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mercoledì 28 dicembre 2016

La tragedia dei migranti è senza fine. 5.000 morti nel 2016 nel Mediterraeno. Altri 100 alla vigilia di Natale.

Corriere Della Sera
Il dossier dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr): quello in corso è stato l’anno più drammatico di sempre. «L’aumento dei decessi è allarmante». L’Osservatore Romano: a Natale grave sciagura. Affondati due gommoni, 100 le vittime



I numeri sono questi. 
Nel 2016 sono morti cinque mila migranti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, per raggiungere l’Europeo. Ogni giorno, 14 vittime. Un numero che per dimensioni non è mai stato registrato prima. Lo scorso anno, per fare un paragone, il bilancio fu di 3.771 morti. Lo ha annunciato che da tempo segnala il preoccupante aumento delle vittime del mare. L’ultima strage è stata registrata alla vigilia di Natale: 100 persone sono morte mentre tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di due gommoni. Il portavoce dell’Unhcr, William Spindler, ha sottolineato le avverse condizioni del mare in questo periodo e ha avvertito: «L’aumento dei decessi è allarmante».

La strage della Vigilia
Secondo quanto riferito dai sopravvissuti, due battelli si sono rotti e sono affondati, il giorno della Vigilia, facendo cadere in mare le persone a bordo. Il primo gommone trasportava tra le 120 e le 140 persone, tra cui molte donne e bambini. Solo 63 persone sono sopravvissute dopo essere state soccorse in mare. Il secondo gommone trasportava circa 120 persone, di cui 80 salvate dalla guardia costiera. Circa 175 persone sono state salvate con successo da un altro gommone e da un peschereccio. In tutto, sono 264 le persone sbarcate la notte scorsa a Trapani da una nave della Guardia Costiera. Altri otto corpi sono stati recuperati durante le operazioni
39 iracheni soccorsi a Noto
Sono stati invece intercettati solo alcune ore dopo lo sbarco i 39 iracheni arrivati ieri sull’isolotto della riserva naturale di Vendicari, nel territorio di Noto, in provincia di Siracusa. Sul luogo dello sbarco non è stata trovata alcuna imbarcazione. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i migranti sarebbero stati lasciati a Vendicari intorno alle 18 di ieri. Sono 23 gli uomini, 10 le donne e sei i minori. Ma i pericoli per i migranti - scrive il quotidiano della Santa Sede - non si esauriscono in mare. C’è anche chi pur avendo raggiunto il territorio europeo, dopo peripezie di ogni sorta, trova ugualmente la morte. È accaduto a un algerino di circa 25 anni, la cui identità è ancora in fase di accertamento, che è stato travolto e ucciso da un treno delle linee francesi a Ventimiglia mentre cercava di raggiungere la Francia costeggiando la ferrovia. Non è il primo a perdere la vita in questo modo. E molto ha rischiato un bambino di 10 anni che, fuggito ieri da un centro di accoglienza di Monza, ha percorso alcuni chilometri a piedi per raggiungere un altro centro, nel milanese, dove sono ospitati altri bambini e adulti che con lui avevano attraversato il Mediterraneo su un barcone. Camminava lungo la superstrada 36 Valassina. Fortunatamente è stato salvato da una pattuglia della polizia stradale.
Aruna, arti amputati
C’è poi la vicenda di Aruna, un ragazzo di 18 anni del Burkina Faso, in condizioni gravissime per le violenze subite mentre era a bordo del barcone su cui è giunto in Italia. Per lui gli infermieri dell’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, in Calabria, hanno lanciato un appello alle autorità, spiegando che ha bisogno di cure particolari e di protesi perché i medici hanno dovuto amputare le gambe, irrimediabilmente lesionate dai lacci stretti dai trafficanti.

di Alessandro Fulloni

ONU-Ocha: altri 7 mila sud sudanesi rifugiati in Uganda a dicembre arrivando al numero di 584.000

Agenzia Nova
Khartoum - Il numero di rifugiati sud sudanesi in fuga verso l’Uganda continua ad aumentare, con 7.046 nuovi arrivi registrati lo scorso 13 dicembre. È quanto reso noto dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), 



secondo cui la maggior parte dei rifugiati hanno raggiunto l'Uganda attraverso posti di frontiera informali, mentre oltre 4 mila sono arrivati in Uganda attraverso il territorio della Repubblica democratica del Congo (Rdc). 

Secondo l’agenzia Onu, la maggior parte dei rifugiati stanno lasciando il Sud Sudan a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Oltre a quelli che fuggono in Uganda, c’è un numero crescente di persone in fuga verso il Kenya, si legge nel rapporto ripreso dal quotidiano “Sudan Tribune”. 

