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venerdì 21 febbraio 2020

Due operatori Oxfam uccisi in un attacco in Siria

Oxfam Italia
Due operatori di Oxfam, impegnati nella risposta umanitaria alla crisi siriana, sono stati uccisi il 19 febbraio  in un attacco al veicolo su cui viaggiavano, da parte di un gruppo armato rimasto finora non identificato. Il tragico episodio si è verificato alle 14:00 ora locale, nel governatorato di Dar’a, nel sud della Siria, tra Nawa e Al-Yadudah.
Le vittime sono Wissam Hazim, responsabile della sicurezza del personale e l’autista Adel Al-Halabi. Nel corso dell’attacco è rimasto ferito anche un altro volontario di Oxfam, che era con loro.
“Siamo devastati dalla perdita di due preziosi colleghi che sono stati uccisi mentre lavoravano per fornire aiuti ai civili coinvolti nel conflitto siriano. Il nostro più sincero affetto e i nostri pensieri sono con le loro famiglie. Condanniamo con forza questo episodio. È essenziale che tutti le parti in conflitto garantiscano la sicurezza e l’incolumità degli operatori che lavorano ogni giorno per soccorrere la popolazione”.
 Moutaz Adham, direttore di Oxfam in Siria

venerdì 15 giugno 2018

Ventimiglia, la denuncia di Oxfam: "La polizia francese taglia le scarpe ai bambini migranti"

La Repubblica
Ragazzini di 12 anni cui vengono tagliate le suole o viene rubata la Sim del telefonino. Detenuti in celle senza cibo e coperte. Costretti a tornare in Italia a piedi, o caricati sui treni falsificando la loro età e le loro dichiarazioni sulla volontà di restare Oltralpe. Nel rapporto "Se questa è Europa" le testimonianze sugli abusi alla frontiera italo-francese.

La polizia francese che "ferma i bambini stranieri soli e li obbliga a salire su treni diretti in Italia dopo averne alterato i documenti per farli apparire più grandi o facendo sembrare che vogliano tornare". Ragazzini che si vedono tagliare le suole delle scarpe o strappare via la Sim del telefonino. E raccontano "di maltrattamenti fisici e verbali subiti, di notti passate in celle senza cibo, acqua e coperte" in violazione di leggi francesi ed europee. 

È la denuncia del rapporto "Se questa è Europa", diffuso oggi da Oxfam, Diaconia Valdese e Asgi: sarebbero decine i minori stranieri, anche dodicenni, vittime di abusi, detenzioni e respingimenti illegali da parte della polizia francese, dopo aver superato la frontiera di Ventimiglia.

I bambini fatti passare per maggiorenni
Un allarme che parte dalle testimonianze dei tanti migranti che ogni giorno cercano di attraversare la frontiera: uno su 4 è un minore che cerca di raggiungere familiari o conoscenti in Francia, Inghilterra, Svezia o Germania, cui spesso vengono negati di fatto la protezione e il diritto di chiedere asilo. Il rapporto spiega che la prassi della polizia francese prevede, prima ancora del respingimento in Italia, il fermo dei minori, in violazione delle norme francesi ed europee. E inoltre, di frequente, la loro registrazione come maggiorenni, la falsificazione delle loro dichiarazioni sulla volontà di tornare indietro, la detenzione senza cibo o coperte e senza possibilità di parlare con un tutore legale.

Le scarpe tagliate e il furto della Sim
Molti i ragazzi che raccontano di aver subito abusi verbali o fisici: dal taglio delle suole delle scarpe al furto di carte Sim. Tanti vengono costretti a tornare a Ventimiglia a piedi, lungo una strada senza marciapiede, e con qualunque condizione atmosferica: una giovane donna eritrea è stata costretta a farlo sotto il sole cocente, con in braccio il suo bambino di 40 giorni. In Italia poi, continua il rapporto, restano gravi carenze nella tutela dei diritti dei minori nei centri di accoglienza: molti non vengono iscritti a scuola, o non vengono informati sulla possibilità di richiedere asilo o di ricongiungersi ai familiari in altri Paesi europei.

