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sabato 25 maggio 2019

Mauritania. Da tre mesi in carcere, Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady, due blogger che denunciarono la corruzione

Articolo 21
Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady hanno terminato oggi il loro secondo mese di detenzione e non è chiaro quanto altro tempo dovranno trascorrere in cella.

Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady
I due famosi blogger, esempio e fonte d'ispirazione per molti giovani della Mauritania, sono stati arrestati il 22 marzo nella capitale Nouakchott dal reparto Crimini economici della polizia per aver fatto "accuse calunniose". 

La colpa di Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady è di aver pubblicato su Facebook una serie di post sulla corruzione all'interno del governo.

Nessun reato dunque. Per di più, i due blogger si sono limitati a riprendere articoli della stampa internazionale secondo i quali gli Emirati Arabi Uniti avevano congelato conti bancari su cui persone vicine al governo mauritano avevano depositato circa due miliardi di dollari. 

Le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere che Cheikh Ould Jiddou e Abderrahmane Weddady siano rilasciati.

sabato 29 dicembre 2018

In Mauritania che conta centinaia di migliaia di schiavi, la polizia disperde con violenza un sit-in contro la schiavitù.

Nova
La polizia mauritana ha disperso ieri un sit-in organizzato dagli attivisti dell'Iniziativa per la rinascita del Movimento abolizionista, gruppo contro la schiavitù, che chiedevano la liberazione del loro capo Biram Dah Abeid detenuto da alcuni mesi. 

Secondo "Sahara Media", la polizia ha usato la forza per disperdere la manifestazione tenuta fuori dagli uffici del ministero della Giustizia. Secondo la stessa fonte, sei persone sono state ferite e portate in ospedale per il trattamento.

Gli attivisti dell'Ira organizzano periodicamente delle manifestazioni per richiedere il rilascio del presidente del movimento, eletto membro del parlamento nelle ultime elezioni legislative sulla lista di un partito di opposizione, Sawab. 

L'Ira (acronimo di Initiative for the Resurgence of the Abolitionist Movement) è un gruppo anti-schiavitù mauritano fondato e guidato dallo stesso Biram Dah Abeid. In Mauritania si stima che vi siano ad oggi tra i 600.000 e i 140.000 schiavi. Il gruppo conta una rete di novemila attivisti.

lunedì 2 luglio 2018

Mauritania, due attivisti contro la schiavitù, Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleckin, in carcere da due anni

Corriere della Sera
Oggi e domani i capi di stato dell'Unione africana si riuniscono per il 31° vertice a Nouakchott, la capitale della Mauritania, il paese dove gli apostati possono essere condannati a morte e vengono messi in carcere gli attivisti che lottano contro la schiavitù - ufficialmente abolita ma di fatto massicciamente praticata.


In vista del vertice, Amnesty International ha raccolto decine di migliaia di firme nel mondo per chiedere al presidente mauritano Mohamed Ould Abdel Aziz di rilasciare 
Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck, detenuti da due anni e sottoposti a tortura. 

L'organizzazione per i diritti umani ha inoltre chiesto ai leader africani di non rimanere in silenzio di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani in atto nel paese che li ospita. Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck sono stati arrestati il 29 giugno 2016 a Nouakchott, a seguito di una protesta contro una serie di sgomberi forzati cui, peraltro, non avevano partecipato.

Torturati nei primi giorni di detenzione segreta, il 23 novembre 2016 sono stati condannati a tre anni di carcere, uno dei quali sospeso, per incitamento alla rivolta e ribellione contro il governo.

Nel corso del processo, la pubblica accusa non è stata in grado di presentare una singola prova sui loro presunti reati.

Amnesty International ritiene che Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck siano stati condannati solo a causa della loro militanza nel movimento antischiavista. 

Dopo il processo, Moussa Biram e Abdallahi Matallah Saleck sono stati trasferiti in una prigione situata a 1200 chilometri dalla capitale, che di solito ospita i condannati a morte e che non prevede visite di avvocati e familiari. 

Il governo mauritano continua ostinatamente a negare l'esistenza della schiavitù e a incarcerare chiunque osi sfidare la versione ufficiale. Dal 2014. Amnesty International ha documentato almeno 168 casi di arresti arbitrari di attivisti contro la schiavitù, 17 dei quali sottoposti a torture.
Riccardo Noury

sabato 24 marzo 2018

Mauritania, cresce la repressione verso attivisti diritti umani che denunciano schiavitù e discriminazioni

La Repubblica
Il rapporto di Amnesty International. Il governo continua a negare, ma nel Paese ci sono migliaia di schiavi. Gli attivisti - c'è scritto nel rapporto - rischiano l’arresto e la tortura solo per aver denunciato lo sfruttamento. Decine di gruppi anti-discriminazione restano fuorilegge.


In un nuovo rapporto sulla Mauritania, presentato a Dakar, Amnesty International ha denunciato che i difensori dei diritti umani che denunciano la persistente pratica della schiavitù e la discriminazione nel paese vanno incontro ad arresti arbitrari, torture, detenzione in centri isolati e il sistematico divieto delle loro manifestazioni. Il rapporto accusa inoltre il governo mauritano di negare sistematicamente l’esistenza della schiavitù. “Nonostante la schiavitù sia stata abolita per legge quasi 40 anni fa, il governo mauritano mostra profondo disprezzo per i diritti umani continuando non solo a tollerarla ma anche perseguitando coloro che la denunciano”, ha dichiarato Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l’Africa centrale e occidentale. “Con l’approssimarsi, quest’anno e il prossimo, delle elezioni - , ha proseguito Tine - il rischio di rivolte sociali sarà alto se tutte le opinioni, comprese quelle critiche, non verranno rispettate. Le autorità devono porre fine agli attacchi contro i difensori dei diritti umani e prendere misure concrete ed efficaci per fermare la schiavitù e la discriminazione”.

