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domenica 8 luglio 2018

Guinea Equatoriale: il regime fa finta di aprire. Intanto uccide gli oppositori

africa-express.info
Mercoledì 4 luglio il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha approvato un provvedimento di amnistia generale in favore di tutti i prigionieri politici e di tutti gli oppositori del regime, la dittatura più longeva d'Africa.

La notizia è stata diffusa tramite la televisione nazionale equato-guineana ed ha rapidamente fatto il giro delle agenzie stampa internazionali: l'amnistia si rivolge ad ogni persona "privata della libertà personale o impedita nell'esercizio dei suoi diritti politici del Paese" e suona, alle orecchie di chi non vive in Guinea, come una vera e propria ammissione di colpa da parte della presidenza. L'obiettivo manifesto del Presidente è garantire ampia partecipazione al dialogo nazionale che a luglio vedrà governo e opposizione fronteggiarsi attorno a un tavolo.

Se l'opposizione, defenestrata dal Parlamento per decreto presidenziale pochi mesi fa, chiede un percorso chiaro e democratico che conduca il Paese a nuove elezioni per chiudere per sempre il capitolo dittatoriale che va avanti dal 1976 con Macias e dal 1979 con suo nipote, Teodoro Obiang (obiettivo molto ambizioso quello dell'opposizione), non sono ancora chiari gli intenti del governo a questo tavolo di trattative.

L'impressione è che si tratti della solita foglia di fico mal comunicata dai media di tutto il mondo: il dialogo politico infatti riguarderà "il governo e i partiti legalizzati" che è solo uno, il Partido Democratico de Guinea Ecuatorial fondato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e controllato dalla sua famiglia, tra "gli attori politici dell'interno e la diaspora". Diaspora che rappresenta un terzo del totale dei cittadini guineani e che è nella quasi totalità in opposizione al regime di Obiang. L'amnistia serve a coprire quella che è la vera notizia degli ultimi giorni proveniente dalla Guinea Equatoriale: secondo l'Agence France-Presse Juan Obama Edu, membro di Ciudadanos por la Inovacion (CI, principale partito di opposizione messo fuorilegge dal regime) e prigioniero nelle carceri della città guineana di Evinayong, è morto lunedì scorso in seguito alle torture inflittegli nel commissariato di Aconibe.

La notizia è stata resa pubblica martedì sera, 3 luglio, con un comunicato di CI: le autorità militari del carcere avrebbero rifiutato al detenuto di ricevere cure in seguito a un pestaggio subito e che lo ha portato alla morte nel giro di qualche ora. Obama Edu era stato arrestato nel novembre 2017 ad Aconibe con altri 30 attivisti del partito CI ed era stato condannato per sedizione, disordine pubblico e lesioni gravi ad autorità militare. Avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere.

Non è il primo oppositore di primo piano a morire, nel 2018, in un carcere guineano: nel marzo scorso CI aveva reso nota la dipartita di Santiago Ebee Ela, torturato fino alla morte in un commissariato di Malabo, e il leader del partito Gabriel Nse Obiang nel maggio scorso aveva denunciato "l'assassinio di Stato" di un suo parente, Evaristo Oyague Sima, detenuto nella prigione di Black Beach a Malabo. 

L'11 giugno scorso gli avvocati di CI hanno presentato una denuncia per torture contro il ministro della sicurezza, Nicolas Obama Nchama, e contro la polizia di Malabo, Bata e Aconibe. In questo clima il governo di Malabo pretende di raccordare tutti gli attori politici del Paese attorno a un tavolo ma non certo per attivare un processo democratico. Piuttosto per rafforzare il suo potere assoluto distribuendo qualche briciola ai suoi oppositori.

Andrea Spinelli Barrile

sabato 24 febbraio 2018

Guinea Equatoriale, 147 attivisti minacciati di pena di morte

Corriere della Sera
Ribellione, attacchi alle autorità e disordini pubblici.
Sono i reati dei quali sono accusati 147 attivisti dell’opposizione della Guinea Equatoriale, che secondo il ministro della Sicurezza avrebbero recentemente tentato un colpo di stato, aiutati da stranieri provenienti da Ciad, Repubblica Centrafricana e Camerun.
Data l’impossibilità, per la stampa indipendente, di operare nel paese, non è possibile capire se le cose siano andate esattamente così.

