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venerdì 31 maggio 2019

Algeria. Morto in carcere attivista per i diritti umani Kamel Eddine Fekhar dopo 3 mesi di sciopero della fame.

askanews.it
L'attivista algerino per i diritti umani, Kamel Eddine Fekhar, 54 anni, è morto ieri dopo circa tre mesi di detenzione e quasi due mesi di sciopero della fame. 

Il decesso è stato annunciato su Facebook dal suo avvocato, Salah Dabouz, precisando che è avvenuto nell'ospedale di Blida, circa 40 chilometri a Sud di Algeri, dove era stato "trasferito con urgenza a seguito di un peggioramento delle sue condizioni di salute".

Il legale ha accusato le autorità giudiziarie di Ghardaia, circa 480 chilometri a Sud di Algeri, per "questa morte programmata": "Avevo lanciato l'allarme, per tre settimane Kamel Eddine è stato detenuto in condizioni disumane nell'ospedale carcerario di Ghardaia, non è stato fatto nulla".

Come ricorda il quotidiano algerino El Watan, l'attivista era stato arrestato il 31 marzo con l'accusa di "attentato alle istituzioni", a seguito di un'intervista diffusa su Facebook, e aveva deciso di fare lo sciopero della fame per denunciare la sua detenzione "ingiusta". 

"Un omicidio! Un abietto omicidio politico", hanno denunciato cittadini e attivisti politici e per diritti umani, secondo El Watan, che parla di "persecuzione giudiziaria contro un uomo che esprimeva le sue idee pacificamente".

giovedì 5 luglio 2018

L’Algeria ha abbandonato in mezzo al deserto 13mila migranti espulsi dal paese

TPI
Lo rivela un inquietante reportage di Associated Press, che ha raccolto diverse testimonianze tra i sopravvissuti.



Negli ultimi 14 mesi le autorità dell’Algeria hanno abbandonato nel deserto del Sahara oltre 13mila migranti espulsi dal paese, costringendoli di fatto a raggiungere il confine con il Niger a piedi, senza cibo né acqua, con temperature che arrivano a 48 gradi.

È quanto emerge da un reportage pubblicato dall’agenzia di stampa Associated Press, che ha intervistato decine di sopravvissuti.

Tra i migranti ci sono donne incinte e bambini.
I più fortunati riescono a raggiungere la località nigerina di Assamaka, a 15 chilometri dal confine algerino, mentre altri vagano nel deserto, disorientati e disidratati, finché le squadre di soccorso delle Nazioni Unite non li ritrovano.




Alcuni hanno smarrito la strada e sono tutt’ora dispersi.
Non sono disponibili, invece, dati su quanti siano deceduti durante il tragitto.

“Ognuno era solo per conto proprio”, ha raccontato una migrante liberiana, Janet Kamara, che ha affrontato la traversata quando era incinta e proprio in mezzo al deserto ha partorito.

Il bambino, purtroppo, è nato morto ed è stato sepolto in una fossa poco profonda scavata nella sabbia.
La donna, che in Algeria lavorava ed è stata espulsa a maggio, è in salvo da pochi giorni e, secondo Ap, parla con una voce quasi prova di sentimenti, quasi svuotata dal dolore.

Le espulsioni di massa dall’Algeria, sono aumentate in particolare a partire dall’ottobre 2017, da quando cioè l’Unione Europea ha aumentato la pressione sui paesi nordafricani con lo scopo di respingere i migranti diretti verso l’Europa.

Un portavoce dell’Ue ha spiegato ad Ap che Bruxelles è a conoscenza di ciò che sta facendo l’Algeria, ma che i “paesi sovrani” possono espellere i migranti fintanto che si conformano al diritto internazionale.

A differenza del Niger, l’Algeria non riceve fondi dall’Unione europea per la crisi migratoria, sebbene abbia ricevuto 111,3 milioni di dollari in aiuti dall’Europa tra il 2014 e il 2017.

L’Algeria non fornisce cifre per le espulsioni, ma secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), il numero di persone che attraversano a piedi il Niger è in costante aumento da maggio 2017.

In tutto, secondo l’Oim, un totale di 11.276 uomini, donne e bambini sono sopravvissuti a questa marcia obbligata dalle autorità algerine.

I migranti intervistati da Associated Press hanno riferito di essere raggruppati in centinaia alla volta e stipati in camion aperti diretti a sud che viaggiano per 6-8 ore verso quello che viene chiamato il “punto zero”.