Calcolati circa 43.000 schiavi. Il rapporto di Amnesty International illustra le varie tattiche impiegate dal governo per zittire i difensori dei diritti umani e gli attivisti: dal divieto di svolgimento di manifestazioni pacifiche all’uso della forza eccessiva contro i dimostranti, dalla messa fuorilegge di gruppi di attivisti all’interferenza nelle loro attività. La diffusa persistenza della schiavitù e della discriminazione. Nel 2016 i gruppi internazionali contro la schiavitù avevano stimato in 43.000 il numero delle persone ridotte in schiavitù in Mauritania, l’uno per cento della popolazione. La polizia, la magistratura e i giudici non intervengono in modo efficace sulle denunce di sfruttamento, non identificano le vittime né puniscono i presunti responsabili. Nel 2016 i tribunali che si occupano di schiavitù hanno ricevuto 47 denunce riguardanti 53 persone ma hanno condannato solo due imputati.

L'ostracismo per gli Haratin e gli afro-mauritani. Il rapporto di Amnesty International spiega che le pratiche discriminatorie colpiscono soprattutto la comunità haratin, un gruppo etnico delle oasi del Sahara, presenti nel sud algenirno in Marocco, Mauritania e nel Sahara Occidentale, tendenzialmente nomadi, di lingua berbera o araba, ch si ritiene abbiano abitato il Sahara prima che diventasse deserto e probabilmente discendenti degli schiavi provenienti dal Sahel. Discriminazioni pesanti anche per le comunità afro-mauritane, i cui membri raramente accedono a posizioni di vertice e subiscono ostacoli nella registrazione all’anagrafe, ciò che limita tra l’altro l’accesso a servizi essenziali. Esistono anche limitazioni alle manifestazioni pacifiche e alle associazioni: il diritto di manifestazione in Mauritania è praticamente negato. Negli ultimi anni, 20 gruppi per i diritti umani hanno fatto sapere ad Amnesty International che le loro manifestazioni pacifiche erano state vietate o disperse, in alcuni casi con l’uso eccessivo della forza che aveva causato feriti tra i dimostranti.

Manifestazioni pacifiche vietate. Nell’aprile 2017, nella capitale Nouakchott una marcia di un centinaio di giovani attivisti che chiedevano politiche in materia d’istruzione più inclusive è stata dispersa con la violenza e 26 manifestanti sono stati arrestati. Il 28 novembre 2017 15 aderenti all’Associazione delle vedove e degli orfani sono stati arrestati e altri picchiati dalle forze di sicurezza durante una manifestazione pacifica. Un orfano è stato colpito con un pugno al volto e ha dovuto subire un ricovero. Ma non sono solo le proteste a essere vietate: interi gruppi che combattono contro la schiavitù e la discriminazione sono messi fuorilegge. Il rapporto documenta i casi di oltre 43 di questi gruppi che, nonostante ripetute richieste di registrazione, non hanno mai ottenuto l’autorizzazione. Tra questi gruppi vi sono il movimento per la democrazia Kavana (“È abbastanza”) e l’associazione antischiavista Iniziativa per il risveglio del movimento abolizionista (Ira).

“Benvenuto a Guantánamo”. Dal 2014, Amnesty International ha documentato 168 arresti arbitrari di difensori dei diritti umani, almeno 17 dei quali sono stato sottoposti a maltrattamenti e torture. Negli ultimi quattro anni sono stati arrestati 63 esponenti dell’Ira e 23 del Movimento del 25 febbraio, un gruppo di giovani per la democrazia. Almeno 15 esponenti dell’Ira sono stati condannati a pena detentiva dopo processi irregolari e alcuni di loro sono stati costretti a “confessare” mediante maltrattamenti e torture. “Gli agenti di polizia mi hanno ammanettato e bendato. Non avevo la minima idea di dove mi stessero portando. Quando siamo arrivati a destinazione, uno di loro mi ha detto ‘Benvenuto a Guantánamo’. Prima che mi interrogassero, una guardia mi ha avvisato: “Dì loro quello che vogliono sentirti dire. Lo sai che abbiamo quello che serve per farti parlare”, ha raccontato ad Amnesty International Amadou Tijane Diop, attivista anti-schiavitù arrestato nel 2016.

