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Visualizzazione post con etichetta Mali. Mostra tutti i post
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domenica 12 luglio 2020

Mali, alta tensione nella capitale Bamako, arrestati leader delle proteste dopo le violente manifestazioni di ieri

Ansa
Bamako - Il governo del Mali ha arrestato diversi leader politici dopo la manifestazione di ieri contro il presidente Ibrahim Boubacar Keita seguita da un tentativo di irruzione nella tv di Stato e da una dura risposta delle forze di sicurezza che hanno aperto il fuoco nella capitale Bamako, dove la tensione resta alta. Il bilancio è di almeno quattro morti e decine di feriti.
Foto Ansa
Le forze di sicurezza sono poi entrate con la forza nella casa di un altro leader del movimento, Sy Kadiatou Sow, ma non sono riusciti a trovarlo, ha detto un membro della famiglia che ha chiesto di non essere nominato. Intanto la città, in preda alla violenza jihadista e intracomunitaria, continua ad essere teatro di scontri, intensificati con il calar della sera.

martedì 17 settembre 2019

Migranti - In tasca una pagella: la storia del bambino del Mali che abbiamo lasciato morire in mare

Globalist
Era un piccolo migrante del Mali: si era cucito nella giacchetta una pagella con il massimo dei voti come curriculum per farsi accettare dalla "grande" Europa. Non gli abbiamo dato modo.


Lo scrittore Paul Auster diceva che la verità è nei dettagli e che i dettagli fanno la storia.
Lo scrittore Giulio Cavalli che con "Carnaio" ha narrato una mostruosa miscela di cadaveri, potere, egoismo e denaro, spiega che quando i pescatori del Mediterraneo tirano su i corpi dei migranti ciò che resta nelle reti è "lesso". La carne si sfalda. E' l'acqua. E' per colpa dell'acqua e del sale. E' colpa di tutti quei giorni alla deriva, tra le onde
Cristiana Cattaneo fa il medico legale, ma ha scritto un libro. Si intitola "Naufraghi senza volto" (Cortina Editore). 

Come riporta Il Foglio: "In collaborazione con l’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le Persone Scomparse, Cattaneo ha creato il primo protocollo al mondo per identificare le vittime di uno stillicidio che, dal 2001 a oggi, ha visto scomparire in mare oltre trentamila persone, cospargendo l’Italia di lapidi senza nome". 

Tra le mille, disperanti vicende riportate nelle pagine del suo libro tra pietas e e grande sgomento, grande rispetto per le vittime ce n'è una che è il dettaglio di cui parla Paul Auster.
Il cadavere del naufrago ha età apparente 14 anni, provenienza Mali. Indossa una giacchetta. All'interno della tasca una pagella cucita con cura. Ha ottimi voti. Questo ragazzino di cui non sappiamo, non sapremo il nome, aveva sperato in un lasciapassare per un mondo più libero e più giusto, un mondo più accogliente, con la sua pagella da "perla rara". L'illustratore Makkox gli ha dedicato una struggente vignetta. Dolorosa. Di sale, come le lacrime. Di sale, che brucia. 

C'è sempre un prima e un dopo nelle storie dei migranti, così simili a quelle dei terremotati, di chi a un certo punto si trova costretto a lasciare, a fuggire, ad andare via di corsa dalla sua casa e porta con sé, un particolare che fa la storia. Una foto, una ciocca di capelli, un documento, uno scritto, un biberon, una maglietta. Sono le ferite loro e le cicatrici nostre. Sono storie negate che galleggiano. Una pagella per dire al mondo: prendetemi con voi, studio e sono bravo.

Non è arrivato in tempo per dircelo. Chissà che ingegnere abbiamo perso, che meccanico, che fisico, che matematico o che poeta.
Età apparente 14 anni. Com'è profondo il mare. Come sono buie, buie come un pozzo, le coscienze di chi non alza un dito davanti a questa strage.

Daniela Amenta

domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

venerdì 7 settembre 2018

Mali: di fronte all'instabilità del paese, le donne chiedono pace e rispetto dei diritti umani

Blog Diritti Umani - Human Rights
La piattaforma per le donne leader in Mali ha invitato gli attori politici e la società civile di assicurare il rispetto per la democrazia e i diritti umani. 


Queste donne dicono di temere per l'instabilità del paese per le dispute politiche all'indomani dell'elezione presidenziale del luglio 2018.

