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domenica 10 novembre 2019

Rifugiati climatici - Saranno più di 200 milioni in questo secolo, ma non hanno nessuno status e nessun diritto

Il Manifesto
Migrazioni. Tra i 200 e i 300 milioni in questo secolo, secondo il Rapporto Green economy 2019. Non esiste ancora uno status che riconosca protezione a chi scappa dalle catastrofi ambientali


Potrebbero essere tra i 200 e i 300 milioni, le persone costrette a migrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici nel corso del secolo, sempre che non si riesca a contenere l’aumento di temperatura sotto dei due gradi come indica l’Accordo di Parigi.


Il dato si legge nell’ultima pagina della Relazione sulla Green Economy 2019 presentata il 6 novembre a Rimini in occasione della fiera Ecomondo. Per quanto sia difficile fare previsioni accurate e precise, questi numeri forniscono un ordine di grandezza della gravità del fenomeno. 

Del resto la Banca Mondiale, in un suo rapporto pubblicato lo scorso anno dal titolo Preparing for Internal Climate Migration (Misure per la migrazione climatica interna) stima in 143 milioni le persone che potrebbero essere costrette a spostarsi all’interno dei loro Paesi per sfuggire agli impatti a lungo termine dei cambiamenti climatici. 

Il fenomeno riguarderà maggiormente i Paesi più poveri, ma nemmeno l’Italia ne sarà immune: nella Relazione presentata ieri si fa una previsione su quello che potrebbe accadere nel nostro Paese in assenza di misure di mitigazione e adattamento: entro il 2050 le persone esposte solo al rischio inondazione per effetto dell’innalzamento del mare potrebbero essere dalle 72mila alle 90mila (oggi sono 12mila), mentre a fine secolo potrebbero salire a 198-265mila.

A livello globale i movimenti migratori più massicci avverranno in una cinquantina di Stati dove, per altro, si prevede che la popolazione raddoppi entro il 2050. Sono Paesi che hanno meno risorse per affrontare i rischi e la cui sopravvivenza dipende proprio da quei servizi ecosistemici (foreste, coste, laghi e fiumi) che sono più minacciati. Negli ultimi due decenni la maggior parte delle migrazioni riconducibili ai cambiamenti climatici si sono verificate nei Paesi non-Ocse, ovvero quelli in via di sviluppo, e il 97% degli sfollati per eventi estremi improvvisi del periodo 2008-2013 è avvenuto in Paesi a reddito medio basso.

A spulciare poi le comunicazioni nazionali che i vari Stati forniscono al segretariato dell’Accordo di Parigi, si scopre che 44 Paesi su 162 (principalmente da Africa, Asia Pacifico e Oceania) fanno preciso riferimento a fenomeni di migrazione, interna e non, dovuti al clima. Anche gli scienziati dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) mettono in guardia: nel rapporto presentato la scorsa estate dedicato al suolo e ai rischi di degradazione degli ecosistemi si avverte che questi fenomeni non faranno che amplificare la migrazione ambientale, là dove gli eventi estremi metteranno a repentaglio la sicurezza alimentare e la possibilità stessa di vivere in ambienti sconvolti dall’aumento delle temperature o dalla desertificazione dei suoli.

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Daniela Passeri

martedì 30 gennaio 2018

Rifugiati climatici, potrebbero arrivare a 1 miliardo entro il 2050

EBMeteo
Eventi meteorologici estremi, riscaldamento globale e innalzamento del livello marino potrebbero costringere un miliardo di persone a spostarsi dalle loro zone entro il 2050.

Ogni giorno sentiamo parlare di rifugiati politici, coloro che scappano dalle politiche dei loro paesi perché in pericolo di vita e cercano riparo in zone socialmente più sane. Ma i rifugiati climatici chi sono? Sono persone normali, come tutti noi, costrette ad abbandonare il posto in cui hanno sempre vissuto, perché compromesso dai cambiamenti climatici.

Il termine è nato anni fa in riferimento ad alcuni insediamenti di nativi americaniminacciati dall'innalzamento del livello marino e non è stato ancora accettato ufficialmente tanto che L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (International Organization for Migration - IOM) preferisce parlare ancora di "migranti ambientali". 

