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lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

lunedì 21 maggio 2018

Senegal, la crisi alimentare del Sahel colpirà oltre 750.000 persone

In Salute News
Il Senegal sa già che quest’estate sperimenterà la peggiore crisi alimentare dal 2012, a causa di una siccità che si è diffusa in sei dipartimenti nel nord del Paese. Sebbene il governo e la comunità umanitaria abbiano messo in atto misure di contenimento, il sistema sanitario nazionale avrà serie difficoltà nel trattare tutti i bambini che subiranno in prima istanza l’impatto nutrizionale della crisi. Sarà la stagione della fame più dura degli ultimi sei anni nel Sahel, una regione in cui il cambiamento climatico sta aumentando la frequenza e l’intensità delle siccità.


Milano -  “Questa non è una crisi improvvisa: grazie al nostro sistema di telerilevamento e siti sentinella, già a novembre segnalavamo la mancanza di pascoli, che ha fatto avanzare i movimenti di transumanza di migliaia di pastori. Migliaia di donne hanno passato mesi da sole a prendersi cura dei loro figli, senza reddito e senza il latte delle mucche portate in pascoli lontani dai loro mariti. È un lungo processo, in cui i meccanismi di risposta si stanno esaurendo e la situazione nutrizionale, specialmente quella dei bambini, si sta deteriorando fino a diventare una malattia, spesso fatale”, spiega da Dakar Fabrice Carbonne, Direttore Paese di Azione contro la Fame.

“Gli agricoltori – continua – non hanno nemmeno raccolto quanto previsto, e questo ha avuto un impatto diretto sull’aumento dei prezzi, soprattutto nei sei dipartimenti critici nel nord del Paese: i tre dipartimenti della regione di Matam (Matam, Ranerou, Kanel) e i dipartimenti limitrofi di Podor, Tambacounda e Goudiry. Il nord del Senegal è un’area particolarmente vulnerabile: il suo tasso di insicurezza alimentarespesso scompare nelle statistiche, che prendono in considerazione i tassi di prevalenza di tutto il Paese, ma quest’anno l’impatto della fame in quello che è considerato uno degli stati più stabili e prosperi dell’Africa sarà evidente,” spiega Carbonne.

Rispondere al sistema di sanità pubblica
Azione contro la Fame sta già lavorando con il sistema sanitario nazionale su un piano di emergenza per la diagnosi precoce e il trattamento della malnutrizione nelle aree più colpite: “la nostra strategia non è quella di raggiungere una manciata di comunità, ma di lavorare mano nella mano con il sistema sanitario nazionale, rafforzando le loro capacità tecniche, in modo che possano gestire questo tipo di crisi ricorrenti in futuro. Sosterremo inoltre il trattamento della malnutrizione acuta grave in 16 distretti sanitari nel nord e nell’est del Paese”, spiega Carbonne.

La risposta coordinata della comunità umanitaria e delle agenzie governative prevede anche la distribuzione di contante tra le comunità di pastori più colpite. Azione contro la Fame sarà responsabile della distribuzione nell’area di Podor.
Inoltre, nelle comunità di pastori lontane dai centri sanitari, Azione contro la Fame sta formando persone delle comunità locali per rilevare la malnutrizione tra i bambini sotto i cinque anni e curarli nella comunità stessa, grazie all’uso di alimenti terapeutici pronti all’uso.

L’emergenza deve generare resilienza
“La nostra decennale esperienza nella regione ci ha dimostrato che esistono strategie efficaci per ridurre la malnutrizione, ma dobbiamo porre maggiore enfasi sulla prevenzione e non lavorare solo sull’emergenza. La stagione della fame è iniziata ad aprile e durerà cinque mesi: il rafforzamento a medio e lungo termine del sistema sanitario e la creazione di un’agricoltura adattata ai cambiamenti climatici devono essere una priorità”, sottolinea Carbonne.

martedì 7 novembre 2017

La preoccupazione dei grandi del mondo: “Entro il 2050 un miliardo di rifugiati climatici”

Tiscali News
L’allarme nel corso del G7 Salute tenutosi a Milano: i cambiamenti affliggono soprattutto i Paesi poveri


