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venerdì 24 aprile 2015

Carcere: il lavoro può abbattere recidiva dal 90 al 10% e farebbe risparmiare 210 milioni di euro

ConfCooperative
Tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che lo seguono scende al 10%

L’abbattimento della recidiva porterebbe a un risparmio di 210 milioni di euro. Il recupero dei detenuti è di per sé un fatto umano, sociale di inestimabile valore che ha, anche, un risvolto economico per la collettività. È quanto emerso dal dialogo confronto “Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio” svolto a Roma, al Palazzo della Cooperazione e promosso da Alleanza delle Cooperative Sociali, Cdo Opere Sociali e Forma su come la riforma del sistema penitenziario potrà favorire il recupero umano e sociale delle persone detenute.

«Siamo pronti a dare il nostro contributo agli “Stati generali sul carcere”. Il nostro impegno è rinforzare l'alleanza con le istituzioni per realizzare in ogni carcere d'Italia esperienze lavorative finalizzate al recupero del detenuto. I dati sulla recidiva parlano chiaro: tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che seguono questo percorso di inserimento lavorativo la recidiva si riduce alla soglia del 10%». Lo ha detto Giuseppe Guerini, presidente Alleanza Cooperative Sociali, che ha introdotto e concluso i lavori.

Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha dichiarato «le cooperative sono l'attore più idoneo a realizzare gli interventi per il lavoro nelle carceri e a creare il ponte con il dopo carcere per l’inserimento lavorativo».

Riprendendo le parole del ministro Orlando, Monica Poletto, presidente CDO Opere Sociali ha osservato che «per essere sussidiaria nel suo esito, la riforma del sistema penitenziario dovrà essere sussidiaria anche nella sua genesi. Nella sua predisposizione occorre dunque coinvolgere tutti i soggetti che stanno facendo esperienze positive di rieducazione all’interno delle carceri. Affinché si realizzi un sistema più giusto, che tenga più conto della centralità della persona, bisogna sempre partire da ciò che già c’è ed opera e collaborare per capire come possa essere sviluppato».

Ai lavori hanno partecipato, tra gli altri, Luigi Bobba – Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Gabriele Toccafondi – Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca; Edoardo Patriarca – Parlamentare e presidente Centro Nazionale per il Volontariato – Lucca.

Nella mattinata il “villaggio carcere” si è raccontato attraverso le testimonianze di persone recluse che lavorano in Sicilia, a Padova e presso le cooperative sociali Men at Work di Roma e Il Germoglio di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino). Altre esperienze significative sono state quelle di don Claudio Burgio dell’associazione Kayròs del carcere minorile Beccaria di Milano, di un ex detenuto della cooperativaHomo Faber di Como e dei volontari dell’associazione Incontro e Presenza di Milano. Altre voci interessanti sono venute dal mondo della formazione professionalein carcere e dall’esperienza di volontariato Vic, nel carcere di Rebibbia.

martedì 4 novembre 2014

Carcere - Danimarca: la migliore arma contro la recidiva? i figli

Vita
Il governo danese vara un piano quadriennale per favorire i contatti tra detenuti e figli minori, con lo scopo di abbattere il tasso di recidiva. Prevista la copertura del costi di viaggio, case famiglia per ricucire i rapporti, corsi di sostegno alla genitorialità.

Un detenuto privato dell'affetto dei figli durante la carcerazione ha maggiori probabilità di tornare a delinquere una volta rilasciato. È quanto dimostrano diverse ricerche, sui cui risultati si sono basati in Danimarca per varare un piano quadriennale che consentirà ai detenuti con figli di rimanere in contatto con loro. Per l'attuazione del progetto sono stati stanziati oltre 24 milioni di corone (circa 3,2 milioni di euro).

Numeri piccoli (visto che il 40% dei detenuti danesi ha figli minori, lassù si dovranno occupare "solo" di 4500 bambini) ma intuizione interessante, quella danese, che prende atto del fatto che spesso per vergogna i ragazzi rompono i legami con mamma e papà quando finiscono dietro le sbarre. E ricucire i traumi familiari è la via maestra, dicono gli esperti, per evitare che i condannati, dopo aver scontato la pena, ricadano in tentazione.

"I bambini sono spesso quelli che soffrono di più quando mamma o papà è in prigione", ha dichiarato il ministro della Giustizia Mette Frederiksen, "e un buon contatto durante la prigionia non può che contribuire ad attenuare la perdita, e contribuire a garantire che la madre o il padre non finiscano di nuovo dalla parte sbagliata della legge. Sono quindi lieto che sia stato deciso di destinare questi fondi a noi per aiutare i bambini dei detenuti e le loro famiglie".

