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domenica 17 maggio 2020

Perù. 60 detenuti morti in carcere per coronavirus . Appello del vescovo: " far uscire almeno donne incinte con i figli"

Agensir
Oltre all'affollamento, le carceri del Perù, dove sono già morti per il Covid-19 circa 60 detenuti, sono caratterizzate da carenza di attenzione sanitaria e igienica. 


Lo denuncia, al Sir, mons. Jorge Enrique Izaguirre, vescovo della prelatura di Chuquibamba e presidente della Commissione episcopale di azione sociale (Ceas) della Chiesa peruviana: 
"Mancano medici, infermieri, al di là del Covid-19, nelle carceri circolano la Tbc, l'anemia, molte altre patologie. Spesso manca l'acqua o ci sono poche ore di luce. Mancano pure prodotti per l'igiene personale. Spesso sono i familiari a portare qualcosa ai loro congiunti che sono in prigione: alimenti, medicina, prodotti per l'igiene di base. Ma ora le visite non sono possibili e così non arrivano neanche cibo e generi di prima necessità".
Il sovraffollamento raggiunge livelli al di fuori di ogni immaginazione a Lima, per esempio nel carcere di "Castro Castro": 8mila detenuti, mentre la capienza sarebbe di 1.500. Qui, nelle scorse settimane, c'è stata una rivolta che ha causato più di dieci morti.

Nel vicino istituto "San Pedro" ci sono stati vari contagi, anche per alcuni trasferimenti di detenuti positivi. "Ma a volte la situazione è anche peggiore sulla sierra, nelle piccole località di provincia - denuncia mons. Izaguirre - con carceri piccole, isolate, dimenticate, con poco personale".

Il vescovo conclude con un ulteriore appello: "Il nostro sistema carcerario non rispetta le donne, non ci sono a volte distinzioni negli istituti con quello che ciò comporta in termini di violenza e abusi. Chiediamo al Governo di scarcerare le donne incinte o con figli. Speriamo di essere ascoltati almeno su questo".

Bangladesh - Il Covid-19 è arrivato nel campo profughi di Cox Bazar dove sono rifugiati un milione di profughi Rohingya

Il Manifesto
L'Unhcr e il governo bangladese assicurano che appena fuori dai campi, a Ukhiya e Teknaf, sono già allestiti circa 1.200 posti letto per il trattamento di eventuali casi, ma la preoccupazione è enorme. Temuto da esperti sanitari, operatori umanitari e dai Rohingya, il coronavirus è ufficialmente entrato nei campi profughi del Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar.


Ieri l'Alto commissariato delle Nazioni per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sono stati riconosciuti ufficialmente due contagiati, un residente di Cox Bazar e un Rohingya, residente invece nel più grande campo di rifugiati al mondo, in una stretta fascia di territorio collinoso che dal confine con il Myanmar si spinge verso l'interno. 

Si tratta in realtà di 34 campi, in cui vive quasi un milione di Rohingya: i circa 750.000 scampati nell'estate 2017 al tentativo di pulizia etnica da parte dei militari birmani e quelli arrivati in precedenza.

Giuliano Battiston

giovedì 14 maggio 2020

Appello urgente per salvare la vita di Walter Barton esecuzione prevista per il 19 maggio 2020 in Missouri

www.santegidio.org
Unisciti a questa petizione per chiedere al Governatore del Missouri Mike Parson di fermare l'esecuzione di Walter.


La Comunità di Sant’Egidio invita i credenti e ogni persona di buona volontà a firmare l'appello per la salvezza di Walter Barton

WALTER BARTON ha 51 anni, condannato a morte in Missouri, la sua esecuzione è prevista per il 19 maggio perciò abbiamo veramente pochi giorni per chiedere al Governatore Mike Parson di sospendere l'esecuzione.

E' accusato per un omicidio commesso nel 1991 dell'ottantunenne Gladys Kuehler.

Walter e i suoi avvocati hanno fatto appello chiedendo clemenza e di rivedere ancora il suo caso perchè ci sono dubbi sulla sua colpevolezza. Tre dei quattro testimoni che hanno accusato Walter durante il suo processo hanno ritrattato le loro dichiarazioni, mettendo così in discussione la sua vera colpa. Uno dei testimoni non ritirò l'accusa, ma ci sono dubbi sulla sua testimonianza. Aveva infatti motivi per accusare Walter.

Continua a leggere l'appello >>>

Difensori dei diritti umani in Tunisia: salvare 140 bambini intrappolati nei centri di detenzione in Libia

SpecialeLibia.it
L’Osservatorio dei diritti e delle libertà in Tunisia, ha inviato l’11 maggio 2020, una lettera alle tre più alte cariche dello Stato affinchè prendano misure urgenti per salvare i bambini tunisini ancora intrappolati in zone di conflitto, nella fattispecie i 36 bambini nei centri di detenzione Libia, e i 104 in Siria. 


