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sabato 24 gennaio 2015

Arabia Saudita: il buco nero dei diritti umani, tra decapitazioni e frustate

Corriere della Sera
In un video diffuso online la scorsa settimana, e girato con un cellulare alla Mecca, si vede una donna in nero seduta sull'asfalto. Condannata a morte per l'omicidio della figliastra di 7 anni, la donna protesta la propria innocenza. "Non ho ucciso! Non ho ucciso!".
Ma un boia vestito di bianco la colpisce al collo, per tre volte, con un spada che poi pulisce con un panno, mentre il cadavere viene portato via. La diffusione di quel filmato e la fustigazione pubblica (recentemente rimandata dopo gli appelli di Usa e Onu) del blogger Raif Badawi, condannato a 1.000 frustate per "offesa all'Islam", hanno portato nuova attenzione sull'interpretazione della sharia e l'applicazione della pena capitale in Arabia Saudita. All'indomani della morte di re Abdullah, Amnesty International ha condannato "l'assenza totale di diritti umani" nel Paese, e ha denunciato un aumento degli arresti "di attivisti, blogger e di chiunque critichi la leadership politica e religiosa saudita", anche sui social network.

Qualche giorno fa il sito web "Middle East Eye" ha pubblicato un confronto tra le pene inflitte dall'Isis in nome della legge islamica nei territori dell'autoproclamato "Califfato" e quelle corrispondenti applicate da Riad: in casi di blasfemia, omicidio, omosessualità è prevista la morte; l'adulterio è punito con la lapidazione se sposati, altrimenti con 100 frustate; l'amputazione è contemplata per i ladri, e così via.

Anche se "l'applicazione effettiva di queste pene è in realtà diversa - riconosce lo stesso sito - poiché l'Arabia Saudita raramente, se mai, arriva a giustiziare per blasfemia o adulterio" e molto dipende dalla discrezionalità dei giudici, diversi studiosi notano il legame "teologico" basato sulla rigidissima interpretazione wahhabita dell'Islam. Il paragone con la morte di giornalisti come James Foley è evocato dal direttore di Amnesty, Salil Shetty: "Critichiamo l'Isis, ma a Riad c'è un governo che ha effettuato più di 60 decapitazioni pubbliche negli ultimi mesi". Secondo "Human Rights Watch" le esecuzioni sono state 87 nel 2014 e 11 finora nel 2015, per crimini come stupro, omicidio, traffico di droga.

Spesso si tratterebbe di decapitazioni, ma il governo tende a non pubblicizzarlo (e l'autore del video della Mecca è finito in manette). Nel frattempo il Paese fa parte della coalizione Usa contro l'Isis. La preoccupazione per l'ascesa del "Califfato" è genuina, come dimostra il muro di 600 miglia in costruzione lungo il confine con l'Iraq, dove tre guardie sono state di recente uccise. L'Isis, come già Al Qaeda (a partire dal saudita Bin Laden), disputa la legittimità, basata sulla religione, del potere della famiglia Al Saud. Ma l'atteggiamento dell'élite saudita - osserva tra gli altri l'ex agente dell'intelligence inglese Alastair Crooke - è ambivalente: alcuni appoggiano i miliziani sunniti perché combattono gli sciiti, altri ne hanno paura.

di Viviana Mazza

venerdì 23 gennaio 2015

L’Indonesia conferma la pena di morte ai due narcotrafficanti australiani

In terris
Il presidente Joko Widodo aveva dichiarato di voler eliminare il traffico di stupefacenti dal suo Paese

Joko Widodo, ha respinto la richiesta di grazia che l’Australia aveva presentato per i suoi due connazionali detenuti per droga in Indonesia. Presto quindi si procederà con le esecuzione e questo potrebbe incrinare ancora di più i rapporti già delicati tra i due Paesi. 

La scorsa settimana in Indonesia erano stati giustiziati alcuni cittadini brasiliani e olandese, cosa che aveva creato una crisi tra i tre Stati. L’Australia aveva chiesto la grazi per i due componenti del “Bali nine”, soprannome del gruppo di nove australiani arrestati nel 2005 a Bali per aver tentato di trafficare 8 chilogrammi di eroina.