Nel dettaglio, il governo di Copenaghen coprirà i costi di trasporto per i figli dei detenuti durante le visite nei centri di detenzione e nelle carceri; costruirà case-famiglia "temporanee" da 5-6 posti in cui sarà offerto sostegno educativo per genitori e bambini prima del loro rilascio; varerà programmi di sostegno alla genitorialità per detenuti con figli sia durante che dopo la detenzione.

di Gabriella Meroni

mercoledì 13 agosto 2014

Pene più umane società più sicura! Con pene alternative 17% di recidiva, 67% se si sconta tutta la pena in carcere

www.articolo21.org
Questo articolo contiene notizie su cui converrebbe riflettere, su cui dovrebbero riflettere i nostri parlamentari e politici, dovrebbe essere materia di approfondimento giornalistico. È probabile che nulla di quanto si sta auspicando accadrà. La demagogia e la deriva securitaria ancora pagano, in questo paese. Ma veniamo alla "notizia".
Riferisce l'Ansa: "La recidiva di un reato si riduce al 17 per cento "se si schiudono le porte del carcere" adottando misure alternative mentre è del 67 per cento se la detenzione viene scontata dietro le sbarre fino a fine pena".

Questi alcuni clamorosi e inediti dati contenuti in uno studio reso noto dall'ex direttore del carcere di Bollate, Lucia Castellano, oggi consigliere regionale della Lombardia e per oltre dieci anni alla guida di quello che viene considerato un "modello" delle carceri in Italia. L'occasione, il corso di formazione organizzato dall'Ordine dei giornalisti d'Abruzzo, su "Carcere e informazione", nell'auditorium della Casa circondariale di Pescara, San Donato.

"Per 20 anni - ha detto Castellano - ho combattuto la cultura della vendetta e l'idea risarcitoria per cui chi ha offeso deve essere trattato male. Occorre risalire questa corrente e dire al mondo esterno al carcere che la detenzione è mancanza di libertà altrimenti non si riesce a rieducare. La mancanza di libertà fa male, è questa la pena".

Castellano fa l'esempio della televisione: "Si dice, allora non è un carcere. Ma la tv, rispondo, è il primo narcolettico dopo gli psicofarmaci", sottolineando che "la semilibertà e l'affidamento in prova sono una pena, non la scambiamo per libertà".

Nel corso del forum persone competenti hanno detto cose molto ragionevoli e di buon senso, dunque, per un paese come il nostro, "rivoluzionarie". Resteranno, temiamo, nell'ambito degli addetti ai lavori. Un pessimismo che deriva dall'esperienza di questi anni. Speriamo almeno che vengano pubblicati gli atti di questo convegno. Segnatamente una copia per il presidente del Consiglio, altre due per i ministri della Giustizia e dell'Interno.

martedì 4 marzo 2014

Canada: "drug courts", efficace il tribunale della droga per detenuti tossicodipendenti e la recidiva si dimezza

Reuters
Un gruppo di deputati francesi si è recentemente recato in missione in Canada, incuriosito dal funzionamento delle drug courts. Speciali tribunali che si occupano della gestione di delinquenti tossicodipendenti. Attraverso un modello che opera una sorta di "coercizione volontaria".
L'accordo tra il piccolo criminale e la giustizia, infatti, è chiaro: se l'imputato si dichiara colpevole e accetta di seguire un programma di disintossicazione e riabilitazione, giudice e pubblico ministero si accordano per trasformare la pena detentiva in una sanzione più lieve (es. servizi sociali), fino a cancellarla. In caso contrario viene giudicato in un procedimento ordinario.

Questi tribunali sono nati dal basso. Furono i magistrati, infatti, a constatare di trovarsi a sottoporre a giudizio sempre gli stessi individui. Le procedure tradizionali semplicemente non funzionavano. Coloro che sfilano davanti le drug courts, infatti, sono persone che commettono reati come il possesso e l'uso di crack, cocaina o eroina. Nonché furti, prostituzione o piccoli traffici necessari a pagarsi gli stupefacenti. Aggressioni e violenze sessuali sono escluse dal programma.

Un modello giuridico che i cugini d'Oltralpe guardano con attenzione. Anche per capirne l'effettiva applicabilità sul territorio francese. Il sistema canadese, in sostanza, vuole evitare di infliggere ulteriori lesioni ai tossicodipendenti. I quali, secondo alcuni analisti, nel 90% dei casi hanno già sufficienti traumi alle spalle. Nelle drug courts i piccoli delinquenti vedono nell'autorità qualcuno che finalmente si interessa a loro. La figura del giudice, infatti, assume un ruolo fondamentale.