Gli attivisti hanno denunciato di aver subito pesanti torture nella stazione centrale della polizia della capitale Malabo, tristemente denominata “Guantánamo”.

Il presidente Teodoro Obiang governa il paese da quasi 40 anni, distinguendosi tra i leader africani più attivi nello stroncare ogni forma di dissenso. I rapporti delle organizzazioni per i diritti umani segnalano regolarmente uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza, torture sistematiche ai danni dei detenuti, arresti arbitrari e sparizioni.

Quanto alla pena di morte, nel 2017 Obiang aveva proclamato una moratoria ma secondo la Convergenza per la democrazia sociale, all’opposizione, da allora otto condannati a morte sarebbero stati fucilati in segreto.

Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini

giovedì 15 febbraio 2018

Guinea Equatoriale: pena di morte richiesta contro 147 avversari politici

Blog Diritti Umani - Human Rights
Malabo (Guinea Equatoriale) - La pena di morte è stata richiesta dal procuratore della Repubblica della Guinea equatoriale per 147 attivisti del principale partito di opposizione con l'accusa di "sedizione" e "attacchi contro la "autorità".
"Il pubblico ministero ha chiesto la pena di morte contro tutti gli avversari", ha detto Mercoledì AFP Me Fabian Nsue, consulente legale per gli imputati sotto processo nel tribunale distrettuale Mongomo.

I 147 attivisti, compresi i leader del partito Citizens for Innovation (CI), sono stati arrestati in varie occasioni, perseguiti per "sedizione, attacco all'autorità, disordine pubblico, lesioni gravi e danni".
All'inizio di febbraio, l'Unione europea ha espresso preoccupazione per il "forte deterioramento della situazione dei diritti umani" nel paese.

La Guinea Equatoriale, uno dei maggiori produttori di petrolio dell'Africa sub-sahariana, con la maggioranza della popolazione, 1,2 milioni di persone che vivono in povertà, è stato guidato autorevolmente dal presidente Obiang Nguema dal 1979. Il potere ha ottenuto 99 seggi su 100 in Parlamento alle elezioni dello scorso novembre, un solo seggio è andato al partito dell'opposizione IC.

Dopo queste elezioni, "le restrizioni alla libertà e gli arresti, in particolare gli oppositori politici, continuano senza sosta", secondo l'Unione europea.

ES

Fonte: AFP 

mercoledì 17 gennaio 2018

Guinea Equatoriale. L'oppositore Santiago Ebee Ela muore in carcere dopo torture

Nova
Il partito di opposizione guineano Cittadini per l'innovazione ha denunciato la morte di uno dei suoi sostenitori, deceduto in prigione a seguito di torture. Santiago Ebee Ela, questo il nome dell'oppositore, era stato arrestato questo mese nella capitale Malabo. 
Il partito ha denunciato che più di 200 suoi membri sono stati arrestati negli ultimi mesi. Il governo della Guinea Equatoriale ha denunciato il mese scorso un tentativo di colpo di stato. La scorsa settimana il ministro degli Esteri, Agapito Mba Mokuy, ha affermato che il tentato golpe, sventato dalle autorità di Malabo nella notte fra il 27 e il 28 dicembre scorsi, è stato pianificato in Francia. "L'azione è stata pianificata in territorio francese", ha detto Mokuy nel corso di una conferenza stampa tenuta il 10 gennaio nella capitale guineana. 

Il ministro ha tuttavia precisato che nel tentato golpe non vi è stato alcun coinvolgimento delle autorità francesi e ha annunciato l'intenzione di collaborare con Parigi "non appena avremo avuto maggiori informazioni".

Nel frattempo, ha aggiunto Mokuy, 27 sospetti mercenari sono stati arrestati finora nell'ambito del tentato golpe, tuttavia almeno altri 150 sono ancora latitanti nell'area situata al confine con il Camerun. Tra i presunti golpisti figura anche l'ambasciatore guineano in Ciad, Enrique Nsue Anguesom, attualmente detenuto in una caserma a Bata. Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, si è recato a Malabo per fornire il proprio sostegno al governo di Malabo, dopo che è emerso come fra i sospetti golpisti ci fossero anche mercenari di nazionalità centrafricana, ciadiana e sudanese.