A causa dei cambiamenti climatici si avranno nei prossimi anni milioni di migranti in più, persone costrette a muoversi per necessità. E' questo uno dei fenomeni più gravi sui quali si è concentrata l'attenzione dei rappresentanti dei vari Paesi al G7 Salute, apertosi a Milano
In futuro, avverte il ministero della Salute italiano Beatrice Lorenzin, si potrebbero avere "dieci milioni di persone per volta in movimento per eventi climatici avversi o per gli effetti dei processi climatici a lungo termine". I migranti, "specie quelli per motivi climatici - ha affermato il ministro della salute Lorenzin nel discorso di apertura - sono vittime e non colpevoli, e questo dovrebbe essere sempre ricordato da noi e dal resto del mondo, nel fornire asilo e protezione come ha fatto l'Italia".

Le previsioni non lasciano ben sperare
Per la fine del ventunesimo secolo, il cambiamento della temperatura di superficie sarà probabilmente causa di un aumento di 1,5°C rispetto al 1850. E forti sono le ripercussioni sull'uomo: tra il 2000 e il 2016, il numero di persone vulnerabili esposte alle ondate di calore è già aumentato di circa 125 milioni. Il tema della salute dunque, ha avvertito Lorenzin, "è un tema globale e non locale, così come lo sono i virus". E proprio per questo, ha insistito il ministro, è "fondamentale, come ci dicono gli scienziati, prevedere delle vaccinazioni di massa contro le malattie di ritorno".
Probabile boom di malattie infettive esotiche
Sempre a causa dei fattori climatici e ambientali, ha rilevato, "si registra inoltre un aumento della diffusione degli insetti vettori e, di conseguenza, del rischio di trasmissione di malattie infettive una volta considerate esotiche e ora riemergenti come Chikungunya, febbri Westnile, Dengue, malaria e Zika". Per questo, la presidenza italiana, insieme agli altri Paesi G7, ha già individuato alcune azioni da mettere in campo, a partire dalle politiche di riduzione delle emissioni e dalla promozione della sorveglianza delle malattie infettive anche in collegamento ai fattori climatici e ambientali.
Oltre 2 miliardi di persone avranno problemi di nutrizione
Entro il 2050, evidenziano gli esperti, si prevede una forte riduzione della disponibilità di cibo a livello globale, tanto che, ha avvertito il direttore generale Fao Jose Da Silva, "nel 2030 oltre 2 miliardi di persone soffriranno problemi di nutrizione". Nella prima giornata del G7, tre richieste sono state inoltre avanzate dall'Oms, Organizzazione mondiale della Sanità, ai paesi partecipanti: "Triplicare gli investimenti annuali su ciò che nel cambiamento climatico ha impatto per la salute, entro il 2020; più fondi per prevenire i decessi peri-natali di mamme e bambini; investimenti in ricerca e sviluppo su nuovi antibiotici, per superare le resistenze ai farmaci".
Ricciardi: “Sul clima l’America è interlocutoria”
Quanto all'andamento dei lavori, "c'è al momento una grande armonia tra i paesi G7 e si va avanti in questa direzione", ha fatto sapere il presidente dell'Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi. “La Germania, la Gran Bretagna, il Giappone, sono tutti quanti impegnati e credo che si stia andando nella giusta direzione. L'America in questo momento ha un atteggiamento piuttosto interlocutorio". Quale sarà la posizione finale condivisa, ha aggiunto, "lo vedremo domani quando ci sarà la riunione di tutti i ministri e il comunicato finale". Proprio l'importanza del tema del cambiamento climatico "è la novità di questo G7, grazie all'iniziativa italiana che lo ha messo al centro del dibattito, e questo non era mai successo. Prima se ne parlava in generale, e adesso la correlazione con la salute ci conferma che è importante agire subito".
Prime importanti emergenze anche per l’Italia
Anche in Italia c'è stata ripercussione a causa dei cambiamenti climatici. "Sei Regioni su 10 quest'anno hanno dichiarato l'emergenza per l'acqua - ha concluso - e le zanzare sono tornate a colpire in maniera forte. Abbiamo avuto un'epidemia di Chikungunya. Non c'è stata una sottovalutazione ma un'accelerazione di quello che una volta si verificava in anni e oggi si verifica in mesi".

