Rai News
Il 25 gennaio 2016 il nome di Giulio Regeni si aggiungeva a quelli dei tanti egiziani vittime di sparizione forzata.
venerdì 25 gennaio 2019
Armi italiane usate per fare la guerra in Arabia Saudita, Yemen e Siria. Contro la Costituzione e la legge 185/90
Osservatorio Diritti
Le armi italiane nel mondo, vendute all'estero anche in tempo di pace, finiscono per alimentare conflitti, in contrasto con quanto prevede la legge. Lo svela Italian Arms, un gruppo di ricercatori e giornalisti che sta tracciando chi utilizza le armi lecitamente esportate dall'Italia.
Lanciatori missilistici in dotazione alle navi da guerra che l’Arabia Saudita ha disposto nel blocco navale contro lo Yemen. Elicotteri italiani che sparano sui civili ad Afrin, nel Kurdistan siriano. Sistemi per la mira in movimento di carri armati in uso nella campagna pro-Assad nella Siria meridionale. Sono solo alcuni dei casi di armi italiane usate in zone di conflitto, nonostante la legge italiana sull’export delle armi impedisca di vendere a Paesi in guerra.
Un gruppo di giornalisti – tra cui l’autore di questo articolo – e di ricercatori, Italian Arms,sta tracciando gli effettivi utilizzatori finali delle armi autorizzate ad uscire dall’Italia con l’intento di dimostrare possibili violazioni delle normative internazionali in tema di esportazioni.
Armi italiane nel mondo: il mercato internazionale
Secondo la legge 185/90, le esportazioni sono vietate
«quando sono in contrasto con la Costituzione (che all’articolo 11 ripudia la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, ndr), con gli impegni internazionali dell’Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento».
La realtà, però, è più complicata. Le condizioni politiche di un Paese non sono immutabili. Così finisce che armamenti venduti a un governo in tempo di pace diventino strumento di repressione o per attacchi contro civili. Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.
E qui si arriva a una delle palesi ipocrisie del mercato delle armi italiane e non solo: quando sono i governi che acquistano, c’è spesso dietro un interesse bellico o repressivo. Soprattutto quando i grossi ordini si ripetono negli anni, è difficile che gli armamenti servano per il sistema di difesa, mentre è più probabile che saranno usate per l’attacco o per fermare proteste
Le armi italiane nel mondo, vendute all'estero anche in tempo di pace, finiscono per alimentare conflitti, in contrasto con quanto prevede la legge. Lo svela Italian Arms, un gruppo di ricercatori e giornalisti che sta tracciando chi utilizza le armi lecitamente esportate dall'Italia.
Un gruppo di giornalisti – tra cui l’autore di questo articolo – e di ricercatori, Italian Arms,sta tracciando gli effettivi utilizzatori finali delle armi autorizzate ad uscire dall’Italia con l’intento di dimostrare possibili violazioni delle normative internazionali in tema di esportazioni.
Armi italiane nel mondo: il mercato internazionale
Secondo la legge 185/90, le esportazioni sono vietate
«quando sono in contrasto con la Costituzione (che all’articolo 11 ripudia la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, ndr), con gli impegni internazionali dell’Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento».
La realtà, però, è più complicata. Le condizioni politiche di un Paese non sono immutabili. Così finisce che armamenti venduti a un governo in tempo di pace diventino strumento di repressione o per attacchi contro civili. Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.
E qui si arriva a una delle palesi ipocrisie del mercato delle armi italiane e non solo: quando sono i governi che acquistano, c’è spesso dietro un interesse bellico o repressivo. Soprattutto quando i grossi ordini si ripetono negli anni, è difficile che gli armamenti servano per il sistema di difesa, mentre è più probabile che saranno usate per l’attacco o per fermare proteste
giovedì 24 gennaio 2019
La SeaWatch 3 con 47 migranti a bordo, in difficoltà cerca riparo nelle acque di Siracusa. Ma Salvini dice: "E' una provocazione"
Siracusa Oggi
Si trova nelle acque tra Siracusa e Portopalo la SeaWatch 3, nave ong olandese con 47 migranti a bordo. Si trova a poche miglia dalle coste siciliane.