Le relazioni franco-guineane sono notevolmente peggiorate da quando la giustizia francese ha condannato, nel mese di ottobre, Teodorin Obiang, figlio del presidente Teodoro, a tre anni di carcere e al pagamento di una multa di 30 milioni nell'ambito di un'inchiesta per presunta appropriazione indebita. Dopo l'apertura a Parigi del processo nei confronti di Teodorin, il governo di Malabo nell'ottobre 2016 ha trascinato la Francia davanti alla Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite per cercare di fermare il procedimento giudiziario.

Le autorità guineane sostengono infatti che il vicepresidente goda dell'immunità secondo il diritto internazionale e per questo chiedono da tempo l'annullamento del processo. Il vicepresidente della Guinea equatoriale ha già subito il sequestro dei suoi beni in Francia e negli Stati Uniti, tra cui ville e auto di lusso. Teodorin Obiang, 47 anni, è uno dei possibili successori del padre al potere dal 1979, ma attualmente su di lui pende un mandato di cattura internazionale emesso nel luglio 2012.

sabato 18 novembre 2017

Guinea Equatoriale, il fumettista Ramón Esono Ebalé in carcere da due mesi senza accusa

Corriere della Sera
Amnesty International ha sollecitato le autorità della Guinea Equatoriale a rilasciare immediatamente e senza alcuna condizione il fumettista Ramón Esono Ebalé, arrestato il 16 settembre nella capitale Malabo. Noto per le sue critiche al governo, Ebalé entra oggi nel terzo mese di detenzione senza che nei suoi confronti sia stata formalizzata alcuna accusa.


Questo sebbene la legge della Guinea Equatoriale preveda che un sospetto non possa essere trattenuto per oltre 72 ore senza accusa.

Fonti della procura hanno affermato che, secondo alcuni testimoni, Ebalé avrebbe diretto un'organizzazione coinvolta nel riciclaggio di denaro sporco e nella contraffazione, circostanze che il vignettista nega decisamente. Secondo Amnesty International, quello di Ebalé è l'ennesimo caso di detenzione arbitraria in Guinea Equatoriale, stavolta ai danni di una persona che ha semplicemente esercitato attraverso l'arte il suo diritto alla libertà d'espressione.

Il 9 ottobre gli avvocati di Ebalé hanno chiesto di contro-interrogare i presunti testimoni dell'accusa ma la loro richiesta è rimasta finora senza esito. Se non riceveranno una risposta entro il 30 novembre, giorno in cui si chiude l'anno giudiziario in Guinea Equatoriale, Ebalé dovrà rimanere in carcere almeno fino al 16 gennaio.

In uno degli ultimi contatti con Amnesty International, Eloísa Vaello Marco, moglie di Ebalé, ha detto: "Attraverso le sue vignette, Ramón fa satira nei confronti del governo e denuncia le cose che non vanno. Lo fa con un senso dell'umorismo che gli viene dal fondo del cuore. Tutto qua. Da quando è in carcere ho potuto parlargli una sola volta, quando è comparso di fronte al giudice. Poche parole... Ogni giorno, attraverso sua sorella, gli mando messaggi in cui gli chiedo di resistere, di avere fiducia".

I familiari, che invece possono recarsi in visita regolarmente, raccontano che Ebalé ha dei momenti di tristezza. Suo figlio, che ha 17 anni, è scoppiato a piangere la prima volta che si sono incontrati in carcere. Il 2 novembre la Rete internazionale per i diritti dei fumettisti ha assegnato a Ebalé il premio Coraggio nel fumetto editoriale 2017.

martedì 14 luglio 2015

Guinea Equatoriale, libero dopo due anni l’imprenditore Berardi

Il Secolo XIX
Roberto Berardi, l’imprenditore italiano detenuto da due anni e sei mesi in Guinea Equatoriale, per lungo tempo in isolamento, è uscito dal carcere di Bata il 9 luglio. 


A renderlo noto, con qualche giorno di ritardo in ragione di un indispensabile silenzio stampa, sono la moglie Rossella e il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani di Palazzo Madama, che sin dall’inizio ha seguito da vicino la vicenda. «Temevo davvero che Roberto non uscisse vivo da quella prigione - ha affermato Rossella - Si chiude un periodo per me e i miei figli di sofferenza e angoscia ma il primo pensiero è per Roberto e le sue condizioni di salute: al telefono è felice ma molto provato».

Berardi, imprenditore edile, 49 anni, originario di Latina, accusato di truffa e appropriazione indebita, era stato condannato a scontare una pena di due anni e quattro mesi.

