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venerdì 14 gennaio 2022

Indonesia - Provincia di Aceh - 100 frustate alla donna adultera e 15 all'amante

La Repubblica
Una donna indonesiana della provincia di Aceh è stata fustigata 100 volte per adulterio, dopo che aveva confessato di aver avuto rapporti sessuali con un uomo diverso dal marito. 
All'amante, invece, anche lui sposato, sono state inflitte solo 15 frustate. 

The woman during the public flogging in Idi. Photograph: Cek Mad/AFP/Getty Images

Aceh è l'unica regione dell'Indonesia ad applicare la sharia, la legge islamica. Decine di persone hanno assistito alla punizione, caricando i video sui social. 

Gruppi per i diritti umani hanno criticato la pratica della fustigazione e lo stesso presidente indonesiano ha chiesto che venga abolita. Ma la popolazione locale resta favorevole.

lunedì 27 aprile 2020

Arabia Saudita - Riforma del sistema penale: abolizione della fustigazione e della pena di morte per i minorenni

Blog Diritti Umani - Human Rights
La notizia, dopo aver appreso che abolirà anche le fustigazioni, indica una riforma del suo sistema penale molto criticato.


L'Arabia Saudita abolirà le condanne a morte per coloro che erano minorenni al momento del crimine, come annunciato domenica dalla Human Rights Commission (CDH, un ente statale), che fa riferimento a un decreto reale. Sebbene non si sappia quando verrà applicata la misura, sembra essere una riforma più ampia del sistema penale, dal momento che era trapelato poco prima che la punizione delle fustigazioni sarebbe stata sostituita da carcere o multe.

“Il decreto significa che chiunque riceva una condanna a morte per reati commessi quando erano minorenni non sarà più giustiziato. Invece, la persona riceverà una pena detentiva di un massimo di dieci anni in un centro di detenzione minorile ", afferma il presidente della HRC Awwad al Awwad in una dichiarazione fatta eco dall'agenzia Reuters.

Dalle informazioni disponibili non è chiaro quando detto decreto è stato pubblicato o da quando sarà efficace, poiché i media ufficiali non lo hanno menzionato. La notizia rappresenta uno spostamento nel sistema giudiziario saudita in cui i minori vengono processati come adulti e, se vengono giudicati colpevoli di uno qualsiasi dei reati punibili con la pena capitale, vengono giustiziati una volta raggiunta la maggiore età.

Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno criticato duramente questa pratica che viola la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia. Nel suo rapporto sulla pena di morte nel 2019, Amnesty International classifica l'Arabia Saudita come il paese terzo con il maggior numero di esecuzioni (184), dopo Cina (migliaia) e Iran (251), entrambi con una popolazione molto più ampia.

sabato 30 marzo 2019

Brunei - Frustate, pena di morte per lapidazione e amputazioni: entra in vigore il nuovo codice penale

Corriere della Sera
Dice Hassanial Bolkiah, il sultano del Brunei, che "è Dio ad aver ha creato le leggi e quindi noi possiamo usarle per ottenere giustizia, anzi questo è il nostro dovere". 
Così mercoledì 3 aprile, nel piccolo ex protettorato britannico, un'enclave di meno di mezzo milione di abitanti nel Borneo (Malaysia), rischia di entrare in vigore la terza e ultima parte del nuovo codice penale ispirato alla shari'a, il corpus di norme di derivazione islamica. 

Il Brunei è il primo paese asiatico ad aver adottato la shari'a come fonte della legislazione nazionale applicabile alla popolazione musulmana, due terzi del totale.

D'ora in poi i "reati" di adulterio e relazione omosessuale potranno essere puniti con le frustate e la lapidazione, l'apostasia verrà sanzionata con la pena di morte e ai ladri verranno amputati gli arti. 

L'annuncio dell'imminente entrata in vigore delle nuove norme voleva passare sotto silenzio. Le autorità di Brunei hanno cercato di non finire sotto i riflettori, limitandosi a un comunicato sul sito della procura generale che non è stato ripreso dalla stampa locale. 

Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno diffuso la notizia, di cui per fortuna sta parlando il mondo intero. C'è la possibilità che il sultano faccia marcia indietro.

Riccardo Noury

giovedì 7 marzo 2019

Indonesia. L'orrore ad Aceh: torna la fustigazione in piazza per sei coppie per "reati" contro la morale

Avvenire
Sei coppie, arrestate in hotel per relazioni «inappropriate» sono state sottoposte al supplizio pubblico, dopo mesi di carcere Critiche degli attivisti per i diritti umani.


Una nuova fustigazione pubblica a Aceh, lunedì. La prima dopo la fine della sospensione di mesi nell’unica provincia nella pur musulmana Indonesia dove la legge coranica, la sharia, è applicata nella sua massima estensione con eccezione della pena capitale. 

A controllarne l’applicazione e a deferire ai giudici i colpevoli – in maggioranza responsabili di rapporti extraconiugali o omosessuali – è una apposita «polizia della morale». Due giorni fa, sei coppie sono state punite nel capoluogo Banda Aceh dove erano state arrestate lo scorso anno dopo un’irruzione nelle camere d’albergo dove si trovavano.

A quattro sono state inflitte sette frustate perché in compagnia ma non in atteggiamenti compromettenti, mentre le altre sono stati condannate tra 17 e 25 colpi per rapporti intimi al di fuori del matrimonio. Una pena preceduta per tutti da mesi di carcere. Più che la punizione in sé, l’effetto dissuasivo deriva dalla sua pubblicità. Come indicato all’agenzia UcaNews da uno dei protettori della moralità pubblica, «la legge intende avere un effetto deterrente, non solo per i colpevoli, ma anche per gli spettatori». Il fatto, poi, che questi eventi siano tenuti davanti a fotografi e giornalisti, con la possibilità per chiunque di riprenderli con videocamere e smartphone, la rende insieme parti- colarmente temuta e odiosa.

