto, che secondo alcune stime ha causato almeno 20.000 morti e oltre 2,6 milioni di sfollati, ha peggiorato una già difficile situazione umanitaria.

Circa 17 milioni di persone vivono nelle zone più colpite dalle violenze e conflitti. I settori maggiormente colpiti sono la pesca e l'agricoltura e costretto centinaia di migliaia di civili a rifugiarsi nei campi di accoglienza o presso amici e parenti.

Secondo le Nazioni Unite, 10,7 milioni di persone nella regione attualmente hanno bisogno di assistenza; 7,1 milioni sono "gravemente colpite insicurezza alimentare". 

Se la conferenza di Oslo raggiunge i suoi obiettivi finanziari, il denaro sarà utilizzato per distribuire cibo e fornire acqua potabile nei luoghi più remoti, ma anche l'accesso alle cure sanitarie, istruzione e abitazioni per aiutare le vittime a ricostruire le loro vite.

Nel caso di fondi insufficienti, le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie hanno avvertito che la situazione potrebbe diventare catastrofica, in particolare, per quasi 75.000 bambini su 515.000 sono affetti da malnutrizione acuta grave e potrebbero morire.

Fonte: Afrique 24 Monde 

ES

lunedì 31 marzo 2014

Centrafrica, Plan: 23.000 bimbi profughi in Camerun, un blog racconta il loro dramma

Blog di Henri-Noel Tatangang
Pubblichiamo il blog di Henri-Noel Tatangang, responsabile Rischi e Calamità di Plan Camerun, che abitualmente visita i campi profughi del Paese per monitorare la condizioni dei rifugiati e organizzare aiuti umanitari. Nella Regione Orientale del Camerun a Lolo vi sono centri che accolgono i profughi provenienti dalla Repubblica Centrafricana; nella Regione si stimano circa 23.000 bambini profughi: nei campi vi sono più bambini che adulti e molti di loro nascono in queste realtà
L'intervista alla piccola Aisha, di nove anni

Aisha
“Sono stato in uno dei campi di Lolo e appena arrivato, una folla di bambini mi è venuta incontro; sono circa 2.000 i bambini nel campo, tra questi vi è la piccola Aisha (nella foto, ndr) di nove anni della comunità Buar (Repubblica Centrafricana, ndr), ha viaggiato per circa 400 km con la sua famiglia per arrivare qui. Le ho chiesto come è riuscita ad arrivare fino a qui e Aisha mi ha risposto: «Abbiamo camminato per molti giorni trovando rifugio e un po’ di cibo da famiglie lungo la strada. Una volta arrivati al confine siamo stati trasportati qui» Aisha è una delle migliaia di bambine che purtroppo condividono in questi mesi la stessa triste esperienza. Ho voluto sapere da lei se ha paura ora: «non più» ha risposto la bambina «perché non vedo più attorno a me uomini malvagi con le pistole».

Aisha manca da scuola da un anno a causa della grave instabilità che attraversa il suo Paese: le scuole erano state chiuse e gli insegnanti fuggirono dalla sua comunità. Nel campo profughi che sto visitando ci si aspetta nei prossimi giorni un arrivo di 6.000-7.000 profughi; la condizione del campo è molto difficile: c’è carenza alimentare, di accesso all’acqua e di assistenza sanitaria; non ci sono abbastanza ripari, scarse sono le agenzie umanitarie presenti, principalmente quelle delle Nazioni Unite, poche le ONG. Il governo camerunense sta garantendo la sicurezza attorno ai confini e ha organizzato un comitato per dare un sostegno ai rifugiati; tuttavia in questo campo nulla è stato fatto per garantire protezione e sicurezza all’infanzia. Questo è un problema molto grave in quanto i bambini si sentiranno al sicuro se riuniti in attività che li proteggano da varie forme di potenziale abuso, oltre che allontanarli dai brutti pensieri per le loro tristi vicende. La maggior parte dei rifugiati sono analfabeti e non conoscono il francese, la lingua ufficiale della Repubblica Centrafricana, parlano in dialetto fulfulde.”

Plan Camerun sta mobilitando risorse per rispondere alle necessità dei bambini in termini di protezione: spazi adatti a loro saranno realizzati e personale specializzato lavorerà con loro. Per provvedere alla loro istruzione si realizzeranno spazi ad hoc, saranno mobilitati insegnanti qualificati. Inoltre Plan Camerun ha l’obiettivo di riempire quei gap in settori generalmente propri di altre agenzie umanitarie, come l’accesso all’acqua e la promozione all’igiene. L’acqua potabile rimane una delle necessità più pressanti nel campo. Alcuni dei punti d’acqua si sono seccati a causa della forte domanda e le autobotti devono percorrere lunghe distanze per rifornire i serbatoi che non hanno sufficiente capacità per soddisfare la popolazione profuga vive nel centro.