In una dichiarazione al consiglio di redazione dell'"Africa rendez-vous", i membri di questa piattaforma hanno invitato gli attori politici a rispettare i fondamenti democratici che sono stati raggiunti con grande sforzo.

Le donne leader del Mali hanno anche invitato le forze armate e di sicurezza ad agire con professionalità e rispetto per i diritti umani. Hanno anche raccomandato che lo stato di diritto sia un obbligo per tutti. "Le donne e i bambini pagano il più pesante fardello dei conflitti".

Ezio Savasta

Fonte: Africardv

lunedì 25 giugno 2018

Pulizia etnica in Mali: 32 civili "Fulani" sterminati dai cacciatori "Dozo"

Globalist
I cacciatori Dozo e l'etnia maliana dei Fulani sono in conflitto da tempo. La strage sembra una spedizione punitiva ma le autorità non hanno rilasciato commenti.


Una strage, una vera e propria pulizia etnica quella che è avvenuta in Mali dove 32 civili appartenenti alla minoranza etnica dei Fulani, detti anche Peul, sono stati uccisi in un villaggio propabilmente dai Dozo, una confraternita di cacciatori attivi in Mali, Costa D'Avorio e Burkina Faso.

L'eccidio è avvenuto a Koumaga, nella regione di Mopti, dove a quanto pare i dozo hanno circondato il villaggio, hanno isolato i fulani dalle altre etnie e li hanno giustiziati a sangue freddo. Altri dieci sono scomparsi". Un funzionario locale nel confermare l'attacco ha parlato di "decine di civili morti, tra i quali anche bambini".

La situazione in Mali è estremamente pericolosa: i gruppi etnici di fulani e bambara e i cacciatori Dozo sono spesso in conflitto per questioni legati alla proprietà terriera e ad esacerbare il tutto ci pensano i numerosi gruppi jihadisti che infestano la regione.

Un movente della strage può essere ricercato nella recente accusa verso i fulani di simpatizzare con i jihadisti: in effetti, l'eccidio ha tutta l'aria di una spedizione punitiva. Le autorità maliane non hanno ancora rilasciato dichiarazioni.

mercoledì 18 maggio 2016

In Mali, gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici sulle persone vulnerabili e gli anziani

www.santegidio.org
Sant'Egidio avvia una campagna di sensibilizzazione per arginare i danni provocati dal riscaldamento globale

In queste settimane ondate di calore fuori dalla norme hanno investito diversi paesi africani, con conseguenze devastanti per la popolazione. A Bamako, in Mali, il termometro è arrivato a segnare 45° all'ombra, il numero dei decessi finora registrati è 10 volte superiore alla media stagionale, e gli anziani sono le prime vittime.

Per effetto dei cambiamenti climatici (gli esperti parlano di un aumento della temperatura di 2°C), di anno in anno sono sempre più devastanti gli effetti del passaggio di El Niño, un fenomeno climatico causato da un aumento delle temperature del mare ogni tre-sette anni, che squilibra il quadro meteorologico globale. Gli effetti di El Niño variano nelle diverse regioni del continente, alcune colpite da violente alluvioni mentre altre da forti siccità, tra cui il Corno d'Africa fino alle regioni meridionali del continente, tra cui Angola e Zimbabwe, ma anche in Africa occidentale, specialmente in Mauritania e Mali.

Qui la situazione è particolarmente drammatica: le riserve d'acqua sono insufficienti per la popolazione. Il governo ha avviato la costruzione di una nuova rete di acquedotti per aumentare le riserve idriche della capitale, ma la fine dei lavori è prevista per il 2018. Intanto in Mali la gente muore, tanto che negli obitori non c'è più spazio, con un grave rischio anche di epidemie.

Di fronte a questa grave situazione la Comunità di Sant'Egidio del Mali ha dato vita a una campagna di sensibilizzazione rivolta in particolare agli anziani, per fornire alcune indicazioni di base per contenere i danni derivati dal caldo eccessivo.

E' stato realizzato un vademecum in lingua francese e bamara, che viene distribuito nei quartieri, nelle parrocchie, in partyciolare agli anziani e alle persone in situazioni di fragilità. La campagna di sensibilizzazione prosegue anche via radio.

venerdì 18 marzo 2016

Mali - Le ONG sono preoccupate per le persistenti violazioni dei diritti umani

Blog Diritti Umani - Human Rights
Dakar
 - La Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) e Human Rights Watch (HRW) si dicono preoccupati per il persistere della violenza e degli attacchi da parte di gruppi armati, ma anche gli abusi da parte dei militari Mali, nonostante la firma di un accordo di pace nel 2015.