Il presidente indonesiano poco tempo fa aveva ribadito la sua intenzione di sgominare il narcotraffico dal suo Paese, promettendo di usare il pugno di ferro e di non usare clemenza in nessun caso. A seguito delle fucilazioni avvenute la scorsa settimana, Brasile e Olanda avevano richiamato i loro ambasciatori da Giacarta, mentre la Nigeria aveva richiamato il suo ambasciatore ad Abuka. Anche la ministra degli esteri australiana, Julie Bishop, aveva affermato di non escludere l’ipotesi di far rientrare in patria l’ambasciatore australiano in Indonesia, se i suoi connazionali verranno uccisi.

Libano, violati i diritti delle donne dai tribunali religiosi. Cercano di sfuggire dalla violenza domestica

Blasting News
Un giudice ha consigliato ad una donna picchiata dal marito di cambiare il suo stile di vita per riconciliarsi con lui.

Le donne che cercano di sfuggire dalla violenza domestica e dai matrimoni infelici affrontano una discriminazione sistematica nei tribunali religiosi del Libano. A dirlo è la Human Rights Watch, che ha esortato il paese mediorientale a riformare il sistema giudiziario. 

I diritti delle donne sono violati in tutto il sistema libanese, con 15 leggi di stato personale a seconda dei sessi e basata sulla religione. "Non solo sono cittadini libanesi di diverse religioni trattati in maniera diseguale sotto la legge, ma le donne sono trattate ingiustamente su tutta la linea. I loro diritti e la loro sicurezza vanno protetti", ha detto Nadim Houry, vice direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch. Mentre il codice legale del Libano è in gran parte laico, le leggi dello stato personale danno a musulmani, cristiani, ebrei e drusi, quindi alle autorità del paese, il controllo di molti affari civili, tra cui il matrimonio, il divorzio e la custodia dei bambini.

Il Parlamento libanese ha approvato una legge lo scorso aprile progettata per frenare la violenza domestica, ma gli attivisti hanno detto che era stata annacquata così tanto che avrebbe fornito una protezione limitata per le donne. Il rapporto, che ha esaminato 447 sentenze emanate di recente dai tribunali religiosi, ha scoperto che le donne spesso devono affrontare difficoltà di ordine giuridico quando cercano il divorzio, la protezione dalla violenza domestica o la tutela dei loro figli dopo il divorzio.

Una donna, Mireille, ha detto all'Hrw che aveva sofferto anni di abusi fisici e temeva di perdere la custodia delle figlie a causa di disposizioni di custodia discriminatorie. "Mi sono imposta di portare là ciò che un essere umano può sopportare, tutte le ingiustizie e le violenze", ha detto. Un'altra donna intervistata nel rapporto, Nur, ha detto che il giudice le aveva consigliato di cambiare il suo abbigliamento e il suo stile di vita e riconciliarsi con il marito, che l'aveva picchiata e violentata. Gli attivisti da anni hanno invitato il governo ad adottare una legge di stato civile. Anche se il Libano offre alcune libertà alle donne negate nel mondo arabo, lo scorso anno il Libano è stato uno dei peggiori dell'indice globale sul divario di genere: 135 ° su 142

ONU - Isis fa pulizia preventiva: esecuzione di donne professioniste e impegnate in politica

The Horsemoon Post
Il gruppo terrorista islamista sta mostrando un ‘mostruoso disprezzo per la vita umana’, ha dichiarato martedì scorso alla France Presse la portavoce dell’Ufficio per l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, Ravina Shamdasani. 
Nel mirino donne impegnate nelle professioni e in politica, una pulizia religiosa preventiva che è uguale a quella usata dai nazisti in Europa durante la II Guerra Mondiale
Ginevra – L’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha denunciato martedì scorso, ma la notizia non ha avuto molta eco sulla stampa europea, che i miliziani dello Stato Islamico stanno procedendo a numerose esecuzioni preventive, come a volere ‘anticipare‘ futuri problemi di resistenza. Infatti, obiettivo preferito dei miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi sono donne istruite, professioniste, specialmente avvocatesse, medico e infermiere, ma anche donne che si sono candidate in passato per una carica elettiva.