I difensori dei diritti umani tunisini hanno accusato lo Stato e i politici di dimenticarli ed ignorarli se non nelle loro promesse politiche e dichiarazioni ai media. “La situazione oggi è diventata molto più pericolosa, soprattutto dopo che l’epidemia di Corona ha impedito il lavoro delle organizzazioni umanitarie e di soccorso, e l’arrivo della maggior parte degli aiuti medici e alimentari è stato interrotto”.
Ha affermato l’Osservatorio nella missiva, chiedendo un intervento urgente e un rapido salvataggio dei bambini bloccati in Siria e in Libia.

Per i 140 bambini l’organizzazione aveva lanciato, lo scorso marzo, la campagna “My Right We Return” con l’obiettivo di restituirli alle loro famiglie in Tunisia, sensibilizzando l’opinione pubblica e la comunità internazionale sulla tragedia di questi minori che sono stati intrappolati per anni in tragiche circostanze e privati ​​di tutti i loro diritti fondamentali, compreso cibo, abbigliamento, salute ed istruzione.

I genitori di questi bambini erano membri dell’ISIS, e molti di loro oggi sono orfani, mentre altri vivono nei centri di prigionia insieme alle madri. Lo scorso febbraio, i difensori dei diritti umani hanno affermato che le madri dei bambini hanno rifiutato di arrendersi e rinnegare la loro fedeltà a Daesh, complicando le procedure legali per riportarli in Tunisia, sulla base delle leggi locali ed internazionali che impediscono che il bambino venga allontanato dalla madre.

Precedentemente, 6 minori orfani, figli di combattenti tunisini uccisi in Libia, a Derna e a Sirte, sono stati riportati in Tunisia ed accolti dal presidente Kais Saied.

Camerun: Sant’Egidio porta aiuti nelle carceri. Amnesty, situazione allarmante per Covid-19

ONUItalia
Per sostenere la crisi umanitaria e sanitaria che si è sviluppata in seguito alla pandemia di Covid-19 la Comunità di Sant'Egidio in Camerun ha organizzato in questi giorni distribuzioni di generi alimentari e coperte in quattro prigioni nell'estremo nord del paese africano. 
Foto: www.santegidio.org
In tutta l'Africa la situazione delle carceri sta continuando ad aggravarsi, ma in Camerun la Comunità ha inoltre promosso la liberazione di 12 prigionieri che avevano diritto ad essere liberati, ma che secondo Sant'Egidio erano stati "dimenticati" in prigione per motivi burocratici. 

Dalle prigioni del Camerun arrivano notizie confuse e allarmanti sulla diffusione del virus, secondo quanto scrive Riccardo Noury di Amnesty International.

Almeno un detenuto della prigione centrale Kondengui di Yaoundé è risultato positivo al tampone ed è stato trasferito in ospedale. Altri due detenuti sono morti pochi giorni dopo il rilascio. Ma i numeri - afferma Noury - potrebbero essere molto alti. 

Un detenuto della stessa prigione ha detto ad Amnesty International che ci sono molti ammalati e non si capisce da dove parta il contagio. I detenuti hanno paura di recarsi nell'infermeria perché lì ci sono molti positivi. A chi presenta sintomi viene somministrata una bevanda a base di zenzero e aglio. In una lettera inviata al ministero della Giustizia, un gruppo di detenuti ha denunciato che l'infermeria è 'satura di prigionieri' e il personale medico non riesce a gestire la situazione.

Il decreto emanato dal governo il 15 aprile ha favorito il rilascio di centinaia di prigionieri: 831 solo nella regione dell'Estremo Nord. Ma il sovraffollamento resta una realtà spaventosa: 432 per cento a Kondengui, 729 per cento nella prigione di Bertoua, 481 per cento in quella di Sangmelima e 567 per cento in quella di Kumba. 

Come in molti altri casi, scrive ancora la ong, il provvedimento non ha riguardato i prigionieri politici e di coscienza. Tra questi Mamadou Mota, vicepresidente del partito di opposizione Movimento per la rinascita del partito del Camerun; Mancho Bibixy Tse, che sta scontando una condanna a 25 anni solo per aver preso parte a proteste pacifiche contro l'emarginazione delle province anglofone del paese; Amadou Vamoulke, 70 anni, in cattive condizioni di salute, ex direttore della tv di stato, in detenzione preventiva dal 2016; e il più recente, Franck Boumadjieu, un attivista politico che aveva denunciato il silenzio del presidente Paul Biya all'inizio della pandemia.

domenica 10 maggio 2020

Silvia Romano è libera! Rappresentate dell'Italia migliore nel mondo

Blog Diritti Umani - Human Rights
Silvia Romano, la volontaria italiana rapita in Kenya il 20 novembre del 2018 è stata liberata. Lo annunciato il premier Giuseppe conte ieri nel pomeriggio.