I primi rifugiati climatici del mondo sono stati gli abitanti dell'isola di Jean Charles, vicino alle coste della Lousiana che in 50 anni ha perso il 98% della sua superficie. Stessa sorte è toccata agli abitanti dell'isola di Saricef in Alaska dove il mare continua ad avanzare rosicchiando pezzo dopo pezzo tutta la terra. Sono numeri ancora piccoli, parliamo di poche centinaia di persone ma se all'innalzamento marino aggiungiamo le altre calamità climatiche come gli eventi meteorologici estremi e le siccità i numeri diventano migliaia di volte maggiori.
In un rapporto di Oxfam International, si legge che tra gennaio e settembre del 2017, ben 15 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case per fuggire da eventi meteo estremi: di questi, in 14 milioni provenivano da Paesi a basso reddito. 

Tra il 2008 e il 2016, in media, i rifugiati climatici sono stati 21,8 milioni l'anno. Tra i Paesi più colpiti il Bangladesh, l'India e il Nepal, che lo scorso agosto hanno subito rovinose inondazioni, che hanno colpito 43 milioni di persone e prodotto oltre 1200 vittime. 

Ma anche le piccole isole del Pacifico, con i cicloni Pape e Winston del 2015, che nelle Isole Fiji hanno messo in fuga 55 mila persone, e ridotto del 20% il prodotto interno lordo nazionale. 

In un rapporto pubblicato recentemente, i ricercatori del FMI hanno esaminato i legami tra eventi atmosferici estremi e migrazioni in più di 100 paesi in un intervallo di tempo di oltre tre decenni. Hanno scoperto che un aumento della temperatura e una maggiore incidenza di disastri meteorologici aumentano le percentuali di emigrazione. 
Petia Topalova, ricercatrice del FMI e autrice del report, descrive la migrazione come una strategia di adattamento per famiglie colpite da shock climatici, predicendo che in futuro potrebbero verificarsi flussi migratori sempre più consistenti. Nel 2050 i rifugiati climatici potrebbero arrivare all'incredibile cifra di 1 miliardo!

martedì 12 dicembre 2017

I cambiamenti climatici e 20 milioni ogni anno i rifugiati ambientali, una questione tutta da affrontare

eHabitat
“A livello globale gli spostamenti legati alle condizioni meteo colpiscono già circa 20 milioni di persone ogni anno, anche se non tutti possono essere attribuiti direttamente ai cambiamenti climatici“.

Queste le parole, riportate dall’Adnkronos qualche giorno fa, di John Slocum, ricercatore associato senior del CIDOB, Barcelona Centre for International Affairs, impegnato da anni a studiare migrazioni internazionali, sviluppo e politiche di immigrazione. Parole che il dottor Slocum ha proferito all’interno del suo intervento presso l’ottavo Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione del Barilla Center for Food&Nutrition organizzato a Milano il 4 e 5 Dicembre scorsi.
Cambiamento climatico: cosa vuol dire?
Significa che i cambiamenti climatici, ormai sempre più tangibili e preoccupanti, stanno rendendo meno abitabili interi territori i cui abitanti dovranno spostarsi alla ricerca di luoghi più ospitali, più accoglienti, più vivibili.
Da un lato desertificazione, dall’altra aumento del livello del mare. Due conseguenze dell’innalzamento delle temperature che si sta registrando in questi ultimi anni.

Infatti il 2016 risulta essere l’anno più caldo da quando si è iniziato a rilevare le temperature globali ed è il terzo anno consecutivo con questo record. L’aumento della temperatura è di 1,1° C dall’inizio dell’era industriale (fonte: Climate Change, Migration and Displacement, Greenpeace).

Il rifugiato ambientale non rientra dunque in queste situazioni, cosa che, avverte la Spinelli, rende difficile fornire aiuto internazionale se non quando il disastro ambientale è sfociato poi in guerra o persecuzione.

Inoltre cercano rifugio, almeno inizialmente, all’interno del proprio paese: sono Internally Displaced People, mentre il rifugiato “politico” chiede asilo in un paese diverso da quello da cui proviene. Gli Internally Displaced People rischiano così di entrare in una zona d’ombra, poco visibile dalla comunità internazionale.