Campagne diffamatorie. Aggressioni e minacce di morte si susseguono con totale impunità contro i difensori dei diritti umani, definiti spesso traditori, criminali, agenti stranieri, razzisti, apostati o politicanti. Queste intimidazioni provengono dai livelli più alti dello stato e da gruppi religiosi, spesso in concomitanza con riunioni internazionali in Europa. Per esempio la difensora dei diritti umani Mekfoula Brahim è stata vittima di una campagna coordinata di diffamazioni sui social media e ha ricevuto minacce di morte solo per aver chiesto l’assoluzione del blogger Mohamed Mkhaïtir, condannato a morte per blasfemia. “Campagne del genere, che descrivono i difensori dei diritti umani alla stregua di una minaccia alla sicurezza nazionale o ai valori culturali pongono queste persone a rischio e hanno un effetto distruttivo sulla libertà d’espressione”, ha commentato Tine. “Leautorità mauritane dovrebbero dimostrare che intendono rispettare tutte le voci critiche iniziando a scarcerare tutte le persone arrestate solo per aver denunciato la discriminazione e riconoscendo l’importanza del lavoro dei difensori dei diritti umani”, ha concluso Tine.

domenica 3 dicembre 2017

Mauritania: introdotta la pena di morte per blasfemia. Pentimento non esonera dalla pena

Ansa
La Mauritania ha deciso di irrigidire le leggi contro la blasfemia e l'apostasia, dopo che un tribunale locale ha deciso di rilasciare una blogger accusata di aver criticato il profeta Maometto.
Un emendamento all'articolo 306 del codice penale del Paese imporra' la pena di morte per "qualunque musulmano, uomo o donna, che ridicolizzi o insulti Allah". Secondo quanto riportato dall'agenzia stampa AMI, il pentimento non esonerera' dalla pena.

venerdì 10 novembre 2017

Mauritania - Commutata la pena di morte in 2 anni di carcere per blogger Mohamed Cheij uld Mjaitir accusato di blasfemia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nouakchott - Un tribunale della Mauritania ha commutato in due anni di carcere la sentenza di morte  che era stata inflitta al blogger Mohamed Cheij uld Mjaitir, autore di un articolo considerato blasfemo verso il profeta Mohammed.
Mohamed Cheij uld Mjaitir
Il caso è iniziato nel gennaio 2014, quando questo giovane, di circa 30 anni anni di età, pubblicò un testo, abbondantemente diffuso dai media del paese, accusando Muhammad di avere sostenuto pratiche discriminatorie contro i non arabi.

Le fonti giudiziarie hanno comunicato che il giovane Mjaitir sarà liberato perché ha già scontato quattro anni nella detenzione, ma per il momento non si hanno notizie della sua liberazione.

Dopo aver pubblicato il suo articolo, che ha provocato una grande mobilitazione popolare che chiedeva la sua esecuzione, il blogger è stato arrestato a Nouadhibou, capitale economica della Mauritania,

Il 24 dicembre 2014, un tribunale militare lo ha condannato a morte per "apostata".

Durante gli ultimi mesi ci sono state manifestazioni nelle strade di Nouakchott e in altre città del paese richiedendo "l'esecuzione dell'apostato".

Le moschee dove si tengono le preghiere del venerdì sono state sovente un punto di partenza per queste dimostrazioni.


La difesa del blogger ha appellato la sentenza e la Corte di Nouadhibou commutato la pena anche con l'accusa contro di lui di essere "infedele", meno dura, considerando il suo pentimento.

Fonte: EFE

mercoledì 16 novembre 2016

Mauritania - Confermata pena di morte per blasfemia per Mohamed Cheikh cittadino onorario di Napoli

Blog Diritti Umani - Human Rights
Mauritania udienza decisiva per il ragazzo, cittadino napoletano, accusato di blasfemia. Si è svolta l'udienza decisiva per le sorti di Mohamed Cheikh ould Mohamed ould M'kheìtir, un contabile dì 31 anni, condannato a morte dalla Corte Criminale di Nouadhibou (Mauritania), il 24 dicembre 2014 per apostasia.


Mohamed Cheikh
Il Forum di imam e ulema ha rifiutato di prendere in considerazione l'appello di Mkhaitir pietà. E ha chiesto, invece, per la sua esecuzione in base alla "legge di Dio". La dichiarazione sulla questione dice: "Uccidetelo e lo seppelliscono in conformità con la legge di Dio ". Tuttavia, gruppi per i diritti umani si stanno mobilitando a sostegno della richiesta di Mkhaitir in una campagna per la sua liberazione. Freedom Now ha dichiarato che non vi sono un certo numero di irregolarità procedurali che hanno messo a rischio l'integrità del suo processo. Inoltre, tre dei suoi avvocati hanno dovuto dimettersi dal caso dopo aver ricevuto numerose minacce alla loro vita.

All'udienza ha partecipato come osservatore internazionale il giudice del Tribunale di Napoli Nicola Quatrano - che ha seguito in tale veste le varie fasi del processo - su incarico della Unione delle Camere Penali Italiane e del Comune di Napoli (a M'kheitir, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris conferì la cittadinanza onoraria).
L'accusa rivolta al giovane mauritano è quella di blasfemia per un articolo postato su un blog, nel quale M'kheitir esprimeva valutazioni ritenute offensive nei confronti del profeta Maometto. Era stato arrestato il 2 gennaio 2014. A tutt'oggi, M'kheitir è detenuto da quasi tre anni, n 18 aprile 2016 la Corte di Appello di Nouadhibou ha deliberato di trasmettere gli atti alla Corte Suprema per la valutazione della sincerità del pentimento, negata nel giudizio di primo grado. M'kheìtir - spiegano gli attivisti che stanno partecipando alla mobilitazione per sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale - appartiene alla casta dei "fabbri", malvista e emarginata. In una società fortemente gerarchizzata come quella mauritana, dove sopravvive la schiavitù.

[ES]

venerdì 10 giugno 2016

Mauritania: trasferimenti per scongiurare rivolta nel carcere sovraffollato di Nouakchott

Nova
Le autorità giudiziarie mauritane hanno avviato una serie di procedure contro il problema del sovraffollamento delle carceri, che colpisce soprattutto il penitenziario centrale di Nouakchott. 

