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sabato 20 ottobre 2018

La carovana di migliaia di migranti diretta negli USA partita dall'Honduras, sfonda il confine ed entra in Messico

Rai News 24
Migliaia di migranti dell'Honduras, di El Salvador e del Guatemala, componenti la carovana che marcia verso gli Usa, hanno sfondato, proveniendo dal Guatemala, i cancelli e le reti di protezione della frontiera del Messico. 


Sono entrati nel territorio messicano e stanno avanzando verso gli Stati Uniti. Questo secondo quanto riportato dalla rete MilenioTelevisión. Secondo l'emittente via cavo, si tratta di migranti principalmente honduregni accompagnati da cittadini di El Salvador e del Guatemala. 

Fanno tutti parte della carovana partita una settimana fa (sabato scorso) dalla città di San Pedro Sula, in Honduras. Le barriere poste a protezione della frontiera sono state rapidamente rovesciate e la folla di migliaia di donne, bambini e intere famiglie si è diretta verso il paese vicino. 

Anche il Governatore messicano dello Stato del Chiapas, Manuel Velasco, ha confermato l'ingresso di migliaia di persone al punto di transito di Tecùn Umàn. Velasco ha detto: "Ribadiamo che al momento la nostra principale preoccupazione è la protezione dei diritti umani dei migranti". 

Un portavoce ha parlato ai componenti della carovana raccomandando "calma ed ordine". Un certo numero di migranti ha deciso di staccarsi dal grosso della carovana e di entrare in Messico attraversando il fiume Suchiate. 

Il coordinatore della carovana, Bartolo Fuentes, è stato nel frattempo espulso dal territorio guatemalteco ed è arrivato all'aeroporto di Tegucigalpa, capitale dell'Honduras. Fuentes, ex deputato del partito Libertad y Refundación (Libre), era stato fermato martedì dalle autorità migratorie del Guatemala, dopo aver attraversato la frontiera con l'Honduras assieme ad un gruppo di persone che si era unito alla carovana.

Tiziana Di Giovannandrea

mercoledì 3 ottobre 2018

Guatemala. Scontri in un carcere, muoiono almeno sette detenuti

Nova
Almeno sette persone sono morte e altre quattro sono risultate ferite nel corso di uno scontro registrato domenica notte in un carcere del Guatemala. Lo scrive il quotidiano "Prensa Libre" citando le autorità penitenziarie. 
Detenuti in un carcere in Guatemala
"Si conferma la morte di sette detenuti a causa di una rissa. I fatti si sono prodotti nella zona di isolamento. Nessun agente di custodia è stato ferito o ucciso", ha detto il portavoce del sistema carcerario Rudy Esquivel.

Al momento, secondo quanto riferisce la testata, non si conoscono i motivi esatti che hanno portato allo scontro. Il carcere "Pavoncito", a circa venti chilometri a est della capitale Città del Guatemala, è indicato come struttura di "minima sicurezza", in cui sono recluse persone che hanno commesso anche reati gravi ma che non sono considerati pericolosi. 

La struttura, che ospita 960 detenuti, era stata sottoposta a un controllo delle condizioni interne lo scorso 2 marzo. Il carcere è lo stesso al cui interno, nel 2013, si svolse un altro scontro chiuso con la morte di dodici detenuti.

domenica 17 giugno 2018

Guatemala. Sette difensori dei diritti umani assassinati in un mese, sopratutto sostenitori della difesa dell'ambiente

Corriere della Sera
La strage dei difensori dei diritti umani in Guatemala, soprattutto di coloro che si occupano di terra e ambiente, va avanti a un ritmo sempre più spaventoso: dall'inizio dell'anno ne sono stati uccisi 12, sette dei quali solo tra il 9 maggio e l'8 giugno. 

Luis Arturo Marroquín ucciso il 9 maggio
Il 9 maggio Luis Arturo Marroquín, coordinatore del Comitato per lo sviluppo contadino (Codeca) è assassinato da sconosciuti a San Luis Jilotepeque. Il giorno dopo a Cobán viene ucciso José Can Xol, esponente del Comitato contadino dell'altopiano (Ccda).