Emblematica la storia siriana. Il paese fu colpito tra il 2006 e il 2010 da una terribile siccità. Cause ne furono sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive, in altri termini land grabbinge water grabbing. Quasi un milione e mezzo di siriani perse i propri mezzi di sussistenza con l’85 % di bestiame morto e la scomparsa di colture quali grano e orzo. Le prime rivolte possono essere ricondotte a questi fenomeni, a cui il conflitto geopolitico ha poi dato sviluppo e vigore.

Che fare dunque?
Secondo Slocum è necessario per i governi “superare il concetto di sicurezza nazionale che troppo spesso domina il dibattito politico.” E cita il Platform on Disaster Displacement, un’iniziativa volontaria internazionale che “promuove le buone pratiche e lo sviluppo di capacità che possono aiutare i governi e gli stakeholder a proteggere gli sfollati dai disastri naturali e dagli effetti dei cambiamenti climatici“.

Alla base rimane poi l’obbligo di mettere in pratica concretamente e su tutti i livelli le misure più adatte per ridurre le cause del cambiamento climatico a partire dalle emissioni di CO2. Livello di intervento non solo politico ma che riguarda la vita di noi tutti.

Sara Pananella

venerdì 17 febbraio 2017

Avvenia, 48 milioni di migranti climatici e ambientali nel 2017

Askanews 
I cambiamenti climatici causeranno una nuova ondata di profughi nel 2017: il numero dei migranti ambientali e climatici salirà a 48 milioni e molti di loro busseranno proprio alle porte dell'Europa ed in particolare dell'Italia.


Ad affermarlo è Avvenia, uno dei maggiori player italiani nell'ambito dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale, che già nel 2015 aveva lanciato l'allarme sul fenomeno dei migranti climatici ed ambientali, mettendo in rilievo come il loro numero fosse raddoppiato in pochi anni passando dai 18 milioni del 2011 a 36 milioni.

Ora, secondo le stime di Avvenia, questo numero si avvia ad una rilevanza ancora più considerevole. Nel 2016, infatti, le alluvioni, la siccità e gli altri eventi metereologici estremi hanno portato ad un ulteriore incremento del numero dei migranti climatici, arrivando ai 42 milioni di profughi climatici ed ambientali nell'anno che si è appena concluso.

Secondo quanto rilevato da Avvenia, circa la metà di loro proviene da Siria, Yemen e Iraq, e l'altra metà altri da vari Paesi africani e dall'Asia meridionale ed orientale, con India, Cina e Nepal in testa. Certo le migrazioni ambientali sono per la stragrande maggioranza migrazioni interne, ma cresce anche la quota di chi rischia la vita per raggiungere le coste europee.

"E la situazione peggiorerà nel 2017", sostengono gli analisti di Avvenia. Tra pochi anni, infatti, le attuali migrazioni in direzione dell'Europa sembreranno di modesta entità rispetto a quelle che verranno, spinte da fenomeni come l'attuale ritmo di emissioni di gas a effetto serra che porterà ad un innalzamento di oltre un metro del livello dei mari entro questo secolo. 


"E basti pensare che anche solo un innalzamento di qualche centimetro già provoca inondazioni e ingresso d'acqua salata nelle falde freatiche d'acqua dolce", commenta l'ingegner Giovanni Campaniello, fondatore e amministratore unico di Avvenia. Queste alterazioni producono un numero considerevole di sconvolgimenti ecologici, economici e sociali, a partire dai deserti che si allargano ai terreni che diventano sempre più aridi, dalle risorse idriche che diminuiscono e si contaminano al bestiame che muore. Così, sempre secondo Avvenia, entro il 2050 se non si implementeranno adeguate politiche di efficientamento energetico si potrebbero superare i 250 milioni di rifugiati climatici.