C’è il rischio di epidemie se non si interviene rapidamente. Nel campo molti rifugiati vivono in grandi sale che possono ospitare fino a 50 persone finché non vengono dato loro tende domestiche per nucleo familiare. Ma questo processo è molto lento e i profughi vengono lasciati per settimane senza alcuna possibilità di privacy. Le famiglie non hanno alcun reddito perché hanno lasciato tutto nella Repubblica Centrafricana, come ci racconta, Djoubero Haman, uno dei leader tra i rifugiati, che sa parlare francese e si offre come volontario traduttore per gli altri profughi, “avevo un negozio” – racconta – “ a un certo punto ero costretto a vendere dalla porta sul retro, poi non riuscivo più a riempire il mio deposito, finché con l’acuirsi dei contrasti ho dovuto chiudere tutto, lasciare il mio Paese e dirigermi qui”.

sabato 8 febbraio 2014

Repubblica Centrafricana: migliaia di persone in fuga nel vicino Camerun a causa della violenza

AGENPARL
Roma, Migliaia di persone stanno fuggendo dalla violenza nella Repubblica Centrafricana, in cerca di un rifugio sicuro nel vicino Camerun. Negli ultimi dieci giorni, 8.762 persone di varie nazionalità hanno attraversato il confine camerunense, raggiungendo la città orienatle di Kentzou. 

Si tratta per la maggior parte di cittadini centrafricani (4.764), ma anche di nazionalità ciadiana (3.424), camerunense (1.497), nigeriana (43) e maliana (10). Sale così a oltre 20mila il numero totale di rifugiati arrivati in Camerun dalla Repubblica Centrafricana dall'inizio dei combattimenti. 

I nuovi arrivati hanno riferito agli operatori dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di essere fuggiti a causa degli scontri tra i miliziani ex Seleka e anti-Balaka nella capitale centrafricana Bangui e in altre città del nord-ovest del paese, come Bour, Baboua, Beloko e Cantonnier. 

Altri invece sono scappati dagli intensi combattimenti nelle aree di Berberati, Carnot, Baoro e Gambala. Altri ancora temevano l'avanzare dei miliziani anti-Balaka verso le aree in cui vivevano. I cittadini centrafricani registrati dall'UNHCR come rifugiati sono soprattutto donne e bambini. 

Tra loro vi sono anche 43 donne incinte, 50 madri nel periodo di allattamento e 89 persone disabili che hanno bisogno di attenzione specifica. Si tratta per la maggior parte di persone di religione musulmana, che hanno raccontato di temere per la propria sicurezza poiché sarebbero percepiti come simpatizzanti dal gruppo Seleka, ad ampia maggioranza musulmana. 

Le condizioni di vita dei nuovi arrivati sono precarie. Hanno trovato accoglienza presso le già povere famiglie locali o si sono accampati all'interno di moschee, in uno stadio o per strada. L'UNHCR è impegnato nei lavori di conversione di un vicino sito – indicato dalle autorità – nel quale trasferire i rifugiati entro la fine della prossima settimana. 

L'Agenzia si è inoltre rivolta a varie ambasciate affinché prendano in carico la situazione dei loro cittadini di altre nazionalità. Prima dell'attuale crisi il Camerun già accoglieva 92mila rifugiati centrafricani, che hanno cominciato ad affluire nel 2004, in fuga dall'azione dei gruppi ribelli e dei banditi attivi nel nord del loro paese. Dalla recente violenza locale nella Repubblica Centrafricana si fugge anche verso la Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove da sabato scorso sono arrivati oltre 1.500 rifugiati e dove il flusso prosegue giornalmente. 

I nuovi arrivati provengono da aree ancora sotto il controllo di elementi Seleka, che – a loro dire – perpetrano abusi sulla popolazione civile. Con gli ultimi arrivi, sono ora 60mila i rifugiati centrafricani che hanno cercato asilo nella RDC a causa delle atrocità commesse dai Seleka e, più di recente, a causa dei ricorrenti combattimenti e degli attacchi indiscriminati perpetrati da gruppi armati organizzati di matrice musulmana e cristiana. 

Dall'inizio del conflitto, nel dicembre 2012, quasi 246mila civili centrafricani hanno cercato rifugio nei paesi della regione. Sono invece oltre 830mila gli sfollati nella Repubblica Centrafricana. Le prospettive di un rientro immediato nelle proprie aree d'origine sono scarse e con l'inizio della stagione delle piogge l'UNHCR teme che possa verificarsi una crisi umanitaria ancora più grave. 