Si trova nelle acque tra Siracusa e Portopalo la SeaWatch 3, nave ong olandese con 47 migranti a bordo. Si trova a poche miglia dalle coste siciliane.
Le acque siracusane sono state considerate più tranquille dall’equipaggio della nave a causa del mare agitato e del maltempo.
Il ministro Salvini parla di “ennesima provocazione”. Il responsabile dell’Interno, rinnova la linea dura. “Dopo aver sostato per giorni in acque maltesi, la nave olandese Sea Watch3 si sta dirigendo verso l’Italia. Ribadisco che la nostra linea non cambia, né cambierà. Nessuno sbarcherà in Italia. Pronti a mandare medicine, viveri e ciò che dovesse servire ma i porti italiani sono e resteranno chiusi”.
Il ministro Salvini parla di “ennesima provocazione”. Il responsabile dell’Interno, rinnova la linea dura. “Dopo aver sostato per giorni in acque maltesi, la nave olandese Sea Watch3 si sta dirigendo verso l’Italia. Ribadisco che la nostra linea non cambia, né cambierà. Nessuno sbarcherà in Italia. Pronti a mandare medicine, viveri e ciò che dovesse servire ma i porti italiani sono e resteranno chiusi”.
Yemen: Onu, dopo 3 anni di conflitto, 19 milioni di persone (2/3 della popolazione) senza acqua potabile
AnsaMed
Diciannove milioni di persone in Yemen, circa due terzi della popolazione complessiva, non hanno accesso ad acqua potabile, secondo le Nazioni Unite. Lo riporta Al Jazeera.
In Yemen è in corso la peggior crisi umanitaria a causa del conflitto iniziato nel 2015 tra forze governative, sostenute dalla Coalizione Araba a guida saudita, e miliziani Houthi supportati dall'Iran.
Diciannove milioni di persone in Yemen, circa due terzi della popolazione complessiva, non hanno accesso ad acqua potabile, secondo le Nazioni Unite. Lo riporta Al Jazeera.
In Yemen è in corso la peggior crisi umanitaria a causa del conflitto iniziato nel 2015 tra forze governative, sostenute dalla Coalizione Araba a guida saudita, e miliziani Houthi supportati dall'Iran.
Riportati il Libia nei centri di detenzione i 107 migranti "salvati" dal mercantile libico. Tra loro donne incinta e neonati e molti in condizioni critiche, alcuni sono morti
La Repubblica
Libia, migranti e rifugiati (anche neonati) riportati in centri di detenzione sovraffollati
Molti sono in condizioni critiche. Le testimonianze di Medici Senza Frontiere. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate. Ieri a Misurata altre 144 persone soccorse.
Molti sono in condizioni critiche. Le testimonianze di Medici Senza Frontiere. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate. Ieri a Misurata altre 144 persone soccorse.
Nelle ultime due settimane, le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) in Libia hanno osservato un netto aumento del numero di persone trattenute nei centri di detenzione a Misurata e Khoms, dopo una serie di sbarchi che hanno visto rifugiati, migranti e richiedenti asilo intercettati o recuperati in mare e riportati sulle coste libiche, in piena violazione del diritto internazionale. Il numero di persone nei centri di detenzione dell’area è passato dai 650 all’inizio dell’anno ai 930 attuali.
I momenti dello sbarco a Khoms. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate mentre il gruppo tentava la traversata. “Allo sbarco, diverse persone avevano bisogno di cure urgenti e siamo intervenuti per fornire assistenza medica”, spiega Julien Raickman, responsabile delle attività di MSF a Misurata, Khoms e Bani Walid. MSF ha organizzato il trasferimento di 10 persone in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero. Ieri altre 144 persone soccorse da una nave mercantile sono sbarcate a Misurata.
