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lunedì 12 ottobre 2020

Bangladesh - Degenerano le condizioni nei campi profughi dei Rohingya. 7 morti e centinaia costretti a fuggire per scontri tra gruppi rivali.

AGI
La violenza di gang rivali sta seminando morte e terrore nei campi rifugiati Rohingya vicino a Cox's Bazar, città del Sud-Est del Bangladesh, dove almeno 7 persone sono morte e alcune centinaia sono state costrette a fuggire. 

Il Campo profughi di Cox's Bazar nel Sud-Est del Bangladesh

"Le sette vittime, tra cui una donna, sono state registrate nei giorni scorsi", ha riferito al Guardian Shamsud Douza, ufficiale di polizia incaricato del controllo dei campi profughi.

Per gli occupanti dei campi, le ore più pericolose sono quelle notturne, quando operatori umanitari e forze di sicurezza si ritirano, lasciandoli in mano alle gang in lotta per il controllo del traffico di droga, ma non solo. A scontrarsi sono, in particolare, il gruppo di Munna - nome dato dal suo leader, sospettato di gestire il narcotraffico dal Myanmar - e una fazione legata al gruppo ribelle Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa). I contendenti, tutti Rohingya, appiccano il fuoco alle casupole dei rifugiati, costringendoli a ripararsi altrove, portando con se' i pochi beni che riescono a salvare dalle fiamme.

I vertici del movimento ribelle Arsa - responsabile di attacchi ai militari in Myanmar tra il 2016 e il 2017, facendo scatenare la 'pulizia etnica' ai danni dei Rohingya, costretti a rifugiarsi in Bangladesh - hanno preso le distanze degli ultimi episodi di violenza nei campi profughi di Cox's Bazar. "Siamo incastrati da queste gang", hanno scritto in un comunicato ufficiale. "La situazione si sta deteriorando e nei campi i Rohingya sono impauriti, hanno bisogno di protezione", ha riferito Matthew Smith, responsabile del gruppo di difesa dei diritti Fortify Rights.

Le crescenti violenze hanno costretto gli operatori umanitari a sospendere momentaneamente le proprie attività, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei rifugiati. L'Unhcr (Agenzia Onu per i Rifugiati) sta provvedendo a fornire aiuti umanitari ai nuovi sfollati e, dopo alcuni giorni di sospensione e' tornata a riprendere le proprie attivita' nei campi, che in tutto ospitano 1 milione di persone.

Al centro delle violenze dei giorni scorsi c'è il controllo del mercato della metamfetamina 'yaba' prodotta in Myanmar e sempre più consumata in Bangladesh. Il gruppo di Munna ha reclutato giovani disoccupati offrendo loro alte retribuzioni per portare avanti le sue attivita' illegali, facendo perdere influenza al movimento Arsa, che si sta ribellando all'indebolimento delle sue posizioni.

In Bangladesh i rifugiati Rohingya sono accusati di aver introdotto quella droga, che ha già creato milioni di dipendenti, con gravi conseguenze in termini di sicurezza e sociale. "La mancanza di progressi per arrivare a soluzioni durevoli, in particolare il rimpatrio volontario sicuro e dignitoso dei rifugiati nelle loro case in Myanmar, ha aumentato l'incertezza e la disperazione nei campi, contribuendo alla situazione attuale", ha avvertito Louise Donovan, portavoce Unhcr a Cox's Bazar.

Amnesty International per l'Asia meridionale ha avvertito che le crescenti violenze e le difficili condizioni in quei campi e intorno non dovrebbero essere utilizzate dal governo del Bangladesh per giustificare il suo controverso piano di ricollocazione dei rifugiati a Bhasan Char, isola nel Golfo del Bengala. Gia' in 300 sono stati trasferiti sull'isola e alcune donne hanno accusato le guardie di aver commesso abusi sessuali.