Il 13 maggio, sempre a Cobán, è la volta di Mateo Chamám Paau, un altro membro del Ccda. Aveva già ricevuto minacce di morte. Il 30 maggio, ancora una volta a Cobán, viene aggredito Ramón Choc Sacrab, leader nativo Q'echi': muore due giorni dopo per le ferite alla gola e al volto. Il 4 giugno nella regione di Jutiapa vengono ritrovati i cadaveri, con ferite da machete, di due esponenti del Codeca, Florencio Pérez Nájera e Alejandro Hernández García. L'8 giugno, nella zona di Jalapa, viene assassinato sempre a colpi di machete Francisco Munguia, del Codeca.

Inutile dirlo, per questi e per i precedenti cinque omicidi di difensori dei diritti umani del 2018 non vi sono indiziati. Quanto sia poco importante assicurare i responsabili alla giustizia lo dimostrano le frasi diffamatorie pronunciate dal presidente Jimmy Morales nelle settimane che avevano preceduto questa ondata di omicidi. L'organizzazione non governativa Unità per la protezione dei difensori dei diritti umani del Guatemala ha registrato lo scorso anno 493 attacchi contro i difensori dei diritti umani.
Riccardo Noury

lunedì 30 aprile 2018

Guatemala. Almeno otto morti per scontri tra bande rivali in un carcere

Nova
Almeno otto persone sono morte in Guatemala a seguito di una insurrezione scoppiata nel "Granja Penal Canadà", carcere nella cittadina meridionale di Escuintla. 

Lo riferisce la Direzione generale del sistema penitenziario (Dgps) in una nota. Gli incidenti sono scoppiati nel tardo pomeriggio di giovedì, ha segnalato il direttore della Dgsp Juvell de Leon: "A quanto pare gruppi che lottano per il potere o per affari illeciti hanno scatenato una rissa degenerata in scontri a fuoco", ha spiegato il direttore citato da "Prensa Libre".

Le morti, e i circa 25 feriti di cui parlano le autorità locali, sono state quasi tutte causate da colpi d'arma da fuoco. Almeno una delle vittime, secondo quanto riferisce la testata "Telesur" sarebbe morta con la scossa ricevuta dal filo ad alta tensione toccato nel tentativo di scavalcare la recinzione.

domenica 12 novembre 2017

Guatemala - Militarizzazione e violazioni dei diritti umani nel dipartimento di Quiché

Agenzia Fides
Santa Cruz del Quiché – Sono in aumento le aggressioni nei confronti dei difensori di diritti umani che si oppongono alla realizzazione di megaprogetti idroelettrici altamente inquinanti nella regione indigena maya-ixil, nel Nord del Guatemala. 


Alle aggressioni si aggiungono i continui conflitti che si consumano all’interno dei nuclei familiari contro le donne e i minori, in diversi municipi che rientrano nella regione ixil, dipartimento di Quiché, abitato da indigeni del gruppo etnico maya-ixil. La zona era stata scena di massacri indigeni negli anni ‘80, nell’ambito della guerra civile durata da 1960 al 1996.

“Le tensioni per la rimilitarizzazione della zona aumentano per il rifiuto espresso dalla popolazione verso la costruzione di impianti idroelettrici relizzati senza sentire il parere della gente locale”, si legge in un rapporto realizzato dalla "Red de Mujeres Ixiles", pervenuto a Fides. 

“Ci sono anche forti pressioni da parte di gruppi paramilitari, carenze nei sistemi sanitari, acqua potabile e canali di scolo, tra gli altri servizi basilari della regione, oltre che forme di razzismo, tratta di esseri umani, di migranti e di donne”.

Tra agosto 2015 e luglio 2016, periodo nel quale è stato realizzato lo studio, la Defensoría de la Mujer Ixil e la Polizia Nazionale Civile (PNC) hanno ricevuto, rispettivamente, 350 e 217 denunce, con un incremento del 9% e 14 %. Il 10% dei casi riportati dalla Defensoría si riferiscono a episodi di violenza sessuale. 

Nella metà dei casi, i carnefici di donne e bambine sono uomini vicini alle vittime. Lo studio include anche 115 denunce per maltrattamento infantile ricevute dal Ministero Pubblico (MP) nel municipio di Nebaj (Quiché), dove inoltre è stato riscontrato un allarmante tasso di gravidanze tra adolescenti.