Donne in stato di gravidanza e neonati. Tra le 250 persone sbarcate complessivamente a Misurata e Khoms, ci sono donne, di cui alcune incinte, neonati e bambini sotto i 7 anni, tutti trasferiti nei centri di detenzione dell’area. Solo pochi giorni prima, 117 persone sono annegate in un naufragio, un chiaro segno della deliberata negligenza da parte delle autorità europee nel garantire la necessaria capacità di ricerca e soccorso per salvare vite nel Mediterraneo centrale.
Ora nei centri sovraffollati di detenzione. Le persone riportate in Libia in questi giorni si trovano ora bloccate in sovraffollati centri di detenzione. La capacità di affrontare nuovi arrivi è al limite e questo peggiora ulteriormente le già drammatiche condizioni della detenzione.
I momenti dello sbarco a Khoms. Due giorni fa, 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate mentre il gruppo tentava la traversata. “Allo sbarco, diverse persone avevano bisogno di cure urgenti e siamo intervenuti per fornire assistenza medica”, spiega Julien Raickman, responsabile delle attività di MSF a Misurata, Khoms e Bani Walid. MSF ha organizzato il trasferimento di 10 persone in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero. Ieri altre 144 persone soccorse da una nave mercantile sono sbarcate a Misurata.
Donne in stato di gravidanza e neonati. Tra le 250 persone sbarcate complessivamente a Misurata e Khoms, ci sono donne, di cui alcune incinte, neonati e bambini sotto i 7 anni, tutti trasferiti nei centri di detenzione dell’area. Solo pochi giorni prima, 117 persone sono annegate in un naufragio, un chiaro segno della deliberata negligenza da parte delle autorità europee nel garantire la necessaria capacità di ricerca e soccorso per salvare vite nel Mediterraneo centrale.
Ora nei centri sovraffollati di detenzione. Le persone riportate in Libia in questi giorni si trovano ora bloccate in sovraffollati centri di detenzione. La capacità di affrontare nuovi arrivi è al limite e questo peggiora ulteriormente le già drammatiche condizioni della detenzione.
Le persone non hanno praticamente alcuna possibilità di uscire all’aria aperta e hanno scarso accesso ad acqua pulita e cibo. Il cibo è del tutto insufficiente e inadeguato a rispondere ai bisogni nutrizionali di persone in gravi condizioni mediche, donne e bambini. Tra le persone trattenute ci sono pazienti affetti da malnutrizione, ipotermia, diarrea. Alcuni raccontano che prima di tentare la traversata del Mediterraneo erano stati tenuti in cattività dai trafficanti per settimane, a volte mesi, senza cibo, sistematicamente abusati e torturati.
Venezuela, scontri dopo lʼautoproclamazione di Guaido: nove morti
TGCom24
Almeno nove persone sono morte in Venezuela nella repressione delle proteste antigovernative svoltesi in vari punti del Paese dopo l'autoproclamazione a presidente da parte di Juan Guaido.
Almeno nove persone sono morte in Venezuela nella repressione delle proteste antigovernative svoltesi in vari punti del Paese dopo l'autoproclamazione a presidente da parte di Juan Guaido.
mercoledì 23 gennaio 2019
Venezuela, Maduro «spodestato»: Trump riconosce Guaidó presidente ad interim.
Corriere della Sera
Il capo dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione Juan Guaidó si è «autoproclamato presidente ad interim» in attesa di nuove elezioni rinnegando di fatto il governo Maduro. Al riconoscimento ufficiale di Trump si sono uniti Canada, Brasile e altri paesi del Sudamerica. Intanto scontri in piazza a Caracas tra polizia e manifestanti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficialmente riconosciuto Juan Guaidó presidente del Venezuela dopo che il presidente dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione di Caracas ha giurato, autoproclamandosi presidente ad interim in attesa di nuove elezioni.