venerdì 6 ottobre 2017

Ambiente - Siccità - Arrivano le piogge d'autunno, e ci dimentichiamo della terra che ha sete

Globalist
Con l’arrivo dell’autunno e qualche accenno di perturbazioni, la siccità è scomparsa dall’agenda delle notizie portatrici di angoscia mediatica. Eppure il problema resta integro nella sua tragicità e si avvia a diventare la più incisiva catastrofe planetaria dei prossimi decenni. 

I ricercatori danesi della Aarhus University puntano l’indice sulle centrali idriche di produzione dell’energia elettrica. Il loro fabbisogno provocherà un’emergenza entro il 2040. Già dal 2020, però, ne risentirà il 30-40% della popolazione mondiale. 

Il primo firmatario dello studio effettuato in Danimarca, il professor Benjamin Sovacool, non lascia margini di ottimismo e asserisce esplicitamente: «Il fatto che il settore elettrico non si renda nemmeno conto di quanta acqua consuma rappresenta un problema enorme. Non abbiamo risorse idriche illimitate e questo potrebbe portare a una grave crisi se nessuno fa qualcosa al più presto». Per i Paesi più sviluppati, quelli con la maggiore necessità di energia, l’alternativa è il ricorso alle fonti rinnovabili.

L’esaurimento delle falde acquifere, comunque, risente anche di due fattori concomitanti. La sovrappopolazione e i mutamenti climatici. Su questi ultimi, le scuole di pensiero sono due. La più accreditata imputa la crescita della temperatura all’effetto serra causato dall’inquinamento. L’altra, meno appetibile ai media e spesso reclusa fra le teorie complottiste degli apocalittici, consiste nella previsione di un surriscaldamento “naturale” della Terra, dagli esiti molto foschi.
Nel concreto, qualsiasi dei due scenari risulti il più plausibile, l’acqua in via di riduzione rappresenta già un incubo attuale. L’afa che ha infierito sull’Italia dall’inizio della stagione più calda degli ultimi 200 ha fatto dichiarare lo stato di calamità a 10 regioni, fra cui la Puglia. 

Enzo Verrengia

sabato 24 giugno 2017

Africa, nel Sahel a causa della siccità si prepara la più grande migrazione della storia

La Stampa
I ricchi inquinano, i poveri pagano. Tassi di fertilità troppo alti. Demografi: mancano i contraccettivi

Africa e riscaldamento globale, emblema delle disuguaglianze della nostra epoca: sono i paesi ricchi a produrre gran parte dei gas serra, è l’Africa - soprattutto quella sub-sahariana, e il poverissimo Sahel - a subirne le conseguenze più gravi. 

Il continente ha una responsabilità minima (tra il 2 e il 4% delle emissioni annuali di gas serra); ma la sua temperatura, secondo quanto emerge da alcune ricerche delle Nazioni Unite, aumenterà una volta e mezzo più rapidamente della media globale, provocando condizioni meteorologiche sempre più estreme, con effetti potenzialmente devastanti. 

Prolungate siccità rischiano di esporre ad una penuria d’acqua fino a 250 milioni di africani entro il 2020. E nel 2040, secondo la Banca Mondiale, potrebbe deteriorarsi e divenire inservibile tra il 40 e l’80% della superficie dell’Africa sub-sahariana destinata alla coltivazione di cereali come grano e mais.

Già oggi, piogge scarse e irregolari sono una minaccia costante per il Corno d’Africa e altre parti dell’Africa orientale. La carestia somala del 2011, in cui morirono 250.000 persone, e l’attuale crisi alimentare del Corno sono da attribuire a un prolungato periodo di siccità che ha portato raccolti fallimentari, oltre a decimare il bestiame. Nell’emergenza in corso, le ultime stime dicono che, tra Somalia, Kenya ed Etiopia, 14,4 milioni di persone soffrono di “acuta insicurezza alimentare” e hanno bisogno di assistenza umanitaria immediata. Mentre quasi tre milioni di somali sono già a un passo dalla carestia.