FIDH ha emesso una nota, sviluppata, in collaborazione con l'Associazione del Mali dei diritti dell'uomo (AMDH) in occasione di una missione internazionale in Mali, mentre HRW ha riferito che "più di 130 vittime e testimoni di abusi ", tra il febbraio e il dicembre 2015.

La FIDH e AMDH "sono preoccupati per il livello di violenza che persiste nel paese, otto mesi dopo la firma dell'accordo di pace, l'impatto della lotta contro il terrorismo e la continua impunità per i crimini più gravi commessi dal 2012 ".

"Gruppi islamici hanno minacciato di violentare e uccidere dei civili. Le forze di sicurezza del Mali hanno condotto operazioni militari che hanno sfociato in detenzioni arbitrarie e torture. Entrambe le parti iim conflitto hanno compiuto abusi fin dall'inizio del 2016 ", ha dichiarato HRW.


Fonte: ANGOP

domenica 7 febbraio 2016

Immigrazione: passano dal Mali le nuove rotte dei profughi dalla Siria

Agenzia Nova
Bamako - Sono sempre più numerosi i profughi siriani che tentano di raggiungere l’Europa passando per il Mali. Due giorni fa 16 siriani sono stati fermati nelle località di Tamanrasset e Bordj Badji Mokhtar, nel sud dell’Algeria, confermando l’esistenza di una “rotta del Sahel”, che si fa sempre più comune tra i rifugiati provenienti dalla Siria. 

Secondo quanto reso noto da fonti locali, decine di siriani tra cui donne e bambini, si troverebbero al momento nel nord del paese, nel tentativo di attraversare il confine con l’Algeria e, dalla Libia, tentare la traversata verso il vecchio continente. 

“Sono donne, uomini e bambini in fuga dalla Siria, che cercano di raggiungere l’Europa passando per l’Algeria”, hanno confermato le fonti. "Dal Libano i siriani arrivano in aereo in Mauritania, dove non hanno alcun obbligo di visto, e di lì si spostano nel Mali", ha detto Olivier Beer, responsabile dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr) in Mali. Secondo fonti dell’organizzazione internazionale, 88 siriani si troverebbero nella capitale Bamako. Di questi, 25 sarebbero stati riconosciuti come rifugiati dal governo maliano.

giovedì 14 gennaio 2016

Mali: Onu denuncia violazioni diritti umani nel nord del paese

Agenzia Nova
Bamako - La missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma) e l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno pubblicato due rapporti in cui denunciano gravi violazioni dei diritti umani nel nord del paese africano. 

Lo riporta l'emittente francese “Rfi”. In particolare, i rapporti fanno riferimento agli scontri nella località di Kidal, nel nord-est del Mali, scoppiati in seguito al tentativo dell'esercito nazionale di strappare la città a controllo dei ribelli, e agli scontri registrati nel mese di maggio 2015, sempre nel nord del paese, tra ribelli e gruppi filo-governativi. 

Nel maggio 2014, l'esercito “ha utilizzato a Kidal armi pesanti in maniera indiscriminata in direzione delle zone abitate da civili”, si legge nel rapporto a firma Minusma.

domenica 25 ottobre 2015

Classifica dei maggiori Paesi di provenienza dei rifugiati in Italia. Nigeria, Mali, Gambia i primi tre paesi

WEST
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero dell’interno, nel 2014, sul totale dei richiedenti asilo presenti in Italia, la maggior parte arriva della Nigeria: 10.138, con un aumento del 188% sul 2013 quando erano 3.519. Al secondo posto, tra i Paesi di provenienza, il Mali: 9.771 (+441% rispetto al 2013). Medaglia di bronzo al Gambia: 8.556 (+386%). 

Da notare che, nel periodo di tempo considerato, a diminuire sono stati quelli provenienti dall’Eritrea (-77%), dalla Somalia (-71%), dall’Egitto (-26%), dalla Siria (-20%), dalla Turchia (-17%), dalla Tunisia (-5%) e dall’Iran (-1%).