«Berardi - ha aggiunto Manconi - è stato liberato giovedì scorso, ma solo dopo aver avuto la certezza che Roberto fosse in viaggio per l’Italia, si è deciso di dare la notizia; questa storia si è protratta troppo, incredibilmente e immotivatamente, e se ora c’è un lieto fine il merito è dello stesso Berardi che ha resistito ad abusi e sevizie, della moglie Rossella e dei familiari che non si sono mai rassegnati, e di coloro che si sono mobilitati a favore del nostro connazionale. Molto si deve inoltre alla serietà e alla professionalità del nostro Ambasciatore, Samuela Isopi, del corrispondente consolare Massimo Spano e di tutta la macchina della Farnesina».

Roberto Berardi, l’imprenditore italiano detenuto da due anni e sei mesi in Guinea Equatoriale, per lungo tempo in isolamento, è uscito dal carcere di Bata il 9 luglio. A renderlo noto, con qualche giorno di ritardo in ragione di un indispensabile silenzio stampa, sono la moglie Rossella e il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani di Palazzo Madama, che sin dall’inizio ha seguito da vicino la vicenda. «Temevo davvero che Roberto non uscisse vivo da quella prigione - ha affermato Rossella - Si chiude un periodo per me e i miei figli di sofferenza e angoscia ma il primo pensiero è per Roberto e le sue condizioni di salute: al telefono è felice ma molto provato».

domenica 8 marzo 2015

Ricordiamo la vicenda di Roberto Berardi in carcere in Guinea Eq.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Su invito di alcuni lettori del Blog, partendo dalla vicenda dei due pescatori prigionieri in Gambia, pubblichiamo un articolo del giornale "Vita" del 12 Luglio 2014 che denuncia la situazione di Roberto Berardi prigioniero dal gennaio 2013, in condizioni penose nel carcere Bata in Guinea Equatoriale.
Vita
Si trova da gennaio 2013 nella putrida galera di Bata dove subisce ogni giorno maltrattamenti, pestaggi, vessazioni; riceve un solo, misero, pasto al giorno, dorme su un materasso di gommapiuma. Ha contratto più volte la malaria, un enfisema polmonare, la febbre tifoide ed ha perso circa una trentina di chili

Roberto Berardi, 49enne di Latina, ha lavorato in Africa una vita: nella culla dell'umanità Berardi, che di mestiere ha sempre fatto l'imprenditore, ha trovato la “sua America”. In Africa ha costruito palazzi, strade, ponti, dighe, in Africa ha creato società e dato lavoro; lo sviluppo infrastrutturale del continente è stato, in parte, anche merito suo e delle persone come lui che hanno deciso di investire energie, soldi, tempo, la propria vita professionale, per questo continente.

Berardi si trova da gennaio 2013 nella putrida galera di Bata, una piccola città della Guinea Equatoriale: qui l'imprenditore subisce ogni giorno maltrattamenti, pestaggi, vessazioni;  riceve un solo, misero, pasto al giorno (finesettimana esclusi, durante i quali digiuna), dorme su un materasso di gommapiuma buttato in terra, vive in una cella di due metri per tre con una minuscola finestra troppo alta per essere raggiunta e in regime di isolamento totale da oltre 7 mesi.

In quella cella Berardi ha contratto più volte la malaria, un enfisema polmonare, la febbre tifoide (giunta al quarto stadio) ed ha perso circa una trentina di chili, ma non la speranza di tornare libero, un giorno.

Era in Camerun fino a un paio di anni fa: qui entrò in contatto con Teodoro Nguema Obiang Mangue, detto Teodorin “il Principe” (immagine in copertina), figlio di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, Presidente della Guinea Equatoriale dal 1979. Un paese in rapida crescita, nonostante l'80% della popolazione viva con meno di 2 dollari al giorno: la fortuna di “galleggiare” sopra ingenti risorse naturali (petrolio e gas) è anche la fortuna della famiglia Obiang, che utilizza il Paese come proprio bancomat personale.

Ma di questo Berardi non era al corrente, come non era al corrente delle indagini dell'Interpol e della Corte americana della California proprio su Teodorin Obiang, accusato di appropriazione indebita di denaro e riciclaggio internazionale. Quando Teodorin (che è anche vicepresidente) gli propone di creare una società per realizzare grandi opere in Guinea Berardi accetta: si crea così la Eloba Construccion SA, avente come soci Berardi (40%) e Obiang (60%), come da prassi nel continente africano.