E non vi saranno solo i migranti ambientali. Vi saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno dall'insorgere degli squilibri ambientali. Lo stesso conflitto siriano è stato in buona parte determinato dalla spaventosa siccità che attanagliava il Paese da anni e che ha costretto popolazioni di fede religiosa opposta a migrare all'interno del Paese. E sempre a causa dei cambiamenti climatici si stima che nei prossimi 30 anni il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Gange, l'Indo, l'Eufrate, il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d'acqua del 30%. "Mentre allo stesso tempo crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici", osservano gli analisti di Avvenia.

Ma è possibile fare marcia indietro? Gli esperti sono sicuri di sì, se si adottassero maggiori programmi di efficientamento energetico nei Paesi più industrializzati. "Se invece non faremo nulla per limitare i cambiamenti climatici, dovremo attenderci migrazioni sempre più numerose" avverte l'ingegner Giovanni Campaniello.

mercoledì 24 agosto 2016

Bolivia - Fra i migranti climatici di La Paz: “Le nostre Ande muoiono di sete”

La Stampa
La siccità e la desertificazione hanno messo in ginocchio intere regioni del Paese

Un pescatore di etnia Urus nel bacino prosciugato del lago Poopò
«Coltivavamo quinoa e patate. Allevavamo lama. Poi è arrivata la grande siccità e la nostra vita è cambiata». Il mondo stravolto dai cambiamenti climatici ha la faccia cotta dal sole, le braccia nerborute e le mani callose di Nayra. Questa donna di 44 anni, nata e cresciuta a Tarata, un villaggio nel cuore delle Ande della Bolivia, è stata strappata dalla sua terra con il marito e i tre figli. Oggi vende snack e bibite su un rabberciato carretto in una strada di La Paz. «Abbiamo aspettato la pioggia per oltre un anno, poi ci siamo arresi e ce ne siamo andati. Qui mi sento straniera». «Il mio unico sogno - continua Nayra - è tornare a casa, ma so che non succederà».

In Bolivia il cambiamento climatico non è una minaccia su un futuro remoto né una crociata ambientalista. Nel Paese emblema dell’America Latina più povera il surriscaldamento globale è una drammatica realtà che ha già cambiato (in peggio) la vita delle famiglie. Centinaia, forse migliaia ogni mese: nessuna statistica conteggia i profughi climatici boliviani, costretti ad abbandonare le loro terre e a rifugiarsi nelle città. Vivono nelle baracche che spuntano nelle periferie di La Paz, Santa Cruz, Chocabamba. Un popolo di fantasmi. Eugenio è uno di loro: di giorno venditore ambulante, ogni sera torna nel suo tugurio a El Alto. Indaga l’orizzonte con occhi gonfi di nostalgia e rassegnazione: «Pachamama (Madre terra in lingua quechua, ndr.) ci dona la vita, ma ora si vendica per tutto il male che l’uomo sta facendo».

La quinoa che non cresce
Ci sono due Bolivie. A est la natura lussureggiante della giungla amazzonica, descritta da Jonathan Franzen nel romanzo «Purity»: un miracolo di biodiversità tra alberi, fiumi e cascate. A ovest, invece, c’è l’altopiano: deserti, terra brulla e geyser contornati da maestose cime vulcaniche. Questa è la zona del Paese che sta pagando il prezzo più alto per il surriscaldamento globale. «La temperatura registrata nell’ultimo anno è di due gradi sopra la media», quantifica l’ultimo report del governo. L’agricoltura è in ginocchio. «La quinoa è una pianta eccezionale, basta un acquazzone affinché germogli», spiega Rumi Araya, ex minatore, oggi bracciante agricolo. «Il problema è che non piove più». E così anche il cereale di gran moda sulle tavole vegetariane d’Occidente fatica a crescere. Mentre i cespugli scompaiono e gli animali muoiono di fame.

La Paz è un ingorgo di uomini e automobili a 3.600 metri. Osservata dalla catena montuosa della Cordigliera Real, la capitale s’intravede appena, nascosta dalla cappa di particolato che la soffoca. Quassù, fino a qualche anno fa, dominava il ghiacciaio Chacaltaya. Oggi non esiste più. Scomparso. Per sempre. È successo in un decennio. «La cosa più grave è che quasi non ce ne siamo accorti, nessuno ha fatto nulla», denuncia spesso Evo Morales, il presidente cocalero, primo indio a guidare la Bolivia. E così ora su questa montagna brulla restano solo i piloni arrugginiti dello skilift di quella che per decenni fu la stazione sciistica più alta del mondo.