Emerge, inoltre, che a livello UE 28, la nostra Penisola si colloca in terza posizione per numero di richiedenti asilo: 64.625; +142,8 rispetto al 2013. Ci precedono solo la Germania (202.815; +59,7%) e la Svezia (81.325; +49,6%).

giovedì 4 giugno 2015

Des milliers de personnes fuient les violences dans le nord du Mali

IRIN
Bamako - La flambée de violence qui embrase le nord du Mali a fait grimper le nombre de déplacés à plus de 100 000. Bon nombre d'entre eux ont un besoin urgent de nourriture, d'eau et d'abris avant l'arrivée de la saison des pluies.
C'est dans la région de Tombouctou, au nord du pays, que la situation est la plus critique : selon les estimations, 23 000 personnes ont quitté leur logement en l'espace de quelques jours seulement, fuyant l'escalade des attaques commises par des coalitions rebelles et des milices contrôlées par le gouvernement.

Plusieurs acteurs clés n'ont pas participé à la cérémonie de signature de l'accord de paix organisée à Bamako, la capitale, le 15 mai. Cet accord avait été présenté comme la solution au conflit qui fait rage depuis plusieurs années entre le gouvernement malien, les milices, les groupes islamistes et les rebelles touaregs.

venerdì 22 agosto 2014

Mali, bambini soldato vittime due volte: prima arruolati a combattere, adesso in carcere con gli adulti

La Repubblica
A due anni e mezzo dallo scoppio del conflitto che ha portato all'intervento della Francia, Amnesty International denuncia la costante violazione dei diritti umani dei più piccoli. Prima schiavizzati e costretti a combattere, sono detenuti nelle carceri assieme agli adulti.


Come se il dramma di essere arruolati e costretti a combattere non bastasse, per molti bambini maliani al di sotto dei 16 anni si aggiunge anche il pericolo di essere arrestati e rinchiusi lontano da casa, senza supporto legale e privi della vicinanza dei propri cari. A dirlo è il rapporto di Amnesty International "Mali: tutte le parti in conflitto devono porre fine alle violazioni dei diritti umani".

Bambini soldato. Sono molte le violazioni dei diritti che riguardano i bambini maliani dall'inizio del conflitto nel 2012. Sia le truppe filo governative che i gruppi ribelli hanno assoldato minorenni nei propri eserciti e armati li hanno mandati alla guerra. Un numero considerevole dei bambini soldato sono stati arrestati dalle autorità del Mali e imprigionato senza adeguate misure di protezione, insieme agli adulti e senza garanzie di riabilitazione. Le accuse a loro carico sono di essere guerriglieri ribelli e di possedere illegalmente armi da fuoco. Gran parte è detenuta nel carcere di Bamako dove Amnesty è riuscita ad entrare e raccogliere le testimonianza dei piccoli prigionieri.

"I bambini - sottolinea Gaetan Mootoo, ricercatore di Amnesty per l'Africa occidentale - hanno sofferto molto nel corso di questo conflitto. Molti di loro sotto i 16 anni sono stati reclutati come bambini soldato e dopo esser stati accusati di essere membri di gruppi armati, sono detenuti insieme agli adulti e senza consulenza legale".

Lontani dalle famiglie. Tutti gli intervistati hanno affermato di non aver ricevuto visite dai propri familiari. Uno dei motivi potrebbe essere la lontananza: Bamako infatti dista circa 900 chilometri dalle loro case, una distanza difficilmente percorribile dalle famiglie sia per motivi geografici che economici. Tuttavia Amnesty riferisce di una coppia di genitori cui è stato negato d'incontrare loro figlio ed è stata allontanata dalle forze dell'ordine.

"Al momento del mio arresto - racconta un detenuto minorenne arrestato a febbraio 2014 - ero in un centro dove è possibile farsi vaccinare . I soldati sono arrivati e mi hanno accusato di essere un islamista. Ho detto loro che ero un pastore e non un islamista, ma mi hanno portato nel carcere di Timbuktu dove sono rimasto per un mese poi mi hanno trasferito a Bamako. Non ho ancora visto il giudice e voglio vedere i miei genitori. Mi preoccupo per loro perché staranno pensando cose terribili su di me".

