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sabato 25 aprile 2015

Cina - Sentenza storica - Li Yan, uccise il marito violento, sospesa pena di morte

Globalist
Sentenza storica in Cina, dove la 44enne Li Yan è diventata il simbolo della lotta alla violenza domestica. La pena potrebbe essere commutata in ergastolo

Li Yan
Li Yan, una donna cinese di 44 anni, è diventata l'icona della lotta alla violenza domestica, dopo che la sospensione della sua condanna a morte per aver ucciso il marito-orco che la picchiava quotidianamente. 

La pena adesso potrebbe essere trasformata in ergastolo la possibilità della libertà condizionale. La decisione a favore della 44enne, diventata in Cina un simbolo della lotta contro la violenza domestica, è stata presa da un tribunale del Sichuan (sudovest) dopo che la Corte Suprema di Pechino aveva imposto la celebrazione di un secondo processo. «La sospensione per Li Yan potrebbe rivelarsi un verdetto storico per i casi futuri nei quali la violenza domestica è un fattore attenuante. 

Col suo caso, la più alta Corte della Cina ha mandato un chiaro messaggio ai giudici affermando che la violenza domestica non deve essere ignorata», ha commentato William Nee, ricercatore di Amnesty International per la Cina. In un comunicato, Amnesty International aggiunge che i messaggi che vengono dalle autorità cinesi sui diritti delle donne sono «contradditori nel momento nel quale commutano la sentenza contro una donna che ha ucciso il marito violento ma continuano a perseguitare le attiviste». Il comunicato fa riferimento alle cinque femministe che sono state rilasciate lunedì dopo un mese di detenzione ma che dovranno essere processate per aver «creato polemiche e disturbato l'ordine pubblico».

France - Mobilisation urgente pour sauver Serge Atlaoui et tous les condamnés à mort en Indonésie

Amnesty International
Communiqué interassociatif*
« Il est urgent de mobiliser la communauté internationale, plusieurs pays sont concernés par le problème de la peine de mort en Indonésie », confie Sabine Atlaoui, l’épouse de Serge Atlaoui, condamné à mort français dont le recours a été rejeté par la Cour suprême d’Indonésie.  
A l’initiative de 18 organisations de défense des droits de l’homme,  un rassemblement sera organisé le samedi 25 avril prochain à 15h :
  • Place Edmond Michelet, 75004 Paris, à proximité immédiate de Beaubourg ;
 « Nous nous battrons jusqu’au bout pour mobiliser les responsables politiques et la société civile. Les condamnés à mort ont le droit de se défendre. Nous espérons encore que, sous une forte pression internationale, les autorités indonésiennes accepteront de réviser les procès de Serge Atlaoui et des autres condamnés à mort en Indonésie », déclare Raphaël Chenuil-Hazan, directeur d’Ensemble contre la peine de mort et coordinateur de la campagne. 
Rappel des faits : 
Serge Atlaoui a été arrêté en 2005 dans un laboratoire clandestin destiné à la production d'ecstasy. La Cour suprême indonésienne l’a condamné à mort en 2007. Serge Atlaoui a toujours clamé son innocence.
Le 1er avril 2015, lors de l’audience préliminaire qui examinait la demande en révision de son procès – ultime recours possible – la Cour de Tangerang a donné un avis favorable à la Cour suprême, tout en   acceptant les nouveaux témoignages présentés par la défense. Le 21 avril dernier, la Cour suprême a refusé de réviser le procès de Serge Atlaoui, estimant qu’il n’y avait pas de nouveaux éléments. Le recours du ghanéen Martine Anderson, lui aussi dans les couloirs de la mort pour trafic de drogue, a également été rejeté. 
Le nom de Serge Atlaoui est cité dans une liste de condamnés à mort qui seraient exécutés prochainement.
Si Serge Atlaoui était exécuté, cela ferait de lui le premier français exécuté depuis 38 ans.
Action des chrétiens pour l’abolition de la torture (ACAT France), Agir Ensemble pour les Droits de l’Homme (AEDH), Agir pour les Droits de l’Homme (ADH), Amnesty international, Collectif Libérons Mumia, Communauté de Sant’Egidio, Ensemble contre la peine de mort (ECPM), Ordre des avocats de Paris, Fédération internationale de l’Action des chrétiens pour l’abolition de la torture (FIACAT), Fédération des Associations Réflexion-Action, Prison Et Justice (FARAPEJ), Fédération internationale des ligues des droits de l'homme (FIDH), Fédération Nationale des Unions des Jeunes Avocats (FNUJA), Ligue des Droits de l’Homme (LDH), Lutte pour la justice (LPJ), Mouvement contre le racisme et pour l'amitié entre les peuples (MRAP), Poster for Tomorrow. Réseau d’Alerte et d’Intervention pour les Droits de l’Homme (RAIDH), Save Innocents, Union internationale des avocats (UIA)