Il programma dura 1-2 anni. Ed è intensivo: i partecipanti sono convocati tre volte a settimana dal magistrato. Si sottopongono periodicamente all'analisi delle urine e seguono un trattamento medico. Inoltre, partecipano a gruppi di discussione e a laboratori per la gestione della rabbia. Vengono anche aiutati a trovare alloggio, lavoro o una formazione.

All'origine, il concetto di fori specializzati nella gestione di delinquenti tossicodipendenti era nato negli Stati Uniti. Precisamente in Florida, nel 1989, in seguito al record nel numero di carcerazioni causate dallo scoppio della cosiddetta "guerra alla droga" degli anni 1970-1980. In Canada il primo "tribunale della droga" è stato istituito a Toronto nel 1998. In seguito altri ne sono sorti in città come Vancouver o Montreal.

Non tutti, però, credono all'efficacia reale di questi fori. Secondo alcuni, infatti, è particolarmente difficile seguire il percorso di tossicodipendenti e delinquenti a lungo termine. Altri mettono in dubbio l'efficacia della "giurisprudenza terapeutica". Ovvero, l'idea che l'azione legale, basata su premi e sanzioni, possa avere effetti terapeutici sui soggetti coinvolti. Eppure Campbell Collaboration, un'organizzazione internazionale indipendente, ritiene che il tasso di recidività dei nordamericani passati attraverso i "tribunali della droga" sia del 38%. Contro il 50% per coloro che hanno sperimentato il sistema di giustizia tradizionale.

di Ivano Abbadessa

sabato 22 febbraio 2014

Svezia: le carceri si stanno svuotando. Pene più lievi e riabilitazione. Recidiva dimezzata società più sicura

www.news.you-ng.it
[...]
In Svezia il numero di quelli che finiscono dietro le sbarre è in costante diminuzione ormai da una decina d'anni: in media un calo dell'1 per cento sin dal 2004, con un'accelerazione negli ultimi anni, dove si sono toccate punte del -6 per cento.

Tanti i motivi. Dopo una sentenza della Corte Suprema, che nel 2011 ha ridefinito i criteri delle pene per i crimini legati alla droga, i giudici svedesi emettono ad esempio condanne mediamente più miti. Quando si può, si tende a tenere la gente fuori dalle prigioni, optando per misure come la libertà vigilata o l'assegnazione ai servizi sociali.

Raramente le condanne superano i 10 anni

Dal 2004 si è registrata una flessione del 36 per cento dei furti e del 12 per cento dei crimini violenti. 

Organizzazioni di volontariato aiutano di ex detenuti a reinserirsi nella società. Il processo di riabilitazione funziona

La percentuale degli ex carcerati che torna a commettere crimini in Svezia si aggira tra il 30 e il 40 per cento. In Gran Bretagna la percentuale è praticamente doppia.

mercoledì 12 febbraio 2014

Carcere: In cella tutta la pena aumenta la recidiva! Con pene alternative società più sicura.

Il Sole 24 Ore
Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, recita un antico proverbio. E la saggezza popolare trova riscontro in vari studi di economisti - italiani e internazionali - su carcere e recidiva. Gli scienziati sociali lo chiamano «effetto dei pari» ed è la conclusione a cui giungono dopo una serie di studi quantitativi sulla propensione alla recidiva, cioè sulla probabilità di tornare a commettere altri reati e di rientrare in galera.
Insomma, il carcere è una scuola criminale: quando entrano, i condannati rafforzano i legami con altri detenuti e allentano quelli con il resto della società; quando escono dal carcere dopo aver scontato la pena, gli ex detenuti diventano reciprocamente un punto di riferimento, influenzandosi a vicenda.

Ben lungi dall'essere affermazioni apodittiche, queste conclusioni sono il risultato, ottenuto empiricamente, di una serie di ricerche che ormai da qualche decennio studiosi di varie parti del mondo portano avanti utilizzando le migliori tecniche di indagine quantitativa. 

Risultati preziosi in questo delicato passaggio politico-parlamentare sul carcere, perché smentiscono luoghi comuni e allarmismi in nome della sicurezza, che partono da un'idea distorta di "certezza della pena", intesa non come "certezza della qualità della pena" ma come pena da scontare interamente chiusi "dentro", a doppia mandata. 

E più sono le mandate, più "fuori" ci si sente sicuri. 