Alla frontiera più di mille al mese
Stando al rapporto, da gennaio ad aprile 2018 sono stati 4.231 i migranti adulti e minorenni passati da Ventimiglia (16.500 da agosto 2017). Provenivano perlopiù da Eritrea, Afghanistan e Sudan, in particolare dal Darfur. Un numero destinato a crescere con l'arrivo dell'estate. Al momento però l'unica struttura di accoglienza è al campo Roja, con 444 posti: qui a fare da deterrente sono l'obbligo di farsi identificare con le impronte digitali e la massiccia presenza di polizia. L'altro campo informale sul Roja, senza bagni e acqua potabile, è stato sgomberato di recente. Col risultato che i migranti più vulnerabili, tra cui molti bambini, continuano a dormire all'aperto.

"Ora un centro per donne e bambini"
Di fronte all'emergenza le tre associazioni chiedono alle autorità locali e al governo italiano di trovare subito gli spazi adeguati per realizzare un centro per i minori non accompagnati in transito e uno per le donne con e senza figli. "La situazione a Ventimiglia - dice Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne dei programmi in Italia di Oxfam - è lo specchio di un'Europa che sta tradendo i propri valori fondanti di solidarietà, non rispettando le norme nazionali ed europee alla base dell'idea stessa di Unione".

Un sistema di asilo europeo
"Per questo - continua Bacciotti - chiediamo al governo francese di intervenire per far cessare immediatamente gli abusi e i respingimenti illegali dei minori. E a quello italiano di attivarsi perché ciò avvenga, sospendendo i trasferimenti forzati verso i centri del Sud Italia". L'appello si rivolge anche all'Unione europea perché assicuri "procedure efficienti di ricongiungimento familiare e potenzi i meccanismi di ricollocamento tra i paesi Ue, assicurando la condivisione dell'accoglienza, anche attraverso la revisione del Trattato di Dublino e la creazione di un sistema di asilo europeo".

Oxfam, Diaconia Valdese e Asgi, con l'unità mobile del progetto Open Europe, da settembre hanno soccorso circa 750 migranti arrivati a Ventimiglia, il 20% minori soli, distribuendo kit d'emergenza ai tanti costretti a vivere sul greto del fiume. E fornendo assistenza legale e informazioni sui servizi locali e sui rischi di attraversare la frontiera.

sabato 3 febbraio 2018

Migranti: "La Libia è un inferno senza fine". Alcune terribili storie. Oxfam: l'Italia revochi l'accordo.

La Repubblica 
A un anno dal patto con Tripoli, un rapporto raccoglie testimonianze di morte e torture nel Paese: "Quel patto genera sofferenza e non rispetta la legge internazionale". L'accordo Italia-Libia sulle migrazioni compie un anno. E un risultato l'ha sicuramente raggiunto: quello di ridurre sensibilmente gli sbarchi. I numeri sono chiari: 62.126 persone in meno, il 34,24 per cento rispetto al 2016, sono riuscite a raggiungere i porti italiani.



"Sì, ma a che prezzo?" si chiedono le associazioni Oxfam e Borderline Sicilia che hanno raccolto nel nuovo rapporto Libia, inferno senza fine, testimonianze drammatiche di uomini, donne e minori riusciti a scappare che confermano rapimenti, omicidi, stupri, lavori forzati.

Basta ascoltare i racconti di chi ha scampato la morte e ha ancora davanti agli occhi l'orrore di quelle prigioni. Precious, 28 anni, nigeriana, ricorda che quando è arrivata a Tripoli è finita subito in carcere: "C'erano donne e uomini insieme a me. Chiedevano soldi che non avevamo e ci trattavano come rifiuti. Mangiavamo una volta al giorno, un po' di riso o pasta non cotta e bevevamo l'acqua da taniche che avevano contenuto benzina. Alcune persone sono morte per le malattie e le botte, mentre ero lì. Noi donne venivamo picchiate violentate ogni giorno e solo dopo la violenza ci davano da mangiare".