Tra i 28 etiopici uccisi dall'Isis c'era Jamal un musulmano che ha scelto di morire con i cristiani

PIME - MissionOnLine
Tra i 28 etiopi uccisi dall'Isis in Libia e mostrati nell'ultimo orrendo video compare anche un musulmano. Si sarebbe offerto come ostaggio per non lasciare solo un amico cristiano
In questi giorni - però - sono arrivate una serie di notizie importanti su queste nuove vittime della follia jihadista. Ad esempio che non erano solo etiopi; tra loro c'erano anche degli eritrei. Ma soprattutto un po' alla volta tutti i volti vengono associati a un nome e a una storia. E così è venuto fuori anche un fatto del tutto inaspettato: tra i 28 che nel video vengono presentati come «cristiani etiopi» in realtà c'era anche un musulmano. Si chiamava Jamaal Rahman ed era anche lui un migrante proveniente dall'Etiopia. Solo che la sua è una famiglia islamica.

A confermare la notizia è stata una fonte del tutto insospettabile: un miliziano degli al Shabab, i fondamentalisti islamici della Somalia. Che - come riferisce un quotidiano on line del Somaliland - ha spiegato la «stranezza» sostenendo che «si era convertito al cristianesimo durante il viaggio». C'è però anche un'altra versione, molto più verosimile, raccolta sempre in ambienti jihadisti: il musulmano Jamaal «follemente» si sarebbe offerto come volontario ai jihadisti come ostaggio, per solidarietà con l'amico cristiano con cui stava compiendo il viaggio. Forse pensava che la presenza di un musulmano nel gruppo avrebbe per lo meno salvato la vita alle altre persone. Ma così non è stato: è stato ucciso anche lui, trattato come un apostata.

Sembra proprio un'altra storia di un «Giusto dell'islam» che ha scelto di opporsi a viso aperto all'Isis, ben sapendo quello che rischiava. La stessa scelta compiuta quest'estate a Mosul da Mahmoud Al 'Asali, il docente musulmano dell'Università che si era schierato pubblicamente contro la persecuzione nei confronti dei cristiani della città. Gesto che anche lui ha pagato con la vita. Jamaal, Mahmoud - e probabilmente tanti altri di cui non sappiamo nulla - sono la voce della coscienza dell'islam. Una voce che andrebbe fatta conoscere e che invece guardiamo sempre in maniera distratta. Salvo poi lamentarci perché i musulmani non reagiscono a follie come quelle dello Stato Islamico.

Hanno commesso un grosso errore questa volta gli strateghi della comunicazione jihadista: sono stati loro stessi a diffondere l'immagine di un volto diverso dell'islam; il volto di un musulmano che - alla violenza e all'intolleranza - ha contrapposto un'amicizia capace di arrivare a condividere persino il martirio di un gruppo di cristiani. Avremo occhi - almeno questa volta - per vederlo? O scorrerà via, affogato dalle nostre parole?