Al contrario, gli studi economici dimostrano che il carcere "chiuso" produce soltanto altro carcere e che il sovraffollamento (con il suo carico di promiscuità, invivibilità, degrado, insalubrità e morti, che si porta dietro) è un moltiplicatore della recidiva. Dunque, non "conviene" alla sicurezza collettiva.

Piuttosto, è sulle misure alternative alla detenzione (scorrettamente equiparate a "libertà" o a "premi") che bisogna puntare per ridurre la recidiva. In questa direzione si muovono le misure legislative in corso di approvazione (dopo il via libera della Camera, il decreto "svuota carceri, che decade il 21 febbraio, è ora all'esame del Senato). 

Ma il passo è ancora claudicante perché ancora è troppo radicata la cultura carcero-centrica nonché l'idea, supportata da uno strepitìo politico di fondo, che le misure alternative siano un regalo ai delinquenti e che solo il carcere garantisca la quiete degli onesti. 

Il problema non è limitato all'Italia. L'aumento della popolazione carceraria è ormai una costante in molti paesi occidentali

Negli ultimi trent'anni i detenuti sono cresciuti di oltre sei volte negli Stati Uniti e sono raddoppiati in molti paesi europei, fra cui Italia e Francia. 

Effetto automatico dell'aumento della popolazione carceraria è l'incremento sia delle persone alla prima esperienza di carcere sia dei recidivi. 

Di fronte a questo fenomeno è quindi lecito chiedersi se il carcere svolga o meno la sua funzione di "riabilitazione" o funga soltanto da parcheggio, dove soggetti ritenuti pericolosi o indesiderabili vengono isolati per un periodo più o meno lungo dal resto della società. In altre parole, la prima domanda è se il carcere riesca a favorire il reinserimento sociale o sia soltanto uno strumento di controllo attraverso l'incapacitation dei detenuti.

di Roberto Galbiati e Donatella Stasio



venerdì 27 dicembre 2013

Marazziti: "L’amnistia e l’indulto renderebbero l’Italia più sicura" - Con indulto e pene alternative recidiva ridotta di 2/3

OnLine News
«L’amnistia e l’indulto renderebbero l’Italia più sicura. I dati dicono che chi ha ricevuto l’indulto è stato poi recidivo nel 33% dei casi, mentre chi ha scontato la pena per intero lo è stato nel 67% dei casi». 
Lo ha detto il deputato di Per l’Italia Mario Marazziti, presidente del Comitato diritti umani della Camera, parlando con i giornalisti prima del pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nel carcere di Regina Coeli a Roma. Marazziti ha poi detto di voler proporre al segretario del Pd Matteo Renzi di visitare un carcere assieme. 

«È contrario all’amnistia, ma l’ha detto durante la campagna per le primarie», ha spiegato. «Il carcere in Italia è illegale – ha affermato Marazziti -. Ci sono 65 mila detenuti per 45 mila posti, l’Unione europea ci ha già condannati e abbiamo tempo fino a maggio per rimediare. 

Ci sono 20 mila persone in attesa di giudizio. Il 33% dei detenuti è per reati di droga, in Francia e Germania sono il 14%. Ma in Italia non si commettono un maggior numero di reati simili, semplicemente è l’effetto di due leggi, la ex Cirielli che impedisce ai recidivi di usufruire di benefici e la Giovanardi-Fini sugli stupefacenti. Bisogna cancellarle». «Amnistia e indulto sono necessari – ha poi detto Marazziti tra gli applausi dei detenuti -. Aiuteranno l’Italia a essere migliore e a fare del carcere un luogo dove si capisce che si è sbagliato per poi tornare nella società».

sabato 17 agosto 2013

Carcere Intervista a Toccafondi: «La scuola abbatte il tasso di recidiva»

Avvenire
Come il lavoro, anche la scuola, in carcere, è un punto cardine del percorso di educazione e reinserimento sociale dei detenuti. Lo studio in cella abbatte drasticamente il tasso di recidiva». 
Parte da qui, il programma del sottosegretario all’Istruzione, con delega all’istruzione degli adulti, Gabriele Toccafondi, per aumentare l’offerta formativa nelle carceri italiane. «Vorrei fosse chiaro – spiega – che la scuola in carcere non è un’ora d’aria, ma apprendimento vero. Che richiede applicazione e fatica agli studenti-detenuti, la cui età media supera i trent’anni».

Qual è la situazione delle scuole carcerarie?
I dati ci dicono che siamo sulla buona strada, ma che possiamo e dobbiamo assolutamente migliorare per dare a un maggior numero di detenuti la possibilità di studiare.