C'è poi Blessing, 24 anni, anche lei nigeriana: "Dopo il terribile viaggio nel deserto speravo che in Libia la situazione sarebbe stata migliore di quello che avevo vissuto. Pensavo che sarei stata impiegata come domestica in una casa di arabi, come mi era stato detto. Mi hanno invece portata in un centro, dove sono rimasta molti mesi. Mi davano da mangiare un pugno di riso ogni giorno, me lo versavano sulle mani. Vendevano il mio corpo agli uomini arabi e io non potevo sottrarmi. Quando ho provato a farlo sono stata brutalmente picchiata e violentata".

E Francis, 20 anni, gambiano: "Sono stato rapito da una banda criminale. Ci hanno portato in uno stanzone dove eravamo in 300. Sono rimasto lì per 5 mesi. Ogni giorno ci costringevano a lavorare per loro e chi si opponeva, era morto. Le donne venivano picchiate e violentate, i ragazzi tenuti in prigione e venduti come servi a famiglie libiche".

"Le persone con cui abbiamo parlato scappano da guerra, persecuzioni e povertà - spiega Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia - In Libia sono costrette ad affrontare l'ennesimo inferno. I governi europei hanno il dovere di proteggere i diritti umani di tutti, compresi quelli dei migranti. Chi riesce a lasciare la Libia non dovrebbe mai essere riportato indietro. Per questo riteniamo che il sostegno dell'Italia e dell'Ue alla guardia costiera libica sia un ulteriore sfregio. L'accordo con la Libia è un fallimento, che espone centinaia di migliaia di persone a una sofferenza indicibile: ne chiediamo l'immediata revoca".

"Il governo Italiano ha varie volte enfatizzato come l'accordo sia stato firmato principalmente per porre fine alle morti in mare e a viaggi della speranza gestiti dai trafficanti di esseri umani - si legge nel rapporto -. Tuttavia il tasso di mortalità nella rotta del Mediterraneo centrale non è variato significativamente. E oggi la rotta si conferma la più pericolosa al mondo con il 2,38% di vittime nel 2017 (sul numero totale degli sbarchi) a fronte del 2,52% del 2016"


Anche il 2018 non è iniziato bene con 185 morti, pari al 5,1%. E anche in questo caso i numeri sono la foto di una situazione drammatica.

Lucio Luca

mercoledì 15 novembre 2017

Guerre dimenticate - In Yemen la più grave epidemia di colera della storia recente

AGICaldo torrido, 45 gradi, poche cure, rimedi inefficaci, poca conoscenza e chiusura dei confini. Cosa succede in Yemen, e cosa possiamo fare.


Città di Abs, zona settentrionale dello Yemen. Fuori sono 45 gradi. Un caldo asfissiante. Sameera racconta agli operatori di Oxfam come vomito e diarrea abbiano ridotto suo marito in poche settimane in fin di vita. Le cure di base per la reidratazione che gli hanno somministrato in ospedale non funzionano, anzi peggiorano le cose. E lei che sta aspettando un bambino, inizia ad avere il terrore che suo figlio, non conoscerà mai suo padre.

È solo un piccolo spaccato del dramma che sta distruggendo centinaia di migliaia di famiglie, a causa della gravissima epidemia di colera che ha colpito il paese mediorientale. Ormai la peggiore della storia recente. Non ebola, ma colera. Una malattia perfettamente curabile, prevenibile, che da noi è stata sostanzialmente debellata da decenni, ma che qui è diventata un’Idra, a cui non si riesce a tagliar la testa. Ma andiamo per gradi.

Da fine aprile sono oltre 2.177 i nuovi casi sospetti, che hanno fatto salire il numero di persone contagiate - secondo l’OMS - a 862.000. Per intendersi, oltre 50.000 casi in più di quelli registrati ad Haiti in sette anni. Risultato, un’epidemia che oggi è il riflesso di una guerra silenziosa e dimenticata, che non colpisce più le infrastrutture, ma una popolazione stremata e malnutrita, in larga parte composta da donne e bambini, costretti a vivere sotto costante attacco.