Particolarmente vulnerabile appare Il Sahel, quella striscia di terra semi-arida appena sotto il deserto del Sahara. Il cambiamento climatico agisce poi su un quadro politico ed economico già molto precario. 

Vastissima - si estende dalla Mauritania all’Eritrea - e in forte crescita demografica, la regione conta oggi 135 milioni di abitanti, ma potrebbe averne 330 milioni nel 2050 e quasi 670 milioni nel 2100. 

Ogni anno, centinaia di migliaia di migranti attraversano queste aree instabili e impoverite per raggiungere il Nord Africa, e poi, eventualmente, l’Europa. Il dibattito sul tema resta aperto, tuttavia, gran parte degli studi sembrano concludere che l’aumento della temperatura - più 3-5 gradi, entro il 2050; e forse 8 gradi alla fine del secolo - renderà molte aree del Sahel ancora più inospitali, intensificando la frequenza delle migrazioni. Secondo un documento dell’ African Institute for Development Policy, l’aumento delle temperature potrebbe causare un calo della produzione agricola che va dal 13% del Burkina Faso al 50% del Sudan. Altre ricerche, più pessimiste, ipotizzano autentiche apocalissi. Il Washington Post pochi giorni fa ne ha citata una secondo cui il Sahel, a causa di una reazione a catena innescata dallo scioglimento dei ghiacci artici, rischia di inaridirsi completamente, costringendo ad emigrare centinaia di milioni di persone entro la fine del secolo. Probabilmente la più gigantesca migrazione nella storia dell’umanità.
Aldilà di previsioni che ci si augura eccessivamente funeste, è chiaro che l’emergenza Sahel è aggravata da una crescita della popolazione che appare oggi fuori controllo. Anche le Nazioni Unite, di solito inclini ad un evasivo linguaggio diplomatico, hanno detto che sfamare il Sahel sta diventando una “missione impossibile”. Chi si occupa di demografia è dello stesso parere, ma suggerisce di alleggerire la pressione limitando le nascite. Tassi di natalità troppo alti sono considerati un ostacolo allo sviluppo economico e sociale. Alcuni paesi sembrano aver recepito il messaggio. Per esempio il Niger, dove le donne partoriscono una media di 7,6 figli a testa, si è posto l’obiettivo di raddoppiare l’uso di contraccettivi. Segnali incoraggianti in una regione in cui la pianificazione familiare continua però ad essere colpevolmente trascurata. 

Eppure invertire questa tendenza è possibile. Tutte le “tigri asiatiche” hanno registrato cali repentini dei loro tassi di natalità fin dagli anni sessanta. Quando alle donne vengono date opzioni realistiche di pianificazione familiare, il numero di figli si riduce, anche piuttosto rapidamente. In Bangladesh, paese islamico conservatore, oggi le donne hanno una media di 2,2 gravidanze a testa. L’Islam quindi non è un ostacolo. Quello che manca in Sahel è la volontà politica di affrontare il problema. I governi locali sono colpevoli. Ma una parte di responsabilità ricade anche sulla comunità internazionale. Le Nazioni Unite, per esempio, in un recente documento per lo sviluppo del Sahel, hanno ricordato l’urgenza della crisi e la necessità di aiuti immediati. Senza però far mai menzione, in 45 pagine, né di anticoncezionali né di pianificazione familiare.

Tommaso Carboni

venerdì 17 febbraio 2017

Avvenia, 48 milioni di migranti climatici e ambientali nel 2017

Askanews 
I cambiamenti climatici causeranno una nuova ondata di profughi nel 2017: il numero dei migranti ambientali e climatici salirà a 48 milioni e molti di loro busseranno proprio alle porte dell'Europa ed in particolare dell'Italia.


Ad affermarlo è Avvenia, uno dei maggiori player italiani nell'ambito dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale, che già nel 2015 aveva lanciato l'allarme sul fenomeno dei migranti climatici ed ambientali, mettendo in rilievo come il loro numero fosse raddoppiato in pochi anni passando dai 18 milioni del 2011 a 36 milioni.