A che cosa pensa, in particolare?
Occorre una particolare attenzione e una volontà chiara di interventi all'interno delle carceri perché un detenuto che frequenta le lezioni con regolarità, raggiungendo la licenza media o il diploma, ma anche la licenza elementare, è una persona che vuole cambiare, che capisce che ha bisogno di studiare per poter cambiare vita, crede nelle sue possibilità e nei suoi talenti. Se studia vuole creare le basi per costruirsi un’esistenza migliore e di conseguenza l’istruzione è uno strumento per abbattere la recidiva. Chi studia, così come chi impara un mestiere all'interno di un istituto di pena, ha una possibilità reale di "ripartire" sia all'interno del carcere sia dopo avere scontato la pena».

Non da oggi, il problema principale delle carceri è il sovraffollamento: se mancano gli spazi per le persone, come si può pensare di trovarli per le aule?
Dobbiamo crederci e lavorare di conseguenza. Non servono solo aule, ma anche banchi, materiale didattico e insegnanti formati.

Chi sono i docenti in carcere?
Sono professionisti che prestano servizio sia nelle scuole “normali” che in carcere. Alcuni, quelli più motivati, lavorano, anche da decenni, soltanto in carcere. La loro è una vera vocazione. E sono questi a spingere per potenziare l’offerta. Sono i primi a poter testimoniare quanto sia utile studiare in cella. Alcuni hanno portato detenuti fino alla laurea.

Come inserire anche l’istruzione nell'agenda-carcere?
Bisogna cominciare un percorso e aprire un dibattito che, oggi, ancora non c’è. Manca la consapevolezza dell’utilità della scuola in carcere. Eppure, a pensarci bene, è un bene per tutti. Per i detenuti, che così possono rifarsi una vita, ma anche per la società, che recupera una persona che ha buone probabilità di non tornare a delinquere.

Quali sono i tempi del suo programma?
A settembre si parte con i Cpia. Questo sarà un banco di prova della volontà di potenziare l’istruzione in carcere. Credo che unendo le forze si possa tranquillamente raddoppiare i corsi oggi esistenti.

Paolo Ferrario

giovedì 25 luglio 2013

Carcere Scalia: Più pene alternative più sicurezza. Recidiva dal 68% al 19%. 1% per chi lavora

Asca

Il Senato approva il ddl di conversione del decreto legge in materia di esecuzione della pena. Il provvedimento intende dare una prima soluzione al sovraffollamento penitenziario agendo sia sul piano normativo che su quello dell’edilizia carceraria. 

Dopo aver respinto le questioni pregiudiziale e sospensiva della Lega è iniziata la discussione generale. Il senatore Francesco Scalia (Pd), intervenuto nella discussione, ha evidenziato che “riaffermare il primato costituzionale della finalità rieducativa della pena, eliminando automatismi ed affidando il trattamento punitivo alla valutazione discrezionale del magistrato, incide non solo sulla dimensione della popolazione carceraria - il problema che stiamo affrontando - ma anche sulla complessiva sicurezza sociale. 

È un dato, infatti, che il condannato che espia la pena in carcere recidiva in oltre il 68% dei casi, laddove chi ha fruito di misure alternative alla detenzione ha un tasso di recidiva del 19%, che si riduce all’1% fra quanti sono immessi in un circuito lavorativo”. 

Scalia ha infine concluso sulla necessità di rivedere la disciplina in materia di custodia cautelare: “Oltre il 40% della popolazione penitenziaria è costituito da persone in attesa di giudizio, persone, cioè, che secondo la nostra Costituzione dobbiamo presumere innocenti e che tali, in larga misura, vengono poi dichiarati all’esito del processo. 

Bisogna, quindi, intervenire sul terzo comma dell’art. 275 c.p.p., eliminando la presunzione legale di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere per soggetti gravemente indiziati dei reati lì indicati, lasciandola per i soli delitti di mafia: la sola presunzione legale che ad oggi ha superato il vaglio di costituzionalità della Corte. 

La custodia cautelare in carcere deve tornare ad essere, nel nostro sistema, l’extrema ratio: la misura cui ricorrere in presenza di esigenze cautelari non fronteggiabili con alcuna altra misura. Questa valutazione deve essere affidata al magistrato e non deve rappresentare il portato automatico e necessitato dell’imputazione per particolari tipi di reato, salvo - come detto - che per i delitti di mafia”.

venerdì 12 aprile 2013

Italia - Condizioni disumane delle carceri, violazione diritti umani e anche un problema di sicurezza per l'aumento della recidiva.

