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domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

mercoledì 17 ottobre 2018

Taranto - Asilo politico negato, un immigrato 22enne del Gambia si toglie la vita

Repubblica - Bari
È successo a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto. Aveva 22 anni, viveva in Italia da due anni.


Un 22enne del Gambia, Amadou Jawo, che da due anni viveva in Italia, si è tolto la vita, impiccandosi al cornicione della casa a Castellaneta Marina dove viveva con altri connazionali.

Per l'associazione Babele, che ha lanciato una sottoscrizione per il rimpatrio della salma, il giovane "aveva avuto il diniego" alla domanda di asilo politico "e non poteva più restare in Italia. Desiderava tornare in Africa, ma temeva di essere additato come fallito e si vergognava. Ha pensato di non avere scelta".

Due giorni fa il ragazzo ha deciso di farla finita e a nulla sono serviti i tentativi di soccorso da parte del 118. L'associazione sta raccogliendo donazioni con appelli diffusi anche tramite i social network "per riuscire a riportare la sua salma nel villaggio del Gambia in cui viveva". "Servono in pochi giorni - viene spiegato - circa 5mila euro per pagare l'agenzia funebre che si occupa dello spostamento".

Il 22enne era stato prima in una struttura di accoglienza nel leccese e poi si era trasferito a Castellaneta Marina. Alcuni giorni fa gli era scaduto il permesso di soggiorno.

lunedì 19 febbraio 2018

Il Gambia annuncia la moratoria sulla pena di morte promettendo l'abolizione

Blog Diritti Umani - Human Rights
Banjul (Gambia) - Il presidente del Gambia Adama Barrow ha annunciato domenica una moratoria della pena di morte in Gambia, oltre cinque anni dopo l'esecuzione di nove detenuti da parte del regime dell'ex leader Yahya Jammeh.

"Colgo l'occasione per annunciare una moratoria sull'uso della pena di morte in Gambia, un primo passo verso l'abolizione" di questa pratica, ha detto Barrow in un discorso che segna il 53 ° anniversario dell'indipendenza del paese.

Il leader gambiano ha annunciato alle Nazioni Unite nel settembre 2017 la firma del suo paese del trattato delle Nazioni Unite sull'abolizione della pena di morte. "Questo abolirà la paura e garantirà lo stato di diritto in modo che i cittadini possano esprimere i loro diritti civili e politici", ha affermato la presidenza del Gambia.

"Abbiamo sconfitto la dittatura" ma "mantenere la pace per rafforzare la nostra democrazia rimane la nostra più grande sfida. Ciò richiede pazienza, tolleranza ed errori sono inevitabili, ma li correggeremo e realizzeremo progressivamente la nuova Gambia ", ha detto Barrow.

Il Gambia, un piccolo paese di lingua inglese senza sbocco sul mare in Senegal, con l'eccezione di uno stretto accesso al mare popolato da turisti, è stato guidato da una mano di ferro per 22 anni da Yahya Jammeh, un ex soldato.

Nell'agosto 2012, ha fatto nove fucilazioni di detenuti, tra cui due senegalesi, causando un'ondata di proteste in tutto il mondo, in particolare in Senegal. Ha quindi annunciato una "moratoria" sulle esecuzioni.

Nel dicembre 2016, Jammeh ha rifiutato di riconoscere la sua sconfitta nelle elezioni presidenziali contro l'avversario Adama Barrow.

Alla fine ha deciso di lasciare il potere e il paese a gennaio, in seguito all'intervento militare della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS) e alla mediazione di Guinea e Mauritania.

ES

Fonte: AFP

sabato 23 settembre 2017

Il "nuovo" Gambia di Adama Barrow si impegna all'ONU ad abolire la pena di morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il Gambia si è impegnato ad abolire la pena di morte con la speranza che altri Stati africani seguiranno il suo esempio.


Il neo presidente del Gambia Adama Barrow
Il presidente Adama Barrow, eletto nel dicembre 2016, ha firmato un trattato ONU sull'abolizione della pena capitale dopo il suo discorso inaugurale all'assemblea generale a cui è seguito giovedì un comunicato stampa del Governo.

"Con la firma dei trattati, la nuova Gambia continua a promuovere la democrazia e dimostrare l'impegno dello Stato a proteggere la vita degli attivisti politici", ha dichiarato in documento, riferendosi a quattro altri trattati su questioni inerenti la difesa dei diritti umani, tra cui le sparizioni forzate.

Il presidente precedente Jammeh ha governato il paese con pugno di ferro per 22 anni, fino a quando non è stato costretto a cedere il potere a Barrow, e ha eseguito 9 soldati nel 2012 e minacciato di espandere un elenco di reati che prevedevano la pena capitale nel 2015 per contrastare un presunto aumento del tasso di criminalità nel paese .