La Red de Mujeres e il Centro Para la Acción Legal en Derechos Humanos (CALDH), che ha collaborato allo studio, hanno esortato le autorità ad avviare un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani per migliorare le condizioni di vita e avere più pace nella regione ixil, annunciando che nel 2018 presenteranno un secondo studio con dati statistici. La diocesi di Santa Cruz del Quiché, con una popolazione di 824.641 abitanti, conta 581.848 cattolici. (AP)

sabato 28 ottobre 2017

L'Alta Corte del Guatemala abolisce la pena di morte per i reati civili

Blog Diritti Umani - Human Rights
Guatemala City - L'Alta Corte del Guatemala ha abolito, con una sentenza, la pena di morte per i reati civili.
 La decisione della Corte Costituzionale è definitiva e avrà effetto una volta pubblicata nel bollettino ufficiale del Governo.


Finora la legge guatemalteca prevedeva la pena di morte in caso di omicidi di persone di età inferiore ai 12 anni o più di 60 anni; sequestri in cui la vittima fosse gravemente ferita o deceduta; assassinio del presidente e in certi reati legati al traffico di droga.

"Non possiamo permetterci di essere uno degli ultimi paesi che applicano questa sanzione", ha dichiarato Jose Alejandro Valverth Flores, uno degli avvocati che avevano presentato una petizione alla Corte Costituzionale per dichiarare incostituzionalmente gli articoli pertinenti il codice penale e la legge che disciplina crimini di droga.

"Riteniamo che sia necessario per il rispetto dei diritti umani in Guatemala", ha aggiunto.

La nazione centroamericana, da alcuni anni, non ha applicato una pena di morte in linea con un accordo regionale sui diritti umani.

La pena di morte rimane negli articoli del sistema giudiziario militare del Guatemala.

Fonte: AP

mercoledì 21 settembre 2016

Guatemala, l'inferno delle carceri: morti violente e sovraffollamento del 300%

La Repubblica
Attualmente nelle carceri guatemalteche risiedono oltre 20 mila reclusi, superando del 300% la capienza disponibile. Il collasso del sistema penitenziario favorisce l’anarchia


Roma - Un mondo parallelo, dove la legge la impone il più forte minacciando, estorcendo e uccidendo, nel caso in cui il controllo sia messo in discussione. A patire lo strapotere delle bande che gestiscono le carceri guatemalteche non sono soltanto i detenuti, ma anche le guardie carcerarie, il cui numero è di gran lunga inferiore. Armi pesanti, granate, droga sono solo alcuni degli oggetti che usualmente circolano nei 21 penitenziari del paese latinoamericano. Se la condizione degli adulti appare critica e allo sbando, quella dei minori al seguito delle madri è agghiacciante.

20 mila sotto il giogo della “talacha”. Di “collasso e abbandono” ha parlato il ministro degli Interni, Francisco Rivas. Dall’inchiesta condotta da El Mundo emerge che qualunque detenuto, in Guatemala, può conseguire con facilità un’arma e, altrettanto facilmente, può consumare delitti efferati in un contesto di omertà e corruzione. Sono solo 3.469 le guardie carcerarie, al cospetto dei 20.729 detenuti: il 300% in più della capienza prevista. Infatti, i penitenziari guatemaltechi possono ospitare un massimo di 6.908 persone. Delle 20 mila presenti, 18.731 sono uomini e 1.998 donne, in alcuni casi accompagnate dai minori. La cosiddetta “talacha” è il prezzo da pagare per non essere uccisi: i leader delle pandillas garantiscono sicurezza a patto che ricevano denaro.
Estorsione e prostituzione. Le vittime dell’estorsione ricorrono, quando possibile, al sostegno economico delle famiglie. Laddove, invece, non si dispone del denaro necessario non gli resta che vendere il corpo delle donne più care. Le mogli e le sorelle dei detenuti, vittime di estorsione, sono obbligate a prestare servizi sessuali in cambio della vita dei loro parenti. Il tutto avviene nella noncuranza degli agenti, che talvolta risultano persino invischiati. Il procuratore dei Diritti Umani del Guatemala, León Duque, ha dichiarato a El Mundo che il sistema penitenziario del suo paese è “il peggiore del mondo”, a causa del totale stato di abbandono. E lo ha qualificato come il luogo in cui “si stanno pianificando e compiendo azioni delittuose contro la popolazione”.