La Repubblica

Spesso si dimentica che migliorare le condizioni dei detenuti, per esempio facendoli lavorare o aumentando le misure alternative, diminuisce di 4 o 5 volte la percentuale di recidiva, cosicché a investire tempo e risorse in questa direzione ci guadagnerebbero tutti. Tuttavia, come ha documentato “l’Espresso” in due inchieste delle scorse settimane, la “vergogna nazionale “ della condizione dei detenuti è stata, durante la campagna elettorale, “ignorata”. E invero, nel Parlamento neoeletto, già in piena attività, non risultano né presentati, né tanto meno calendarizzati, specifici disegni di legge in argomento. Il numero degli ingressi in carcere sta lentamente diminuendo, ma la gravità della situazione comincia a diventare un caso internazionale. L’Italia è di nuovo finita sotto il severo scrutinio della Corte europea per i diritti umani per un caso che riguarda la Puglia, la regione italiana con il maggiore sovraffollamento (182 detenuti per 100 posti disponibili): a Foggia è stato accordato un risarcimento a un detenuto semi-paralizzato costretto in una cella di pochi metri. Ma non si è ancora spento l’eco del caso “Torregiani”, in cui la stessa Corte ha constatato che il sovraffollamento delle carceri è divenuta ormai “una condizione strutturale”, cioè una violazione di carattere sistematico e non episodico. Per adeguare le strutture (e prima di prendere provvedimenti ancora più severi viste le migliaia di ricorsi dello stesso tipo che pendono a Strasburgo), all’Italia è stato concesso un anno. A Secondigliano permane uno degli ultimi “Ospedali psichiatrici giudiziari”, recentemente definiti dal presidente della Repubblica un “orrore inconcepibile in qualsiasi paese appena civile”. Il termine per la chiusura degli Opg, fissato al 31 marzo 2013, è stato prorogato in attesa della realizzazione di strutture sanitarie sostitutive. Le Regioni sono state opportunamente sollecitate “a prevedere interventi che comunque supportino l’adozione da parte dei magistrati di misure alternative all’internamento, potenziando i servizi di salute mentale sul territorio”. Sono gli obiettivi per cui si batte quotidianamente il direttore dell’Opg di Secondigliano Stefano Martone, che peraltro, tra mille difficoltà, è riuscito a eliminare ormai da tre anni l’uso dei mezzi di contenzione. Nei giorni scorsi alcuni parlamentari hanno ispezionato Poggioreale che, con 2.800 detenuti resta il più grande e affollato carcere d’Europa ed è percorso da non poche tensioni. Il capo delegazione, Sandro Gozi, ha parlato di “una condizione di disagio incredibile per il sovraffollamento” e di una “totale incapacità dell’amministrazione di riuscire a risolvere le criticità”, anche a causa di una grave carenza di personale: circa duecento unità in meno sulle 800 previste. A questo scoraggiante contesto si aggiunge la notizia della singolare mancata concessione ad alcuni volontari, impegnati da anni a portare ai detenuti un messaggio di vicinanza attraverso la musica, del permesso di tenere un concerto proprio a Poggioreale. Non vi è dubbio che difficoltà organizzative legate alla scarsità di personale possano prevalere su quelle ricreative. Tuttavia, dinanzi a queste notizie è lecito chiedersi quale spazio venga concesso al reinserimento sociale dei detenuti che, secondo la lungimirante legge sull’ordinamento penitenziario, deve essere perseguito “anche sollecitando e organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni all’azione rieducativa”. Così, nelle pieghe di una rigidità che, lungi dal “sollecitare” la solidarietà e il cambiamento, la soffoca, rischia di annidarsi quel sottile, ma così spesso decisivo, strato di indifferenza di cui parlava Gramsci e le cui meravigliose pagine sull’argomento ancora oggi vibrano, e fanno vibrare, di potente indignazione.

venerdì 15 marzo 2013

Norvegia: con una prigione senza sbarre... il tasso di recidiva più basso in Europa

Panorama

Una prigione senza sbarre, in cui i detenuti godono di molte libertà. È in Norvegia e aiuta il reinserimento. La racconta un ex-carcerato.

È subito dopo l'imbarco sul traghetto diretto alla prigione di Bastoy, nel fiordo di Oslo a una settantina di chilometri dalla capitale, che si capisce che le cose sull'isola sono diverse. L'operatore del traghetto è un detenuto che sta scontando una pena di 14 anni per spaccio di droga. Lui nota la sorpresa, sorride e saluta: "Sono Petter" si presenta. Prima di essere trasferito a Bastoy, Petter era stato per 8 anni in un carcere di massima sicurezza. "Qui ci danno fiducia e ci responsabilizzano" osserva. "Ci trattano da adulti". Pensate le reazioni se tutto questo avvenisse in Italia.