Le nazioni africane occidentali francofone come il Benin, la Repubblica del Congo e la Guinea negli ultimi anno stanno facendo tutti passi necessari per porre fine alla pena di morte.


Fonte: The Indipendent

giovedì 6 aprile 2017

Gambia - Presidente Barrow apre inchiesta su "desaparecidos" vecchio regime.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Aperta un'inchiesta da parte del nuovo presidente del Gambia Adama Barrow sul rispetto dei diritti umani nel suo paese.

Barrow ha vinto il primo dicembre largamente le elezioni sconfiggendo il presidente in carica Yahya Jammeh che governava in maniera autoritaria il Gambia dal colpo di stato del 1994, e da allora aveva vinto largamente tutte le elezioni.

L’inchiesta riguarda decine di scomparsi. La polizia ha aperto 33 fascicoli sulla sparizione di decine di persone durante il regime del presidente Yahya Jammeh.

L'obiettivo è quello di raccogliere informazioni sui reati commessi dall’ex presidente e dalla sua cerchia.

ES

venerdì 20 gennaio 2017

Il Gambia a un passo dalla guerra civile. Il neo presidente eletto Adama Barrow rifugiato in Senegal

Euro News
La situazione nel Paese è caotica, con il presidente eletto Adama Barrow che ha prestato giuramento all’interno nell’ambasciata gambiana di Dakar, in Senegal. Qui Barrow si è rifugiato dopo che il Presidente uscente ha deciso di non cedere il potere. Continua così il braccio di ferro Yahia Jammeh, che nonostante abbia perso le presidenziali si rifiuta di lasciare il potere che detiene da 22 anni, denunciando presunti brogli.


Adama Barrow
L’insediamento all’estero di Barrow di fatto apre le porte all’intervento militare in Gambia dei Paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO/ECOWAS). Già pronti soldati e aerei da combattimento. Barrow, riconosciuto come legittimo Capo dello Stato dalla comunità internazionale, potrà infatti invocare l’intervento degli Stati vicini per deporre Jammeh e prendere il potere.

Sul fronte diplomatico il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota su un progetto di risoluzione presentato dal Senegal per sostenere l’intervento militare mentre secondo indiscrezioni, Jammeh avrebbe reclutato diversi mercenari originari di Liberia, Sierra Leone, e Mali.

domenica 11 dicembre 2016

Cambio di situazione in Gambia, il vecchio presidente non riconosce più il risultato elettorale. Grave rischio per la pace nel paese

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, al potere da 22 anni, ha annunciato che non intende più riconoscere il risultato delle elezioni presidenziali che si sono svolte nel Paese la settimana scorsa, e di cui è stato dichiarato vincitore il leader dell'opposizione Adama Barrow.

In un discorso alla televisione, Jammeh ha affermato che successive indagini hanno rivelato numerose irregolarità, che ha definito inaccettabili. E pertanto, ha detto, "respingo totalmente i risultati", "sulla base di quanto accaduto".

La settimana scorsa, la televisione di Stato aveva mostrato le immagini di Jammeh che chiamava al telefono Barrow per augurargli buona fortuna. "Sei il presidente eletto del Gambia e ti auguro tutto il meglio", aveva detto al suo rivale. Secondo la commissione elettorale, nel ballottaggio Barrow ha ottenuto il 45% dei voti contro il 36% di Jammeh.

Si teme la possibilità di una forte destabilizzazione della situazione e il manifestarsi di violenti scontri nel paese.

Il Senegal che è fortemente interessato per motivi geografici alla stabilità del Gambia e per tutelare i tanti cittadini senegalesi presenti sarebbe pronto a far intervenire il suo esercito nel paese.

Il Senegal deve anche rendersi conto che solo la comunità internazionale, in particolare le Nazioni Unite, l'ECOWAS e l'Unione africana possono ottenere legalmente il diritto di condurre un intervento su un territorio di un paese sovrano. Pertanto, le autorità senegalesi devono evitare di fare un caso personale in Gambia.

ES

Fonte: Ansa, Keppar

Gambia: Adama Barrow vince le elezioni e scarcera i prigionieri politici

Il Foglio
Adama Barrow
Ousainou Darboe è un avvocato del Gambia, ha settantotto anni, gli occhi profondi di chi da sempre si batte per qualcosa: lui per i diritti umani e la democrazia, termine quest'ultimo quasi impronunciabile in questa nostra terra europea improvvisamente stanca del volere popolare e invece preziosissimo in Africa o nelle nazioni che la democrazia non la conoscono, non l'hanno mai vissuta, e la sognano (alla pari dei camminatori siriani che scappano da Stato islamico e bombe assadiste e putiniane e non si fermano davanti alle barriere europee e gridano "libertà", ricordandoci per che cosa, noi occidentali, siamo famosi).