Promesse non mantenute. La fine ufficiale del conflitto nel 2013, non ha posto termine alle violenze. Nonostante le elezioni, il nuovo governo non è ancora riuscito a riprendere il controllo di alcune zone a nord paese dove c'è Kidal, una delle città più importanti dello stato. Con la fine del conflitto, il primo luglio 2013 il Mali ha firmato un protocollo d'intesa con l'Onu con le linee guida per il trattamento dei minori assoldati dagli eserciti per combattere tra cui il rilascio o il trasferimento di unità di protezione dell'infanzia e il reinserimento dei bambini nella società. Ma la realtà è molto diversa. Le autorità continuano a trattare minori e adulti in ugual modo violando così il diritto internazionale e soprattutto l'infanzia di bambini che a causa della guerra hanno perso da tempo l'innocenza.

lunedì 10 marzo 2014

Emergenza mancano i fondi per continuare ad assistere i rifugiati prodotti dalla sanguinosa crisi in Mali

Il caffè geopolitico

Il campo profughi di Mangaize, in Niger
L’Alto Commissario ONU per i rifugiati, Antonio Guterres, ha lanciato l’allarme: mancano i fondi per continuare ad assistere i rifugiati prodotti dalla sanguinosa crisi in Mali.

[...]

L’EMERGENZA – Ad oggi, l’UNHCR ha ricevuto appena 1,74 milioni (2%), mentre il PAM circa 3 (11%). In queste condizioni sarà a breve impossibile garantire la costante distribuzione di aiuti alle oltre 350 000 persone assistite. Ieri le due agenzie hanno lanciato l’allarme ed un appello affinchè le crisi più recenti non facciano dimenticare che il supporto ai Paesi in difficoltà si protrae ben oltre le fasi calde e che il vero aiuto alle popolazioni viene dato dai programmi successivi all’intervento militare, che portano sollievo alle fasce della popolazione impossibilitate a reperire risorse e, in casi come questo, addirittura cibo. Il Mali rischia di divenire una crisi dimenticata. Invece è da ricordare che le operazioni militari continuano, seppure a ritmo meno intenso di un anno fa, mentre l’esigenza umanitaria resta immutata.

giovedì 5 dicembre 2013

Le violazioni dei diritti umani in Mali. L’agenda di Amnesty International

Amnesty International
Indagare in modo approfondito e indipendente sulle violazioni dei diritti umani commesse negli ultimi due anni e portare i responsabili di fronte alla giustizia. È il punto numero 1 dell’agenda per i diritti umani in Mali presentata il 30 novembre nella capitale Bamako dal segretario generale di Amnesty International,Salil Shetty.


Dopo le elezioni presidenziali di luglio e quelle parlamentari della settimana scorsa, il paese africano ha urgente bisogno di ripristinare lo stato di diritto e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, in particolare in quelle giudiziarie. L’insicurezza rimane un grande problema, come testimonia il sequestro e l’uccisione di due giornalisti di Radio France Internationale il 2 novembre.

Il Mali, come abbiamo raccontato più volte in questo blog, ha recentemente conosciuto la peggiore crisi dei diritti umani dei suoi 50 anni d’indipendenza. All’insurrezione dei tuareg, iniziata alla fine del 2011 ha fatto seguito nell’aprile 2012 un colpo di stato del generale Sanogo mentre nel nord assumevano il potere gruppi armati islamisti. L’intervento militare francese ha riportato il territorio sotto il controllo del governo centrale.

Le forze di sicurezza del Mali hanno ucciso sommariamente almeno 40 civili accusati di essere legati ai gruppi armati islamisti. Questi ultimi, nel nord del paese, hanno lapidato una coppia per aver avuto rapporti sessuali extramatrimoniali e hanno amputato la mano destra e il piede sinistro a sei presunti ladri.

Le indagini sollecitate da Amnesty International dovrebbero chiarire anche la sorte di 32 uomini arrestati dalle forze di sicurezza maliane nel 2012 e da allora “scomparsi”: tra questi, diversi soldati fedeli al deposto presidente Amadou Toumani e alcuni civili sospettati di simpatizzare per i gruppi armati islamisti.
C’è poi il capitolo della violenza sessuale. Amnesty International ha documentato stupri commessi nei confronti di donne e ragazze ad opera dei gruppi armati islamisti ma anche del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, il gruppo indipendentista tuareg.