Di sicuro sono molte le differenze tra i due paesi. La Norvegia ha una popolazione di poco meno di 5 milioni di abitanti, 12 volte meno dell'Italia, e conta meno di 4 mila carcerati, contro circa 66 mila in Italia. Ma ciò che veramente è diverso è l'atteggiamento verso i prigionieri. Perfino nella prigione di massima sicurezza di Skien, a 30 chilometri a nord di Oslo, una fortezza in cemento dove è stato rinchiuso anche Anders Breivik, l'uomo che nel luglio del 2011 ha massacrato 77 persone sull'isola di Utøya, la perdita della libertà è l'unica vera pena che affligge i condannati. Le celle hanno la televisione, il computer, le docce e i bagni sono puliti. 

Le condanne non superano mai i 21 anni di detenzione, dato che la Norvegia non prevede né la pena di morte né l'ergastolo, e tutti hanno la possibilità di fruire di programmi educativi e formativi, quindi di trascorrere il proprio tempo studiando o imparando un mestiere.
I prigionieri vivono in piccoli agglomerati, che sostituiscono i tradizionali bracci, limitando in questo modo la diffusione della subcultura da carcere che esiste nei sistemi tradizionali. Risultato: in Norvegia c'è il tasso di recidiva più basso d'Europa: meno del 16 per cento. Petter racconta che a Bastoy "è come vivere in un villaggio o in una comunità. Ognuno ha il suo lavoro, ma abbiamo anche del tempo libero a disposizione, quindi possiamo dedicarci alla pesca o, in estate, andare in spiaggia a nuotare. Sappiamo di essere prigionieri, però ci sentiamo persone".

Molti commentatori avevano descritto le condizioni di vita dei 115 detenuti a Bastoy come comode e lussuose, fino a definire la prigione un "villaggio vacanze". Sono stato anch'io in prigione e ho passato i primi 8 anni, dei 20 che ho scontato in carcere, in una cella con un letto, una sedia, un tavolo e un secchio come gabinetto. In quel periodo mi è capitato di trovarmi coinvolto in una rissa, intrappolato in un assedio, e sono stato testimone di gravi atti di violenza. Centinaia di prigionieri si sono tolti la vita nel penitenziario dov'ero io e molti altri sono stati assassinati. Ma nonostante tutto ciò alcuni giornalisti ripetevano che il posto in cui mi trovavo era un villaggio vacanze. Quando poi installarono le toilette nelle celle e, qualche anno dopo, sono arrivate piccole televisioni, si sono moltiplicati i titoli che definivano l'istituto come una "prigione lussuosa".

Thorbjorn è una guardia di 58 anni che presta servizio a Bastoy da 17 anni. Durante il giorno, spiega, sui 2,6 km quadrati dell'isola ci sono 70 membri del personale, 35 dei quali sono poliziotti penitenziari. Il loro compito principale è contare i prigionieri: subito alla mattina, poi due volte al giorno nel rispettivo posto di lavoro, una volta alle 17 in uno specifico luogo di raduno e infine alle 23 nelle loro abitazioni. Solo quattro poliziotti penitenziari restano sull'isola dopo le 16. Thorbjorn indica piccole casette di legno dipinte a colori vivaci. "Sono le case dei prigionieri" spiega. Possono ospitare fino a sei persone; i detenuti condividono la cucina e gli altri spazi comuni, ma ognuno ha una stanza singola. "Solo un pasto al giorno viene servito nella sala mensa. I detenuti guadagnano l'equivalente di 7 euro al giorno e hanno anche un buono che può arrivare fino a 80 euro al mese da spendere nel piccolo supermercato dell'isola, dove possono acquistare i viveri necessari per colazione e cena.

In Norvegia, i prigionieri ai quali restano fino a 5 anni di detenzione possono chiedere di essere trasferiti a Bastoy. Per essere accettati devono avere la volontà di condurre una vita senza crimini dopo il rilascio. Sull'isola c'è una fattoria dove i detenuti badano alle pecore, alle mucche e alle galline, oppure coltivano frutta e verdura. "Gran parte del cibo se lo coltivano da soli" aggiunge Thorbjorn. Le altre occupazioni possibili sono in lavanderia, nelle stalle, nel negozio di riparazione delle biciclette (molti ne hanno comprata una con i propri soldi), nel servizio di manutenzione del verde o in falegnameria. La giornata lavorativa inizia alle 8.30 del mattino.