Veronique Viriglio

domenica 11 ottobre 2020

Suicidi in carcere: 20 volte in più della popolazione libera, ma queste morti non fanno notizia

Il Riformista
L’ultimo è di qualche giorno fa: un ragazzo ventiduenne suicida nel carcere di Brescia in una vicenda da chiarire in molti suoi particolari. Il giovane era caduto in un forte stato depressivo dopo avere denunciato le violenze sessuali subite da un imprenditore che gli offriva capi d’abbigliamento in cambio di prestazioni sessuali. 

La Procura di Brescia proprio in questi giorni stava chiudendo le indagini ma il giovane si è tolto la vita nella sua cella.

Ma i suicidi in carcere continuano a essere una tragedia silenziosa che si ripete con feroce regolarità. Il 2 ottobre scorso si è tolto la vita Carlo Romano, detenuto a Rebibbia da sei mesi: aveva 27 anni e conclamati problemi psichici che l’avevano già spinto a tentare il suicidio e per questo era passato alla sorveglianza a vista che gli era stata revocata proprio il giorno precedente. La Garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni sottolinea che si tratta dell’ennesimo caso di una persona «che forse poteva essere curata all’esterno». Lo scorso 28 settembre è toccato a un uomo di origini albanesi che era in attesa di giudizio nel carcere di Bologna, il compagno che condivideva la camera con lui non si sarebbe accorto di nulla. Solo il giorno precedente, il 27 settembre, nel carcere di Castrovillari (CS) un detenuto marocchino ha approfittato del cambio turno della polizia penitenziaria per impiccarsi con un lenzuolo. Nella notte tra il 29 e il 30 agosto si è impiccato nella sua cella, dove si trovava solo, Omar Araschid, di origini marocchine, era recluso nell’area dei “sex offenders” e avrebbe nuovamente guadagnato la libertà nel 2021.

Il 27 agosto nel carcere di Pescara il 63enne Dante Di Silvestre aveva ricevuto da due giorni il diniego di lavorare fuori dal carcere dal magistrato dell’Ufficio di sorveglianza, per lui è stato un colpo durissimo, ha messo da parte gli effetti personali e un biglietto per la moglie e approfittando del regime di semilibertà che gli era stato riconosciuto per il suo comportamento esemplare, nel cortile del carcere ha utilizzato una corda che usava per il lavoro e si è impiccato a una sbarra. Di Silvestre era in carcere dopo la sentenza definitiva a 11 anni, con i benefici di legge aveva già scontato quasi metà della pena e aveva ottenuto la semilibertà. Poi, ancora: a Milano un 42enne algerino era stato fermato per tentato furto, era in una stanza da solo in Questura in attesa di fotosegnalamento. Si è tolto la maglietta, l’ha legata alle grate della finestrella della stanza vuota e l’ha stretta al collo. Quando gli agenti l’hanno trovato era già troppo tardi. Il 20 agosto si è impiccato al carcere Pagliarelli di Palermo Roberto Faraci, 45 anni, entrato in prigione da pochi giorni, anche lui sfruttando il fatto si essere stato lasciato solo.

È una moria di storia e di persone impressionante, che si ripete con cadenza mostruosa. Il 19 agosto un suicidio nel carcere di Lecce, il 17 Giuseppe Randazzo a Caltagirone, il 12 agosto sempre al Pagliarelli di Palermo (dove sono avvenuti ben 3 suicidi nel solo mese di agosto) si è impiccato (il solito drammatico cliché) Emanuele Riggio. Il 30 luglio nel carcere di Fermo si è suicidato un 23enne, di cui dalle cronache non si riesce nemmeno a risalire al nome. Aveva 23 anni anche Giovanni Cirillo che si è ammazzato il 26 luglio aSalerno e ne aveva 24 invece il detenuto che si è ammazzato a Como nello stesso carcere dove un mese prima in un’altra sezione si è tolto la vita, impiccandosi con la corda della tuta da ginnastica, un detenuto tunisino di 33 anni. In quell’occasione erano stati i compagni di cella, di ritorno dopo il periodo trascorso all’aria, a trovare il corpo senza vita. La conta dal 17 gennaio di quest’anno (quando si verificò il primo suicidio nel carcere di Monza) a oggi è incivile: 45 suicidi dall’inizio dell’anno, tutti per impiccamento tranne 4 casi di suicidi per asfissia provocata da gas. A questi numeri si aggiungono 27 casi di morti da accertare, tutt’ora al vaglio degli inquirenti.