Come primo provvedimento sono stati trasferiti numerosi detenuti verso altri centri di detenzione minori presenti nelle altre province del paese come Nouadhibou e Bir Um al Karin. Secondo i media mauritani, sono più di cento i detenuti che sono stai trasferiti dal carcere Dar al Naim della capitale a quello di Noaudhibou, che è la capitale economica del paese. 

Nel carcere della capitale sono più di mille i detenuti e le autorità locali temono che possa scoppiare una rivolta carceraria.

venerdì 12 febbraio 2016

Mauritania: "Liberate mio papà" l'appello per la scarcerazione del leader antischiavista Biram Ould Abeid

Blog Corriere della SeraSono la moglie e la figlia di Biram Ould Dah Ould Abeid, leader del movimento antischiavista della Mauritania, che sta scontando una condanna a due anni di carcere per le pretestuose accuse di manifestazione non autorizzata e appartenenza a un’associazione non riconosciuta.


Biram Ould Abeid
L’associazione non riconosciuta è l’Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista (IRA – Mauritania), che Biram – insignito nel 2013 del premio delle Nazioni Unite per i diritti umani – ha contribuito a fondare.

La piccola El Alia non ha mai visto suo padre e rischia di non vederlo fino all’11 novembre 2016, termine della condanna. La Corte suprema ha bloccato il ricorso presentato dall’avvocato di Biram per chiedere la scarcerazione.



A Leila, con la scusa che dal carcere di Nouakchott è evaso un terrorista, non è più permesso di vedere il marito.

La scorsa settimana Leila è venuta in Italia con la piccola El Alia. Ha incontrato organizzazioni per i diritti umani ed esponenti politici, ottenendo grande solidarietà. Ma quando si tratta di passare al dunque, la diplomazia internazionale non riesce ancora a ottenere risultati dal governo della Mauritania.

Biram, così come gli altri due altri membri di Ira-Mauritania condannati insieme a lui, Brahim Bilal e Djiby Sow, è un prigioniero di coscienza. A condurlo in carcere, dove peraltro non si trova in buone condizioni di salute, sono stati il suo impegno in favore dei diritti umani e la decisione di candidarsi alla presidenza della Repubblica: una sfida, un affronto intollerabile per il presidente in carica Ould Abdel Aziz.

Riccardo Noury


venerdì 5 febbraio 2016

Mauritania: l'Onu denuncia la mancata applicazione delle leggi contro la tortura e condizione detenuti

Nova
L'inviato speciale delle Nazioni Unite in Mauritania, Juan Ernest Mendez, ha accusato il governo mauritano di non applicare le leggi contro la tortura. 

Lo riferisce l'emittente francese "Rfi", secondo cui le norme contro la tortura e i trattamenti degradanti approvate lo scorso settembre dal parlamento mauritano non sarebbero applicate dalle autorità.
"Esiste un gap tra la normativa e la sua applicazione sul terreno", ha detto l'inviato Onu, il quale ha tuttavia riconosciuto che "il governo mauritano fa sforzi significativi per adattare la legislazione agli standard internazionali". 

È importante, ha aggiunto Mendez, che "le nuove norme applicate quattro mesi fa vengano applicate il più presto possibile. I procuratori devono accertare che le confessioni non siano state estorte con la tortura". L'inviato Onu ha inoltre denunciato il trattamento riservato ai detenuti. "Nelle prigioni che abbiamo visitato i detenuti vivono in condizioni non dignitose", ha dichiarato Mendez.

giovedì 10 dicembre 2015

Mauritania: Ong per i diritti umani denuncia stato delle carceri del paese

Nova
Il Consiglio mauritano per i diritti umani, un'organizzazione non governativa, ha denunciato lo stato di carenza di igiene in cui versano le carceri della Mauritania. 

Secondo quanto si legge in un rapporto pubblicato dall'agenzia di stampa mauritana "Ani", in particolare si denuncia la carenza di igiene e la mancanza di strutture sanitarie all'interno dei centri di detenzione del paese africano. 

Nel rapporto annuale l'Ong parla delle visite condotte nelle carceri descrivendo lo stato di sofferenza in cui versano i detenuti, in particolare nelle sezioni femminili. L'Ong chiede per questo motivo al governo di finanziare un programma di ristrutturazione delle carceri del paese.

domenica 25 ottobre 2015

Biram Abeid, il Madiba di Mauritania che sta morendo in carcere

Il Manifesto
Antischiavismo. Il leader dell'Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste (Ira) sta scontando nella famigerata "Guantanamo dell'Africa occidentale" una condanna a due anni di carcere. Per aver preso parte a una manifestazione non autorizzata, recita la sentenza. Per aver sfidato il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz alle scorse presidenziali, dicono invece i suoi seguaci.
Biram Dah Abeid
Rischia di morire in carcere Biram Dah Abeid, il Madiba di Mauritania. Il leader antischiavista dell'Initiative de résurgence du mouvement abolitionniste (Ira) è rinchiuso da quasi un anno nel penitenziario di Aleg, la famigerata "Guantanamo dell'Africa occidentale". E le sue condizioni di salute stanno peggiorando rapidamente. "Biram Abeid soffre di diabete, ernia del disco e ipertensione - la denuncia, lanciata dall'Osservatorio per la protezione dei difensori dei diritti umani - lamenta forti dolori addominali, vertigini, difficoltà di movimento e gravi disturbi del sonno".