Rendere consapevoli è la prima cura
Nel caos in cui è piombato il paese, la popolazione, in molti casi, non sa riconoscere i sintomi e quali siano le cure possibili per fronteggiare la malattia. Sensibilizzare le famiglie e indurle a cominciare il percorso di trattamenti diventa dunque importante quasi quanto la cura stessa. Nelle regioni più povere c’è anche chi, per cercare di rallentare l’infezione, fa ricorso ai rimedi naturali, totalmente inadeguati e impiegati, solitamente, per lenire semplici febbri, mal di stomaco, mal di testa. Dove non c’è informazione e presa di coscienza, in molti casi c’è morte certa.

Difficoltà di accesso alle cure
Come se non bastasse, dopo due anni e mezzo di guerra, la popolazione bloccata nel paese è costretta ogni giorno a fare i conti con il terrore di rimanere uccisa sotto le bombe in mezzo alla strada, anche solo per recarsi in un ospedale o in un mercato locale, dov’è possibile acquistare i sali reidratanti, per soccorrere un parente, un amico che ha contratto il colera. Nel frattempo però l’epidemia continua a colpire e se devi curarti, non ti resta in molti casi che indebitarti, perché non c’è più lavoro e la gravissima crisi salariale sta colpendo davvero tutti, inclusi tantissimi operatori nei centri di salute pubblica, ormai sempre più vicini al collasso.
Una situazione che non ha risparmiato nemmeno il marito di Sameera, costretta a rivolgersi ad una clinica privata per salvare la vita del marito, nonostante lei non riceva da mesi lo stipendio da insegnante e il marito sia senza un reddito da tempo.

Aiuti a singhiozzo e ora a complicare la situazione, la chiusura dei confini
Nonostante la catastrofe umanitaria in corso, resta difficilissimo fare entrare gli aiuti. In questa situazione, le organizzazioni umanitarie sul campo, come Oxfam, si adoperano come possono per fronteggiare l’emergenza: lavorando a stretto contatto con il Ministero della salute per identificare e formare gli operatori sanitari nelle comunità, distribuire compresse di cloro per la depurazione dell’acqua e testarne la qualità anche nei luoghi più remoti. Comunicando direttamente con la popolazione via WhatsApp. Già perché molte comunità - nelle zone colpite dal conflitto - continuano ad essere isolate; interi quartieri dove decine di migliaia di persone necessitano di aiuti immediati.

In più, a far precipitare ulteriormente la situazione è arrivata la chiusura temporanea di tutti i confini del paese compresi porti e aeroporti, ordinata dalla coalizione a guida saudita a seguito del missile lanciato dalle milizie Huthi verso l’aeroporto di Ryad, la scorsa settimana. Con l’effetto che a delle navi che trasportavano aiuti non è stato concesso l’approdo nel porto di Hodeida e a tre voli delle Nazioni Unite non è stato permesso l’atterraggio.

Una chiusura di cui ancora non è stata chiarita la durata e che di fatto mette a rischio la possibilità di garantire assistenza umanitaria alla popolazione. Il tutto mentre nel Paese il prezzo dell’acqua è raddoppiato, i tassi di cambio sono crollati e i prezzi del carburante sono aumentati del 60%. E oltre che per la guerra e per il colera, si rischia di morire per fame.

Da qui, l’appello congiunto alla comunità internazionale lanciato da Oxfam e 17 organizzazioni umanitarie, affinché il flusso di aiuti possa riprendere al più presto.

E all’Italia, la richiesta di Oxfam di mettere in atto tutte le iniziative diplomatiche possibili, perché la coalizione a guida saudita chiarisca immediatamente le misure adottate e garantisca che le consegne di aiuti allo Yemen e le operazioni umanitarie, non ne siano in alcun modo colpite.

Tramite la campagna #Savinglives, si può sostenere la nostra risposta per salvare quante più vite possibile.

Paolo Pezzati

venerdì 16 settembre 2016

Oxfam, oltre 4 milioni in fuga dalla guerra si rifugiano in altri paesi in guerra

Ansa Med
Tra i paesi dove arrivano rifugiati ci sono Yemen, Siria e Iraq
Roma - Sono oltre 4 milioni le persone che nel 2015 sono fuggiti da conflitti interni ai loro paesi per finire intrappolati come rifugiati in altre nazioni in guerra.