Byron Lima: l’assassinio del “re”. Cinque sono le carceri in cui si concentra il 71% degli omicidi ai danni dei detenuti: al primo posto c’è la Granja Penal Canadá di Escuintla dove sono morte 34 persone nell’ultimo anno. Il rapporto pubblicato dal CIEN, Centro di Ricerche Economiche Nazionali (http://www.cien.org.gt/), rivela che sono 146 i detenuti uccisi da luglio 2015 a luglio 2016. Nel secondo penitenziario con maggior numero di omicidi, ovvero il Pavón, è deceduto lo scorso 18 luglio il “re” delle carceri guatemalteche, Byron Lima, ex-capitano dell’esercito condannato a 20 anni di reclusione per l’assassinio del vescovo Juan José Gerardi. Nel 1998 Gerardi aveva pubblicato un documento intitolato “Nunca más” (“Mai più”), che denunciava le violazioni commesse dall’esercito, di cui Lima, suo padre e suo nonno erano membri onorari, durante i 36 anni di guerra civile.

Omicidi in aumento. L’assassinio del più potente dei detenuti, il cui movente secondo InSight Crime sarebbe legato ai segreti di Stato di cui Lima era detentore, piuttosto che alla contesa di un ingente quantitativo di droga, non è stato il solo. Il 18 luglio, infatti, sono morte altre 12 persone, fra le quali una giovane volontaria argentina. Lo studio condotto dal CIEN pone l’accento sull’incidenza delle morti nei penitenziari con maggior numero di detenuti, denunciando che sono circa 12 gli omicidi che si consumano ogni mese. Il drastico aumento è dovuto alla diminuzione delle perquisizioni, che favorisce l’introduzione di ogni sorta di oggetto – incluse le armi – all’interno delle carceri. La violenza cresce durante le rivolte. I tumulti, organizzati dai detenuti per affermare il loro potere, spesso degenerano in conflitti a fuoco, strangolamenti e decapitazioni.

Minori: instabilità e malnutrizione. In questo contesto vengono ospitati i familiari in visita. In alcuni penitenziari guatemaltechi, donne e bambini convivono con i reclusi durante il fine settimana. E, nonostante il Governo assicuri di inaugurare con i fondi europei, entro la fine dell’anno, una nuova struttura per donne con prole al seguito, il ministro degli Interni ha reso noto a El Mundo che “il problema del sistema penitenziario non si risolverà in quattro anni”. A suo avviso, ne serviranno 12. Nel frattempo, la condizione dei minori che vivono nelle carceri con le madri, fino all’età di 4 anni, è disastrosa. Sono 86 in tutto e crescono in celle sovraffollate, manifestando instabilità psicologiche e carenze alimentari. Passano direttamente dal latte materno ai cibi solidi. Meno di due dollari al giorno, secondo El País, è il costo speso per alimentare madri e figli, costretti a dividere i pasti.

Nelle succursali dell’inferno. Inoltre, i minorenni reclusi, una volta liberi, riescono a reintegrarsi nella legalità soltanto quando non affiliati alle pandillas. E risulta difficile che ciò avvenga, dato che le carceri sono gestite dalle pandillas e dai narcotrafficanti in condizioni deplorevoli. A questo proposito, María Fernanda Galán di Asíes, Associazione di Ricerca e Studi Sociali (http://www.asies.org.gt/), ha dichiarato a El País che “i detenuti sono costretti a fare a turno per sdraiarsi per terra, senza materassi, senza coperte, né cuscini. E i pochi che li hanno a disposizione, data la sporcizia, contraggono malattie della pelle”. Non c’è definizione più calzante di quella usata dal popolo guatemalteco: se si vuole conoscere l’inferno, basta andare nelle sue succursali.

Di Maria Cristina Fraddosio

sabato 10 settembre 2016

Guatemala e Honduras: chi difende l’ambiente rischia la vita

Altraeconomia
Un rapporto di Amnesty International descrive la condizione che vivono gli attivisti nei due Paesi del Centro America. Secondo la coordinatrice Erika Guevara-Rosas, “sparare a qualcuno a bruciapelo perché ha scelto di affrontare interessi economici molto forti è, in pratica, permesso”. L’organizzazione lancia una campagna sul caso emblematico di Berta Cáceres, Goldman Prize 2015, assassinata sei mesi fa nella sua casa

“Difendere i diritti umani è una della professioni più pericolose in tutta l’America Latina, ma aver la pretese di proteggere le risorse naturali vitali trasforma questo ‘lavoro a rischio’ in qualcosa di potenzialmente letale”. 