"Siamo davvero preoccupati per la situazione - ci spiega Ivana Dama, portavoce di Ira in Italia - da qualche mese le autorità mauritane stanno negando a Biram l'accesso alle cure mediche e hanno inspiegabilmente limitato le visite in carcere. L'unica a venire ammessa, per sole due volte la settimana, è sua moglie. Che è anche l'unica a portargli del cibo decente".

Nel 2012 Abeid era finito in cella per aver dato fuoco in pubblico ad alcune presunte pagine del Corano, mediante le quali venivano indottrinati gli schiavi ad essere fieri della loro condizione. Oggi sta scontando una condanna a due anni di carcere. Per aver preso parte a una manifestazione non autorizzata, recita la sentenza. Per aver sfidato il presidente Mohamed Ould Abdel Aziz alle scorse presidenziali, dicono invece i suoi seguaci.

Il popolo degli ex schiavi haratine che alle elezioni del 21 giugno 2014 lo ha premiato con il 9% dei consensi. Una sorta di piccola rivoluzione in un paese dove si calcola che siano ancora 700 mila gli abd che vivono alle dipendenze di un padrone arabo-berbero (bidane, bianco), malgrado la schiavitù sia stata formalmente abolita per legge nel 1981.

Lo hanno arrestato pochi mesi dopo il voto, l'11 novembre, a seguito di una carovana di protesta organizzata a Rosso, al confine con il Senegal. A dicembre è giunta la prevedibile sentenza nei confronti suoi, del suo braccio destro Ould Brahim Bilal Ramdane e di Djiby Sow, leader di un'altra ong abolizionista, la Kawtal ngam Yellitaare. Resistenza alla forza pubblica, manifestazione non autorizzata e appartenenza a un'organizzazione non riconosciuta, i capi d'accusa per Abeid e Ramdane cui, lo scorso 20 agosto, è stata negato un ricorso in appello.

Poi nuovi arresti e nuove intimidazioni. Lo scorso 18 luglio l'attivista Yacoub Diarra, marito di Ivana Dama e anch'egli rappresentante di Ira Italia, è stato prelevato dalle forze dell'ordine, in piena notte, trascinato al commissariato di Dar-Naïm, poi rilasciato. Era tornato in Mauritania per celebrare la fine del Ramadan e far visita a Biram. "Oggi Biram ha bisogno di cure urgenti - aggiunge Ivana Dama -. Lanciamo un appello a politica e istituzioni perché intervengano. Non facciamo di lui l'ennesimo eroe postumo".

di Gilberto Mastromatteo

domenica 11 ottobre 2015

Mauritania: detenuti in sciopero della fame per protesta contro condizioni delle carceri

Nova
I detenuti islamici salafiti presenti nelle carceri mauritane hanno annunciato l'avvio di uno sciopero della fame. Secondo quanto ha annunciato il portavoce dei detenuti salafiti, Ahmed al Hadrami, all'agenzia di stampa mauritana "Ani", è iniziata la protesta contro le condizioni in cui versano i detenuti islamici nelle carceri del paese africano. In un documento indirizzato al governo di Nouakchott i detenuti islamici chiedono una revisione dei loro processi e denunciano di subire soprusi da parte delle guardie carcerarie.

sabato 22 agosto 2015

Wife of jailed Saudi blogger launches campaign to free African writer on death row for criticising prophet Mohamed

The Indipendent
The wife of Raif Badawi, the Saudi blogger sentenced to 10 years in jail and 1,000 lashes for insulting Islam, has launched a campaign to free an African writer who is on death row in Mauritania for criticising the prophet Mohamed.

Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir
In an article for The Independent, Ensaf Haider said that while "millions of people around the world" had campaigned for her husband's release, the case of Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir risked being forgotten by the international community.

The 30-year-old journalist was arrested in January last year after publishing an article on the website of the newspaper Aqlame. In it, he criticised the Mauritanian caste system and said that certain social groups were being marginalised because of their religion.

Mr Mkhaitir later "repented" during a pre-trial hearing at a military police station and again during his trial in December last year, telling a court in the city of Nouadhibou he had not meant to insult Islam but intended to denounce those who used religion to belittle others.

Despite Mauritanian law stating that leniency must be shown if a defendant repents, the judge convicted him of having "lack of respect for the prophet" and handed down a death sentence - the 1st imposed in Mauritania for apostasy [sic] since the country gained independence in 1960.

Ms Haider, who has led the international campaign for her husband's release, said Mr Mkhaitir "could be executed at any time" if pressure was not placed on the Mauritanian government to reconsider his sentence.

"Millions of people around the world rallied to the support of Raif Badawi; who will care for a poor young man in Mauritania?" she wrote. "He will be executed for blasphemy - by those who insist that Isis does not represent Islam."

Dozens of human rights organisations signed a joint statement in March calling for Mr Mkhaitir to be freed, describing him as "a prisoner of conscience who has not committed any crime but was merely peacefully exercising his right to freedom of thought, conscience, expression and religion".

However, there have since been no updates on his case. His lawyer told Mauritanian television earlier this year that his condition in prison was "miserable" and that he had been tortured and placed in solitary confinement, Ms Haider said.

Gaetan Mootoo, Amnesty International's West Africa researcher, said: "The use of the death penalty is always abhorrent, but it raises additional concerns in cases like that of Mohamed Cheikh Ould Mkhaitir where a dubious law is being used to stifle free speech.