Ecatombe di pesci
L’altro emblema del Paese sconvolto dal clima impazzito è il lago Poopò. Quello che era il secondo bacino della Bolivia, è quasi prosciugato. Fino a tre anni fa misurava circa mille chilometri quadrati. Oggi resta una striminzita pozza d’acqua profonda meno di un metro. Colpa delle siccità permanenti causate dal Niño, dell’inquinamento minerario e dell’uso delle acque affluenti per irrigare le terre. Victor Hugo Vásquez, governatore del dipartimento di Oruro, ha chiesto lo stato di calamità naturale: «Il lago ha avuto i suoi cicli. Ci sono statti anni di piena e altri di siccità momentanea. Ma ormai abbiamo superato il punto di non ritorno». Nel villaggio di Llapallapani raccontano con voce strozzata l’ecatombe: «L’acqua si ritirava, i pesci crepavano. Poi è toccato ai fenicotteri. C’era tanfo di morte ovunque». Centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare queste terre. C’è chi è finito a faticare nelle miniere di carbone cento chilometri più Sud e chi è andato nelle fabbriche del Salar de Uyuni, la più grande distesa di sale del pianeta sotto cui è custodito un terzo delle riserve di litio della Terra. Anche le anatre sono volate via. «Di giorno scrutavo il cielo e pregavo, la notte piangevo cercando di non farmi vedere dai miei figli», racconta un signore dal viso rotondo e gli occhi arrossati mentre mastica le foglie di coca. «Qui siamo tutti pescatori, senza lago non c’è futuro».

Allarme lagune
Nei paesaggi lunari dell’altopiano andino, la vita di per sé pare un miracolo. Migliaia di turisti, ogni anno, scendono fin qui per ammirare le lagune colorate dalle alghe. Ma anche queste pozze si stanno pericolosamente restringendo. «Ogni anno il livello dell’acqua si abbassa, se va avanti così scompariranno», dice sconsolato Vladimir, guida naturalistica che accompagna stranieri nel tour del Salar. «Io e mio fratello – racconta - lavoravamo nelle miniere di Potosì. Lui è morto in un’esplosione, ha lasciato tre figli. Il giorno dopo mi sono licenziato e me ne sono andato. Ora sento che la mia vista potrebbe cambiare di nuovo, stavolta a causa del clima. Ma vado avanti, non serve avere paura». Riesce ancora a sorridere.


Gabriele Martini

sabato 14 maggio 2016

Le catastrofi naturali provocano il doppio dei rifugiati e sfollati a causa dei conflitti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Tempeste, inondazioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi, frane ... Nel 2015, le catastrofi naturali in centotredici paesi hanno prodotto in tutto il mondo 
19,2 milioni di sfollati interni. Due volte il numero di persone sfollate a causa dei conflitti, guerre, e violenza (8,6 milioni).

Pubblicata l'11 maggio, la relazione annuale del Internal Displacement Monitoring Center (IDMC) mette in evidenza che il cambiamento climatico e il degrado ambientale sono di fatto diventati un importante fattore di migrazione in tutto il mondo. Nel corso degli ultimi otto anni, 203,4 milioni di spostamenti sono stati registrati a seguito di eventi climatici o geofisici. Il fenomeno colpisce soprattutto i paesi in via di sviluppo.

Nel 2015, come negli anni precedenti, l'Asia è stato ancora una volta il continente più colpito, con 16,3 milioni di sfollati interni, oltre il 85% del totale mondiale. In India, piogge torrenziali cadute nel mese di luglio in cinque province settentrionali del paese, poi a novembre  quelle nel Tamil Nadu e Andhra Pradesh hanno portato via circa 3 milioni di persone dalle loro case e villaggi. In Nepal, i terremoti che hanno colpito il paese nel mese di aprile e maggio 2015 hanno portato in strada 2,6 milioni di individui, e fatto novemila morti o dispersi. In Cina 2,2 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro terre a causa del potente tifone Chan-Hom, Soudelor e Dujuan, che hanno colpito ripetutamente nel mese di luglio, agosto e settembre il sud-est del paese.