In almeno un caso, quello di una 16enne accusata tre anni fa di prostituirsi perché aveva assistito a un concerto rock, l’esposizione alla vergogna ha portato al suicidio. Non a caso, i gruppi per i diritti umani hanno ripetutamente chiesto la sua rimozione o almeno un’attenuazione, come pure ha fatto l’attuale presidente Joko Widodo. L’opposizione della forte maggioranza musulmana locale e le pressioni di partiti legati all’islamismo radicale hanno finora impedito ogni modifica, delicata anche sul piano politico. La situazione di Aceh deriva dalla sua speciale forma di autonomia, garantita nel 2001 dopo un lungo conflitto e la pace raggiunta con il movimento indipendentista del Gam. I moderati temono quindi che una pressione sugli estremisti e sulla politica locale possa scatenare una reazione.

E che la richiesta già avanzata da alcuni per un’estensione geografica della sharia possa trovare favore altrove per merito della predicazione estremista. Non a caso, nei giorni scorsi all’estremità orientale dell’arcipelago, nella provincia di Papua, manifestazioni dei cristiani, qui maggioritari, hanno chiesto l’espulsione di Ja’far Umar Thalib, un imam che tra il 2000 e il 2003 alimentò le tensioni interreligiose sull’isola di Ambon, nelle Molucche. Negli scontri, morirono 5mila persone.

sabato 24 gennaio 2015

Arabia Saudita: il buco nero dei diritti umani, tra decapitazioni e frustate

Corriere della Sera
In un video diffuso online la scorsa settimana, e girato con un cellulare alla Mecca, si vede una donna in nero seduta sull'asfalto. Condannata a morte per l'omicidio della figliastra di 7 anni, la donna protesta la propria innocenza. "Non ho ucciso! Non ho ucciso!".
Ma un boia vestito di bianco la colpisce al collo, per tre volte, con un spada che poi pulisce con un panno, mentre il cadavere viene portato via. La diffusione di quel filmato e la fustigazione pubblica (recentemente rimandata dopo gli appelli di Usa e Onu) del blogger Raif Badawi, condannato a 1.000 frustate per "offesa all'Islam", hanno portato nuova attenzione sull'interpretazione della sharia e l'applicazione della pena capitale in Arabia Saudita. All'indomani della morte di re Abdullah, Amnesty International ha condannato "l'assenza totale di diritti umani" nel Paese, e ha denunciato un aumento degli arresti "di attivisti, blogger e di chiunque critichi la leadership politica e religiosa saudita", anche sui social network.

Qualche giorno fa il sito web "Middle East Eye" ha pubblicato un confronto tra le pene inflitte dall'Isis in nome della legge islamica nei territori dell'autoproclamato "Califfato" e quelle corrispondenti applicate da Riad: in casi di blasfemia, omicidio, omosessualità è prevista la morte; l'adulterio è punito con la lapidazione se sposati, altrimenti con 100 frustate; l'amputazione è contemplata per i ladri, e così via.

Anche se "l'applicazione effettiva di queste pene è in realtà diversa - riconosce lo stesso sito - poiché l'Arabia Saudita raramente, se mai, arriva a giustiziare per blasfemia o adulterio" e molto dipende dalla discrezionalità dei giudici, diversi studiosi notano il legame "teologico" basato sulla rigidissima interpretazione wahhabita dell'Islam. Il paragone con la morte di giornalisti come James Foley è evocato dal direttore di Amnesty, Salil Shetty: "Critichiamo l'Isis, ma a Riad c'è un governo che ha effettuato più di 60 decapitazioni pubbliche negli ultimi mesi". Secondo "Human Rights Watch" le esecuzioni sono state 87 nel 2014 e 11 finora nel 2015, per crimini come stupro, omicidio, traffico di droga.

Spesso si tratterebbe di decapitazioni, ma il governo tende a non pubblicizzarlo (e l'autore del video della Mecca è finito in manette). Nel frattempo il Paese fa parte della coalizione Usa contro l'Isis. La preoccupazione per l'ascesa del "Califfato" è genuina, come dimostra il muro di 600 miglia in costruzione lungo il confine con l'Iraq, dove tre guardie sono state di recente uccise. L'Isis, come già Al Qaeda (a partire dal saudita Bin Laden), disputa la legittimità, basata sulla religione, del potere della famiglia Al Saud. Ma l'atteggiamento dell'élite saudita - osserva tra gli altri l'ex agente dell'intelligence inglese Alastair Crooke - è ambivalente: alcuni appoggiano i miliziani sunniti perché combattono gli sciiti, altri ne hanno paura.

di Viviana Mazza

mercoledì 9 luglio 2014

Iran: La giornalista Rassouli condannata a due anni di carcere e alla fustigazione per propaganda contro il regime

Nova
La giornalista iraniana Marziya Rassouli, che lavora per testate vicine ai riformisti iraniani, è stata condannata a due anni di detenzione e a cinquanta frustate per l'accusa di propaganda contro il regime di Teheran durante "partecipazioni a raduni". 

Rassouli, che scrive per i due quotidiani "Sharq" e "Etimad", era stata arrestata assieme ad altri giornalisti nel gennaio 2012 nell'ambito di un'operazione repressiva che a suo tempo venne condannata dalla Francia e dagli Stati Uniti; pressioni che spinsero le autorità giudiziarie a rilasciare la donna dietro il pagamento di una cauzione.