"Mohamed Cheikh's trial was blatantly flawed and his repentance - which should have entitled him to leniency - was twice ignored by the authorities. We continue to call for his immediate and unconditional release."

The writer's case has numerous parallels with that of Mr Badawi, who was arrested in June 2012 over material published on his Saudi Arabian Liberals website. While he has been in prison, the 31-year-old activist has received a number of awards for promoting freedom of expression and has been nominated for the Nobel Peace Prize.


Mr Badawi has so far only received 1 round of 50 lashes, which are supposed to be carried out weekly. Earlier this month his family learned that the kingdom's Supreme Court is reviewing his case, raising the possibility that his draconian sentence may be reduced - but Ms Haider says "the flogging could still happen at any time".

Mauritania - Condanna confermata per attivisti anti schiavitù

MISNA
È stata confermata in appello la sentenza di condanna a due anni di prigione per gli attivisti anti schiavitù mauritani Bilal Brahim Ramdane, Djiby Sow e Biram Dah Abeid (noto anche come Biram Ould Abeid). Le accuse erano di appartenenza a un’organizzazione non riconosciuta, manifestazione non autorizzata e violenza.


Biram Ould Abeid
Nessuno dei tre era presente al processo, tenuto nella località di Aleg, ma Biram Dah Abeid - già candidato alla presidenza della repubblica - ha fatto diffondere, dal carcere, una lettera aperta in cui definisce “un ricatto” il comportamento del governo nei suoi confronti e si rivolge a tutti i paesi del mondo chiedendo “di sostenere la nostra lotta per la libertà”. A Stati Uniti e Unione europea, in particolare, l’attivista incarcerato chiede di utilizzare ogni mezzo “compresa la sospensione degli aiuti finanziari” per sostenere la battaglia contro la schiavitù.

Uno degli avvocati della difesa, Brahim Ould Ebetty, ha definito la decisione dei giudici “un passo indietro per la libertà nel nostro paese”. Il verdetto, ha aggiunto, rappresenta “una parodia della giustizia”.

sabato 15 agosto 2015

Mauritania: approvata nuova legge, Paese verso definitiva messa al bando della tortura

Agi
Il Parlamento della Mauritania ha approvato, per la prima volta nella sua storia, una legge per prevenire ogni tipo di tortura. Il provvedimento, ha spiegato il ministro della Giustizia Brahim Ould Daddah, punta tra l'altro a monitorare e vigilare sui luoghi dove si sospetta che venga applicata qualunque forma di tortura: dalle prigioni ai centri di rieducazione minorile, dai centri di detenzione temporanea alle zone di transito o posti di frontiera.

La nuova legge non solo proteggerà le persone che hanno subito violenze, ma anche testimoni, familiari e tutte quelle persone che dovessero denunciare ogni genere di abuso. Il Parlamento, inoltre, legiferando sempre su questa materia, ha dato il via libera a una proposta di legge che definisce la tortura un crimine contro l'umanità.

Questo progetto di legge vieta la detenzione segreta e l'estradizione di una persona che corre il rischio di essere torturata. I relatori di quest'ultimo testo, per metterne a punto i contenuti, hanno ottenuto la possibilità di recarsi in qualunque luogo dove ritengano si commettano crimini e di dialogare in privato con le presunte vittime. In passato diverse organizzazioni dei diritti umani hanno denunciato in Mauritania casi di arresti arbitrari e di torture ai danni di detenuti.

venerdì 7 agosto 2015

Mauritania: fissato per il 20 agosto il processo d'appello agli attivisti contro la schiavitù

Nova
Un tribunale della Mauritania ha fissato al 20 agosto l'apertura del processo d'appello per tre militanti contro la schiavitù, condannati a gennaio a due anni di prigione per "appartenenza a un'organizzazione non riconosciuta". 

Lo riferisce una fonte giudiziaria, citata dal quotidiano "Africa Time". Sul banco degli imputati Biram Ould Dah Ould Abeid, presidente dell'Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista, il suo collaboratore, Brahim Ould Bilal, e il presidente di una organizzazione non governativa (Ong) per i diritti civili e culturali, Djiby Sow. 

La Mauritania è stato l'ultimo paese al mondo ad abolire la schiavitù nel 1981 e nel 2007 la pratica è stata definita ufficialmente un crimine punibile con pene fino a dieci anni di carcere. Ma secondo gli attivisti il governo non ha preso iniziative per contrastare la schiavitù.

giovedì 9 luglio 2015

Mauritania: "mio fratello, condannato a morte per offese al Profeta (e alle caste)"

Corriere della Sera
L'ingegner Mohamed Ould M'kheitir, 29 anni, vive in due metri di cella, senza finestra. Capita - una volta alla settimana, oppure ogni tre - che lo facciano uscire nel cortiletto, per 10 minuti. Appestato anche da condannato: in isolamento perché gli altri detenuti lo ucciderebbero. Un giorno hanno cercato di avvelenarlo con il cibo.
"La cosa che gli manca di più - dice la sorella Aisha - è leggere e scrivere. Non gli è permesso". Visita parenti, 10 minuti ogni 7 giorni. Prima ci andava la madre, poi le è mancata la forza. Ora è la sorella l'unico ponte. La moglie, Khairatte, dopo la sentenza è stata costretta dalla legge islamica a divorziare. "Ma non ho avuto il coraggio di dirlo a Mohamed", spiega Aisha. Quando si vedono, fratello e sorella si siedono su un rialzo del pavimento, sotto l'occhio di guardie e telecamere. "Finge di star bene, per non darci pena. L'ultima volta, gli ho detto che venivo in Italia. Mi ha pregato di chiedere scusa agli italiani, perché non poteva scrivervi una lettera come si deve". Mohamed è stato condannato a morte per apostasia a Nouadhibou, la città del pesce e del ferro in Mauritania, il 24 dicembre 2014.