Darboe è il leader del Partito democratico unito del Gambia, dal 1994 si candida e perde, un po' per i brogli, un po' perché la sua visione illuminata non attecchisce in questo paese minuscolissimo, un milione e ottocentomila abitanti che si sono nel tempo adeguati alla mano dura di Yahya Jammeh, dittatore del Gambia dal colpo di stato del 1994 fino a qualche giorno fa. In 22 anni di regime, sono scomparsi attivisti e giornalisti, sono stati massacrati studenti e migranti, i gay sono stati minacciati - se vi trovo, vi taglio la gola - e nel 2015 il paese è stato rinominato Repubblica islamica del Gambia, perché la religione islamica prevalente deve permeare tutta la società.

Ousainou Darboe, capo dell'opposizione, è stato incarcerato nell'aprile del 2015 dopo aver organizzato una protesta nella capitale: è dalla prigione che ha assistito all'ultima tornata elettorale, che è stata condotta per il suo partito da Adama Barrow, un immobiliarista cinquantenne che ha studiato all'estero (a Londra), è tornato appena si è laureato, ha creato una società di real estate e vi lavora da allora. Senza esperienza politica, Barrow è riuscito in un'impresa straordinaria, cioè rovesciare il regime di Jammeh con un'elezione, la prima in cui si elegge un presidente dall'indipendenza dal Regno Unito, che risale al 1965.

Due mogli, cinque figli e una forte devozione all'islam, Barrow giurerà a gennaio, ma intanto i tribunali hanno iniziato a liberare attivisti politici e dissidenti che erano stati messi in prigione da Jammeh. Il primo è stato Ousainou Darboe, che con la sua lunga tunica blu è uscito dal tribunale con un sorriso e la folla, finalmente libera anch'essa di parlare, ha gridato: "Ecco il nuovo Gambia".

mercoledì 7 dicembre 2016

In Gambia è successa una cosa importante.

POST
Il presidente che governava in modo autoritario da 22 anni ha perso le elezioni e ha accettato la sconfitta: è un risultato storico, che crea un precedente edificante


L’1 dicembre in Gambia ci sono state le elezioni presidenziali: il presidente in carica Yahya Jammeh – che governa in maniera autoritaria dal colpo di stato del 1994, e da allora aveva vinto largamente tutte le elezioni – le ha perse e ha accettato la sconfitta. 

Il nuovo presidente è quindi Adama Barrow, un imprenditore di 51 anni sostenuto dai principali partiti di opposizione. Barrow ha ottenuto 263mila voti, il 45,5 di quelli totali. 

In queste ore in molti stanno sottolineando l’importanza pratica e simbolica della vittoria di Barrow, dato che Jammeh era considerato uno dei leader autoritari africani più saldamente al potere. Rukimini Callimachi, che prima di occuparsi di terrorismo per il New York Times ha lavorato come corrispondente in vari paesi africani, ha scritto su Twitter che per l’Africa l’elezione di Barrow sarà praticamente “un terremoto” politico.

giovedì 1 dicembre 2016

Gambia. Presidente Yahya Jammeh al quinto mandato Alla vigilia del voto le carceri si riempiono di oppositori

globalist.it
890.000 i gambiani chiamati domani alle urne. Il presidente Yahya Jammeh corre per un quinto mandato. 


Il presidente Yahya Jammeh
A sfidarlo Adama Barrow scelto dalle forze d'opposizione. Una volta il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, disse che avrebbe governato il Paese per un miliardo di anni, a Dio piacendo. Ma domani gli elettori potrebbero riservargli un'amara sorpresa, dopo anni di difficoltà economiche e di dura repressione che hanno spinto migliaia di giovani a tentare la pericolosa traversata del Mediterraneo per raggiungere l'Europa. 