Il capo dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione Juan Guaidó si è «autoproclamato presidente ad interim» in attesa di nuove elezioni rinnegando di fatto il governo Maduro. Al riconoscimento ufficiale di Trump si sono uniti Canada, Brasile e altri paesi del Sudamerica. Intanto scontri in piazza a Caracas tra polizia e manifestanti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ufficialmente riconosciuto Juan Guaidó presidente del Venezuela dopo che il presidente dell’Assemblea nazionale e leader dell’opposizione di Caracas ha giurato, autoproclamandosi presidente ad interim in attesa di nuove elezioni.
«Oggi è una data storica per il nostro Paese - ha detto ricordando che il 23 gennaio del 1958 cadde la dittatura di Perez Jimenez - a tutte le forze Forze armate il nostro appello è molto chiaro, questo Parlamento vi tende la mano e vi chiede di mettervi al fianco della Costituzione e del popolo, il vostro popolo».
Maduro: «Siamo la maggioranza, il popolo di Chavez»
«Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez»: così il presidente venezuelano Nicolas Maduro — dal balcone — ha parlato ai suoi sostenitori accorsi davanti al palazzo presidenziale di Caracas. «Siamo in questo palazzo per volontà popolare, solo la gente ci può portare via, è in corso un colpo di stato», ha aggiunto, facendo appello ai suoi sostenitori perché si riuniscano davanti al palazzo Miraflores. «Concedo 72 ore ai diplomatici Usa perché lascino il Paese», ha aggiunto: «Dispongo di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il governo imperialista» di Washington. «Ci difenderemo a ogni costo, siamo in una battaglia storica, nessuno abbassi la guardia».
Il riconoscimento di Trump
Trump lanciato un appello a tutte le capitali occidentali, invitandole a seguire il suo esempio e a rinnegare il governo di Nicolas Maduro. Il primo Paese a seguire il presidente Usa è stato il Canada che si è dichiarato pronto a riconoscere subito Guaidó presidente del Venezuela.
Maduro: «Siamo la maggioranza, il popolo di Chavez»
«Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez»: così il presidente venezuelano Nicolas Maduro — dal balcone — ha parlato ai suoi sostenitori accorsi davanti al palazzo presidenziale di Caracas. «Siamo in questo palazzo per volontà popolare, solo la gente ci può portare via, è in corso un colpo di stato», ha aggiunto, facendo appello ai suoi sostenitori perché si riuniscano davanti al palazzo Miraflores. «Concedo 72 ore ai diplomatici Usa perché lascino il Paese», ha aggiunto: «Dispongo di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con il governo imperialista» di Washington. «Ci difenderemo a ogni costo, siamo in una battaglia storica, nessuno abbassi la guardia».
Il riconoscimento di Trump
Trump lanciato un appello a tutte le capitali occidentali, invitandole a seguire il suo esempio e a rinnegare il governo di Nicolas Maduro. Il primo Paese a seguire il presidente Usa è stato il Canada che si è dichiarato pronto a riconoscere subito Guaidó presidente del Venezuela.
«I cittadini del Venezuela hanno sofferto troppo a lungo nelle mani del regime illegittimo di Maduro. Oggi ho ufficialmente riconosciuto il presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana, Juan Guaidó , come presidente ad interim», ha scritto su Twitter il presidente Usa, che ha poi detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo» nel caso in cui venisse «toccato» Guaidó. Anche il Brasile, la Colombia, il Perù, il Guatemala, l’Ecuador, l'Argentina, il Costa Rica, il Cile e il Paraguay hanno riconosciuto il presidente autoproclamato. Il Messico e la Bolivia, invece, hanno annunciato di riconoscere il governo del presidente Maduro e non quello dell'autoproclamato Guaidó.
«Non saremo mai di nuovo un giardino degli Stati Uniti», ha scritto su Twitter il presidente della Bolivia, Evo Morales.
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