Gli affari sembravano procedere, fino a quando l'imprenditore italiano non scopre, nel dicembre 2013, ammanchi milionari dalle casse della società: mette a disposizione i propri averi, paga fornitori e dipendenti e chiede delucidazioni al socio africano, il quale per tutta risposta gli manda la polizia a casa e lo fa arrestare nel gennaio 2013.

Il processo è una farsa: testimoni dell'accusa che scompaiono dopo la deposizione contro Berardi, nessun documento, accuse montate sul nulla, una condanna a due anni e mezzo di carcere e 1,5 milioni di dollari da restituire. Grazie ad alcune relazioni di una Corte penale americana però sappiamo con certezza che fu Teodorin “il Principe” a sottrarre quei soldi dalle casse della Eloba, soldi “investiti” nell'acquisto di memorabilia di Michael Jackson (tra cui il guanto tempestato di brillanti del video di “Bad”) ed altre amenità extralusso per appagare i vezzi del “Principe”. Sembra incredibile, ma le prove ci sono.

Meno di un anno fa un tribunale francese ha sequestrato il pied-à-terre parigino di Teodorin Obiang, assieme a conti correnti e una collezione di auto da fare invidia ad un rapper americano; gli Stati Uniti hanno emesso un mandato di cattura internazionale per Teodoro e Teodorin e l'Interpol studia minuziosamente i loro rapporti inconfessabili con aziende e politici occidentali.

Dal momento dell'arresto la vita di Berardi diventa un vero inferno: pestato quotidianamente, costretto a subire vessazioni, umiliazioni e torture, la storia di Berardi comincia faticosamente a permeare le mura del carcere e dell'informazione misteriosamente reticente solo a novembre 2013, quando i familiari, gli amici e gli ex dipendenti dell'imprenditore pontino cominciano a manifestare pubblicamente per chiederne la liberazione.

Ovviamente l'Unità di Crisi della Farnesina è attiva da tempo, anche se (fino ad oggi) senza alcun risultato: l'Italia, che ufficialmente non ha rapporti con la Guinea (ma è il terzo maggior importatore), non ha un'ambasciata sul luogo, la più vicina si trova in Camerun, ma l'ambasciatore non è ancora stato nominato, e può avvalersi unicamente degli sforzi del console Massimo Spano, al quale viene impedito l'ingresso nell'inferno del carcere di Bata.

Un luogo che la famiglia Obiang utilizza per commettere i peggiori crimini contro l'umanità, contro il loro stesso popolo: Radio Macuto, una radio indipendente equatoguineana, ha recentemente trasmesso alcuni audio registrati nel carcere di Bata, grazie ai quali ha documentato le torture quotidiane che subiscono i detenuti. Detenuti che, spesso, diventano desaparecidos.

La famiglia Berardi si è così rivolta anche al Vaticano affinchè facesse pressioni sul regime degli Obiang, cattolici osservanti nonostante le pratiche criminali e le condizioni di vita drammatiche cui costringono l'intero popolo guineano. Ma il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale, mons. Piero Pioppo, ha detto chiaramente loro di non poter fare nulla per aiutarli.

Nel frattempo la detenzione di Berardi si fa drammatica: tenta la fuga grazie ad alcuni complici ma viene catturato mentre implora invano all'ambasciata spagnola di Bata di aprirgli il cancello per salvarlo. Spedisce drammatiche fotografie alla famiglia nelle quali documenta le torture che subisce; di recente Berardi, dopo giorni di febbre alta tenuta a bada con le aspirine, è stato ricoverato presso un malconcio ospedale pubblico, dove gli è stata diagnosticata la febbre tifoide. Ritradotto in carcere con l'inganno (la promessa era trasferirlo in una clinica per fargli effettuare alcune analisi), solo da tre giorni Berardi si trova nuovamente in clinica: lavato (“un sogno”) e fotografato. Sembra però, dalle indicrezioni di queste ore, che purtroppo ancora una volta gli Obiang lo abbiano fatto tornare in cella. Proprio oggi.