Secondo il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, sarebbero 1100 i tentativi di suicidio ogni anno evitati dagli agenti. Il Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, adottato il 21 luglio del 2017, non ha rallentato la catena di suicidi: 52 nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019. La frequenza dei suicidi in carcere è di 20 volte superiore alla norma, mentre quella tra gli agenti penitenziari è 3 volte superiore alla norma e risulta anche la più elevata tra tutte le Forze dell’Ordine. Secondo il sito ristretti.it «è facile concludere che i detenuti si uccidono a centinaia (e tentano di uccidersi a migliaia) in primo luogo perché percepiscono di non essere più portatori di alcun diritto: privati della dignità e della decenza, trascorrono la propria pena immersi in un “nulla” senza fine».

Ma la notizia fatica sempre ad arrivare ai giornali e fatica infilarsi nel dibattito pubblico. Rimangono le brevi di cronaca date ogni tanto su qualche sito locale:la politica fa spallucce (se addirittura non invoca ancora meno diritti) e l’opinione pubblica è colpevolmente distratta. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri – sosteneva Voltaire – poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione»: qui la situazione è sempre nera, nerissima ma i palazzi sembrano non accorgersene.

Pena di morte: Sant’Egidio lancia il nuovo sito web della campagna per l’abolizione e favorire l'umanizzazione delle carceri

SIR
In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che si celebra domani, la Comunità di Sant’Egidio ribadisce il proprio impegno per l’abolizione di questa misura inumana e ingiusta, per la difesa della vita di ogni condannato e presenta il nuovo sito della campagna per un mondo senza pena di morte: nodeathpenalty.santegidio.org


La nuova piattaforma è fruibile su tutti i dispositivi (desktop, tablet e mobile) e vuole essere uno strumento che consenta di partecipare attivamente alla campagna, attraverso l’invio di appelli e petizioni, e la condivisione degli eventi online.

In questo tempo di pandemia, si legge in un comunicato, “le condizioni di coloro che vivono già in estremo isolamento in carceri di massima sicurezza e spesso in attesa di esecuzione, sono divenute ancora più drammatiche, in ogni parte del mondo”. 

La Comunità ha moltiplicato i propri sforzi per umanizzare la vita dei detenuti, “ed è significativo che nel momento in cui l’umanità si è confrontata con una condizione di particolare vulnerabilità, sia sensibilmente cresciuto il numero di coloro che hanno voluto impegnarsi in questa battaglia per la difesa della vita umana, sia con l’adesione sempre più massiccia agli appelli per i condannati a morte, sia nella richiesta di corrispondere con i detenuti”.

Sant’Egidio, tra i fondatori della World Coalition Against the Death Penalty, segue con attenzione l’evoluzione ed accompagna gli sforzi dei Paesi, come la Repubblica centrafricana e il Kazakistan, che decidono di consegnare alla storia la pena capital,e e guarda con fiducia alla prossima Assemblea generale Onu, a inizio dicembre, dove – dopo la pubblicazione di un rapporto specifico del segretario generale – sarà votata una nuova risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni, con una maggioranza che si preannuncia più ampia della precedente.

venerdì 9 ottobre 2020

Fondazione Migrantes: Nessuna invasione, smentita la propaganda "Scende il numero dei migranti, rovesciato un trend di decenni"

Il Riformista
Nessuna invasione, i dati smentiscono la propaganda. Appello alla politica: "Bene la modifica dei decreti sicurezza. Ora supportare percorsi di regolarità". "Conoscere per comprendere": dice tutto il titolo del Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas italiana e Fondazione Migrantes.