Ora, secondo le stime di Avvenia, questo numero si avvia ad una rilevanza ancora più considerevole. Nel 2016, infatti, le alluvioni, la siccità e gli altri eventi metereologici estremi hanno portato ad un ulteriore incremento del numero dei migranti climatici, arrivando ai 42 milioni di profughi climatici ed ambientali nell'anno che si è appena concluso.

Secondo quanto rilevato da Avvenia, circa la metà di loro proviene da Siria, Yemen e Iraq, e l'altra metà altri da vari Paesi africani e dall'Asia meridionale ed orientale, con India, Cina e Nepal in testa. Certo le migrazioni ambientali sono per la stragrande maggioranza migrazioni interne, ma cresce anche la quota di chi rischia la vita per raggiungere le coste europee.

"E la situazione peggiorerà nel 2017", sostengono gli analisti di Avvenia. Tra pochi anni, infatti, le attuali migrazioni in direzione dell'Europa sembreranno di modesta entità rispetto a quelle che verranno, spinte da fenomeni come l'attuale ritmo di emissioni di gas a effetto serra che porterà ad un innalzamento di oltre un metro del livello dei mari entro questo secolo. 


"E basti pensare che anche solo un innalzamento di qualche centimetro già provoca inondazioni e ingresso d'acqua salata nelle falde freatiche d'acqua dolce", commenta l'ingegner Giovanni Campaniello, fondatore e amministratore unico di Avvenia. Queste alterazioni producono un numero considerevole di sconvolgimenti ecologici, economici e sociali, a partire dai deserti che si allargano ai terreni che diventano sempre più aridi, dalle risorse idriche che diminuiscono e si contaminano al bestiame che muore. Così, sempre secondo Avvenia, entro il 2050 se non si implementeranno adeguate politiche di efficientamento energetico si potrebbero superare i 250 milioni di rifugiati climatici.

E non vi saranno solo i migranti ambientali. Vi saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre che nasceranno dall'insorgere degli squilibri ambientali. Lo stesso conflitto siriano è stato in buona parte determinato dalla spaventosa siccità che attanagliava il Paese da anni e che ha costretto popolazioni di fede religiosa opposta a migrare all'interno del Paese. E sempre a causa dei cambiamenti climatici si stima che nei prossimi 30 anni il Fiume Giallo, lo Yangtze, il Gange, l'Indo, l'Eufrate, il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata d'acqua del 30%. "Mentre allo stesso tempo crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura ed usi domestici", osservano gli analisti di Avvenia.

Ma è possibile fare marcia indietro? Gli esperti sono sicuri di sì, se si adottassero maggiori programmi di efficientamento energetico nei Paesi più industrializzati. "Se invece non faremo nulla per limitare i cambiamenti climatici, dovremo attenderci migrazioni sempre più numerose" avverte l'ingegner Giovanni Campaniello.

venerdì 4 marzo 2016

Siccità. Etiopia sull'orlo del disastro. 10 milioni di etiopici a rischio.

Blog Diritti Umani - Human Rights
"Gli animali muoiono prima" è un ritornello comune da molti etiopi che vivono in Tigray e Afar, due stati del nord, mentre il paese vive la peggiore siccità degli ultimi decenni. La produzione di vegetali in queste regioni è scesa del 50%.
Centinaia di migliaia di animali domestici dalle rivelazione eseguite risulta che siano morti.
Etiopia - Livelli di insicurezza alimentare - Gennaio-Marzo 2016
Eppure, nonostante la siccità non ci sono ancora le scene che ricordano la carestia del 1983-1984, quando fino a 1m persone sono morte.

Coloro che lavorano per le ONG sottolineano che la fame si intensificherà a partire da aprile perché le scorte che le persone avevano si stanno per esaurire e quello che si può raccogliere non è insufficiente.