La diplomazia, ovviamente, fa il suo corso: il Presidente Obiang, nel dicembre scorso, sembrava propenso a concedere la grazia a Roberto Berardi (le autorità equatoguineane sostengono di averla concessa, ma siccome l'imprenditore è stato condannato al pagamento di un risarcimento da 1,5 milioni lo tengono dentro: un vero e proprio sequestro di persona) ma quell'atto istituzionale fu strappato dal figlio Teodorin. Sempre il Presidente Obiang, in visita a Bruxelles, promise “l'imminente liberazione” di Roberto Berardi all'allora Commissario Europeo Antonio Tajani, come la promise un'altra volta in occasione della sua visita a Roma da Papa Francesco per la recente canonizzazione dei due papi. In quell'occasione nessuno della Farnesina si fece vivo con Obiang, che ebbe un colloquio con il Papa, il quale a dicembre invocò la liberazione di Berardi durante la recita dell'Angelus.

La volontà di liberare Berardi è stata inoltre manifestata di recente dall'ambasciatrice della Guinea Equatoriale a Roma, sorella del Presidente Obiang, alla moglie di Berardi ed al senatore Luigi Manconi del PD, unico nello scibile politico italiano a prendersi a cuore la drammatica vicenda dell'imprenditore pontino. Ma a quella manifestazione di belle intenzione non è seguito nulla; i fatti smentiscono clamorosamente le parole degli Obiang: il console Spano ha dovuto lottare non poco per il ricovero di Berardi, come ha dovuto lottare per fargli pervenire le medicine quando fu ritradotto in carcere con l'inganno (un inganno non solo a Berardi ma anche al console ed alla Croce Rossa Internazionale), come ha dovuto lottare per un suo nuovo ricovero, presso la clinica La Paz di Bata (dove si trova in questo momento e dove tutto è a pagamento).

Secondo Human Rights Watch il regime di Obiang (“il più sanguinario d'Africa” ora che Gheddafi non c'è più) detiene Berardi per paura che egli possa rivelare cose che non si devono sapere (le colpe di Teodorin, le torture subite dai detenuti equatoguineani, i rapporti inconfessabili degli Obiang).

Di fatto Roberto Berardi è da 20 mesi prigioniero di un regime sanguinario in terra straniera, trattato come un animale e in condizioni fisiche estremamente precarie. Uno dei circa 3000 italiani detenuti all'estero il cui caso è formalmente seguito anche dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica: l'obiettivo è riportare a casa Roberto Berardi, detenuto ingiustamente nell'inferno africano del carcere di Bata.


sabato 20 dicembre 2014

Guinea Equatoriale: fiaccolata per detenuto Roberto Berardi, viene frustato e pesa 50 kg

www.latina24ore.it
Fiaccolata per chiedere la liberazione di Roberto Berardi, l'imprenditore di Latina detenuto in Guinea Equatoriale in condizioni disumane. 


La mamma Silviana Malafronte lancia un appello alla città affinché la partecipazione sia ampia. "È trascorso poco più di un anno da analoga iniziativa - spiega - qualche azione diplomatica è stata effettuata, purtroppo con esiti negativi, al punto che Roberto successivamente alle visite ufficiali dei nostri ambasciatori, viene puntualmente frustato, privato del cibo e ristretto in cella d'isolamento senza alcuna luce dove si trova ormai da oltre 11 mesi.

La triste vicenda è già stata trattata dagli organi di informazione nazionali e locali che vedono Roberto privato della libertà personale, senza alcuna accusa e con un processo "farsa", ristretto nelle carceri della Guinea Equatoriale, senza dignità e senza aver diritto neanche alla somministrazione dei pasti".

Le precarie condizioni psico-fisiche del detenuto ridotto a 50 kg di peso dopo aver subito 5 attacchi di malaria, senza cure mediche, hanno portato amici e familiari a costituire un comitato per chiederne la liberazione.

giovedì 6 febbraio 2014

Guinea Equatoriale: disperato appello di un detenuto italiano "in cella mi torturano..."

Secolo XIX
Il corpo smagrito che presenta lesioni, la voce rotta, i segni delle frustrate sulla schiena. È irriconoscibile dopo un anno di detenzione nelle carceri lager della Guinea Equatoriale l'imprenditore edile Roberto Berardi, 49 anni, originario di Latina, accusato di truffa e appropriazione indebita. Berardi è riuscito ad inviare alcune immagini scioccanti che lo ritraggono in cella, ma anche una testimonianza audio - diffusa in serata dal Tg1 - dove afferma di avere subito delle torture.

