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mercoledì 11 luglio 2018

Dopo 8 anni di carcere la Cina libera Liu Xia, la vedova del Nobel Liu Xiaobo

Lettera 43
Dopo otto anni passati tra arresti domiciliari e sorveglianza delle autorità la donna ha lasciato Pechino per arrivare a Berlino. La svolta dopo le richieste del governo tedesco.

Nell'autunno del 2010, Liu Xia raggiunse una prigione del nordest della Cinaper comunicare al marito Liu Xiaobo, attivista e dissidente, che gli era stato assegnato il premio Nobel per la Pace. Fu l'ultimo viaggio da donna libera prima del buio di otto anni, tra arresti domiciliari e sorveglianza delle autorità senza formali contestazioni.

Poetessa e artista, è stata liberata e le è stato permesso di partire il 10 luglio per raggiungere la Germania dopo lo scalo a Helsinki, fino all'arrivo all'aeroporto di Berlino a chiusura di un viaggio, questa volta, ben più lungo delle 12 ore reali. «Ha lasciato il Paese per cure mediche, di sua volontà», ha spiegato la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying in conferenza stampa, aggiungendo di non avere altre informazioni.

martedì 10 luglio 2018

I dati sui migranti dell'OIM. Solo 46.449 via mare nel 2018 - 101.213 nel 2017 - 231.503 nel 2016. Ma aumentano i morti 1.412

ANSAmed
L'agenzia Onu per le migrazioni Oim ha reso noto che, al 6 luglio, 46.449 migranti e rifugiati sono entrati in Europa via mare nel 2018, un numero molto inferiore rispetto ai 101.213 dello stesso periodo dell'anno scorso, e agli oltre 231.503 nel 2016. 



I viaggi irregolari nel Mediterraneo continuano a mietere vittime: il progetto Missing Migrants dell'Oim ha registrato 1.412 persone che hanno perso la vita in mare dall'inizio dell'anno.

Tendenza al ribasso continua Come spiega l'organizzazione in una nota, il rappresentante Oim di Roma, Flavio Di Giacomo, ha riferito che gli arrivi di migranti irregolari in Italia fino al 2018 sono meno di un quinto (19%) del totale di quelli registrati nella prima metà del 2017, e meno di un quarto (24%) degli arrivi dei primi sei mesi del 2016. 

La tendenza al ribasso sembra continua, con gli arrivi mensili in Italia che quest'anno hanno superato la quota di 4.000 persone solo una volta, a gennaio. 

La rappresentante Oim di Madrid, Ana Dodevska, ha riferito che gli arrivi totali in mare nel 2018 hanno raggiunto 15.626 uomini, donne e bambini, migranti irregolari che sono stati salvati nelle acque del Mediterraneo occidentale fino al 4 luglio. 
Quasi la metà di tutti gli sbarchi - 7.476 persone - è arrivata solo negli ultimi 34 giorni. 

Inoltre, gli arrivi via mare in Spagna di migranti irregolari sono già oltre il 70 per cento di tutti gli arrivi del 2017 e superano gli arrivi del 2015 e del 2016.

Quadruplicati arrivi nei Balcani Ivona Zakoska, ricercatrice del Regional Displacement Tracking Matrix dell'Oim, ha riferito che i dati raccolti dai Balcani occidentali indicano che sono quadruplicati gli ingressi irregolari di migranti registrati in Albania, Bosnia ed Erzegovina e Montenegro nel secondo trimestre del 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017. 

Dall'inizio dell'anno, le autorità di questi tre paesi hanno segnalato che quasi 11.000 nuovi migranti entrati irregolarmente nei loro rispettivi paesi. 

La maggior parte degli arrivi - circa il 70 per cento (7.548 persone) - è stata registrata dalle autorità in Bosnia ed Erzegovina. Il Pakistan è il paese d'origine più comune segnalato in Bosnia-Erzegovina quest'anno, seguito da migranti irregolari di nazionalità siriana, afghana e iraniana. 

Le autorità del Montenegro hanno registrato un totale di 2.000 migranti irregolari quest'anno, più di un aumento di dieci volte rispetto ai 187 registrati alla fine del secondo trimestre del 2017. 

In Albania, si stima che 1.233 immigrati irregolari siano stati registrati all'ingresso nel paese tra gennaio e giugno 2018, un aumento di otto volte rispetto ai 146 registrati nello stesso periodo dell'anno scorso.