Qui, in mezzo al deserto, vengono abbandonati e gli viene ordinato di camminare, a volte sotto la minaccia di una pistola.

All’inizio di giugno, 217 uomini, donne e bambini sono stati scaricati molto prima di raggiungere il “punto zero”, a circa 30 chilometri dalla più vicina sorgente d’acqua.

“C’erano persone che non potevano accettarlo. Si sono sedute e le abbiamo lasciate lì. Stavano soffrendo troppo”, ha raccontato ad Ap Aliou Kande, un 18enne senegalese.

Kande ha detto faceva parte di un gruppo di circa mille persone che si è perso. Il gruppo ha vagato nel deserto dalle 8 del mattino alle 7 di sera.

Il ragazzo ha rivelato che molte delle persone che erano con lui si sono perse e non le ha più viste.

Nella sua testimonianza la parola che ricorre più spesso è “sofferenza”.

“Ci hanno gettato nel deserto, senza i nostri telefoni, senza soldi”, ha raccontato.
I racconti dei migranti sono confermati da più video raccolti da Ap per mesi, che mostrano centinaia di persone che barcollano lontano da file di camion e autobus e di muovono nel deserto.

lunedì 27 novembre 2017

Emergenza nei campi profughi nel Sahara Occidentale in Algeria - Crollo degli aiuti, i saharawi non hanno più cibo.

Il Manifesto
Sahara occidentale. Drastico calo degli aiuti internazionali ai campi profughi in territorio algerino. E gli effetti sono impietosi: il 40% dei bambini fino a cinque anni mostra un ritardo della crescita, il 60% delle donne in gravidanza soffre di anemia.



«Negli ultimi anni vi è stato un drastico calo degli aiuti economici: dal 2012 ad oggi, si è passati da diciassette a nove milioni di euro all’anno. Questa situazione sta influendo pesantemente sulle condizioni di salute di tutta la popolazione saharawi, in particolar modo quella adolescenziale e infantile».

A pronunciare queste parole è Buhubeini Yahya, presidente della Mezzaluna Rossa Saharawi (Mlrs), durante la conferenza stampa svoltasi a Roma lo scorso lunedì 20 novembre, in occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

L’incontro è avvenuto presso la sede nazionale della ong Cisp – Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli, che dal 1984 è presente nei campi profughi saharawi in territorio algerino.

Il quadro socio-sanitario dipinto da Yahya racconta della attuale drammaticità, testimoniata da cifre che parlano di una riduzione drastica del 48% dei finanziamenti internazionali in aiuto ai rifugiati, con conseguenze disastrose. La più grave racconta della progressiva difficoltà nel reperire acqua potabile e cibo fresco da parte delle centinaia di migliaia di profughi presenti nei campi.

A picco l’apporto vitaminico pro capite, passato negli ultimi cinque anni ad un quinto di quello standard. Lo stato di malnutrizione è preoccupante: il 40% dei bambini fino a cinque anni mostra un ritardo della crescita, il 60% delle donne in gravidanza soffre di anemia, in rialzo anche la mortalità infantile e l’insorgenza di patologie di vario genere dovute alla carenza alimentare. La quale incide in modo più pesante proprio nell’area materno-infantile: l’allattamento al seno diviene sempre più difficoltoso, mentre in contemporanea l’indice di variabilità della dieta per i bambini sotto i due anni è nettamente insufficiente, in quanto soltanto il 14% riesce a raggiungerlo.

Tra tutti i dati, proprio questo risulta essere in prospettiva il più allarmante. In riduzione netta anche qualità e accessibilità alle cure sanitarie e al servizio scolastico, anche a seguito dell’urgenza umanitaria verificatasi nei campi profughi nell’ottobre del 2015, quando le piogge torrenziali vessarono l’area per giorni, causando migliaia di senza tetto e la perdita di infrastrutture scolastiche e ospedaliere.

All’incontro erano presenti anche Paolo Dieci, presidente del Cisp e Lyes Kesri, rappresentante della ong nei campi, i quali a diverso titolo hanno documentato i progetti in corso, documentandone l’andamento e le criticità.


Gianluca Diana

mercoledì 15 novembre 2017

Algeria, nei campi dei rifugiati Saharawi è emergenza umanitaria

Roma Sette
La malnutrizione è salita intorno al 40%: il cibo è poco e l’accesso all’acqua limitato. Alti i tassi di mortalità infantile e materna. Il presidente della Mezzaluna rossa a Roma il 20 novembre.