"Da più di un anno sono imprigionato e da due mesi sono in una cella di isolamento senza vedere luce e ricevo bastonate e frustate. La pressione è fortissima, spero di riuscire a resistere almeno per potere vedere i miei figli". Secondo la ricostruzione dei familiari, l'imprenditore aveva formato una società di costruzioni con Teodoro Obiang Nguema Mangue (detto Teodorin), figlio del presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

Ma dopo la scoperta di alcune strane operazioni sul conto corrente dell'impresa aveva chiesto spiegazioni. Subito dopo però era stato prelevato, accusato di frode fiscale e sbattuto in carcere. Obiang è sotto processo negli Usa per riciclaggio e inseguito da un ordine di cattura della magistratura francese.

Secondo l'inchiesta aperta negli Stati Uniti, i soldi sarebbero stati sottratti da Teodorin. Il risultato è che Berardi è stato condannato a scontare una pena di due anni e quattro mesi in Guinea equatoriale. L'odissea dell'italiano è stata denunciata oggi anche dal presidente della Commissione per la tutela dei Diritti umani Luigi Manconi (Pd), che ha annunciato di avere "presentato un'interrogazione urgente al ministro degli Esteri a proposito di uno dei tremila nostri connazionali detenuti all'estero, spesso in condizioni disumane".

"Ho sollecitato la massima attenzione da parte del nostro ministero degli Esteri, che già da tempo segue la vicenda, in ultimo attraverso l'azione del vice ministro Pistelli, nel momento in cui l'attenzione dei media potrebbe portare a un mutamento di orientamento da parte del governo della Guinea Equatoriale. È proprio adesso che si deve sviluppare il massimo dell'iniziativa - ha esortato Manconi - per garantire l'incolumità di Berardi e il rispetto dei suoi diritti fondamentali".

lunedì 20 maggio 2013

Guinea Equatoriale - Arrestati dissidenti politici in vista delle elezioni

Corriere della Sera
Il 26 maggio i cittadini e le cittadine della Guinea Equatoriale si recheranno a votare per eleggere il parlamento nazionale e una serie di consigli locali.
Per la prima volta, a seguito della riforma costituzionale del febbraio 2012, eleggeranno anche 55 senatori.
Gli altri 15 saranno nominati direttamente dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (nella foto a destra), al potere dal 1979.

La sua formazione politica, il Partito democratico della Guinea Equatoriale, ha il monopolio del potere: controlla l’informazione e la distribuzione del denaro pubblico, millanta tentativi di colpo di stato per imporre provvedimenti per difendere la sicurezza nazionale.
Insomma, le elezioni del 26 maggio non sono destinate a riservare sorprese.
Per andare sul sicuro, tuttavia, non è mancata la consueta retata pre-elettorale nei confronti degli attivisti democratici e degli oppositori politici.

Esponenti di Convergenza per la democrazia sociale, uno dei due partiti di opposizione cui è concesso competere alle elezioni, sono stati intimiditi e posti in fermo di polizia per qualche ora, sufficiente a far capire che aria tirasse.

L’8 maggio Enrique Nsolo Nzo, docente universitario, è stato picchiato, trattenuto in carcere per un giorno, interrogato di fronte alle telecamere e infine licenziato in tronco solamente per aver preparato degli striscioni per una manifestazione studentesca che poi non ha avuto luogo.

Suo padre, Marcelo Nzo Nsue, e suo fratello maggiore, Zenón Nsue Nzo, sono stati arrestati il 14 maggio e da allora sarebbero trattenuti in un centro di detenzione gestito dal ministero dell’Interno.

Il giorno prima, il 13 maggio, erano state arrestate Clara Nsegue Eyi e Natalia Angue Edjodjomo, coordinatrici del Movimento di protesta popolare e fondatrici del Partito democratico per la giustizia sociale. Avevano intenzione di scendere in piazza due giorni dopo per chiedere il riconoscimento della loro nuova formazione politica, precedentemente negato. Mentre scriviamo, si trovano in una cella della stazione centrale di polizia della capitale Malabo.

Infine, il 16 maggio è stato arrestato Jerónimo Ndong, segretario generale dell’altro partito di opposizione, l’Unione popolare.

A nessuno interesserà monitorare l’andamento delle elezioni, che come è ovvio saranno stravinte dal partito del presidentissimo.

Intanto, Amnesty International sta chiedendo la scarcerazione dei dissidenti.