I terremoti che hanno colpito il Nepal, distruggendo un terzo del PIL, ricordano i rischi dei fenomeni geofisici, associati a disastri naturali, che causano nel tempo, tempeste e le inondazioni.

"In questi spostamenti dovuti a catastrofi naturali producono spostamenti a causa di disastri ambientali, come il degrado del suolo, la siccità prolungata. Questi eventi, difficili da valutare, non sono inclusi nei nostri dati. Ma sono importanti. In Etiopia, tra l'agosto 2015 e il febbraio 2016, la siccità causata dal fenomeno El Nino ha colpito più di 224 mila persone con la carenza d'acqua che minaccia il bestiame e le colture delle loro terre, secondo l'Organizzazione Internazionale per le migrazioni (IOM).

Mentre disastri come inondazioni o terremoti creano una minaccia fisica diretta che richiedono lo spostamento immediato, il degrado del suolo, siccità prolungate erodendo a poco a poco i mezzi di sussistenza delle famiglie, li  conducono nel tempo a fuggire dal loro paese per mancanza di risorse.

"Ma quando non c'è più niente, le persone non hanno altra scelta, e devono andare a cercare modi per sostenere se stessi altrove. La migrazione diventa una strategia di sopravvivenza ", dice Alexandra Bilal, che chiede alle Istituzioni un'adeguata protezione di tali persone.

"Se la migrazione ambientale rimane essenzialmente interna, confinato ai paesi in cui si verificano, questi movimenti incrociati.  Porteranno alla fine a una ridistribuzione della popolazione in tutto il pianeta, ha previsto François Gemenne. Questa realtà richiede una cooperazione regionale e internazionale, la promozione di meccanismi di auto e la condivisione del flusso degli sfollati. "

Fonte: Le Monde

mercoledì 4 novembre 2015

Il nuovo (vecchio) fenomeno dei rifugiati climatici.

Toscana News 24
Firenze. La redistribuzione dei rifugiati in Europa, sta ormai diventando uno spettacolo indegno e imbarazzante. Ma se si pensa che soltanto nel Vecchio continente possano accadere ancora oggi storie di tale bassa viltà, allora ci sbagliamo di grosso, perché, anche in questo caso, noi europei siamo in ottima compagnia.


Ioane Teitiota, abitante delle sperdute isole Kiribati, è arrivato con la sua famiglia in Nuova Zelanda, dove ha chiesto “asilo climatico”. Il primo caso al mondo, è, ovvio, la Nuova Zelanda ha mostrato a lui e al resto del pianeta la propria solidarietà, rigettando al mittente quella che deve essere considerata a tutti gli effetti come una richiesta di aiuto. Kiribati, che praticamente è sconosciuto al mondo, è un minuscolo arcipelago del Pacifico costituito da 32 atolli, minuscoli, che hanno la particolarità di trovarsi soltanto ad un paio di metri di altezza sul livello del mare. 

Anche se questo, sino ad ora, non ha mai creato un grosso problema per i suoi abitanti, da qualche tempo, a causa soprattutto del riscaldamento globale e dell’innalzarsi del livello delle acque, queste isole sono esposte frequentemente ad incursioni delle onde marine che così arrivano ad invadere case, distruggere le colture e, cosa ben più grave, contaminare le riserve di acqua potabile. A questo problema, la famiglia Teitiota a risposto così: la soluzione per una vita dignitosa? La migrazione.

Come nel caso dei rifugiati siriani, siamo anche qui di fronte ad una realtà innegabile: non la guerra, come nel primo caso, ma il cambiamento climatico. Che, spulciando anche soltanto su internet, ma prendendo a spunto fonti internazionali autorevoli, è ad oggi la prima causa di migrazione nel mondo. Soltanto nel 2011 ha infatti rappresentato la causa che ha fatto spostare oltre 40 milioni di persone dai propri territori natii. E secondo l’Unhacr, nel corso dei prossimi 50 anni questi fenomeni aumenteranno ancora, arrivando allo spostamento di oltre 1 miliardo di persone. Che, ovvio, dai paesi più poveri si riverseranno in quelli più ricchi. Cambiamenti climatici, mancanza di acqua e cibo; tutto dovuto allo scarso (ma soprattutto cattivo) sviluppo economico dominante nel mondo.