Sempre più difficile la situazione per i rifugiati Saharawi in Algeria: una delle emergenze umanitarie che durano da più tempo, aggravata dalle inondazioni che hanno devastato il Paese nell’ottobre 2015. 

Al momento, nei campi che accolgono i rifugiati il cibo è poco, l’accesso all’acqua è limitato, così come quello ai servizi sanitari ed educativi; alti i tassi di mortalità infantile e materna; anemia e malnutrizione intorno al 40%. In più, il forte calo di finanziamenti negli ultimi tempi sta penalizzando l’offerta di una assistenza adeguata ai rifugiati Saharawi da parte di tutte le organizzazioni che operano nei campi. 

Tra queste anche il Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), ong italiana dal 1984 nei campi rifugiati Saharawi con progetti di cooperazione, aiuti umanitari e sostegno al rafforzamento dei servizi di base. Il risultato: migliaia di persone, tra cui molti bambini e adolescenti, che rischiano di non ricevere cure e sostegni dignitosi e adeguati.

Il presidente della Mezzaluna rossa Saharawi Buhubeini Yahya incontrerà il 20 novembre la stampa a Roma, per aggiornare sulla condizione di vita nei campi, in particolare sulla situazione dei bambini, da tempo al di sotto degli standard umanitari. La Mezzaluna Rossa Saharawi e il Cisp stanno svolgendo un programma di monitoraggio, realizzato da uno staff di una ventina di donne, per verificare la qualità e la quantità degli aiuti ricevuti e la garanzia del livello nutrizionale di base. All’incontro stampa saranno presenti anche il presidente del Cisp Paolo Dieci, la coordinatrice del programma Algeria e campi rifugiati Giulia Olmi, il rappresentante del Cisp nei campi Saharawi Lyes Kesri.

domenica 11 giugno 2017

Rifugiati: Amnesty, “25 siriani, tra cui 10 bambini, intrappolati nel deserto tra Marocco e Algeria”

SIR
Venticinque rifugiati siriani, tra cui 10 bambini, sono intrappolati in un’area desertica al confine tra Marocco e Algeria, cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo e la sempre più urgente assistenza umanitaria. 


Lo denuncia oggi Amnesty international, accusando le autorità marocchine di “non adempiere ai loro obblighi internazionali di dare protezione ai rifugiati”. Sono bloccati da due mesi in una zona cuscinetto in territorio marocchino, a un chilometro dall’oasi di Figuig e a cinque chilometri dal Beni Ounif, in Algeria. 

Finora sono riusciti a sopravvivere grazie a forme di assistenza informali favorite dalla polizia di frontiera del Marocco, che avrebbe però cambiato atteggiamento a partire dal 2 giugno e che finora non ha consentito l’ingresso nella zona alle organizzazioni per i diritti umani e di assistenza umanitaria, compreso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). “Negando all’Unhcr di incontrare i rifugiati, le autorità marocchine stanno venendo meno ai loro obblighi internazionali. 

Si tratta di rifugiati fuggiti dal bagno di sangue e dai bombardamenti della Siria cui il governo del Marocco deve garantire il diritto di chiedere asilo”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice delle ricerche sull’Africa del Nord di Amnesty international. Il governo marocchino ha finora smentito che i rifugiati siriani si trovino nel suo territorio.

Amnesty ha esaminato mappe e immagini satellitari e, anche grazie alle coordinate Gps, ha potuto accertare che i 25 rifugiati siriani si trovano effettivamente all’interno del Marocco. Due soffrono di pressione alta e uno ha problemi ai reni “ma le autorità marocchine – informa Amnesty – non hanno fornito loro alcuna cura medica né hanno consentito l’accesso ai medici delle organizzazioni per i diritti umani che hanno provato a raggiungerli. I rifugiati dormono in rifugi improvvisati che non li preservano da temperature che arrivano anche s 45 gradi e dalla minaccia di attacchi dei serpenti”. 

Il 2 giugno le autorità algerine hanno annunciato che avrebbero accolto i rifugiati siriani, consentito all’Unhcr di fornire assistenza e facilitato i ricongiungimenti familiari. Ma i 25 rifugiati siriani preferirebbero registrarsi in Marocco, dato che 4 hanno parenti lì. Gli altri 21 desiderano ottenere il ricongiungimento familiare in Svezia, Belgio e Germania dove hanno stretti legami di parentela.

giovedì 29 dicembre 2016

Algeria: Reporters sans Frontières denuncia grave violazione della libertà di stampa

AnsaMed
Detenzioni arbitrarie e un costante aumento della violenza nei confronti dei giornalisti, in particolare via Internet; pluralismo mediatico asfittico e un servizio pubblico asservito al potere (che rimane intoccabile).