Passiamo accanto ad alcune cabine telefoniche rosse dalle quali i detenuti possono chiamare familiari e amici. A sinistra si erge un grande edificio: è qui che ogni settimana i prigionieri incontrano le persone che vengono a far loro visita, in stanze private dove sono ammessi anche i rapporti coniugali. Dalla finestra dell'ufficio di Arne Nilsen, il direttore, si scorgono la chiesa, la scuola e la biblioteca. "Nelle carceri chiuse" dice "i detenuti sono internati per anni senza avere la possibilità di lavorare o senza che venga attribuito loro alcun tipo di responsabilità. Ma per la legge la punizione è la perdita della libertà. Se trattiamo le persone come bestie quando sono in prigione, è probabile che si comportino come tali anche dopo".


Nilsen, psicologo clinico di professione, non vuole sentire che gestisce un campo vacanze. "Non si cambiano le persone con la forza" sostiene. "Qui trattiamo i prigionieri con rispetto e in questo modo insegniamo loro a rispettare gli altri. Però li teniamo sotto osservazione tutto il tempo. Così è meno probabile che commettano altri crimini quando verranno rilasciati. Questo significa giustizia per la società". E il tasso di recidiva tra gli ex prigionieri di Bastoy gli dà ragione: è del 16 per cento, il più basso d'Europa.


Ma chi sono i prigionieri di Bastoy? Hessle ha 23 anni e sta scontando una condanna di 11 anni per omicidio. "Ho ucciso per vendetta" racconta. "Vorrei non averlo mai fatto, adesso devo pagare per quello che ho commesso". Esile, capelli chiari, racconta di avere iniziato a 15 anni a entrare e uscire dagli istituti penitenziari. Le droghe non solo gli hanno rovinato la vita, ma l'hanno anche spinto a compiere atti criminali.


Sono tre le regole d'oro che vigono nel carcere di Bastoy: niente alcol, niente droga e niente violenza. Questo ragazzo, che ha ancora quasi quattro anni da scontare, lavora nelle scuderie e si prende cura dei cavalli. Come vede il suo futuro? "Non sono più attratto dalla droga. Quando esco, voglio tornare a vivere e costruirmi una famiglia. Qui sto imparando come farlo". Hessle ama la chitarra e insieme ad altri detenuti suona nella Bastoy blues band. Lo scorso anno hanno anche ottenuto il permesso di partecipare a un festival musicale e aprire il concerto della rock band Zz Top.


Bjorn è il maestro della band della prigione. Qui lui stesso ha scontato cinque anni per aver aggredito la moglie in un "momento di follia". Ora torna in carcere una volta alla settimana per dare lezioni di chitarra: "So che queste persone hanno il potenziale per cambiare". Ex ricercatore sociale, Bjorn ha preso contatti con alcune imprese di costruzioni per le quali lavorava in passato, che hanno promesso di prendere in considerazione l'idea di assumere alcuni membri della band, a condizione che diano prova di affidabilità e impegno. "Non si tratta solo di musica" afferma "ma di dare a queste persone la possibilità di dimostrare quanto valgono".


Sven, 29 anni, un altro membro della band, è stato condannato a scontare otto anni di detenzione per omicidio. Prima era un operaio disoccupato, ora lavora nel deposito di legname.


La guardia carceraria che mi presenta alla band è una donna e si chiama Rutchie. "Sono molto orgogliosa del ruolo che ricopro qui, e anche la mia famiglia lo è" afferma. In Norvegia ci vogliono tre anni di preparazione per diventare guardia carceraria. "Ci sono tante cose da imparare sulle persone che arrivano in prigione" spiega. "Dobbiamo cercare di capire come sono diventati dei criminali e aiutarli a cambiare. Io sto ancora imparando".


Vengo poi presentato a Vidor, che, con i suoi 72 anni, è il detenuto più anziano dell'isola. Lavora in lavanderia ed è il capo della casa che divide con altri tre uomini. Racconta che sta scontando 15 anni per duplice omicidio colposo. C'è una profonda tristezza nei suoi occhi, che traspare anche quando sorride. "Gli assassini come me non hanno un posto in cui nascondersi" afferma. E prosegue raccontandomi che dopo il delitto aveva "veramente toccato il fondo". In un primo tempo non faceva altro che piangere. "Se ci fosse stata la pena capitale, avrei voluto che me la infliggessero". È stata la prigione ad aiutarlo. "Mi hanno fatto capire perché ho compiuto quei crimini e come tornare a vivere". Adesso studia filosofia. "Quando uscirò, avrò 74 anni e sarei contento di viverne altri 10 e poi andarmene da questo mondo".