Infine, al di là degli aspetti giudiziari, le istituzioni maliane dovranno prendersi cura di una popolazione collettivamente traumatizzata dalla guerra e in particolare dei gruppi più vulnerabili: oltre alle donne, i bambini soldato, arruolati a decine per portare armi, cucinare, presidiare i posti di blocco e mandati anche sulla linea del fronte.

martedì 12 novembre 2013

Algeria: prosegue flusso arrivo rifugiati da Mali

ANSAmed
Tunisi - Continua ininterrotto il flusso di rifugiati che, dal Nord del Mali, attraversano il confine con l'Algeria cercando di trovarvi ospitalità. 

Le autorità algerine non sembrano frapporre formalità all'ingresso dei profughi, che poi si indirizzano verso le grandi città, dove sperano di sopravvivere grazie alla solidarietà della gente. 

Al momento non si hanno cifre ufficiali circa l'ampiezza del fenomeno, che però sarebbe ormai di dimensioni preoccupanti. 

I maliani si spostano per nuclei familiari e, spesso, sono le donne a chiedere l'elemosina davanti alle moschee o nelle piazze. 

lunedì 4 novembre 2013

Mali, Unhcr: circa 20 mila persone fuggite dalle violenze profughi in Niger, Burkina Faso, Mauritania

ItaliaNews.infoSecondo quanto riferisce l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) circa 20.000 persone sono fuggite dal Mali a causa dei combattimenti nel nord del paese, soprattutto verso Niger, Burkina Faso e Mauritania. 

In Mali, gli scontri tra il movimento di liberazione Touarge MNLA (Mouvement National de Liberation de l’Azawad) e le forze governative sono ripresi lo scorso 17 gennaio, violando un accordo del 2009 che aveva ufficialmente posto fine alla ribellione Tuareg.

Proviene dal Mali la maggior parte dei nuovi arrivati in Niger. Alcuni di loro si sono accampati molto vicino alla frontiera. Molti dormono all’aperto e hanno limitato accesso ad alloggi, acqua potabile, assistenza medica e cibo. Si sono insediati principalmente nei villaggi dei distretti di Tillaberery, Ouallam, e Bilingue, nel nord del paese. Il solo Sinegodar – un villaggio nel distretto di Tillabery – ospita oltre 5.500 maliani e può contare su un solo punto di raccolta dell’acqua che deve servire l’intera popolazione locale e quella dei rifugiati.

Sono invece 3.000 i Tuareg maliani arrivati in Burkina Faso – comunica l’ufficio Unhcr nella capitale Ouagadougou – a seguito degli attacchi alle loro abitazioni e attività commerciali avvenuti la scorsa settimana nella capitale maliana Bamako e nella vicina città di Kati. Altri nuovi arrivi sono stati registrati nel nord-ovest del paese, soprattutto vicino Djibo, nella provincia di Soum.

Nel villaggio di Fassala, in Mauritania, nella regione di Hodh el Chargi, a 3 chilometri dalla frontiera col Mali, dal 25 gennaio sono arrivate oltre 9.000 persone. Si tratta principalmente di maliani di etnia Tuareg provenienti dalla regione di Léré, dall’altra parte del confine, che sono fuggiti dai combattimenti tra forze governative e ribelli Tuareg combattenti, nel timore di subire ritorsioni da parte delle truppe dell’esercito.

Di Elisa Cassinelli

giovedì 24 ottobre 2013

Mali: Elements of military appear to be carrying out a purge and extrajudicial killings of soldiers

Amnesty International
Elements of Mali’s military appear to be carrying out a purge and extrajudicial killings of soldiers who took part in a mutiny last month in a barracks outside the capital Bamako, Amnesty International said today based on its research.
The bodies of four soldiers were discovered earlier this month near the capital and several others, including a Colonel, remain unaccounted for. These apparent extrajudicial executions and disappearances raise fears that soldiers loyal to General Amadou Haya Sanogo, who staged a coup in March 2012, are purging their ranks to quell dissent.

“This is the latest shocking example of how a small group of soldiers who appear to consider themselves above the law continue to cling onto power in Mali,” said Gaëtan Mootoo, Amnesty International's researcher on West Africa.

The organization is calling for the Malian authorities to open an independent and impartial investigation into these very serious events, and ensure that those allegedly responsible for the acts are suspended from duty and prosecuted. Such investigations will be a crucial addition to the efforts to restore the rule of law after the armed conflict in northern Mali.

“It’s appalling to see that despite the election of a democratically elected president in August 2013, a small group of soldiers loyal to the former junta continue to impose terror on their perceived opponents, in total impunity,” said Mootoo.