Lo rivela un nuovo rapporto dell'organizzazione non governativa Oxfam, alla vigilia dell'assemblea generale dell'Onu a New York il 19 e 20 settembre. 

Tra i paesi di arrivo risultano Yemen, Iraq, Siria, Sud Sudan, Afghanistan, Pakistan e Egitto. Gli sventurati passati da guerra a guerra costituiscono il 16% di tutti richiedenti asilo del 2015. 

In Yemen ad esempio, nonostante un conflitto che l'anno scorso ha causato 7.500 vittime, si sono rifugiate oltre 277 mila persone in fuga da Eritrea, Etiopia, Iraq, Somalia e Siria. 

A sua volta in Siria, devastata da cinque anni di guerra, vivono ancora oltre 550 mila rifugiati da Iraq, Afghanistan e Territorio Occupato Palestinese. In Iraq hanno cercato rifugio oltre 285 mila persone, nel Sud Sudan ne sono arrivate più di 263 mila, in Afghanistan oltre 237 mila, in Pakistan sono fuggiti oltre 1 milione e mezzo di rifugiati e in Egitto hanno cercato salvezza oltre 250 mila persone.

"Il fatto che molte persone fuggono da conflitti solo per ritrovarsi in paesi anch'essi dilaniati da violenza e persecuzioni, dimostra la mancanza di alternative per molti rifugiati. - afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti - Si tratta spesso di intere famiglie, già traumatizzate e distrutte dall'orrore della guerra oppure di minori costretti lasciare da soli il proprio paese, che meritano l'opportunità di un futuro migliore".

lunedì 6 giugno 2016

'Gaza sta morendo', appello Oxfam a fermare subito il blocco

Ansa Med
Dopo 9 anni Striscia è stremata, si faccia pressione su IsraeleRoma - A quasi 9 anni dal suo inizio, il blocco imposto da Israele su Gaza continua a distruggere la vita di 1,8 milioni di persone, privandole dei più basilari mezzi di sussistenza. Questa la denuncia che arriva da Oxfam, che rinnova l'appello alla Comunità internazionale per la fine immediata del blocco israeliano su Gaza.


Si tratta, secondo l'Ong, di una punizione collettiva e di una negazione dei diritti che, senza garantire maggiore sicurezza ad Israele, sta facendo piombare un intero popolo in una spirale di povertà di cui non si intravede la fine.

"Le limitatissime possibilità di circolazione per le persone e le merci - afferma il responsabile emergenze umanitarie di Oxfam Italia, Riccardo Sansone - hanno paralizzato la crescita economica di Gaza e di conseguenza la vita dei palestinesi, che da ormai quasi un decennio non hanno praticamente accesso ai servizi essenziali e vedono negati i loro diritti fondamentali. Il blocco sta peggiorando una situazione già gravissima". "Mentre 75.000 persone ancora non possono tornare a casa, - continua Sansone - soltanto meno del 10% delle case distrutte sono state ricostruite e l'80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari internazionali per sopravvivere".
Pesanti gli effetti del blocco israeliano nella vita di tutti i giorni: commercio inesistente, famiglie divise e persone che non possono muoversi per curarsi, studiare o lavorare.
L'Onu annuncia che entro il 2020 sarà praticamente impossibile vivere a Gaza per la mancanza di energia elettrica, il più alto tasso di disoccupazione al mondo e l'impossibilità per la popolazione di accedere anche a beni essenziali come cibo e acqua pulita.

Oxfam chiede perciò che la Comunità internazionale faccia pressione sul Governo israeliano per la fine immediata del blocco su Gaza.

lunedì 21 marzo 2016

Migranti - Accordo UE-Turchia - Reazione delle ONG: duro colpo ai diritti umani

L'Unità
Da Amnesty a Msf, le organizzazioni umanitarie insorgono contro l'accordo sui rifugiati con Ankara: un passo verso l'abisso della disumanità. Oxfam, Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Save The Children, Unhcr. Cambiano le parole, ma non il concetto: l'accordo Ue-Turchia sugli immigrati è un "ulteriore passo verso l'abisso della disumanità".