Condannato per offesa al Profeta, per aver scritto su Facebook che l'Islam ha tollerato le diseguaglianze sociali anche ai tempi di Maometto. Il processo d'appello sarà forse in autunno. Ribaltare un verdetto applaudito anche dal presidente della Repubblica sarà dura: non c'è avvocato disposto a difendere il giovane. Chi ci ha provato ha avuto minacce di morte e il fuoco in casa. I difensori d'ufficio si sono scusati con la corte.

Mohamed, contabile in un'azienda metallurgica, scriveva di democrazia su Facebook, dal basso della sua casta dei maalemine (i fabbri): "Uno che non poteva permettersi di dire certe cose", osserva Nicola Quatrano, presidente dell'Osservatorio internazionale per i diritti (Ossin) che ha invitato la sorella del condannato in Italia per dare uno spicchio di luce al suo caso. E raccogliere fondi per la sua difesa.

"Un amico di Mohamed ha scritto cose ben peggiori su Internet - racconta Aisha - ma siccome appartiene a una casta superiore non è stato sfiorato dalle accuse". Al processo Mohamed ha detto che non voleva mancare di rispetto al Profeta ma criticare il sistema sociale. "La sua tesi è che spetta alla politica e non alla religione il compito di ridurre le disuguaglianze" spiega Aminetou Mint Moctar, presidente di un'associazione che, dovendo bandire dal proprio nome ogni riferimento ai diritti umani pena la censura, si è chiamata genialmente "Associazione delle donne capo famiglia".

Unica a essersi schierata per l'assoluzione del giovane, Amineotu ha accompagnato Aisha in questo viaggio. Prima a Roma, da Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti Umani del Senato; poi a Napoli, per una manifestazione alla Camera Penale. Anche l'imam del capoluogo campano, Abdallah Cozzolino, si è espresso contro la condanna. Strumentalizzare la religione: lo fanno con gran cassa mediatica i tagliagole dell'Isis, lo fanno in silenzio giudici e potenti di Paesi "moderati" modello Mauritania.

È il primo Paese al mondo per numero di schiavi. Gli attivisti anti-schiavitù in Mauritania trovano facilmente chi li difenda. Sono accorti, uniti, si tengono alla larga da territori "pericolosi" come la religione. Invece nei suoi due metri di cella, senza libri né penna, con una condanna a morte sulla testa, Mohamed Ould M'kheitir resta un lupo solitario, forse maldestro, uno sbarbatello della democrazia. Come i truci lupi solitari delle stragi, merita un titolo, una luce. E anche, lui sì, almeno un avvocato che lotti per la sua vita.

di Michele Farina

domenica 28 giugno 2015

Condannato a morte per apostasia in Mauritania, cittadino onorario di Napoli

La Repubblica
Mohamed Ould M'Kheitir è accusato di "apostasia dell'Islam": avrebbe, in un articolo pubblicato su alcuni siti Internet, "parlato con leggerezza del Profeta"

Mohamed Ould M'Kheitir
l 3 luglio il sindaco Luigi de Magistris conferirà la cittadinanza onoraria di Napoli a Mohamed Ould M'Kheitir, condannato a morte in Mauritania per blasfemia. A nome del condannato, recluso nel suo Paese, saranno la sorella Aisha M'Khetir e Aminattou Ely, militante mauritana per i diritti dell'uomo, colpita da una fatwa per avere preso posizione a favore del condannato. 

Le due donne saranno ascoltate il primo luglio dalla Commissione diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi e il 2 luglio incontreranno la comunità giudiziaria napoletana su iniziativa dell'Ossin, l'Osservatorio internazionale per il rispetto dei diritti umani presieduto da Nicola Quatrano.

Mohamed Ould M'Kheitir è stato condannato a morte per apostasia da un tribunale di Nouadhibou, nel Nordest del paese. Il giovane, in un articolo pubblicato su alcuni siti Internet, aveva criticato decisioni prese da Maometto e i suoi compagni. Per l'accusa l'imputato "aveva parlato con leggerezza del Profeta" e meritava la pena di morte, prevista dal codice penale mauritano in caso di apostasia dell'islam.

Mohamed si era difeso affermando di non aver voluto offendere Maometto, ma "difendere uno strato della popolazione maltrattato, i fabbri", dal quale proveniva. "Se dal mio testo si è potuto comprendere quello di cui sono accusato - aveva detto - io lo nego completamente e me ne pento apertamente". 

Nel suo articolo Ould Mohamed aveva accusato la società mauritana di perpetuare un "ordine sociale iniquo ereditato" dai tempi del Profeta. Durante il processo, il primo di questo genere in Mauritania, si erano tenute manifestazioni nel paese che chiedevano la pena di morte per il giovane. Un famoso avvocato locale che lo difendeva aveva rinunciato all'incarico per le minacce subite.