I sovraffollati accampamenti di fortuna nei quali vivono gli sfollati non riescono a garantire un'adeguata fornitura d'acqua e mancano di impianti igienico-sanitari. Di conseguenza risulta elevato il rischio di colera e di altre epidemie, in particolare nella capitale Bangui dove sono ben 413.094 le persone che vivono ancora in siti improvvisati.

venerdì 22 febbraio 2013

Cameroun: La peine de mort - Une épée sur la tête des détenus

AllAfrica
La situation à New-Bell remet au goût du jour, le débat sur la suppression de cette sentence capitale.

Même s'il réside encore dans la cellule "spéciale 01", Mapac Josué, 41 ans, mais en paraissant plus de 60, pense pouvoir, un jour, retrouver la liberté. Condamné à mort en 2001 pour assassinat à Yabassi, il a fait appel. Depuis, il a appris que sa condamnation à la peine capitale a été commuée en un emprisonnement de 25 ans. " J'ai seulement peur de la maladie, parce qu'ici, en prison, si tu tombes malade, non seulement il est difficile que tu en sois extrait pour les soins, mais pire, tu dois être pris en charge par ta famille. Pour moi qui n'ai que ma pauvre mère je vais seulement mourir ", confie-t-il, déséquilibré.

Le cas de Josué est rare. De nombreux autres condamnés demeurent dans l'incertitude totale, parfois depuis plus de vingt ans. Une situation intenable qui pose la question de la suppression de la peine de mort. D'autant plus qu'au Cameroun, les dernières exécutions remontent à 1997. Depuis cette date, sous l'action des Ongs nationales et internationales qui souhaitent que le pays abolisse la peine capitale, aucun condamné n'a été exécuté. Au regard de la loi, " toute condamnation à mort est soumise au Président de la République en vue de l'exercice de son droit de grâce. Tant qu'il n'a pas été statué par le Président de la République sur la grâce du condamné, aucune condamnation à mort ne peut recevoir exécution ".

Pour les défenseurs des droits humains, le fait de garder pendant longtemps en détention des condamnés à mort est une torture supplémentaire. " Selon la loi, la prescription d'un crime est de 20 ans. C'est-à-dire qu'au-delà de 20 ans, une peine qui n'est pas exécutée est prescrite. Les condamnés à mort, qui ont déjà passé plus de 20 ans en prison, ne devraient donc plus être exécutés et, dans ce cas, que devient leur statut juridique : condamné à vie ou à perpétuité ? Le Cameroun doit abolir la peine de mort et nous oeuvrons pour cela ", insiste Me Nestor Toko, avocat et président de l'association Droits et Paix.

Dieu pour seul refuge
Incertains sur leur sort, abandonnés par leurs familles, la plupart des condamnés à mort s'en remettent à Dieu. " Après votre incarcération, vous recevez quelques visites. Une fois condamnés à mort, cela devient difficile, vous ne voyez plus personne ", explique Semengue Roger. En dix ans de détention, il n'a reçu que trois visites de sa mère qui vit à Ebolowa. Aucun de ses frères, soeurs et amis ne s'est déplacé. De nombreux détenus ne reçoivent qu'une ou deux visites après plusieurs années, voire aucune. Les Ongs, qui visitent les prisons, leur apportent tout aussi difficilement assistance, tout comme les avocats qui préfèrent les cas mineurs, même quand ils sont payés par des bailleurs de fond dans le cadre de l'assistance judiciaire aux démunis.

Dieu demeure donc le seul refuge. Les congrégations religieuses, surtout les catholiques, comptent parmi les fidèles visiteurs des condamnés à mort. " La foi habite le condamné à mort. Nous craignons Dieu et respectons ses commandements et le louons tous les jours ", fait remarquer Semengue Roger. Il a été baptisé en prison et est désormais le coordonnateur de la communauté Saint Egidio de ce quartier. Pour se prendre en charge, il fabrique des chapelets qu'il vend à bon prix à tous les détenus. Mem Hans, lui, est le président du mouvement St Maximilien Marie Corbeau, prêtre jésuite devenu saint patron des condamnés à mort pour avoir donné sa vie en échange de celle d'un condamné à mort, affirment les catholiques.

Comme eux, tous les condamnés à mort prient à longueur de journée et assistent à tous les offices religieux. L'Eglise le leur rend bien et leur apporte à chaque fois assistance, contribuant ainsi à les éloigner spirituellement de l'abîme de la mort.