Il giornalismo algerino è sotto scacco. A dirlo è l'ultimo rapporto di Reporters sans Frontières (Rsf) dedicato alla libertà d'informazione in Algeria. A pesare, denuncia l'inchiesta - che posiziona il Paese maghrebino al 129 posto su 180 nella classifica mondiale 2016 sulla libertà di stampa - oltre alle incarcerazioni pretestuose, sono le continue pressioni politiche, le intimidazioni e, soprattutto, una nuova forma di violenza: quella che viaggia sulla Rete ''a opera di mercenari che, riprendendo articoli in controtendenza o critici nei confronti del potere, dileggiano e incitano all'odio. 

Una prassi sempre più frequente, si legge nel rapporto - in grado di scatenare commenti a catena dei lettori che, sulla pagina o sul profilo del giornalista, giungono a minacciarlo anche di morte. Dinnanzi a questa situazione, ''le autorità non fanno assolutamente nulla. E peggio ancora - scrive Rsf - secondo diverse fonti, gli stessi servizi di sicurezza incoraggerebbero questo tipo di pratica''. Se la libertà di stampa è ancora merce rara nel Paese, a mancare non sono certo le testate. Con l'avvento dei movimenti di protesta del 2011 nel mondo arabo, infatti, anche le autorità algerine avviano alcune riforme che portano a un ammorbidimento delle sanzioni (il carcere viene sostituito con ammende) e a uan lieve apertura. Nel 2014 viene cosi' modificata la legge sull'Audiovisivo e il numero di testate lievita fino a 150.

Molte di queste, o quasi tutte, per assicurarsi la pubblicità scelgono una linea piuttosto morbida nei confronti del potere. A essere meno allineate, rileva l'inchiesta, sono le testate online (web Tv e periodici) e il giornalismo diretto - dei cittadini - attraverso i social network. Il rovescio della medaglia, spiega il rapporto, è la poca chiarezza normativa che disciplina il funzionamento delle testate online e la facilità con cui le autorità possono in qualsiasi momento oscurare i siti e bloccare l'accesso alla rete. Il vero spauracchio per i giornalisti algerini è il codice penale. ''Diffamazione, oltraggio e ingiuria'', ricorda Rsf, ''sono reati disciplinati dal codice che prevede sanzioni da 2 mesi a 5 anni di detenzione e da 10 a 4.000 euro di ammenda''.

Fra i casi più eclatanti, quello del giornalista algerino-britannico Mohamed Tamalt corrispondente del giornale algerino El Khabar a Londra, morto l'11 dicembre scorso nel carcere di Algeri. Imprigionato il 27 giugno scorso, era stato condannato a 2 anni di detenzione per oltraggio e contro presidente algerino. Dopo uno sciopero della fame, il suo stato di salute si aggrava, riducendolo in fin di vita. In base alle accuse, Tamalt avrebbe postato video e poesie diffuse via Internet insultando il capo dello Stato. O ancora quello di Mehdi Benaissa e Ryad Hartouf, responsabili della Tv KBC (del gruppo El Khabar), incarcerati dal 24 giugno al 18 luglio 2016 ''per false dichiarazioni'' in merito alle autorizzazioni per effettuare alcune riprese. 

Perché le cose cambino, conclude il rapporto, serve innanzitutto l'apertura di una inchiesta in grado di stabilire la verità sulla morte di Mohamed Tamalt, che porti alla punizione dei responsabili. Rsf chiede poi ''la scarcerazione di tutti i giornalisti detenuti per il solo fatto di avere esercitato il proprio diritto a informare''; che il codice penale non venga utilizzato per avallare detenzioni arbitrarie e procedure amministrative illegali e, infine, la protezione dei giornalisti dalla violenza che scorre attraverso la Rete.

sabato 19 settembre 2015

Italia - Rachid Mesli l'avvocato algerino dei diritti umani arrestato ad Aosta torna in libertà