Oxfam
Un giudizio pesante, dettato da una esperienza vissuta sul campo, nei campi profughi. "Si tratta di un colpo senza precedenti inferto al diritto di asilo e alle persone che richiedono protezione: l'Europa rinnega il suo passato di patria dei diritti umani e mercanteggia con il destino di centinaia di migliaia di persone in fuga, calpestando in un solo colpo la propria legge, la propria storia e il proprio senso etico", rimarca Oxfam.
"L'accordo tra Ue e Turchia sulla crisi migratoria viola il diritto internazionale e quello dell'Unione, scambiando vite umane concessioni politiche - afferma Elisa Bacciotti, direttrice campagne di Oxfam Italia. Dopo il blocco della rotta balcanica, questo nuovo accordo con la Turchia è un ulteriore passo verso l'abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può continuare a essere pagato con vite umane".
Oxfam chiede all'Unione Europea di adottare soluzioni efficaci per gestire il fenomeno migratorio, in particolare corridoi sicuri e legali per coloro che cercano di entrare nell'Unione. Gli Stati membri devono accogliere i rifugiati secondo la quota che gli spetta. Non si può mettere un tetto a questa fondamentale responsabilità. La migrazione non si può impedire: si può solo gestire nel migliore dei modi possibili, ma l'Europa che esce da questo ennesimo vertice è drammaticamente lontana da questo approccio.

Amnesty International
Non meno duro è il giudizio di Amnesty International. Secondo Amnesty, il "doppio linguaggio" collettivo dei leader europei non riesce a nascondere le enormi contraddizioni dell'accordo siglato, venerdì scorso, tra Unione europea e Turchia sulla gestione della crisi dei rifugiati. "Il doppio linguaggio con cui è stato ammantato l'accordo non ce la fa a celare l'ostinata determinazione dell'Unione europea a girare le spalle alla crisi globale dei rifugiati e a ignorare i suoi obblighi internazionali", rimarca John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.
"Le promesse di rispettare le norme internazionali ed europee appaiono sospette, una zolletta di zucchero sulla pillola di cianuro che la protezione dei rifugiati in Europa è stata appena costretta a inghiottire", prosegue Dalhuisen. "Le garanzie sullo scrupoloso rispetto del diritto internazionale sono incompatibili con lo strombazzato ritorno in Turchia, a partire dal 20 marzo, di tutti i migranti irregolari arrivati sulle isole greche. La Turchia non è un Paese sicuro per i migranti e i rifugiati e ogni procedura di ritorno sarà arbitraria, illegale e immorale a prescindere da qualsiasi fantomatica garanzia possa precedere questo finale già stabilito", conclude Dalhuisen.

Msf Italia
"L'accordo con la Turchia dimostra ancora una volta come i leader europei abbiano perso completamente il contatto con la realtà. Il cinismo di questo accordo è evidente: per ogni siriano che dopo aver rischiato la vita in mare sarà respinto in Grecia, un altro siriano avrà la possibilità di raggiungere l'Europa dalla Turchia. L'applicazione di questo principio di porte girevoli riduce le persone a semplici numeri, negando loro un trattamento umano e il diritto di cercare protezione in Europa. L'accordo Ue-Turchia è la perfetta illustrazione di questo approccio pericoloso", incalza Loris Filippi, presidente di Msf Italia.
E questo perché, spiega, "lo schema di ammissione volontaria proposto per i siriani in Turchia non è basato sui bisogni di assistenza e protezione di chi fugge dalla guerra, ma sulla capacità della Turchia di frenare le partenze verso l'Europa. Di fronte alle ragioni di vita e morte di chi cerca protezione in Europa è vergognoso che il solo passaggio sicuro offerto dai leader europei sia condizionato al numero di persone che saranno respinte.
Allo stesso modo, anche l'assistenza umanitaria che l'Europa offre alla Turchia è null'altro che uno strumento per ottenere un "contenimento" del numero di rifugiati e migranti dalle proprie coste. Questo è del tutto inaccettabile. L'assistenza umanitaria dovrebbe essere basata sui bisogni delle persone, non sulle agende politiche dei governi". Dovrebbe, ma non è. 