Mauritania - Il popolo "sahrawi" senza patria del sahara occidentale

Il Post Internazionale
La mattina del 6 novembre 2014, Mohammed Abdallahi si trovava con la sua famiglia a Rabat, la capitale del Marocco, per protestare contro l'annessione, avvenuta nel 1976, del nord del Sahara occidentale da parte dello stato marocchino. Il popolo sahrawi, a cui appartiene Abdallahi, non riconosce quest'annessione e attende ancora un referendum che gli offra la possibilità di scegliere se essere un cittadino marocchino o meno. Durante la protesta, Abdallahi è stato arrestato dalle forze dell'ordine del Marocco.

Trentanove anni prima, il 6 novembre del 1975, circa 350mila civili marocchini provenienti da tutte le regioni del Paese, allora guidato dal re Hassan II, marciarono verso il Sahara occidentale per liberarlo dall'occupazione spagnola (1884-1975). La manifestazione è nota con il nome di Marcia Verde. Gli accordi di Madrid, firmati il 14 novembre di quello stesso anno, sancirono la ritirata degli spagnoli dal Sahara occidentale e la restituzione del territorio al Marocco e alla Mauritania.
L'annessione fu contestata dal Fronte Polisario, costituito il 10 maggio 1973 da un gruppo di sahrawi - abitanti del Sahara occidentale - con l'intento di costituire uno stato indipendente. Il 27 febbraio del 1976 il Fronte Polisario proclamò formalmente la Repubblica Araba Sahrawi democratica, oggi riconosciuta da 76 stati della comunità internazionale.
Il 6 settembre del 1991, dopo anni di guerriglia tra sahrawi e marocchini, fu firmato un cessate il fuoco monitorato dalla missione delle Nazioni Unite per l'organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale (Minurso). Ancora oggi la questione del Sahara Occidentale rimane formalmente irrisolta e il popolo sahrawi vive in esilio in una striscia di terra racchiusa tra il Marocco, la Mauritania e l'Algeria.

Quando Abdallahi fu arrestato, il 6 novembre del 2014, il re del Marocco Mohammed VI tenne un discorso in occasione dell'anniversario della Marcia Verde, in cui ribadì la volontà di creare un regno in cui la diversità non rappresentasse un fattore di divisione e in cui tutti i popoli del Marocco potessero vivere in maniera solidale. Abdallahi fu rilasciato dopo tre giorni. Poiché temeva per la sicurezza della sua famiglia, decise di rigettare la nazionalità marocchina, di lasciare il Paese in maniera definitiva e di ercare asilo politico altrove.

La sua odissea iniziò il 19 novembre del 2014, quando con la moglie Najat e i quattro figli - Oumayma, Errabab, Mohammed Fadel e Farah - salì su un autobus diretto a Dakhla, nel Sahara Occidentale, per poi raggiungere la frontiera di Guerguarat, al confine con la Mauritania. Dopo aver ottenuto il timbro di uscita, quando finalmente si preparava a oltrepassare il confine, fu fermato dalla gendarmeria che gli ritirò il passaporto e gli impedì di continuare. Per venti giorni restò accampato con la sua famiglia davanti al grande cancello che separa il Marocco dalla Mauritania.

Protestò ogni giorno, con il sostegno della moglie e dei figli, fino a quando il 5 gennaio fu nuovamente arrestato. Dopo tre giorni, senza tante spiegazioni, Abdallahi venne rilasciato e il Marocco gli accordò il permesso di lasciare il Paese. Insieme ai suoi quattro figli e la moglie, i sei furono fermati nuovamente alla frontiera mauritana, dove restarono accampati altri due giorni, e l'11 gennaio finalmente raggiunsero Nouakchott, la capitale della Mauritania. Il 20 gennaio Mohammed e la sua famiglia furono riconosciuti come rifugiati e ricevettero una casa e una minima assistenza finanziaria, con la promessa di essere reinsediati in un Paese terzo entro tre mesi.

Il primo giugno Mohammed, la moglie e i quattro figli erano ancora a Nouakchott. La figlia maggiore, ormai undicenne, ha perso un anno di scuola; la figlia più piccola ha cominciato a mettere i denti e l'asma dell'altra figlia si aggrava sempre di più. Mohammed, stanco dell'attesa, ha deciso di ricominciare la sua protesta. Si è accampato davanti alla sede dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) con una tenda e due tappeti per chiedere di essere trasferito in un altro Paese che possa permettere ai figli di studiare e curare la loro asma.

Il reinsediamento in un Paese terzo, definito come trasferimento (generalmente mediato dall'Unhcr) di un rifugiato dallo stato di primo asilo a un Paese terzo che abbia accettato di accoglierlo come rifugiato, è una delle tre soluzioni durature individuate per i rifugiati, assieme all'integrazione nella società di accoglienza e al rimpatrio volontario. Generalmente, questa opzione viene adottata quando le altre due risultano impraticabili per motivi oggettivi o per motivi legati alle caratteristiche individuali dei singoli.

Tuttavia, sono ancora pochi gli stati che fanno parte dei programmi di reinsediamento. Di conseguenza, nonostante la mediazione e il supporto offerto dall’Unhcr, non sono molti i rifugiati che hanno occasione di beneficiarne. Mohammed dovrà forse attendere ancora molto perché la sua richiesta venga accolta, ma ha deciso di non arrendersi e ogni mattina mi dice buongiorno quando, avviandomi a piedi verso il lavoro, passo davanti alla sua tenda.