 La Repubblica
Rachid Mesli, fondatore di una ong e rifugiato in Svizzera, era stato arrestato il 19 agosto al confine italiano su mandato di cattura per terrorismo emesso dal Paese nordafricano, che ieri ha anche chiesto l'estradizione. "Se torno laggiù rischio la tortura" ha detto Mesli, al quale ora è stato revocato l'obbligo di dimora ad Aosta
Rachid Mesli
Torna in libertà l'avvocato algerino Rachid Mesli, arrestato il 19 agosto alla frontiera con la Svizzera su mandato di cattura internazionale per terrorismo emesso dal suo Paese d'origine. La Corte d'Appello di Torino infatti ha revocato la misura cautelare dell'obbligo di dimora ad Aosta a cui Mesli, attivista per i diritti umani, era sottoposto dal 22 agosto. Sta già per rientrare a Ginevra, dove vive dal 2000, quando fuggì dall'Algeria dove anche oggi rischierebbe "la tortura". Proprio ieri l'Algeria aveva chiesto all'Italia la sua estradizione: le informazioni fornite dalle autorità nordafricane sarebbero però "vaghe ed incomplete" e il ministero della Giustizia ha chiesto altra documentazione. E oggi è arrivata la risposta positiva, da parte della Corte d'Appello di Torino che aveva cinque giorni per decidere, all'istanza di revoca dell'obbligo di dimora ad Aosta.

"Mi aspettavo che le autorità algerine avrebbero confermato la richiesta di estradizione, sebbene sapessi anche che come al solito la richiesta non si sarebbe basata su nulla di serio" ha detto Mesli dopo l'udienza di ieri all'ong di cui è co-fondatore, Alkarama, che si batte per la tutela dei diritti umani nel mondo arabo. "Se torno in Algeria - aveva dichiarato Mesli giorni fa - rischio la tortura. La procedura aperta nei miei confronti dal mio Paese è
di matrice politica". 

In ogni caso, "se entro 40 giorni dalla data dell'arresto non ci sarà l'integrazione richiesta o qualora la Corte d'Appello riterrà non sufficienti i documenti prodotti dall'Algeria, in relazione a quanto prescrive il codice di procedura penale, potrà, oltre che revocare l'obbligo di dimora ad Aosta, non far proseguire la procedura di estradizione" spiega l'avvocato Marco Filippo Santarossa, che assiste Mesli.

sabato 22 agosto 2015

Chi è Rachid Mesli: difensore dei diritti o terrorista? Il giallo del legale algerino arrestato.

La Stampa
Bloccato al confine italo-svizzero, Amnesty protesta. Chi è Rachid Mesli, l'uomo arrestato dalla polizia di frontiera in base a un mandato di cattura internazionale vecchio di 13 anni? Secondo le associazioni per i diritti umani, Amnesty International in testa, è un perseguitato. Per il governo algerino è un fiancheggiatore di gruppi terroristici.
Rachid Mesli
Avvocato, 68 anni, ha difeso i capi del Fronte Islamico di Salvezza, il partito che vinse le elezioni nel 1991 ma fu abbattuto un anno dopo da un colpo di Stato. Nel 1996 è stato arrestato con l'accusa di aver "incoraggiato il terrorismo". In cella per tre anni, ha dichiarato di essere stato torturato. Nel 2002 è stato condannato a vent'anni per lo stesso reato, ma due anni prima era fuggito a Ginevra. La Svizzera gli ha riconosciuto lo status di rifugiato politico. Mesli è stato arrestato al traforo del Gran San Bernardo: stava entrando in Italia in auto con la moglie e uno dei suoi tre figli. Oggi la Corte d'Appello di Torino, che è competente per distretto, dovrebbe decidere se convalidare l'arresto.

Potrebbe farlo, eventualmente decidendo di scarcerare l'uomo, che ha passaporto francese, oppure non convalidare, come avvenuto in Germania e Gran Bretagna, quando fu rilasciato dopo essere stato fermato. Poi toccherà alla procura generale di Torino esaminare il caso e di nuovo alla Corte d'Appello esprimersi sulla richiesta di estradizione che, secondo la legge italiana, non può essere concessa per un reato politico né quando c'è ragione di ritenere che il condannato rischi atti persecutori o discriminatori.

L'Algeria reclama Mesli per fargli scontare vent'anni di reclusione. "Sono sempre stato considerato una minaccia perché mi occupavo dei prigionieri politici", aveva raccontato Mesli qualche anno fa. "Non mi perdonano di aver trascinato l'Algeria davanti al gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria dell'Orni che nel 2001 ha definito ingiusto il processo ai leader del Fronte islamico".