Erika Guevara-Rosas è la direttrice per le Americhe di Amnesty International, e questa frase l’ha pronunciata a inizio settembre, a margine della presentazione del rapporto “Difendiamo la terra con il nostro sangue”, un’indagine sul campo condotta all’inizio del 2016, con interviste realizzata ad organizzazione e difensori del territorio e dell’ambiente in due Paesi dell’America Centrale, Guatemala e in Honduras.
Scelti, spiega l’organizzazione, perché si tratta delle nazioni con il più alto tasso di omicidi pro capite nell’intera regione tra coloro che s’impegnano attivamente per la tutela delle risorse naturali: “Un sorprendente 65 per cento degli omicidi di difensori dell’ambiente che lavorano su questioni legate a terra, territorio e ambiente registrati nel mondo nel 2015 (122 su 185) sono avvenuti in America Latina”. Di questi, ben otto in Honduras e 10 in Guatemala.

Nei due Paesi oggetto di questo rapporto, che è il primo di una serie di inchieste dedicate a tutti i Paesi dell’area, Amnesty International ha potuto individuare alcune delle cause fondamentali della situazione, che in Guatemala rimandano al conflitto armato interno che si è chiuso con gli Accordi di pace del 1996: il tema è quello del “nemico interno”, che negli anni Ottanta ha portato a compiere un genocidio nei confronti dei popoli indigeni, e che oggi si traduce in una campagna costante di diffamazione e stigmatizzazione per portare discredito sui difensori dell’ambiente. Secondo quanto riscontrato da Amnesty, l’utilizzo costante di termini come “terrorista”, “nemico”, “oppositore”, “delinquente” e anche “narcotrafficante” nei confronti dei membri delle organizzazioni di tutela dei diritti umani incrementa il numero di attacchi, aggressioni e minacce nei loro confronti.

Per quanto riguarda l’Honduras, a partire dal colpo di Stato del 2009 si è “rafforzata l’ostilità” nei confronti dei difensori, tanto che la maggioranza “delle comunità e dei movimenti intervistati da Amnesty vede tra i proprio membri soggetti beneficiari di misure cautelari di protezione concesse dalla Commissione interamericana dei diritti umani (CIDH)”. L’organizzazione sottolinea però come lo Stato hondureño sia “venuto meno nell’implementazione di misura di protezione effettiva per i difensori”. E cita, come esempio, il caso di Berta Cáceres Flores, coordinatrice generale del COPINH e Goldman Prize 2015, assassinata nella sua casa de La Esperanza nella notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016. Anche Cacéres Flores avrebbe dovuto godere di misure cautelari.

di Luca Martinelli

martedì 23 agosto 2016

Linciaggi, in forte aumento in America latina. In Guatemala 40 ogni anno.

L43 Blog
In America latina aumentano i casi di linciaggio non sono cosa nuova, ma son senz'altro in crescita, specie in Messico - cinquantasei casi nel 2015 - e nel Venezuela travolto dalla crisi. Ove, detto per inciso, si sono registrate ben trentasette morti, tra gennaio e aprile 2016. In ogni caso sono il Guatemala (quaranta morti l'anno, in media) e la Bolivia - forte di trenta linciaggi annuali - le Nazioni in cui la piaga è più radicata: nello Stato centramericano l'usanza avrebbe messo radici durante Guerra civile, che ha insanguinato quel Paese tra il 1960 e il 1996.

Secondo gli esperti, le cause dei linchamiento sono simili, nelle diverse Nazioni dell'Area: scarsa fiducia nelle forze dell'ordine, e nella magistratura, l'inefficienza, la corruzione e la debolezza del potere pubblico in certe zone. Raúl Rodríguez Guillén, docente presso l'Universidad autónoma metropolitana (Uam) di Città del Messico, fa riferimento anche all'esasperazione della società innanzi all'impennata della criminalità; aggiunge che però il farsi giustizia da soli finisce per erodere l'Autorità, e ciò a lungo termine è ben più grave rispetto all'aumento della delinquenza. Roberto Briceño León dell'Observatorio venezolano de violencia (Ovv) riferisce che i due terzi della popolazione locale giustificano i linciaggi, e che la pratica - che «ha un effetto catartico nella società» - ha l'aggravante di colpire a volte degli innocenti, basandosi spesso in rumors e malintesi.

martedì 3 novembre 2015

America Centrale e Messico - UNHCR: Le donne che fuggono dalla terra più violenta del mondo

Internazionale
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ogni anno migliaia di donne dell’America Centrale e del Messico abbandonano le loro case per sfuggire alla violenza delle bande armate ma anche a quella domestica, cercando riparo negli Stati Uniti e dando così origine a una diaspora che sta creando una situazione critica.