Intervento di Marazziti alla Camera: "Giovanni Lo Porto uomo giusto espressione dell'Italia migliore"

ItalPress
Roma- "Siamo grati a Giovanni Lo Porto e solidali con sua madre Giusy, capiamo il suo dolore. Anche se non lo conoscevo personalmente, Giovanni era per noi uno di famiglia. Poche settimane fa, negli attentati alle chiese in Pakistan, e' morto un ragazzo della Comunita' di Sant'Egidio e, prima di lui, un martire della riconciliazione come Shahbaz Bhatti. Erano della stessa famiglia di Giovanni Lo Porto. Uomini e giovani giusti. La guerra e il terrorismo non sono mai giusti. Tristi i tempi in cui i giusti muoiono e c'e' chi specula politicamente sulla morte e sul doloree il terrorismo non sono mai giusti. Tristi i tempi in cui i giusti muoiono e c'e' chi specula politicamente sulla morte e sul dolore". 
Giovanni Lo Porto
Lo ha affermato Mario Marazziti, deputato di Democrazia Solidale, durante l'informativa urgente del governo in Aula sull'uccisione dell'operatore umanitario Giovanni Lo Porto avvenuta ai confini tra Pakistan e Afghanistan.
"Giovanni - ha sottolineato Marazziti - e' un esempio e una proposta per i ragazzi di Brancaccio e di Palermo, per tutti noi. Il mondo di un giusto come lui, espressione dell'Italia migliore, non e' quello dei droni. I droni possono essere 'intelligenti", ma ancor prima lo devono essere gli uomini. Il male non si ferma bombardando o spappolando un Paese; queste persone non si proteggono con l'uso politico del dolore e della morte, come fanno purtroppo alcune forze politiche, facendo cosi' salire ancor di piu' la rabbia. Ma con un Parlamento coeso, creando un clima di unita'. Va ridotto il tasso di odio. Per salvare questi giusti anche in futuro occorre resistere alla demagogia: non ordinando bombardamenti a casaccio sulla Libia o blocchi navali contro i barconi, non incoraggiando l'egoismo nazionale dicendo che non si possono spendere i soldi di due caffe' al giorno per salvare una vita umana, come era invece Mare Nostrum, ma salvando la gente in mare, aiutandoli a vivere in maniera piu' umana anche in condizioni difficili come ha fatto Giovanni Lo Porto".

venerdì 24 aprile 2015

New book - Il martirio degli armeni - Un genocidio dimenticato

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nel giorno della commemorazione dei 100 anni del genocidio del popolo armeno:




Marco Impagliazzo


Il martirio degli armeni
Un genocidio dimenticato


Editrice La Scuola

pp. 176 - 13,50 Euro
ISBN 9788835040699





È stato il primo genocidio del Novecento. Più di un milione di armeni cristiani dell’Impero ottomano sono stati uccisi, in massacri e marce della morte, durante la Prima guerra mondiale, a partire dal 1915, esattamente cento anni fa. Ritorsione per la collaborazione con la Russia nemica o attuazione di un disegno nazionalista, per il quale la nuova Turchia doveva essere etnicamente e religiosamente omogenea, tutta turca e tutta musulmana? Sempre negato da parte turca, il genocidio degli armeni è stato dimenticato per decenni. Di recente, nuove indagini e ricerche hanno fatto luce su una vicenda tragicamente moderna e fornito risposte a domande importanti: chi diede l’ordine di uccidere? Come fu attuata una strage di così incredibili proporzioni? Agile e aggiornato, opera di uno dei primi storici italiani ad occuparsi della questione armena, questo volume si rivolge in particolare ai giovani e ai lettori che vogliono conoscere, comprendere, ricordare.

Marco Impagliazzo è professore ordinario di Storia contemporanea nell’Università per Stranieri di Perugia e Presidente della Comunità di Sant’Egidio. Studioso della Chiesa cattolica nel XIX e XX secolo e, più in generale, del fenomeno religioso in Europa e dei rapporti tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam nel Mediterraneo in epoca contemporanea, si è occupato, tra i primi in Italia, della "questione armena” nell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale. Tra le sue pubblicazioni: Duval d’Algeria. Una Chiesa tra Europa e mondo arabo 1946-1988 (Studium, 1994); Una finestra sul massacro. Documenti inediti sulla strage degli armeni, 1915-1916 (Guerini, 2003); La diocesi del Papa. La Chiesa di Roma e gli anni di Paolo VI (Guerini, 2006); Shock Wojtyla. L’inizio del pontificato (San Paolo, 2010)