A differenza del 1983, quando le politiche del governo brutale hanno aumentato il numero di morti, gli attuali governanti dell'Etiopia stanno cercando di mitigare l'impatto della crisi.
E' presente anche una riserva alimentare nazionale ed è stata realizzata una nuova linea ferroviaria che potrà portare rifornimenti a Gibuti e sulla costa del Corno d'Africa.

Ma la capacità del paese di trovare aiuto al suo interno potrebbe presto raggiungere il suo limite. Le stime del numero di persone colpite dalla siccità sono raddoppiati tra giugno e ottobre nel 2015 raggiungendo il numero di 8,2 milioni e raggiungeranno presto i 10 milioni su una popolazione di 100 milioni di abitanti.

Si stima che sono necessari 1,4 miliardi di dollari per contrastare l'impatto della siccità e solo la metà di questa somma è stata finanziata. Ulteriori preoccupazioni derivano dalla possibilità che El Niño influirà anche sulla prossima stagione delle piogge in Etiopia. L'ONU calcola che in questa eventualità la crisi alimentare potrebbe coinvolgere 15 milioni di etiopi e il punto di maggiore intensità della crisi potrebbe svilupparsi entro la metà del 2016.

ES

Fonte: The Economist

domenica 14 febbraio 2016

Etiopia: allarme siccità. 10 milioni di persone a rischio

Medici con l'Africa
Seguiamo con apprensione la grave siccità che si è abbattuta sull’Etiopia dove oltre 10 milioni di persone stanno vivendo nell’insicurezza idrica e alimentare, vittime del fenomeno atmosferico El Niño nella sua forma più intensa degli ultimi decenni. I nostri operatori sono in contatto con le autorità locali delle regioni dell’Oromia e del South Omo, il cuore dell’intervento Cuamm nel paese.

Secondo la FAO, le riserve di raccolti sono praticamente esaurite; l’accesso a pascoli e a fonti d’acqua continuerà a diminuire fino a marzo, l’inizio della prossima stagione delle piogge, il bestiame a perdere peso e a produrre meno latte. Da qui il piano di emergenza di 50 milioni di dollari per proteggere gli allevamenti e ristabilire la produzione agricola nel paese del Corno d’Africa. A seguire, una decina di giorni fa, la visita del segretario generale Ban Ki-moon nelle aree più colpite e l’appello delle Nazioni Unite sulla necessità di disporre di maggiori risorse per ridurre l’impatto della siccità con la distribuzione di cibo e acqua. Nel frattempo aumenta il numero di bambini ricoverati per malnutrizione acuta, al livello più alto mai registrato nel paese.

Particolarmente alta la nostra attenzione nella regione del South Omo, dove le autorità hanno individuato degli hotspot “aree sensibili” in alcuni distretti. Intanto, nell’Oromia continuiamo a stare accanto ai più vulnerabili, specie i bambini malnutriti che trovano cure e carezze nella speciale unità nutrizionale dell’ospedale San Luca di Wolisso.

mercoledì 9 dicembre 2015

Etiopia siccità, oltre dieci milioni a rischio fame

MISNA
Sono oltre 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di aiuti in conseguenza della siccità che ha colpito l’Etiopia: lo ha confermato Getachew Reda, esponente del governo e consigliere del primo ministro Haile Mariam Desalegn.

“Stiamo cercando di assicurarci che nessuno perda la vita” ha aggiunto il dirigente, calcolando nell’equivalente di 200 milioni l’ammontare delle risorse messe a disposizione dall’esecutivo per far fronte all’emergenza.

Secondo l’ong Save the Children, a causa della carestia “circa 400.000 bambini rischiano di sviluppare nel 2016 forme acute di malnutrizione, arresti della crescita e ritardi mentali e fisici nello sviluppo”. In diverse regioni del paese la siccità ha compromesso entrambi i raccolti dell’anno.

All’emergenza ha contribuito il fenomeno di El Nino, legato al riscaldarsi delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico. Con 95 milioni di abitanti, l’Etiopia è il secondo paese più popoloso dell’Africa. Gravi carestie si sono già verificate nel 2008, nel 2011 e soprattutto nel 1984, quando le vittime furono centinaia di migliaia.
[VG]