Nel 2004, in Svizzera, ha contribuito a creare Al Karama, una fondazione che denuncia la violazione dei diritti umani nel mondo arabo. Un milione di franchi svizzeri di budget, è sospettata da alcuni Paesi di legami con Al Quaeda tanto che l'anno scorso gli Emirati Arabi l'hanno inserita tra le organizzazioni terroristiche. C'è un altra vicenda che incombe su Mesli: la Commissione araba per i diritti umani, ong accreditata all'Orni dal 2004 e di cui è stato portavoce fino al 2008, nel 2002 ha partecipato alla pubblicazione di un opuscolo antisemita, "Il Manifesto giudeo-nazista di Ariel Sharon".

Per chiedere il rilascio dell'avvocato algerino si sono mobilitate tutte le associazioni per i diritti umani. Amnesty gli ha fornito supporto legale, inviando alla Corte d'Appello di Torino una nota sulla sua vita. "Se torna in Algeria rischia di subire altre persecuzioni", dichiara il portavoce Riccardo Noury.

di Andrea Rossi

lunedì 17 agosto 2015

Algeria chi protesta contro la disoccupazione e il "fracking" finisce in carcere

Corriere della Sera
Nei primi sette mesi dell’anno, i tribunali algerini hanno processato almeno 17 persone per aver organizzato o preso parte a proteste contro la disoccupazione. Tutte, salvo una, sono state condannate a periodi di carcere da quattro mesi a due anni.
La maggioranza dei condannati fa parte del Comitato nazionale per la difesa dei diritti dei disoccupati, che da molti anni organizza manifestazioni contro la mancanza di lavoro nelle zone centrali e meridionali dell’Algeria, ricche di petrolio e gas.

A partire dalla fine del 2014, alle proteste contro la disoccupazione si sono aggiunte quelle contro il fracking (la frattura idraulica del sottosuolo). Iniziate il 30 dicembre a In Salah, 1200 chilometri a sud di Algeri, si sono propagate a Ouargla, Laghouat ed El Oued. I manifestanti denunciavano la mancata consultazione delle comunità locali e l’assenza di informazioni sui rischi per l’ambiente.

Dopo due mesi di proteste (come nella foto di ejatlas.org) il governo ha annunciato la sospensione delle attività di fracking.

Il lavoro della magistratura, invece, è andato avanti. Tre persone sono state arrestate per aver denunciato online l’avvio delle attività di fracking e la repressione delle proteste. Una di esse, Rachid Aouine, è stata condannata a quattro mesi di carcere, finiti di scontare il 15 luglio. Il post pubblicato su Facebook che gli era costato la condanna, riferito alla minaccia del ministro dell’Interno di provvedimenti disciplinari nei confronti di poliziotti che si volevano unire alle proteste, era il seguente:

“Agenti di polizia, perché non andate a chiedere conto al ministro dell’Interno, che si è rimangiato la promessa di non punire i vostri colleghi che protestano, invece di sorvegliare gli attivisti e i manifestanti che sono contrari all’estrazione del gas di scisto?”

Per giustificare questo giro di vite nei confronti delle manifestazioni, le autorità hanno fatto ricorso a svariati articoli del codice penale, come il 148 (“aggressione a un pubblico ufficiale nell’esercito del suo dovere”), il 97 (“manifestazione non autorizzata”), il 98 (“rifiuto di eseguire l’ordine di sciogliere un assembramento”), il 100 (“incitamento ad adunata non armata”), il 144 (“offesa a un magistrato”) e il 147 (“pressioni nei confronti di un magistrato”), questi ultimi due relativi ai cartelli esibiti nel corso di una protesta pacifica per chiedere il rilascio di alcuni arrestati.

Una menzione a parte merita il caso di Tahar Djehiche, uno dei più noti caricaturisti algerini, accusato di “offesa al presidente” (ai sensi dell’art. 144 bis del codice penale) per aver pubblicato una vignetta nella quale il presidente Abdelaziz Bouteflika era sepolto nel deserto in una clessidra di sabbia. Il 26 maggio un tribunale lo ha assolto ma la pubblica accusa ha fatto ricorso e si dovrà ricominciare da capo.

Riccardo Noury

martedì 2 giugno 2015

Un muro di 100 Km per dividere il Marocco dall'Algeria

ANSA
Rabat - Le foto circolano da un po', mancava solo la conferma ufficiale. Il Marocco sta costruendo un muro per delimitare a est il suo confine con l'Algeria. Oltre 100 km di barriera, giustificati in Parlamento, per le controversie tra i due Paesi. 

E' stato il capo del Governo Benkirane ad ammettere la costruzione della barriera sulla linea di confine. Un sigillo che mette fine alle voci sollevate dai pochi turisti che nel corso dell'ultimo anno si sono avventurati oltre i territori di solito visitati dagli stranieri in Marocco. 