Dall'inizio dell'anno sono oltre 10.000 i gambiani giunti sulle coste italiane, il primo gruppo per numero di migranti rispetto alla popolazione del Paese, pari a poco meno di due milioni.
Per la prima volta in 22 anni di governo, il Capo dello Stato si troverà infatti ad affrontare un'opposizione compatta.
Nessuna manifestazione o corteo sarà autorizzato dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali in programma in Gambia domani: lo ha detto alla vigilia del voto Yahya Jammeh, salito al potere a Banjul con un golpe nel 1994. "In questo Paese non accetteremo manifestazioni" ha sottolineato il capo di Stato, in carica da 22 anni, rieletto già tre volte a dispetto delle accuse di arresti arbitrari e violazioni dei diritti umani.

lunedì 14 novembre 2016

Gambia: Il presidente "uscente" Yahya Jammeh al potere da 22 anni, vuole il 5° mandato

Africa ExPress
Yaya Jammeh, il presidente del Gambia, partecipa per la quinta volta alle presidenziali, che si terranno il prossimo dicembre. Lo scorso giovedì ha presentato il fascicolo con la su candidatura alla Commissione elettorale indipendente (CEI), che non si è dimostrata per nulla sorpresa . 

Il presidente "uscente" Yahya Jammeh
Il presidente "uscente", mentre stava consegnando il suo fascicolo alla Commissione, ha specificato: “Non m’importa ciò che dice la gente di me. Non ascolto nessuno, so bene cosa è importante e cosa no”. E infine ha aggiunto: “E’ una questione tra me e Dio. Si vorrebbe ascoltare tutti, soddisfare tutti, ma si finisce per accontentare solo i cattivi. Fate ciò che ritenete giusto, ma assicuratevi di soddisfare solamente Dio, l’onnipotente”. 


Yahya Jammeh Ieri la CEI ha reso noto i nomi dei tre candidati ammessi a correre per le elezioni presidenziali con scrutinio a turno unico. La campagna elettorale sarà di breve durata: dal 16 al 29 novembre. E’ evidente che la candidatura di Jammeh è stata accettata come rappresentate del suo partito, “ Alliance for Patriotic Reorientation and Construction” (APRC). Gli altri due aspiranti all’ambita poltrona sono: Adama Barrow, sostenuto da una coalizione dell’opposizione e Mama Kandeh, ex membro dell’APRC, ora in lizza con un partito di recente creazione, il “Congresso democratico del Gambia” (GDC)”. In un breve comunicato il rappresentante speciale per l’Africa occidentale e il Sahel del segretario generale dell ’ONU, Mohamed Ibn Chambas, ha chiesto la massima trasparenza durante questa tornata elettorale. 

Jammeh è al potere da oltre vent’anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto nel una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Solo pochi anni fa si è convertito all’islam, forse per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana.  

Il presidente dirige con mano ferrea il piccolo Paese anglofono dell’Africa dell’occidentale, un’enclave nel territorio del Senegal. Il suo regime è accusato di sparizioni forzate, arresti extragiudiziari, morti sospette, accanimento contro i media e i difensori dei diritti dell’uomo, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche

E per ultimo, il Gambia è uno degli Stati che ha chiesto ufficialmente di uscire dalla Corte Penale Internazionale. 

[...]

mercoledì 31 agosto 2016

Gambia: oppositore muore in galera, ma l’Italia tratta per controllo immigrazione

Africa ExPress
In Gambia è morto un altro oppositore del regime di Yahya Jammeh. Un dirigente del “United Democratic Party”(UDP), Ibrima Solo Krummah, è morto lo scorso fine settimana all’ospedale di Edward Francis Small a Banjul, la capitale della ex-colonia britannica. Krummah è stato arrestato lo scorso 9 maggio insieme ad una trentina di altri membri e simpatizzanti del partito, per aver partecipato a due manifestazioni non autorizzate a metà aprile.
Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, a Krummah, e ad altri prigionieri, non sarebbero state concesse le cure mediche necessarie negli ultimi mesi. Il dirigente dell’UDP sarebbe stato trasferito in ospedale per essere sottoposto ad un intervento chirurgico. E’ deceduto tra il 19 e il 20 agosto. I leader dell’UDP hanno chiesto che venisse effettuata l’autopsia per accertare le cause della morte.

Un portavoce dell’Alto commissariato per i diritti dell’uomo (HCDH), Cécile Pouilly, durante una conferenza stampa tenutasi a Ginevra all’inizio della settimana, ha condannato aspramente la morte di Krummah e ha chiesto alle autorità gambiane di aprire un’inchiesta sulla fine di Sandeng e Krummah e sul fatto che ad entrambi sia stata rifiutata l’assistenza medica in carcere.

Il 23 luglio l’HCDH aveva già espresso la sua grande preoccupazione per la condanna inflitta ai membri del principale partito d’opposizione.

Un altro dirigente dell’UDP, Solo Sandeng, è morto in circostanze misteriose subito dopo il suo arresto, il 14 aprile 2016. In seguito al suo decesso, sono scesi in piazza oppositori del regime di Banjul, tra loro il leader dell’UPD e avvocato per i diritti umani, Ousainou Darboe, per avere risposte concrete dal governo circa la morte del loro compagno di partito Sandeng. La manifestazione è stata repressa con la violenza dalle forze dell’ordine.