Il pregiudizio che si è fatto largo, amplificato negli studi TV dalla propaganda di qualcuno, si scontra con la realtà dei numeri. I migranti diminuiscono, rovesciando un trend di alcuni decenni. I 5.300.000 che risiedono da tempo in Italia, l'8,8% della popolazione, a dispetto della sbandierata "invasione africana", provengono essenzialmente da Romania, Marocco, Albania, Cina, Ucraina e India. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più. In calo anche le nascite di figli di immigrati e le acquisizioni di cittadinanza.
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Parchi tanto nelle nascite quanto nelle acquisizioni di cittadinanza. Dal 2018 al 2019 vi sono stati appena 47 mila residenti e 2.500 titolari di permesso di soggiorno in più, insieme ad un calo delle nascite di figli di immigrati, da 67.933 nel 2017 a 62.944 nel 2019. Scendono anche le acquisizioni di cittadinanza, da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019. E si conferma la tendenza all'inserimento stabile con il 62,3% dei permessi a lunga scadenza. Appena il 5,7% sono i permessi collegati all'asilo e alla protezione internazionale, solo l'1,5% quelli per studio.

A delinquere è una minoranza esigua. La controprova si ottiene confrontando i dati con quelli del Dap, a via Arenula. Su una popolazione carceraria di 60.971 detenuti, a fine gennaio di quest'anno risultano essere presenti 19.841 cittadini stranieri: erano 20.255 nel 2018. "I cittadini stranieri, piuttosto, sono fra le principali vittime di reati collegati a discriminazioni", dice il Rapporto: in generale, si osserva, in Italia negli ultimi dieci anni il numero di reati denunciati all'autorità giudiziaria dalle forze di polizia è diminuito del -9,8%: nel 2019 sono stati denunciati 2.629.831 delitti rispetto al 2018, quando erano stimati in 2.371.806. Una diminuzione che prosegue dal 2003 e che investe tutte le fattispecie criminose.

Non meno infondato è il Dagli all'untore. "Non c'è stato in questi mesi alcun allarme sanitario ricollegabile alla presenza di cittadini stranieri nel nostro Paese. La prevalenza di casi positivi è analoga a quella della popolazione generale".

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Aldo Torchiaro

giovedì 8 ottobre 2020

Dietro al "muro" europeo eretto sulla "Rotta Balcanica", l'odissea dimenticata di migliaia di migranti: violenze, incidenti e morti. E in migliaia ammassati nei campi al confine con la Croazia

Blog Diritti Umani - Human Rights
Fonti dell'Ansa riferiscono che a Bihac, in Bosnia-Erzegovina sono stati uccisi due migranti e che ci sono stati molti feriti, anche gravi, negli scontri fra gruppi rivali di profughi ad inizio ottobre, non lontano dal confine con la Croazia.
Una famiglia di rifugiati alla frontiera  tra Bosnia e Croazia - Foto: Valerio NIcolosi

Nella zona di Bihac migliaia di migranti in marcia lungo la "Rotta Balcanica" cercano in tutti i modi di attraversare la frontiera con la Croazia per proseguire il viaggio verso i Paesi dell'Europa occidentale.

Gli scontri sono avvenuti mentre si preparava un "game" per cercare di attraversare la frontiera con la Croazia. Il "game" è il tentativo superare il confine, cercando di attraversarla contemporaneamente in gran numero. Molti vengono fermati, subendo violenze da parte della polizia di frontiera, ma alcuni riescono a passare, lo decide la sorte. Degli immigrati raccontano di essere riusciti a passare dopo numerosi tentativi falliti.

La Rotta Balcanica

Sono 1500 i migranti nel campo ufficiale di BIhac gestito dall'organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM), rimasti bloccati per più di quattro mesi per il Covid all'interno del campo.