Ma anche vuoto giuridico, politico e sociale: la Convenzione relativa allo status di rifugiato, risalente al 1951 (Onu), permette infatti ad una persona di chiedere asilo per “timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche”. Convenzione che, come si legge, non tiene affatto conto della crisi climatica in atto e dei suoi effetti sui flussi migratori.

Solidarietà: una parola uscita ormai dal nostro vocabolario. Essere solidali, in fondo, è anche nel nostro stesso interesse. O, meglio, dovrebbe esserlo. Come affermato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, è il momento di riconoscere in modo inequivocabile che vi sono “migranti ambientali”, cioè “persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi dell’ambiente, che incidono negativamente sulle condizioni di vita, sono costretti a lasciare le proprie case”. Se questo accadesse seriamente, segnerebbe un passo significativo verso un ritorno all’umanità che si sta sempre più smarrendo. Ma per farlo, bisognerebbe prima attuare ciò che già esiste ed è previsto, ovvero l’asilo per motivi di guerra. Perché se è vero che, nell’esempio specifico di queste settimane, i siriani vengono accolti da Austria e Germania (ma vi è poi il caso dell’Italia con i naufraghi del Mediterraneo che va avanti da molto più tempo), non vi è la stessa accoglienza da parte dei residenti, degli europei in generale.

Tornando invece al clima, un primo passo sul riconoscimento dei cosiddetti rifugiati ambientali potrà avvenire già nelle prossime settimane nel vertice sul clima che si terrà a Parigi, forse l’ultima opportunità per le potenze internazionali di affrontare in maniera seria e responsabile il cambiamento climatico in atto. E di conseguenza anche ciò che esso comporta, quindi le migrazioni.

Un primo passo, un passo importante, ma un passo complicatissimo da compiere. Perché le nostre economie, ed il nostro attuale modo di vivere, si basano e si svolgono a complete spese del pianeta sul quale viviamo. E del popolo che lo abita. Fornire una vita dignitosa a tutte le famiglie Teitiota del mondo, significa mettere in moto tutta una serie di meccanismi, legali, politici, economici, ma anche e soprattutto umani, che in tanti sembrano proprio non tenere neanche in considerazione. E appunto per questo la mobilitazione da parte dei cittadini, e la pressione politica, sono uno strumento fondamentale. Perché, come spesso viene detto, oggi a loro; ma domani a noi. Col rischio che ciò che è fatto, venga reso; magari con gli interessi. E in quel caso ce lo saremo meritati.

di Alessandro Marinai

domenica 26 luglio 2015

Ambiente: i rifugiati climatici aumenteranno fino a 200 milioni nel 2050

Meteo Web
“I rifugiati climatici aumenteranno fino a 200 milioni nel 2050″, “abbiamo il dovere morale di agire ora”


“L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ha recentemente stimato che i rifugiati climatici aumenteranno fino a 200 milioni nel 2050. Cio’ significa che i 30 milioni di persone che oggi sono vittime di schiavitu’ moderna sono, purtroppo, destinati ad aumentare”. 

Cosi’ il sindaco di Roma Ignazio Marino e’ intervenuto al workshop “Modern slavery and climate change: the commitement of the cities” in Vaticano. Marino ha citato l’enciclica “Laudato Si'” di Papa Francesco e l’esempio di “Kiribati, un gruppo di 32 isole nel Pacifico, alcune delle quali sono gia’ pienamente sommerse a causa dell’innalzamento del livello del mare. 

“Di fronte a questi tragici eventi abbiamo il dovere morale di agire ora – ha detto -. Se i leader mondiali devono raggiungere un accordo internazionale, legalmente vincolante, i sindaci non possono fare un passo indietro: abbiamo il dovere morale e scientifico di costruire citta’ sostenibili”.