Una tecnica di pulizia confessionale volta ad abbattere ogni tentativo di resistenza all’avanzata criminale di questi falsificatori dell’islam, che fa dunque le prime vittime proprio tra musulmani intenzionati a vivere la propria dimensione religiosa in modo personale e alieni a qualsiasi forma di violenza.

Secondo Ravina Shamdasani, portavoce dell’OHCHR (Office of the High Commissioner for Human Rights) i membri del gruppo jihadista sunnita fondamentalista stanno mostrando un “mostruoso disprezzo per la vita umana” nelle aree dell’Iraq che controllano.

Immigrazione in Bulgaria tentativi di miglioramento dopo accertate violazioni dei diritti umani

East Journal
La Bulgaria, il paese più povero dell’Unione Europea, dal 2011 sta fronteggiando un crescente flusso migratorio. Si tratta di richiedenti asilo prevalentemente siriani, ma anche afghani e iracheni. Varcare il confine con la Turchia rappresenterebbe per molti il primo passo in Europa, non certo l’ultimo. Il benvenuto nel limbo burocratico europeo.
Da pochi giorni si è riacceso il dibattito istituzionale in un clima piuttosto animato. Il 2014 bulgaro si è concluso con la sostituzione del presidente dell’Agenzia di Stato per i rifugiati (SAR), in favore del precedente direttore Kazakov. Tchirpanliev sarebbe stato rimosso dal suo incarico a causa di commenti inappropriati. Avrebbe infatti comparato i siriani agli unni, definito i curdi “peggiori dei nostri zingari” e Amnesty Internationalun’associazione disonesta. Il governo non ha ancora diffuso però le motivazioni di questo atto, ribadendo che non si tratterebbe in alcun caso di una punizione. Si è inoltre dimesso il capo della polizia di frontiera, Zaharin Penov, a causa di un incidente di un autocarro della polizia di ritorno da operazioni al confine.

Il 5 gennaio, il vice primo ministro per le questioni europee Kuneva (Blocco riformista) ha convocato i ministri dell’Interno Vuchkov (GERB), della Difesa Nenchev (Blocco riformista), e dello Sviluppo Regionale Pavlova (GERB), per discutere le nuove misure da intraprendere in vista di un aumento delle richieste di protezione internazionale previste nei prossimi mesi a seguito dell’inasprimento del conflitto siriano e del terrore dell’Isis.

Richiesti quindi ulteriori perfezionamenti alla rete di sicurezza nazionale e ai centri di accoglienza e detenzione nel paese. Si considera necessaria l’estensione del transennamento, lungo già 32 km, che separa dal territorio turco. Nel 2013 il governo si era già trovato a dover attuare un piano di contenimento. Attraverso la costruzione di una recinzione nella regione di Elhovo e il dispiegamento di unità di polizia lungo il confine si è cercato di ostacolare l’immigrazione irregolare.

Il disaccordo politico verterebbe sulla concezione di difesa e salvaguardia dei confini nazionali. Asserendo che la pressione migratoria è aumentata di due terzi negli ultimi mesi (dati confermati dal SAR) il ministro dell’Interno Vuchkov ha proposto che il pattugliamento della zona di confine venga affidato alle truppe dell’esercito, non solo alla polizia di frontiera. A questa proposta si oppongono Kuneva e il Presidente Plevneliev. Contrario anche il ministro della Difesa Nenchev, secondo il quale mancherebbero le premesse legali per un’azione del genere. Vuchkov comunque smentisce il ricorso ad emendamenti speciali per permettere lo schieramento militare. Disincentivare l’arrivo dei migranti sembra ancora la soluzione e la priorità. Kuneva sollecita e spera in una maggior coordinazione tra le istituzioni locali e l’Europa. La preoccupazione è che la cattiva gestione del fenomeno possa compromettere l’entrata in Schengen.

Secondo i media bulgari, alcuni stati membri dell’Unione avrebbero recentemente richiesto il trasferimento in Bulgaria di circa 7.500 persone con status pendente di rifugiato. Si tratta di migranti che dopo aver fatto richiesta di asilo in Bulgaria hanno poi raggiunto altri paesi. Di questi, Sofia ne ha ufficialmente accettati 3.000. Secondo il regolamento di Dublino infatti spetta al primo paese d’arrivo l’incarico di registrazione della domanda di asilo e il compito di provvedere alla protezione e integrazione del migrante. Condizione che preoccupa fortemente i paesi di confine.