The soldiers who were allegedly extrajudicially executed appear to have been targeted because they took part in a mutiny on 30 September at the Kati military barracks near the capital Bamako. The soldiers revolted against some officials in the ex-junta, especially its leader General Sanogo, for failing to promote their ranks. In a statement, the soldiers said they decided to take up arms to demand their right to be promoted and to receive payment that was due to them.

One of them, first class soldier (soldat première classe) Lassiné Keita, was arrested by soldiers loyal to the ex-junta in a bar in Bamako on the night of 30 September.

A witness contacted by Amnesty International said: “I was with [Lassiné Keita]. I went out at one point and when I came back I was told that my friend had been taken away by soldiers.”

Lassiné Keita’s body was later found near Kati barracks on 4 October.

The body of another soldier, Dramane Cissoko, was reportedly dropped off at a morgue in Bamako.

Since the mutiny, the whereabouts of Colonel Youssouf Traoré remain unknown and Amnesty International fears that he may have been subjected to enforced disappearance. The corpse of his bodyguard, Salif Meiga, nicknamed “Ganda Koye”, was found with his head severed and his driver is also reportedly missing. Colonel Traoré was one of the leaders of the military junta that overthrew the democratically elected President Amadou Toumani Touré in March 2012.

“It’s deeply troubling how the soldiers allegedly responsible for these extrajudicial executions and enforced disappearances continue to target military personnel or civilians believed to resist or protest against General Sanogo’s de facto rule,” said Gaëtan Mootoo.

In the wake of the 30 September mutiny, some 30 soldiers were arrested and are currently detained at the Camp I of the gendarmerie. Some of them handed themselves over to the gendarmerie to seek protection.

“Any detained soldiers must be protected against torture and other ill-treatment and against any reprisals, including enforced disappearance,” said Gaëtan Mootoo.

venerdì 4 ottobre 2013

Mali: rilasciati 23 ribelli tuareg, obiettivo resta processo di pace

Aki
Il governo del Mali ha rilasciato 23 ribelli detenuti nell'ambito dell'accordo raggiunto a giugno per il cessate il fuoco e dopo che giovedì scorso i separatisti Tuareg hanno annunciato di aver abbandonato il processo di pace.

Da allora, nel nord del Paese sono tornate le violenze tra esercito e Tuarget del Movimento nazionale per la liberazione dell'Azaward (Mnla). Il ministro della Giustizia Ali Bathily ha dichiarato che il governo spera che il rilascio dei prigionieri possa riportare la situazione alla calma. "Abbiamo rilasciato questi prigionieri con l'intento di riportare la pace - ha detto Bathily. Questi non hanno commesso crimini di guerra o contro l'umanità". Il governo di Bamako aveva già rilasciato 32 detenuti nell'ambito della tregua che era stata firmata a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

Onu fa appello a negoziati pace, Tuareg chiedono rilascio altri detenuti
Il responsabile della missione di peacekeeping dell'Onu in Mali, Albert Koenders, ha invitato il governo del Mali e i ribelli Tuareg a tornare al tavolo dei negoziati dopo che le autorità di Bamako hanno rilasciato 23 separatisti in carcere. "La liberazione di questo gruppo di prigionieri è un passo importante. Dovrebbero seguire, certo, altre misure per riportare la fiducia e riprendere i colloqui", ha detto Koenders invitando i ribelli ad abbandonare le armi.

Per contro, il capo dei Tuareg a Kidal, Mohamed Ag Intallah, ha invitato il nuovo governo del presidente Ibrahim Boubacar Keita a fare di più per onorare gli impegni presi in base all'accordo firmato a giugno a Ouagadougou, in Burkina Faso. "Questo è un grande passo - ha detto commentando il rilascio dei detenuti - ma resta ancora molto da fare perché i prigionieri più importanti non sono questi. Sto aspettando che li rilascino".

giovedì 4 luglio 2013

For Malian Refugees, Peace Deal Does Not Guarantee Safe Return

Refugees International
Under a corrugated metal roof at the Goudebou refugee camp in Burkina Faso, eight or nine families huddle in small groups awaiting a food distribution. These are the “new arrivals,” a UN Refugee Agency worker explains – people who recently fled Mali, Burkina’s northern neighbor, and arrived at the camp in recent days.