Poco più di un mese fa Darboe e altri diciotto suoi compagni sono stati condannati a tre anni di carcere per aver osato chiedere chiarimenti sulla morte dell’amico. Jammeh non tollera chi si oppone alla sua politica, ai suoi dictat.

Anche il Dipartimento di Stato americano ha espresso il suo disappunto circa il maltrattamento dei prigionieri, nonché sulle accuse di tortura che il governo gambiano riserva agli oppositori. La diplomazia americana ha chiesto un trattamento umano per tutti i detenuti e la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici.

Già in passato Jammeh è stato fortemente criticato dagli Stati occidentali per non rispettare i diritti umani fondamentali e per aver emesso leggi draconiane contro gay e lesbiche. Per questo motivo nel giugno 2015 il Ministero degli esteri del Gambia ha dichiarato Agnès Guillaud, chargé d’affaires dell’Unione Europea nel Paese, persona non grata.

Verso la fine del 2014 il governo di Banjul ha anche impedito l’accesso al braccio della morte nelle putride galere a due ispettori dell’ONU, inviati per far luce su torture e omicidi arbitrari di detenuti. Dopo il fallito colpo di Stato del 30 dicembre 2014, la situazione è andata peggiorando. Molti presunti partecipanti al golpe e i loro familiari sono spariti, compresi figli minori e anziani genitori.

Jammeh è al potere da oltre vent’anni. Prima l’ha “conquistato” con un colpo di Stato nel 1994, poi è stato rieletto, grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate. Solo pochi anni fa si è convertito all’islam, forse per ottenere più consensi, visto che la maggior parte della popolazione è musulmana.

A quanto pare tutto ciò interessa poco all’Italia. Infatti il 10 maggio scorso una delegazione italiana composta da funzionari della cooperazione e della polizia scientifica sono stati ricevuti dal ministro degli interni gambiano Ousman Sonko. L’Italia ha chiesto la collaborazione del governo di Banjul per il controllo dell’immigrazione clandestina. Il nostro Paese fornirà alla ex-colonia britannica supporto tecnico per l’identificazione automatica delle impronte digitali (AFIS , acronimo inglese per Automated Fingerprint Identification System). La collaborazione prevede anche l’addestramento di ufficiali gambiani nel Paese dell’Africa occidentale e in Italia per poter controllare al meglio i confini e scoraggiare i giovani ad intraprendere i pericolosi viaggi della speranza. Naturalmente uno dei punti chiave della discussione è stato il rimpatrio dei cittadini gambiani la cui richiesta d’asilo nel nostro Paese è stata respinta.

L’Italia ha predisposto l’invio di duecentocinquanta computer, altrettanti scanner e stampanti e altro materiale logistico-scientifico. Venti militari gambiani verranno addestrati in Italia.

Durante il meeting al Ministero degli interni a Banjul è stato firmato anche un protocollo d’intesa tra il Gambia e l’Italia per il controllo dei confini. Le trattative con il governo del piccolo Paese dell’Africa occidentale per contenere l’immigrazione clandestina e il controllo delle frontiere sono state intraprese alla fine dello scorso anno, quando una delegazione del governo gambiano si è recato nel nostro Paese.

Massimo A. Alberizzi

domenica 25 ottobre 2015

Classifica dei maggiori Paesi di provenienza dei rifugiati in Italia. Nigeria, Mali, Gambia i primi tre paesi

WEST
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero dell’interno, nel 2014, sul totale dei richiedenti asilo presenti in Italia, la maggior parte arriva della Nigeria: 10.138, con un aumento del 188% sul 2013 quando erano 3.519. Al secondo posto, tra i Paesi di provenienza, il Mali: 9.771 (+441% rispetto al 2013). Medaglia di bronzo al Gambia: 8.556 (+386%). 

Da notare che, nel periodo di tempo considerato, a diminuire sono stati quelli provenienti dall’Eritrea (-77%), dalla Somalia (-71%), dall’Egitto (-26%), dalla Siria (-20%), dalla Turchia (-17%), dalla Tunisia (-5%) e dall’Iran (-1%).