Carcere: il lavoro può abbattere recidiva dal 90 al 10% e farebbe risparmiare 210 milioni di euro

ConfCooperative
Tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che lo seguono scende al 10%

L’abbattimento della recidiva porterebbe a un risparmio di 210 milioni di euro. Il recupero dei detenuti è di per sé un fatto umano, sociale di inestimabile valore che ha, anche, un risvolto economico per la collettività. È quanto emerso dal dialogo confronto “Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio” svolto a Roma, al Palazzo della Cooperazione e promosso da Alleanza delle Cooperative Sociali, Cdo Opere Sociali e Forma su come la riforma del sistema penitenziario potrà favorire il recupero umano e sociale delle persone detenute.

«Siamo pronti a dare il nostro contributo agli “Stati generali sul carcere”. Il nostro impegno è rinforzare l'alleanza con le istituzioni per realizzare in ogni carcere d'Italia esperienze lavorative finalizzate al recupero del detenuto. I dati sulla recidiva parlano chiaro: tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che seguono questo percorso di inserimento lavorativo la recidiva si riduce alla soglia del 10%». Lo ha detto Giuseppe Guerini, presidente Alleanza Cooperative Sociali, che ha introdotto e concluso i lavori.

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha dichiarato «le cooperative sono l'attore più idoneo a realizzare gli interventi per il lavoro nelle carceri e a creare il ponte con il dopo carcere per l’inserimento lavorativo».

Riprendendo le parole del ministro Orlando, Monica Poletto, presidente CDO Opere Sociali ha osservato che «per essere sussidiaria nel suo esito, la riforma del sistema penitenziario dovrà essere sussidiaria anche nella sua genesi. Nella sua predisposizione occorre dunque coinvolgere tutti i soggetti che stanno facendo esperienze positive di rieducazione all’interno delle carceri. Affinché si realizzi un sistema più giusto, che tenga più conto della centralità della persona, bisogna sempre partire da ciò che già c’è ed opera e collaborare per capire come possa essere sviluppato».

Ai lavori hanno partecipato, tra gli altri, Luigi Bobba – Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Gabriele Toccafondi – Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca; Edoardo Patriarca – Parlamentare e presidente Centro Nazionale per il Volontariato – Lucca.

Nella mattinata il “villaggio carcere” si è raccontato attraverso le testimonianze di persone recluse che lavorano in Sicilia, a Padova e presso le cooperative sociali Men at Work di Roma e Il Germoglio di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino). Altre esperienze significative sono state quelle di don Claudio Burgio dell’associazione Kayròs del carcere minorile Beccaria di Milano, di un ex detenuto della cooperativaHomo Faber di Como e dei volontari dell’associazione Incontro e Presenza di Milano. Altre voci interessanti sono venute dal mondo della formazione professionalein carcere e dall’esperienza di volontariato Vic, nel carcere di Rebibbia.

Niger, provvedimento di grazia. Commutate tutte condanne a morte in ergastolo

Blog Diritti Umani - Huma Rights
Niger - In occasione delle celebrazioni del quarto anniversario di investitura del Presidente della Repubblica il capo di stato Mahamadou Issoufou ha firmato un decreto che prevede provvedimenti di grazia.

L'articolo 2 recita: Tutti coloro che, sono stati condannati a morte avranno la commutazione della pena con quella di reclusione per vita.
Un individuo che, a partire dalla data della firma del decreto di cui al punto precedente, è stato condannato all'ergastolo da sentenza passata in giudicato, vedrà la sua pena commutata in trenta (30) anni di reclusione.
Il decreto prevede anche la liberazione per tutti i detenuti con pene residue inferiori a 12 mesi e riduzioni di pena per tutti i detenuti.


Fonte: 
Célébration du quatrième anniversaire de l’Investiture du Président de la République : Le Chef de l’Etat signe un décret portant remises gracieuses de peines [http://www.tamtaminfo.com]