Era luglio dell'anno scorso quando il caso fu sollevato per la prima volta. E in quell'occasione toccò al ministro dell'Interno Mohammed Hassad ammettere a denti stretti che quel muro in costruzione fotografato dai turisti era solo la difesa per le minacce terroristiche che arrivavano da quella direzione. "Prevediamo quattro punti di controllo - spiega Boucheaib Arroub, generale capo di stato maggiore dell'esercito marocchino al quotidiano arabo Il mio Paese - saranno tutti dotati di radar e telecamere, per garantire una sorveglianza rigorosa della frontiera con l'Algeria. Ognuno dei punti sarà presidiato dagli uomini dell'esercito e della gendarmeria reale. 

La motivazione di quello che la stampa ha già ribattezzato il muro di Berlino del Marocco riecheggia le dichiarazioni del ministro dell'Interno: Troppo spesso l'Algeria introduce merce di contrabbando nei nostri territori. Per questo dobbiamo difenderci. Suona comunque strano che la spiegazione sul muro costruito a est del Paese, verso Oujda, sia affidata al generale che ha competenza sul territorio del Sahara e che ha sostituito il generale Bennani, storico oppositore dell'Algeria, tra i fedelissimi del re Hassan II. I cento chilometri di muraglia presidiata saranno completati, secondo i piani del governo, entro l'autunno.
Non è la prima volta che il Marocco lancia accuse contro l'Algeria, come ad esempio inondare il Paese di carburante di contrabbando. L'Algeria dal canto suo accusa il Marocco di esportare hascisc. Le frontiere sono chiuse di fatto dal 1994, data in cui il Marocco ha imposto il visto sui passaporti per l'ingresso degli algerini. 

Il provvedimento restrittivo fu adottato dopo un attacco terroristico a Marrakech che colpì un albergo e che Rabat attribuì ai servizi segreti algerini. Ma dietro quelle che sembrano scaramucce si nascondono temi e problemi che affondano le radici nella storia dell'Africa, il più caldo: la questione del Sahara conteso e il finanziamento del fronte Polisario. 

La riapertura delle frontiere a lungo caldeggiata anche dall'Europa si allontana sempre più. E il muro diventa la prova tangibile della crisi che allontana i due Paesi.

di Olga Piscitelli

sabato 14 febbraio 2015

Algeria: 9 attivisti diritti umani condannati al carcere per aver organizzato un sit-in

Arab Press
Il tribunale algerino ha condannato 9 attivisti dei diritti umani, con pene che vanno dai 12 ai 18 mesi di carcere. Gli imputati erano stati arrestati lo scorso 28 gennaio per aver organizzato un sit-in di protesta in solidarietà a un loro collega sotto misura cautelare.
Le famiglie degli attivisti hanno dichiarato che le autorità algerine gli hanno impedito di presenziare all’udienza.

In un recente rapporto, Human Rights Watch ha accusato il governo di algerino di non aver mantenuto le promesse fatte nel 2011, in merito all’attuazione di riforme volte a migliorare la condizione dei diritti umani nel Paese.

sabato 15 marzo 2014

Algeria: tre detenuti in gravi condizioni di salute, dopo 11 giorni di sciopero della fame

Nova
Tre detenuti della prigione di Serkadji, in Algeria, versano in gravi condizioni di salute a causa dello sciopero della fame degli ultimi undici giorni. 

A riferirlo sono i familiari dei tre detenuti, fra cui figura Belalma Abdulaziz che soffre di diverse patologie croniche. Abdulaziz di recente ha inviato una lettera al ministro della Giustizia algerino, Tayeb Belaiz, per fare presente che si trova in galera dal 16 febbraio 2010 pur essendo solamente accusato e non condannato, insistendo sul principio della presunzione di innocenza di un imputato sino a che il tribunale non lo sancisce.

venerdì 14 marzo 2014

Stati Uniti: detenuto Guantánamo trasferito in Algeria, dopo 12 anni di prigionia senza processo