Save the Children
"Questo accordo creerà solo maggiori incertezze per le migliaia di profughi che sono bloccati nel fango, al freddo e all'umido", gli fa eco il direttore generale di Save the Children, Valerio Neri.

Unhcr
"I rifugiati hanno bisogno di protezione, non respingimenti rileva Carlotta Sami, portavoce in Italia dell'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Noi temiamo che l'accordo sui reinserimenti riguardi solo una quantità minima di persone e possa mettere a rischio le persone che non sono siriane". Inoltre, aggiunge Sami, "al momento la situazione che troviamo in Grecia ed in Turchia fa sì che non si veda ancora una riflessione concreta sulle garanzie da offrire ai rifugiati. In Grecia manca ancora un'accoglienza adeguata, basta vedere Idomeni, e la possibilità di espletare le richieste di asilo in maniera veloce".

di Umberto De Giovannangeli

venerdì 22 maggio 2015

Burundi, Oxfam: oltre 105 mila persone in fuga, servono aiuti immediati

AGENPARL
Roma – Si aggrava l’emergenza profughi in Burundi. Dallo scoppio degli scontri pre-elettorali a fine aprile, sono già oltre 105 mila le persone in fuga dalla violenza: tra loro, decine di migliaia di abitanti che, dopo essersi riversati alle frontiere, adesso hanno un immediato bisogno di cure mediche, acqua pulita, cibo e un riparo. Di fronte, un quadro umanitario in rapido deterioramento. 

Nell’ultima settimana c’è stato infatti un aumento esponenziale del numero di rifugiati che dal Burundi sono scappati verso la Tanzania, dove adesso si trovano oltre 70 mila profughi, in maggioranza donne e bambini. ​​ Migliaia di famiglie che hanno cercato la salvezza attraverso il confine sul lago Tanganica nei pressi della spiaggia di Kagunga, alla frontiera tra Burundi e Tanzania, e dopo essersi spostati in barca a Kigoma, dove sono registrati, adesso sono stati trasferiti in autobus nel campo profughi di Nyarugusu nella parte occidentale della Tanzania. 

Una situazione che adesso porta con sé l’alto rischio di insorgenza di malattie come il colera, a causa della mancanza di acqua potabile e servizi igienici adeguati. Per questo Oxfam, già presente in Tanzania, è al lavoro per soccorrere la popolazione attraverso la fornitura di acqua pulita, materiale sanitario e materiale per la costruzione di latrine, istruendo inoltre i profughi sulle corrette norme igieniche utili a prevenire la diffusione di malattie. “Stiamo monitorando il rapido aggravamento della delicata situazione politica in Burundi, ricordata ieri anche da Papa Francesco. – spiega la responsabile dell’Ufficio Africa di Oxfam Italia, Silvia Testi – Un quadro che, in vista delle elezioni presidenziali di fine giugno, potrebbe aggravarsi ulteriormente: con un enorme impatto umanitario sulla popolazione, sia all’interno nel paese che in tutta la regione con l’estendersi del conflitto. 

Oxfam perciò chiede che tutte le parti in causa assicurino il rispetto dei diritti umani e la sicurezza di tutti i cittadini nel paese. L’obiettivo primario in questo momento è la protezione dei soggetti più vulnerabili. Un risultato che può essere raggiunto grazie ad un’azione di mediazione da parte della comunità internazionale, che coinvolga le organizzazioni della società civile nei negoziati, per arrivare una pace stabile”. “Le decine di migliaia di persone che hanno abbandonato le loro case in Burundi hanno urgente bisogno di riparo, acqua e servizi igienico-sanitari dato l’altissimo rischio di diffusione di malattie che sono costretti ad affrontare, vivendo in condizioni di sovraffollamento.- aggiunge il direttore di Oxfam in Tanzania, Jane Foster – I nostri operatori sono già al lavoro per fornire acqua potabile e servizi igienici ai rifugiati nei campi di accoglienza predisposti in Tanzania”.