Emerge, inoltre, che a livello UE 28, la nostra Penisola si colloca in terza posizione per numero di richiedenti asilo: 64.625; +142,8 rispetto al 2013. Ci precedono solo la Germania (202.815; +59,7%) e la Svezia (81.325; +49,6%).

giovedì 17 settembre 2015

Gambia - Processo farsa per giornalista Alagie Ceesay accusato di “eversione”

MISNA
Udienze lampo che si concludono regolarmente con rinvii senza che siano ascoltati testimoni o valutati elementi di prova: secondo l’ong Reporters sans Frontieres sarebbe questa la tecnica utilizzata dal governo e dai magistrati del Gambia per piegare Alagie Ceesay, il direttore della radio indipendente Teranga Fm.
“Il processo è cominciato il 4 agosto – denuncia l’organizzazione - ma è già stato aggiornato 11 volte in sei settimane e in solo due delle 11 sedute sono stati sentiti testimoni”.

Arrestato una prima volta a gennaio e poi di nuovo in carcere da luglio, Ceesay deve rispondere dell’accusa di eversione. Il Gambia è guidato da Yahya Jammeh, salito al potere nel 1994 con un colpo di Stato.

[VG]

sabato 25 luglio 2015

Gambia migranti tra i primi 6 paesi nei barconi nel Mediterraneo. Capiamo il perché!

Agora Vox
Secondo l’agenzia europea Frontex, il Gambia è tra i primi sei paesi da cui provengono coloro che cercano di entrare in Europa attraverso il Mediterraneo. Eppure, ha una popolazione tra le più esigue del continente africano, neanche due milioni.


Il presidente Yahya Jammeh
Il motivo di questa fuga di massa sta nel clima di terrore che regna nel minuscolo paese dell’Africa occidentale, il cui presidente Yahya Jammeh (nella foto) celebrava ieri il 21esimo anniversario della sua salita al potere.

La situazione dei diritti umani è persino peggiorata negli ultimi 12 mesi.
Da gennaio di quest’anno, decine di parenti e amici delle persone sospettate di aver preso parte a un tentativo di colpo di stato nel dicembre 2014 sono stati arrestati e spariti nel nulla. Il governo nega la loro detenzione. Tra i desaparecidos vi sarebbe anche un bambino.

Il presidente Jammeh continua a ignorare le richieste delle Nazioni Unite e dell’Unione africana di avviare un’indagine indipendente che faccia luce sul presunto tentativo di colpo di stato e sulla repressione che ne è seguita.



I giornalisti e i difensori dei diritti umani continuano a essere presi di mira. Il 2 luglio Alhagie Caesay, direttore dell’emittente radiofonica Teranga, è stato arrestato e tenuto in detenzione segreta per 12 giorni prima di essere rilasciato, in cattive condizioni di salute.

Quest’anno a marzo il Relatore speciale delle Nazioni Unite contro la tortura ha presentato un suo rapporto sul Gambia. Vi si legge che “la tortura è brutale e viene praticata mediante pestaggi, scariche elettriche e soffocamento”. Detenuti hanno riferito di essere stati costretti a infilare la testa in una busta di plastica colma di acqua bollente e altri liquidi ustionanti.

Pochi giorni fa, il 17 luglio, il presidente Jammeh ha dato disposizioni per la ripresa delle esecuzioni e ha annunciato l’ampliamento del numero dei reati per cui è prevista la pena di morte.

Infine, lo scorso ottobre è entrata in vigore una legge che prevede l’ergastolo per il reato di “omosessualità aggravata”. Il mese successivo almeno otto persone sono state arrestate e torturate perché considerate omosessuali.

Ecco il motivo per cui tra coloro che vengono soccorsi mentre cercano di attraversare il Mediterraneo o muoiono nel tentativo, vi sono tanti gambiani.

Come se non bastasse, a coloro che vengono respinti potrebbe applicarsi un recente emendamento al codice penale che ha introdotto il reato di “rendersi irreperibili alle autorità”.
Riccardo Noury

domenica 19 luglio 2015

Gambia: presidente Jammeh revoca moratoria pena di morte, che era in vigore dal 2012 - 30 detenuti nel braccio della morte

AskaNews
Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, ha revocato la moratoria sulle condanne a morte in vigore da tre anni, giustificando la decisione con l'aumento degli omicidi nel Paese. 


Gambia
Secondo i dati delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani attualmente vi sono una trentina di detenuti nel "braccio della morte" in attesa di esecuzione. 