Ansa
Il Pentagono ha annunciato di aver trasferito un detenuto di Guantánamo nel sul Paese d'origine, l'Algeria, dopo 12 anni di prigionia senza processo. Con questo trasferimento il numero di detenuti della prigione di Guantánamo, la base americana a sudest dell'isola di Cuba, scende a 154. Il presidente americano Barack Obama tenta di mantenere la promessa di chiudere questa controversa prigione, denunciata da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani.
Il trasferimento di Ahmed Belbacha, 44 anni - ha spiegato il Pentagono - è stato autorizzato da una commissione creata per decreto dall'esecutivo nel 2009 per esaminare i casi di tutti i detenuti. La commissione - ha aggiunto - ha "realizzato un esame approfondito di questo caso", tenendo conto delle preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Belbacha è stato 12 anni nel campo di Guantánamo senza aver subito alcuna forma di processo perché sospettato di aver partecipato ad un campo di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan, secondo documenti svelati dal New York Times. Secondo questi documenti, l'uomo sarebbe appartenuto all'esercito algerino prima di frequentare la moschea di Finsbury Park a Londra, allora conosciuto come un centro di diffusione dell'islamismo radicale.

All'inizio del 2001, Belbacha si sarebbe recato in Afghanistan dove avrebbe seguito un corso di addestramento alle armi. Al momento dell'invasione americana del Paese, dopo gli attacchi dell' 11 settembre, sarebbe fuggito in Pakistan, dove è stato catturato e spedito negli Stati Uniti. Nel 2007 aveva chiesto a un tribunale americano che fosse evitato il suo trasferimento in Algeria, perché temeva di essere perseguitato dal governo. Il Pentagono non ha spiegato se ora vi tornerà da uomo libero o se finirà in prigione. "Gli Stati Uniti - ha precisato in proposito il Pentagono - si sono coordinati con il governo algerino per garantire che questo trasferimento avrà luogo con una sicurezza appropriata, e con garanzie di un trattamento umano"

venerdì 6 dicembre 2013

Stati Uniti: da Guantanámo rimpatriati due detenuti algerini, ora temono torture

Ansa
Gli Stati Uniti hanno trasferito due detenuti di Guantanámo in Algeria, non accogliendo le richieste dei due algerini di non essere rilasciati perché temono nel loro Paese di origine torture e maltrattamenti. 


Il Pentagono ha reso noto oggi che Djamel Saiid Ali Ameziane e Bensayah Belkecem sono stati trasferiti in Algeria, senza precisare quando effettivamente il trasferimento sia avvenuto. 

Non sono stati forniti poi ulteriori dettagli sulle condizioni del trasferimento, termine con il quale il Pentagono descrive sia il rilascio effettivo dei detenuti sia, anche se più raramente, il loro affidamento alle forze di sicurezza locali per continuare la loro detenzione all'estero. Nella dichiarazione del dipartimento della Difesa si sottolinea che il governo americano decide i trasferimenti solo dopo aver ottenuto dai Paesi interessati assicurazioni riguardo ad un trattamento equo dei detenuti. 

"Gli Stati Uniti sono grati al governo dell'Algeria per la sua disponibilità a sostenere i nostri sforzi per chiudere il centro di detenzione di Guantánamo - continua il comunicato - gli Stati Uniti si sono coordinati con il governo algerino per garantire che questi trasferimenti avvenissero in sicurezza e con garanzie di trattamento umano". 

Dopo questi due trasferimenti, a Guantánamo rimangono ancora 162 detenuti, rende ancora noto il Pentagono.

martedì 12 novembre 2013

Algeria: prosegue flusso arrivo rifugiati da Mali

ANSAmed
Tunisi - Continua ininterrotto il flusso di rifugiati che, dal Nord del Mali, attraversano il confine con l'Algeria cercando di trovarvi ospitalità. 

Le autorità algerine non sembrano frapporre formalità all'ingresso dei profughi, che poi si indirizzano verso le grandi città, dove sperano di sopravvivere grazie alla solidarietà della gente. 

Al momento non si hanno cifre ufficiali circa l'ampiezza del fenomeno, che però sarebbe ormai di dimensioni preoccupanti. 

I maliani si spostano per nuclei familiari e, spesso, sono le donne a chiedere l'elemosina davanti alle moschee o nelle piazze. 

giovedì 31 ottobre 2013

Niger: strage di migranti, trovati 87 corpi Sette uomini, 32 donne e 48 bambini alla frontiera con l'Algeria

ANSA
I cadaveri di 87 migranti sono stati scoperti oggi nel deserto nigerino a una decina di km dalla frontiera con l'Algeria. Le vittime, 7 uomini, 32 donne e 48 bambini, si aggiungono ai corpi di 5 tra donne e bambine dello stesso gruppo di clandestini, scoperti giorni fa dall'esercito nigerino. Sono tutti morti a inizio ottobre.