Altre migliaia sono presenti nei campi informali nati nella regione della Bosnia-Erzegovina al confine con la Croazia.

Con la riapertura nel mese di giugno sono ripresi i "game" con le tragiche conseguenze che si stanno registrando in questi giorni.

Davanti al flusso di migranti che provengono dalla Grecia nell'intervista rilasciata a "Rivista.it" di Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti lungo la rotta balcanica di IPSIA-ACLI riferisce: «Il governo del Cantone di Una-Sana, che è una regione che appunto fa parte di questo complesso sistema politico della Bosnia-Erzegovina, ha emanato l'ennesima direttiva contro i migranti, dicendo che non possono prendere gli autobus. Questo in parte era già in atto, nel senso che li obbligavano a scendere, però ora hanno vietato anche il movimento interno al cantone stesso. Inoltre, la popolazione locale ha cominciato a manifestare. Ci sono state a fine agosto delle proteste sia a Velika Kladuša e poi successivamente a Bihac, a cui è seguita l’ennesima decisione del cantone di Una-Sana secondo cui nessun nuovo registrato può accedere ai campi sul territorio. Il fatto però è che non stiamo parlando di immigrazione illegale: le persone che entrano in Bosnia si registrano come richiedenti asilo e hanno un foglio che li legittima a rimanere sul territorio dello Stato bosniaco-erzegovese fino a quando non espleteranno tutta la procedura, per cui sono tutelati come tutti quanti dalle convenzioni internazionali. Nessuno potrebbe vietare loro l'accesso ai campi e alle strutture, nessuno potrebbe vietare loro la possibilità di muoversi con taxi, autobus e altri mezzi di trasporto, invece tutto questo viene fatto violando costantemente la loro dignità, la loro libertà e i loro diritti».

La grave situazione della regione non ha la necessaria attenzione da parte degli organismi preposti che non programmano e mettono in atto interventi adeguati. É un problema globale ed europeo.

Dietro questo muro europeo sono nate queste realtà, oltre che nella regione di Bihac, com'è noto, anche nei campi profughi ufficiali e informali nelle isole greche. Tutti luoghi di grave emergenza umanitaria che coinvolgono decine di migliaia di bambini, donne, anziani, persone fragili sul territorio europeo.

Ezio Savasta

Fonti: AnsaMed - Migranti: Bosnia, due morti in scontri a Bihac - Incidenti fra gruppi rivali di profughi

mercoledì 7 ottobre 2020

Migranti. Fiaccolata per Abou, minore non accompagnato di 15 anni, torturato in Libia e morto in Italia.

Il Dubbio
Proprio quando si riparla di decreti sicurezza, un caso tragico getta pesanti ombre sulla gestione dell'immigrazione. Si tratta della scomparsa di Abou, un ragazzo di 15 anni, migrante della Costa d'Avorio, sbarcato dalla nave quarantena Allegra, in rada a Palermo, e deceduto presso l'ospedale Ingrassia del capoluogo siciliano i primi giorni di ottobre.


Per questo ieri sera si è svolta una fiaccolata organizzata dal Forum Antirazzista di Palermo, per ricordare Abou e mostrare vicinanza "a tutte le persone che sono costrette dopo viaggi ed esperienze terrificanti e dopo le torture e le violenze in Libia a subire respingimenti, odio e rifiuto da parte della nostra Unione europea. Vogliamo dare l'abbraccio che Abou ha cercato e non ha ricevuto".