Nicaragua, aggrediti cardinale Leopoldo Brenes e il Nunzio mentre cercavano di aiutare dei fedeli rifugiati in una Chiesa assediata

ANSA
Ancora gravi violenze in Nicaragua: i militari hanno aggredito il card. Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, il suo ausiliare, mons. José Silvio Báez, e il nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanisaw Sommertag, nella chiesa di san Sebastiano, a Diriamba. 
I vescovi - riferisce il Sir - accompagnati da altri sacerdoti dell'arcidiocesi di Managua, si erano diretti nella città, oggetto di scontri negli ultimi due giorni. 

In particolare volevano portare aiuto alle 12 persone che si erano rifugiate nella chiesa di san Bartolomeo, assediata da giorni. I presuli sono stati strattonati e insultati. Mons. Báez, come ha annunciato egli stesso su Twitter, è stato ferito al braccio e gli è stata strappata la croce pettorale. A un sacerdote che accompagnava i vescovi è stato rubato il cellulare.

lunedì 9 luglio 2018

9 luglio – Indipendenza del Sud Sudan. Ma il suo dramma continua ...

Africa - Missione e cultura
2011. Dopo quarant’anni di guerra, in seguito al referendum previsto dall’accordo di pace tra esercito di liberazione (Spla/Splm) e Khartoum, viene issata la bandiera del 54° Stato d’Africa, smembrato dal Sudan, a oggi la più giovane nazione del mondo. Già nel 2013 scoppiava una feroce guerra intestina, che ancora non è conclusa.
«Il dramma continua, è diventato un dramma fratricida tra tribù dello stesso Paese, ma non solo tra le due principali, dal momento che in totale ce ne sono 64. È una lotta che ruota intorno al potere e alla gestione delle risorse, e poi tutta la comunità internazionale – dagli americani agli inglesi, passando per i russi e i cinesi – ha grandi interessi in questo Paese, perché il Sud Sudan ha grossi giacimenti di petrolio e altre risorse». 
(Padre Daniele Moschetti, missionario comboniano)

USA. "Innocente", Jerome Johnson viene liberato dopo 30 anni di prigione

La Stampa
Era stato condannato esattamente 30 anni fa, sul suo capo pendeva un'accusa di omicidio, ma lui non aveva commesso nessun reato. Solo ora ha potuto riconquistare la sua libertà, dopo una lunghissima e ingiusta detenzione.

Jerome Johnson subito dopo la sua liberazione
È la drammatica storia di Jerome Johnson, afroamericano di Baltimora scarcerato dopo che è stata fatta cadere l'accusa di assassinio, per la quale si trovava dietro le sbarre da trent'anni. Johnson era stato riconosciuto colpevole e condannato nel 1988 per il suo coinvolgimento in una sparatoria avvenuta in un locale della stessa città del Maryland dove era residente. L'episodio risale 14 luglio di quell'anno, quando Aaron Taylor fu raggiunto da colpi di arma da fuoco vicino a un locale di nome Night Owl Bar.

15 ricorsi in 30 anni - Alcuni testimoni raccontarono che la vittima era stata vista pochi istanti prima discutere animatamente con alcune persone in mezzo alla strada, quando all'improvviso una di queste ha tirato fuori l'aria e ha fatto fuoco. Il primo colpo è però andato a vuoto dando a Taylor la possibilità di trovare rifugio nel bar, dove però è stato raggiunto dai uno dei due uomini, il quale ha esploso altri colpi ferendolo mortalmente.

Per quell'omicidio furono portati alla sbarra quattro uomini, tra cui Johnson, il quale ha sempre proclamato la sua estraneità ai fatti e urlato la sua innocenza. Per lui si sono aperte però le porte del carcere da dove ha proseguito la sua battaglia per la libertà: 15 ricorsi in 30 anni. Parte dei quali sono caduti nel vuoto. Sino a quando il caso non è stato riesaminato dalla procuratore Nancy Forster: ha chiesto alla Conviction Integrity Unit (Cui) un riesame di tutta la vicenda e degli atti processuali.

Dopo qualche mese la Cui, l'organismo di vigilanza degli istituti carcerari, il Mid-Atlantic Innocence Project e lo stesso procurato Forster sono riusciti a trovare le prove dell'innocenza di Johnson. Tra queste le testimonianze dei co-imputati con confermavano la sua estraneità alla sparatoria del 14 luglio 1988, testimoni che sostenevano il suo alibi che non era stato possibile sentire al momento del processo. Così ogni accusa nei suoi confronti è venuta a cadere, la condanna è stata cancellata e lui è potuto ritornare ad assaporare la libertà. Anche se, dopo trenta anni di galera scontati da innocente, non è chiaro se e tra quanto tempo la "vittima" Jerome Johnson riuscirà a riabbracciare la propria vita.