Sebbene le condizioni di gestione non siano delle più rosee, la comunità internazionale sembra disposta a concedere supporto organizzativo ed economico alla Bulgaria, apprezzandone i piccoli progressi degli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda i tempi di rilascio dei documenti. La Commissione europea ha da poco definito il paese pronto ad affrontare i nuovi flussi, con la possibilità in caso di emergenza di attingere al Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (AMIF). Viene inoltre prolungato per un ulteriore periodo di 18 mesi il piano di supporto speciale siglato con l’EASO (European Asylum Support Office), al quale Sofia aveva richiesto aiuto tecnico e operativo.

Le organizzazioni umanitarie sono decisamente meno ottimiste. Infatti vengono ancora drammaticamente perpetuati violenze e respingimenti illegali ai danni dei migranti. Secondo l‘UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) le autorità bulgare dovrebbero compiere ulteriori sforzi e adattarsi urgentemente ai requisiti internazionali, nel pieno rispetto dei diritti dei migranti.

I richiedenti asilo in Bulgaria sono costantemente a rischio di detenzione arbitraria. L’accesso alla procedura d’asilo viene accordata solo dopo la registrazione della richiesta da parte del SAR. Operazione che subisce continui ritardi e rinvii. Paradossalmente, molti richiedenti asilo hanno rinunciato al sostegno materiale previsto pur di non prolungare i tempi di detenzione.

Nell’aprile scorso, sia Amnesty International che ECRE (European Council on Refugees and Exilees) avevano sollecitato gli altri stati membri a non trasferire i richiedenti asilo in Bulgaria, come invece previsto dal regolamento di Dublino, nell’attesa che la qualità delle condizioni d’accoglienza si stabilizzasse. 

Nello stesso periodo, Human Rights Watch denunciò le violenze e i respingimenti verso il territorio turco da parte della polizia di frontiera, esortando l’Unione Europea a fare pressione. La Commissione europea ha così aperto una procedura di infrazione contro i respingimenti dei profughi siriani attuati da Bulgaria (e Italia). L’UNHCR ha poi riconosciuto alcune migliorie del sistema e ha annullato l’appello alla sospensione dei trasferimenti.
Simona Mattone

giovedì 22 gennaio 2015

Pena di morte: Indonesia respinge richiesta grazia per un brasiliano Rodrigo Gularte

ANSA
San Paolo - Le autorita' indonesiane hanno respinto la richiesta di grazia avanzata dal governo brasiliano per Rodrigo Gularte, condannato a morte per traffico di stupefacenti. La rivela il sito G1, citando fonti del ministero degli Esteri brasiliano.


Gularte, 42 anni, arrestato nel 2004 mentre tentava di entrare in Indonesia con sei chilogrammi di cocaina nascosti in una tavola da surf, e' il secondo cittadino brasiliano ad essere condannato a morte in Indonesia. Sabato scorso, Marco Archer Cardoso Moreira, 53 anni, e' stato fucilato assieme ad altre cinque persone condannate per narcotraffico.

La presidente brasiliana Dilma Rousseff ha espresso pubblicamente il proprio ripudio all'esecuzione ed ha richiamato l'ambasciatore a Giakarta per consultazioni.

Il corpo di Archer e' stato cremato in Indonesia e le ceneri sono state spedite ai familiari in Brasile. La data dell'esecuzione di Gularte non e' stata ancora fissata.

Messico, le nuove rotte degli immigrati verso gli USA. 20.000 bambini ogni anno rapiti, violentati in schiavitù.

La Repubblica
Sono aumentati i controlli lungo la frontiera. Con l'approvazione del Programma Frontera Sur, gli immigrati del Centro America, che attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti, non transitano più sul treno merci soprannominato La Bestia. Un'inchiesta della BBC rivela le nuove rotte
Roma - Migliaia di migranti, ogni giorno, attraversano i confini messicani con la speranza di entrare negli Stati Uniti. Zattere che costeggiano l'Oceano Pacifico, camion, taxi o autobus per passeggeri sono i mezzi che usano. In alternativa, non restano che centinaia di chilometri a piedi fra le colline. 