La pena di morte è prevista dal codice per i reati di omicidio e di avvelenamento: un referendum per aumentare il numero dei reati punibili con la pena capitale è stato annunciato nello scorso giugno dal governo, senza tuttavia che sia ancora stata fissata una data per il voto.

martedì 7 aprile 2015

Ancora tre condannati a morte in Gambia. Amnesty: processati a porte chiuse

Redattore Sociale
Appello dell’organizzazione contro la sentenza capitale nei confronti di tre soldati ritenuti coinvolti nel tentativo di colpo di stato di dicembre. Il paese, noto per continue violazioni dei diritti umani, ha ripreso la pratica dopo una moratoria di tre anni

Nairobi - Amnesty International ha lanciato un appello al governo del Gambia affinché ritiri la condanna a morte dei soldati detenuti responsabili del tentato colpo di stato lo scorso dicembre. Il 30 marzo 2015 tre soldati sono stati infatti condannati a morte dalla corte marziale, mentre ad altri tre è stato dato l'ergastolo. I processi hanno avuto luogo in stanze chiuse, senza la presenza di stampa o osservatori esterni.

“Il sistema giudiziario in Gambia non è affatto impeccabile, perciò temiamo per l'imparzialità dei processi, dato che sono stati tenuti in segreto”, spiega Stephen Cockburn, direttore regionale di Amnesty International in Africa orientale e centrale, che aggiunge: “Amnesty è contro la pena di morte in qualunque caso senza eccezioni. La pena di morte viola il diritto alla vita e rappresenta la punizione più crudele, inumana e umiliante. Molti paesi dell'Africa orientale stanno smettendo di attuarla ed è grave che il Gambia non abbia seguito questa tendenza”.

Secondo le ricerche condotte da Amnesty i soldati sarebbero stati dichiarati colpevoli di tradimento, cospirazione, ammutinamento e di supporto al nemico. Le ultime esecuzioni in Gambia sono state svolte nel 2012, quando nove prigionieri (otto uomini e una donna) furono fucilati da un plotone d'esecuzione. Dopo questo episodio è stata posta una moratoria sulle esecuzioni, che è però stata sospesa nel marzo 2015, quando il Gambia si è rifiutato di abolire la pena di morte come gli era stato proposto dall'Onu.

Il regime in Gambia è noto per continue violazioni dei diritti umani. A gennaio almeno 30 civili sospettati di aver preso parte al tentativo di colpo di stato sono stati trattenuti, ed è stato negato loro l'accesso agli avvocati e alle proprie famiglie. Nel novembre 2014 a ufficiali delle Nazioni Unite che stavano svolgendo un'indagine sull'impiego di torture è stato impedito di accedere alla prigione principale del paese.

In una dichiarazione ufficiale Amnesty esplicita la sua richiesta: “Chiediamo che le condanne a morte siano ridotte a periodi di detenzione, nell'attesa che si svolga un processo conforme ai canoni internazionali di giustizia e che non preveda la possibilità di pena di morte come verdetto”.

In esclusiva da News from Africa

sabato 7 marzo 2015

Gambia: due pescatori italiani arrestati, sono detenuti in pessime condizioni igieniche

www.veratv.it
I due pescatori italiani arrestati in Gambia "non sono in buone condizioni né fisiche né mentali, sono rinchiusi in celle sovraffollate, senza bagni, senza servizi e senza acqua, e si trovano in due bracci diversi del carcere, reclusi con veri criminali". Lo dice la Italfish di Martinsicuro, società armatrice della nave Idra Q.
Le condizioni igienico sanitarie del carcere, secondo quanto riferito dal console onorario in Gambia alla Italfish srl, sono "estremamente scarse. Nelle celle - sottolineano dall'ufficio della società armatrice che sta gestendo il caso - sono rinchiuse anche fino a 20 persone". Il console onorario in Gambia è la prima persona che i due pescatori italiani - il capitano della nave Idra Q., Sandro De Simone, di Silvi Marina (Teramo), e il direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) - hanno potuto incontrare dal giorno dell'arresto, avvenuto lunedì, dopo dieci giorni passati in stato di fermo.

L'imbarcazione era finita sotto sequestro per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. In Africa sono al lavoro due rappresentanti della società armatrice, uno a Dakar (Senegal) dove si trova l'ambasciata competente per territorio, e l'altro in Gambia. L'obiettivo è quello di ottenere la revoca del provvedimento di arresto - avvenuto al termine di quella che la Italfish definisce come "udienza sommaria" - e il rilascio dei due marinai. A bordo dell'imbarcazione era presente anche un terzo italiano, il nostromo Vincenzino Mora, di Torano Nuovo (Teramo), non coinvolto nella vicenda giudiziaria. Italfish sottolinea che "la situazione si fa sempre più preoccupante" e "non vorremmo che si trattasse di un nuovo caso Marò".

martedì 16 settembre 2014

Gambia, ergastolo per i gay. Essere “diversi” vuol dire poter essere arrestati in ogni momento

Africa ExPress
Il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, l’aveva annunciato: ”I gay e le lesbiche li vorrei uccidere con le mie mani”. E così il parlamento del Gambia ha varato una draconiana legge contro gli omosessuali che prevede l’ergastolo. Non appena sarà ratificata dal Capo dello Stato un anti-gay per eccellenza entrerà in vigore. 