Francesco Semprini

Appello UNHCR: «Troppi migranti morti, ong tornino nel Mediterraneo». I morti passati 1su38 a 1su7

V-VOX
L’Unhcr – Agenzia Onu per i rifugiati lancia, tramite Carlotta Sami e Roberto Mignone, un appello affinché le ong possano tornare ad operare nel Mediterraneo.


«Siamo passati da un morto ogni 38 nel 2017 a un morto ogni 7 persone quest’anno – spiega l’Unhcr -.

C’è bisogno di maggiore concentrazione di capacità di soccorso in zona Sar (Search and Rescue). Le Ong hanno giocato e forse giocano ancora un ruolo fondamentale. Meno attori che operano in quella zona – conclude Unhcr – vogliono dire più naufragi e morti».

domenica 8 luglio 2018

Guinea Equatoriale: il regime fa finta di aprire. Intanto uccide gli oppositori

africa-express.info
Mercoledì 4 luglio il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha approvato un provvedimento di amnistia generale in favore di tutti i prigionieri politici e di tutti gli oppositori del regime, la dittatura più longeva d'Africa.

La notizia è stata diffusa tramite la televisione nazionale equato-guineana ed ha rapidamente fatto il giro delle agenzie stampa internazionali: l'amnistia si rivolge ad ogni persona "privata della libertà personale o impedita nell'esercizio dei suoi diritti politici del Paese" e suona, alle orecchie di chi non vive in Guinea, come una vera e propria ammissione di colpa da parte della presidenza. L'obiettivo manifesto del Presidente è garantire ampia partecipazione al dialogo nazionale che a luglio vedrà governo e opposizione fronteggiarsi attorno a un tavolo.

Se l'opposizione, defenestrata dal Parlamento per decreto presidenziale pochi mesi fa, chiede un percorso chiaro e democratico che conduca il Paese a nuove elezioni per chiudere per sempre il capitolo dittatoriale che va avanti dal 1976 con Macias e dal 1979 con suo nipote, Teodoro Obiang (obiettivo molto ambizioso quello dell'opposizione), non sono ancora chiari gli intenti del governo a questo tavolo di trattative.

L'impressione è che si tratti della solita foglia di fico mal comunicata dai media di tutto il mondo: il dialogo politico infatti riguarderà "il governo e i partiti legalizzati" che è solo uno, il Partido Democratico de Guinea Ecuatorial fondato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e controllato dalla sua famiglia, tra "gli attori politici dell'interno e la diaspora". Diaspora che rappresenta un terzo del totale dei cittadini guineani e che è nella quasi totalità in opposizione al regime di Obiang. L'amnistia serve a coprire quella che è la vera notizia degli ultimi giorni proveniente dalla Guinea Equatoriale: secondo l'Agence France-Presse Juan Obama Edu, membro di Ciudadanos por la Inovacion (CI, principale partito di opposizione messo fuorilegge dal regime) e prigioniero nelle carceri della città guineana di Evinayong, è morto lunedì scorso in seguito alle torture inflittegli nel commissariato di Aconibe.

La notizia è stata resa pubblica martedì sera, 3 luglio, con un comunicato di CI: le autorità militari del carcere avrebbero rifiutato al detenuto di ricevere cure in seguito a un pestaggio subito e che lo ha portato alla morte nel giro di qualche ora. Obama Edu era stato arrestato nel novembre 2017 ad Aconibe con altri 30 attivisti del partito CI ed era stato condannato per sedizione, disordine pubblico e lesioni gravi ad autorità militare. Avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere.

Non è il primo oppositore di primo piano a morire, nel 2018, in un carcere guineano: nel marzo scorso CI aveva reso nota la dipartita di Santiago Ebee Ela, torturato fino alla morte in un commissariato di Malabo, e il leader del partito Gabriel Nse Obiang nel maggio scorso aveva denunciato "l'assassinio di Stato" di un suo parente, Evaristo Oyague Sima, detenuto nella prigione di Black Beach a Malabo. 

L'11 giugno scorso gli avvocati di CI hanno presentato una denuncia per torture contro il ministro della sicurezza, Nicolas Obama Nchama, e contro la polizia di Malabo, Bata e Aconibe. In questo clima il governo di Malabo pretende di raccordare tutti gli attori politici del Paese attorno a un tavolo ma non certo per attivare un processo democratico. Piuttosto per rafforzare il suo potere assoluto distribuendo qualche briciola ai suoi oppositori.

Andrea Spinelli Barrile