As I study their faces, I notice the rich ethnic diversity reflected in their eyes, skin color, features, and dress. A group of Songhai women sit silently, their eyes taking in their new surroundings. Next to them, a young Tuareg woman prepares tea for her husband and mother while two small children toddle about. But while their language, religions, and ethnicities may be different, they share a common nationality – Malian.

Goudebou sits on the outskirts of the town of Dori in northern Burkina Faso, and at the edge of the Sahelian zone – a semi-arid landscape where tree cover and water are scarce. Opened last year, the camp is now home to 10,000 refugees who have fled violence between the Malian military, Tuareg separatists, and Islamic extremists. A French-led

military intervention in January succeeded in retaking the north’s major towns, but led to additional displacement.

I ask the Songhai women when they arrived. “Last night,” the daughter, who is about 18, replies in French. When I ask why they fled, she shifts her eyes about nervously, looking to see who is around her. I ask her again and she looks away, not wanting to answer.

Later, I sit under a large tent talking to a group of Tuareg men who fled Mali last March. We talk about the peace negotiations taking place in Burkina’s capital city that day, which produced a provisional peace deal between the Malian government and the National Movement for the Liberation of Azawad (MNLA), a Tuareg separatist group.

I ask the men if they will return to Mali if an agreement is reached. They scoff at my question, shaking their heads. “We cannot return – it is not safe.”

One of the men recounts a story. “Two or three months ago, two Tuareg traders who had been with us here in the camp decided to return to Mali to check their herds,” he says. “We heard that they were killed by members of the Malian army.” Another adds, “Several weeks ago, a young man who was recently married decided to go back to check whether it was safe to bring his wife back. We heard he was also killed. He has not come back. His widow is here in the camp.”

“Don’t you see?” the man explains, “We are guilty by implication. If we return, the Malian army will assume that we fled because we are MNLA. ” Though their individual stories of retribution cannot be confirmed, they fit a troubling pattern of abuses by Malian soldiers – as well as Tuareg rebels – against civilians documented by human rights groups. The very act of return makes these refugees suspect, so creating a safe environment for return could be long and difficult; perceptions will have to change and trust will have to be rebuilt.

The next day, I discuss the refugees’ fate with the head of an aid group which has assisted displaced Malians since the crisis began. “There is a great deal of distrust now,” he said, “not just between the Malian army and the Tuaregs, but among local populations – those who fled and those who stayed.” Civilians who sympathized with, or merely submitted to, Islamist groups could also be viewed as collaborators, leading neighbor to turn against neighbor. We discuss whether the implications of this distrust have been fully recognized by the international community as it seeks to move forward with a peace deal and elections in late July.

The recent agreement between Mali and the MNLA is certainly a welcome step towards ending the Mali conflict. But the ethnically- and religiously-charged violence that exploded last year not only left deep wounds but also sowed suspicion and distrust, meaning the road to lasting peace in Mali will be a long one.

Abuses by all sides must be fully investigated and prosecuted. The UN peacekeeping mission that is now being deployed must also ensure that civilians are protected and peace enforced. But this must be accompanied by a robust reconciliation process led by civil society that has the full support of the Malian government and the international community.

lunedì 17 giugno 2013

Mali - Diritti Umani - Minorenni (13 anni) detenuti nelle carceri di Bamako insieme agli adulti

Atlas
Ci sono minorenni, tra cui ragazzini di soltanto 13 anni, tra i presunti combattenti ribelli arrestati dalle forze armate maliane e detenuti nelle carceri di Bamako. Lo denuncia Amnesty International in un rapporto redatto dopo una visita di quattro settimane nel paese.

Alcuni dei minorenni detenuti e incontrati dagli esperti di Amnesty sostengono di essere stati torturati o maltrattati. Sono accusati di essere stati arruolati dai gruppi radicali che l’anno scorso avevano preso il controllo della metà nord del paese, e successivamente respinti grazie all’intervento delle forze francesi nell’ambito dell’operazione Serval.

L’organizzazione per la difesa dei diritti umani ricorda che il diritto internazionale prevede che i minorenni in detenzione siano separati dagli adulti e che le autorità locali avvisino l’Unicef quando vengono arrestati bambini sospettati di associazione con gruppi armati.

Sin dall’inizio del conflitto in Mali nel 2012, diverse associazioni per la difesa dei diritti umani hanno denunciato il reclutamento di minori da parte dei gruppi armati e delle milizie di autodifesa sostenute dalla autorità maliane.


Celine Camoin