Una giovane migrante con la sua famiglia su un treno a Ixtepec, 
in Messico, diretto negli Stati Uniti, il 12 luglio 2014. (Eduardo Verdugo, Ap/Ansa)
Un rapporto dell’Unhcr, pubblicato il 28 ottobre, indica che sono sempre di più le latinoamericane, alcune delle quali anche con bambini al seguito, che fuggono da alcune regioni del Messico e del Trifinio, il triangolo formato da El Salvador, Honduras e Guatemala. Da quella zona transfrontaliera, che ha il tasso di omicidi più alto al mondo, nel 2014 si sono spostati verso gli Stati Uniti anche più di 66mila minori, da soli o con le famiglie. Secondo il governo statunitense, i minori arrivati da soli nell’agosto di quest’anno sono di più di quelli arrivati nell’agosto del 2014.

António Guterres, a capo dell’agenzia dell’Onu, scrive nel rapporto che “con le autorità spesso incapaci di frenare le violenze e trovare rimedi alla situazione, tante donne senza tutele non hanno altra scelta che fuggire”.

L’Unhcr sostiene che mentre l’attenzione è rivolta alle centinaia di migliaia di profughi che arrivano in Europa dalla Siria e dall’Iraq, nell’America Centrale si sta configurando una nuova emergenza umanitaria. Secondo Guterres, “le drammatiche crisi di rifugiati a cui assistiamo oggi in tutto il mondo non sono limitate al Medio Oriente o all’Africa. Un’altra si sta formando anche nelle Americhe”.

Per due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande criminali sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine

L’Unhcr ha registrato un incremento di quasi cinque volte del numero di richiedenti asilo che arrivano negli Stati Uniti dalla regione del Trifinio a partire dal 2008. Nel 2014 le richieste da quell’area e dal Messico sono state 40mila.

Il documento contiene 160 interviste con donne originarie di quelle regioni e scappate di casa per rifugiarsi negli Stati Uniti. Dopo aver passato illegalmente il confine, sono state arrestate e portate in centri di detenzione. Secondo il rapporto, lo status di profuga è stato riconosciuto a tutte le donne intervistate dalle autorità e di cui è stato appurato “il timore fondato o plausibile di subire persecuzioni o torture”.

Norma, una diciassettenne salvadoregna, ha detto di esser stata stuprata in un cimitero da tre componenti della banda criminale chiamata M18 alla fine del 2014. Sarebbe stata presa di mira perché moglie di un poliziotto. “Facevano a turno… mi tenevano per le mani. Mi hanno tappato la bocca per non farmi strillare”, racconta. Alla fine “mi hanno buttato nell’immondizia”.

Per quasi due terzi delle donne le minacce e gli attacchi di bande armate criminali - tra cui stupri, omicidi, reclutamento a forza dei figli ed estorsioni – sono stati i motivi principali che le hanno spinte a lasciare il paese d’origine.

Nel documento si sostiene che “l’aumento dell’incidenza dei gruppi armati criminali, che in pratica spesso equivale al loro controllo del territorio e delle persone, è superiore alla capacità di risposta dei governi nella regione”.

Fuggire dalla violenza domestica

I dati del governo statunitense hanno dimostrato che l’82 per cento delle donne originarie del Trifinio e del Messico e intervistate dalle autorità nell’ultimo anno, ha un timore fondato di subire persecuzioni o torture, ed è stato concesso loro di presentare richiesta di asilo negli Stati Uniti.

Un altro dei motivi per cui le donne abbandonano le loro abitazioni è la violenza esercitata da mariti e compagni che abusano di loro. “Non riuscendo a ottenere protezione da parte dello stato, molte donne hanno menzionato la violenza tra le mura di casa tra i motivi che le hanno indotte a scappare, per paura di venire ferite gravemente o uccise se fossero rimaste lì”, si legge nel rapporto.

Alcune hanno detto di aver preso delle pillole anticoncezionali prima di partire per evitare di rimanere incinte a seguito di stupri da parte di gang o trafficanti di esseri umani. “Venire qui (negli Stati Uniti) era avere una speranza di farcela”, dice Sara, fuggita dall’Honduras per cercare asilo negli Stati Uniti. Più di tre quarti delle donne intervistate ha dichiarato di essere al corrente del fatto che il viaggio via terra verso gli Stati Uniti era pericoloso, ma era un rischio che valeva la pena di correre.

Anastasia Moloney

(Traduzione di Alessandro de Lachenal)