Tutto comincia l'8 settembre scorso quando la nave della Ong spagnola Open Arms salva e carica a bordo 83 naufraghi partiti da Zuara in Libia. Da quello che è stato ricostruito in quei momenti sembra accertata la presenza di un ragazzo proveniente dalla Costa d'Avorio. I medici di Emergency riscontrano casi di scabbia "problemi di malnutrizione e scabbia. Un altro ragazzo presenta una lesione da decubito sulla natica sinistra a causa di tutto il tempo passato seduto nelle prigioni libiche". Due giorni dopo, mentre la Open Arms è in attesa di un porto dove sbarcare, altre 87 persone vengono tratte in salvo e l'11 settembre se ne aggiungono ben 116 fino a raggiungere 276. Dopo che Malta e Italia rifiutano un attracco sicuro, il 18 i migranti vengono trasbordati sulla nave Allegra per la quarantena. La cosa non avviene in modo tranquillo, 126 persone tentano la fuga gettandosi in acqua, altre 140 rimangono a bordo ma la situazione è tragica. La quarantena inizia in condizioni di salute precarie a causa delle torture subite in Libia e dalle privazioni del viaggio.

Abou è tra loro e il suo stato psico-fisico peggiora velocemente. I suoi compagni si allarmano e chiamano urgentemente un medico che visita il ragazzo. Il referto è chiaro: "Mi riferiscono - afferma il personale sanitario, che (il ragazzo ndr) non parla e non si nutre da circa tre giorni. Il paziente è apiretico, apparentemente disorientato, poco collaborante... all'ispezione sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere... il paziente lamenta dolore in sede lombare bilaterale. Si sospetta un coinvolgimento renale conseguente a stato di disidratazione".

I medici riferiscono anche che il quindicenne rifiuta di bere e qualsiasi terapia gli venga proposta. Il 29 settembre si dichiara necessario lo sbarco e il ricovero urgente. Arrivato in ospedale il 30, è riscontrata la negatività al Covid ma viene curato per polmonite, inoltre è certo uno stress post traumatico, denutrizione e disidratazione. Abou entra in coma e muore due giorni dopo.

Intanto è stato aperto un fascicolo a seguito di una denuncia ed è stata sequestrata la cartella clinica. Sarà quindi la Procura di Palermo a coordinare le indagini sulla morte del minore non accompagnato. Il tutore Rossella Puccio e il legale Michele Calantropo, autori dell'esposto hanno commentato così la loro decisione: "Noi abbiamo rappresentato tutti i fatti, inclusi quelli più anomali a partire dal fatto che i minori non accompagnati devono avere sempre un tutore, anche su una nave quarantena, che è pur sempre territorio italiano".

Alessandro Fioroni

lunedì 5 ottobre 2020

Bielorussia - Dai media locali - Come ogni domenica almeno 100.000 in piazza a Minsk - La polizia usa gli idranti

Rai News 24
La polizia ha usato gli idranti per disperdere la folla che si è radunata nel centro di Minsk. Lo riferiscono fonti locali. Una protesta, che arriva proprio nella prima domenica dopo l’annuncio delle sanzioni dell’Unione Europa contro la Bielorussia. 


L’opposizione dunque, che contesta la rielezione di Alexander Lukashenko, anche oggi è riuscita a mobilitare migliaia di cittadini. Sul canale Telegrram NEXTA Live, tramite il quale vengono coordinate le azioni dell'opposizione, si annuncia che la manifestazione di oggi è dedicata ai "detenuti politici". 

Centinaia di manifestanti, leader di movimenti politici, sindacati e giornalisti sono stati arrestati e messi in carcere per aver partecipato o organizzato le proteste. Ogni domenica le autorità bielorusse schierano a Minsk forze antisommossa,veicoli corazzati, jeep rinforzate e cannoni ad acqua. Inoltre, limitano l'accesso a Internet mobile e riducono il funzionamento dei trasporti pubblici per rendere più difficile la mobilitazione. 

In altre parti del paese, dove si svolgono anche grandi manifestazioni, ci sono stati sporadici scontri e sono stati utilizzati gas lacrimogeni e granate stordenti. Ma gli interventi della polizia sembrano meno violenti rispetto ad agosto, quando il governo ha usato ogni mezzo per fermare le proteste. Decine le persone ferite, migliaia gli arresti.