Da quando sono aumentati i controlli lungo la linea ferroviaria Chiapas-Mayab, La Bestia, il treno merci che fino a qualche mese fa trasportava la maggior parte di loro, non è più facilmente accessibile. Soprattutto è diventato assai più rischioso, perché - ha detto alla BBC il sacerdote Alejandro Solalinde, fondatore dell'ostello Hermanos en el Camino di Oaxaca - "Subiscono gli assalti della polizia federale e degli agenti per l'immigrazione, oltre che quelli dei delinquenti comuni".

Le controversie del Plan Frontera Sur. A partire dallo scorso luglio, il governo messicano ha avviato un programma per far fronte al flusso migratorio. Frontera Sur si pone gli obiettivi di proteggere la vita dei migranti, garantire la sicurezza e combattere i gruppi criminali che violano i loro diritti. Per facilitare la mobilità è stata creata la tessera del Visitatore Regionale, che viene emessa gratuitamente per i cittadini guatemaltechi e belizeni. Contemporaneamente, sono stati rafforzati i controlli per contrastare il traffico di esseri umani ed è stato avviato un sistema di cooperazione fra le organizzazioni sociali, le commissioni statali di Diritti Umani e gli ostelli che assistono i migranti.

Misure che non risolvono il problema. Il programma riguarda soprattutto le zone del Chiapas, Tabasco, Oaxaca e Quintana Roo, fra le più povere del paese. Per questo motivo, il governo ha previsto per queste aree maggiore sviluppo e l'aumento della velocità sulla linea ferroviaria che collega il sud-est al sud. Secondo alcune organizzazioni, però, le soluzioni adottate non risolvono il problema. "Lontano dall'essere un piano per potenziare lo sviluppo della frontiera sud e la sicurezza, si tratta di un programma di mero contenimento migratorio", sostiene Alberto Xicoténcati dell'organizzazione Belén, Locanda del Migrante di Saltillo, nel nord del paese.

Le rotte alternative. È sempre più diffusa la tratta di essere umani lungo la costa del Pacifico. Lo segnalano numerose associazioni che operano nel sud del Messico. I trafficanti, noti con il nome di "polleros" o "coyotes", si servono di zattere o piccole imbarcazioni per circumnavigare le coste del Chiapas. Una volta giunti a Oaxaca, i migranti o si spingono fino a Veracruz con il treno e da qui verso il nord ovest del paese, al confine con il Texas, oppure raggiungono in autobus Città del Messico. Quest'ultima, considerata la rotta tradizionale, pur essendo la più corta è la più pericolosa. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), infatti, denuncia attacchi, sequestri, abusi sessuali e furti. La maggior parte dei migranti del Centro America, che scappa dalle violenze del gruppo di narcotrafficanti Los Zetas, predilige la ferrovia lungo la costa del Pacifico. Questa è la rotta storica che, a partire dal secolo scorso, milioni di messicani hanno percorso.

I bambini invisibili. Ogni anno migliaia di bambini attraversano il paese. Non è possibile stimare con precisione il numero, poiché in molti casi, sotto lauto compenso, gli agenti di polizia lasciano che proseguano il cammino. I minori non accompagnati, che giungono in Messico, provengono da El Salvador, Honduras e Guatemala. Alcuni attraversano i cosiddetti "punti ciechi". Altri si spingono nelle zone selvatiche. Quasi sempre ad accompagnarli sono i trafficanti di esseri umani. Viaggiano in gruppi esigui. Sono soliti fare brevi percorsi e soste di alcuni giorni. "Quei 60.000, che raggiungono gli Stati Uniti, non viaggiano tutti insieme. Vanno poco a poco. Uno qui, l'altro là" spiega il sacerdote Alejandro Solalinde. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) ha calcolato che vi sono, in media, 20.000 sequestri di migranti ogni anno. Molti di questi sono minori. Alcuni vengono rinchiusi in edifici simili alle prigioni. Altri subiscono violenze sessuali, schiavitù, mutilazioni, prostituzione e abusi da parte delle autorità.