Per la sua liberazione festeggia tutta l'Italia, insieme a tutti i volontari che in questi giorni hanno sostenuto i gravi bisogni nati dell'emergenza Covid-19 e che si fanno carico, insieme ai problemi del proprio paese, del bisogno di chi è più debole e fragile nei luoghi del mondo dove si vivono gravi povertà e vulnerabilità.

“I cooperanti non sono eroi solitari, ma uomini e donne – in maggioranza donne – che portano dentro di sé volti, storie, universi, e li trasmettono. Sono la parte migliore del nostro Paese perché si dedicano con generosità agli ultimi e costruiscono il futuro dell'Italia nel mondo globalizzato” - Andrea Riccardi

venerdì 8 maggio 2020

Emergenza Covid-19 - Dimenticata e sola l'Africa chiede aiuto. di Andrea Riccardi

Andre Riccardi - Il blog
La pandemia, per ora, ha cifre basse, ma una mortalità più alta. Aggravata dalla carenza di cibo, acqua, medicine

Ancora nessuno sa con certezza quale sarà l'effetto del coronavirus in Africa. Per ora le cifre sono basse, anche se molti le attribuiscono alla carenza dei controlli, e il tasso di mortalità percentualmente è già più alto che altrove. Forte preoccupazione poi è per l'impatto economico dell'isolamento. Tra l'80 e il 90% degli africani vive di attività "informali": lavori piccoli o domestici, artigianato e commerci. La chiusura dei mercati e l'impossibilità di muoversi sono devastanti.



In vari Paesi e negli slum delle città ci sono già state delle rivolte per il pane. A parte la difficoltà di imporre il distanziamento sociale, il problema urgente in molti Stati è fornire acqua e cibo a tutti.

Alle prime immagini del disastro europeo, i governi africani hanno chiuso le frontiere e imposto la quarantena a chi arrivava da fuori. Hanno cercato di adottare le stesse regole occidentali, ma non è stato possibile, pena la fame. 


Salvo eccezioni come il Rwanda (dove è possibile lo smart working), generalmente si utilizza il sistema del coprifuoco a tempo. Alcuni Paesi si sono arresi: nessun divieto, ma solo raccomandazioni. Eppure, con un aiuto esterno, gli Stati colpiti dall'epidemia di ebola avevano limitato i danni. 

Ora però l'Africa è sola e l'Occidente totalmente preso da sé.
Vista la precarietà dei sistemi sanitari e la carenza di terapie intensive o respiratorie, bisogna investire fortemente sulla prevenzione. Di questo si occupano per ora solo i cinesi. Il mondo religioso è in effervescenza, specie le sette neopentecostali. Ve ne sono alcune che rispettano le regole. Altre che le sfidano: «È la malattia dei bianchi... Uscite!». Altre ancora - la maggioranza - somministrano cure "miracolose" in affollate cerimonie. La crisi del sistema sanitario ha indotto da tempo gli africani a tornare alle cure tradizionali. Per i più poveri, che sono la maggioranza, è un dramma.


Moltissimi sono senza cibo né cure, con un prevedibile innalzamento del tasso di mortalità non dovuto alla malattia. Sono le "vittime collaterali". Le Ong occidentali ancora presenti sono poche perché i cooperanti sono rientrati.


Soltanto chi ha davvero formato quadri locali funziona, anche riconvertendosi alla lotta alla pandemia, come i programmi Dream anti-Aids di Sant'Egidio, i dispensari delle chiese o gli ospedali di Emergency. La crisi impone agli africani di ripensare l`intero sistema sanitario, ma sul breve periodo occorre aiutare dall'esterno, soprattutto sulla prevenzione.


La nota positiva è che gli africani, per lo più giovani, hanno un livello di resilienza maggiore al virus. Ciò darebbe tempo per reagire. Alcuni però notano che decine di milioni di africani hanno già il sistema immunitario indebolito da Aids, malaria e altro.


Una nuova pandemia potrebbe essere fatale o cronicizzarsi. Si attende il vaccino. Se l'Europa esce dal suo solipsismo impaurito forse potrà aiutare.


L'Africa non può essere dimenticata, la speranza di vivere e di resistere della sua gente deve trovare in tutti noi un approdo. Altrimenti un altro disastro africano da coronavirus costituirebbe un forte push factor per l'emigrazione: siamo tutti avvisati.

Fonte: Andrea Riccardi, il blog