Tempo fa Jammeh parlando degli omosessuali si è espresso in questi termini: “Che lascino il Paese. Se restano bisognerebbe decapitarli” e ancora : “Combatteremo questi parassiti chiamati omosessuali o gay come si combattono le zanzare portatrici della malaria, se non peggio”. E’ evidente che il presidente apporrà la sua firma quanto prima.

Un reporter dell’Associated Presse ha preso visione del progetto di legge, ha raccontato: il testo è identico a quello ugandese. L’Uganda ha varato questa legge all’inizio dell’anno, poi annullata dalla Corte Costituzionale per un vizio di forma. Più probabilmente le vere motivazioni stanno nel fatto che gli americani hanno minacciato di togliere gli aiuti se la legge fosse stata promulgata.

Essere omosessuali è un crimine in Gambia. Si rischia l’ergastolo per atti omosessuali gravi e ripetuti, esteso anche a coloro che sono affetti da HIV/AIDS. Dal 2005 è già in vigore una legge che prevede una condanna fino a 14 anni di prigione per atti omosessuali, applicabile sia a uomini che donne.

Samba Jallow, un parlamentare che rappresenta le minoranze, ha dichiarato: “Io ed un altro collega abbiamo votato contro questa legge. Non riteniamo che essere omosessuali sia un crimine.”.

Già da anni omosessuali, gay, lesbiche e trans vivono la loro diversità nella paura, nel terrore. Essere “diversi” in Gambia, significa poter essere arrestati in ogni momento. “Se il progetto di legge dovesse essere trasformato in legge ed entrare in vigore, il clima che respirano i gay nel Paese può solo peggiorare” ha affermato Amnesty International”.

E’ francamente assai curioso che Paesi devastati dalla corruzione, dal malgoverno e dalla distrazione dei fondi pubblici, spesso sconvolti da carestie e fame si occupino – e in maniera così pesante – di problemi che riguardano la sfera personale della persona.

domenica 6 ottobre 2013

Il Gambia abbandona il Commonwealth dopo i richiami per il rispetto dei diritti umani

Il Referendum
Il governo di Yahya Jammeh ha annunciato ieri l’uscita della Repubblica del Gambia dal Commonwealth, con effetto immediato. Nel 1965, dopo l’indipendenza dall’impero britannico, il Paese dell’Africa occidentale era entrato a far parte dell’organizzazione internazionale del Commonwealth delle nazioni, che conta al suo interno 54 Stati membri (ora 53), Regno Unito incluso.
Non sono state fornite grandi motivazioni dell’uscita, se non quella di aver deciso di «non essere membro di un’istituzione neo-coloniale». Ultimamente, i rapporti tra Banjul e Londra non erano dei migliori, soprattutto in relazione agli standard di democrazia e di salvaguardia dei diritti umani, non rispettati dal Presidente Jammeh, secondo quanto riportano le ONG e i ministeri esteri europei. Dal 2011 Londra ha interrotto gli aiuti bilaterali, mentre continuano ad arrivare i fondi dei progetti economici multilaterali, come quelli dall’European Development Fund dell’Unione Europea.

Detenzioni illegali, esecuzioni di prigionieri, chiusura di giornali e stazioni radio e discriminazioni di minoranze sono alla base della denuncia da parte delle istituzioni europee, del governo britannico e di Amnesty International. Inoltre, nel 2012 il governo del Gambia aveva rifiutato la predisposizione sul territorio di una Commissione del Commonwealth per la salvaguardia dei diritti umani, libertà di stampa e corruzione.
Presidente del Gambia Yahya Jammeh, in carica dal 1994 (Fonte: www.dailymail.co.uk)

Yahya Jammeh ottenne il potere attraverso un colpo di Stato nel 1994, ma fu poi rieletto più volte. Tuttavia, le sue posizioni hanno sempre provocato tensioni nei rapporti con l’Occidente. Di recente, l’Unione Europea ha chiesto al Gambia di apportare riforme per democraticizzare il paese, tra cui l’abolizione della pena di morte e l’introduzione di garanzie per la libertà di stampa, ma il Presidente ha sempre rifiutato di sottostare alle pressioni esterne.

Forti le sue posizioni sull’omosessualità, una «minaccia all’esistenza umana», come ha dichiarato in un suo discorso all’ONU, e ha rifiutato aiuti internazionali in cambio di un’apertura ai diritti della comunità omosessuale del paese.

di Leonardo Sartori