Dal luglio 2016 più di 394.500 sud sudanesi sono arrivati in Uganda, portando il numero totale di rifugiati nel paese a oltre 584 mila. (Res)

Sudafrica: rivolta nel carcere St. Albans a Port Elizabeth, 3 morti e 26 feriti

Reuters
Una rivolta carceraria è esplosa oggi in Sudafrica. I detenuti si sono scontrati con le guardie in una prigione fuori Port Elizabeth. Tre persone sono morte e altre 26 sono rimaste ferite. Lo riferiscono fonti ufficiali. 


A St. Albans, questo il nome della prigione, sono accorsi ambulanze e un elicottero, oltre ad altri veicoli di emergenza. Non è chiaro quanti detenuti e quante guardie siano tra i morti o tra i feriti.

martedì 27 dicembre 2016

Fosse comuni a Aleppo, segni di torture. Isis fa nuova strage

ANSA
Beirut - Fosse comuni con decine di cadaveri che presentavano segni di mutilazioni e torture: questa, secondo quanto reso noto dal ministero della Difesa di Mosca, la scoperta fatta da militari russi nella parte di Aleppo strappata nei giorni scorsi alle milizie ribelli e qaediste. E intanto la guerra non si ferma. Bombardamenti aerei governativi sono stati segnalati anche ieri su una cittadina alle porte di Damasco in mano agli insorti, mentre nel nord un'autobomba dell'Isis ha provocato una trentina di morti, secondo l'esercito turco.


Mosca afferma che nelle fosse comuni trovate ad Aleppo giacevano i resti di "diverse decine di siriani che hanno subito atroci torture e massacri". Il portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov, ha detto che alcuni dei cadaveri erano stati mutilati e altri avevano segni di ferite da arma da fuoco.

Massacri e pratiche di tortura, anche ai danni di civili, sono stati denunciati più volte durante gli oltre cinque anni e mezzo del conflitto civile. E volta a volta ne vengono accusati l'esercito governativo e milizie lealiste, gruppi di ribelli e lo Stato islamico. Ma Konashenkov ha affermato che, prima di essere costretti a lasciare i quartieri orientali di Aleppo per oltre quattro anni nelle loro mani, i ribelli hanno anche disseminato mine e trappole esplosive. 


L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha detto ieri che, secondo testimonianze raccolte dal terreno, 63 soldati di Damasco e miliziani loro alleati sono stati uccisi da questi ordigni a partire dal 22 dicembre, quando le forze governative hanno ripreso il controllo della città. 

Nella sua prima uscita pubblica dopo la riconquista di Aleppo, Bashar al Assad ha visitato, in occasione del Natale, un orfanatrofio cristiano nel sobborgo di Sednaya. Le fotografie pubblicate sulla pagina Facebook della presidenza siriana mostrano il presidente con la moglie Asma insieme con le suore e i bambini. Nel giorno di Natale il Papa ha lanciato un nuovo appello perché "si raggiunga una soluzione negoziale e si ristabilisca la convivenza civile" in Siria. Ma per ora le armi non tacciono.

Mentre l'esercito turco ha affermato in un comunicato che 30 persone sono state uccise da un'autobomba dell'Isis ad Al Bab, nella provincia di Aleppo, che forze ribelli siriane e soldati di Ankara stanno cercando di strappare allo Stato islamico in un'offensiva che dura da quattro mesi.

Secondo la Turchia, l'attacco è stato compiuto contro i civili che cercavano di fuggire dalla città, situata 30 chilometri a sud del confine turco.

Intensi combattimenti sono in corso anche a nord e ad ovest di Raqqa, la 'capitale' dell'Isis in Siria, in coincidenza con un'avanzata delle cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf), a predominanza curda, sostenute dagli Usa. Fonti dell'Ondus riferiscono che le Sdf sono arrivate alla località di Tal Samn, 27 chilometri a nord della città. Circa 45 chilometri ad ovest, invece, si trovano ormai a ridosso della diga strategica di Tabqa, sull'Eufrate..
Alberto Zanconato

Nella tragedia del Tu-154 muore Elizaveta Glinka nota filantropa e attivista dei diritti umani

Sputnik
Elizaveta Glinka, nota filantropa e attivista dei diritti umani, per cui non esistevano bambini e sciagure d'altri e conosciuta da tutti come Dottoressa Lisa, secondo il ministero della Difesa era a bordo dell'aereo militare russo Tu-154 precipitato ieri nelle acque del Mar Nero diretto a Latakia.


Aiutava chi aveva poche speranze di essere aiutato, dai senzatetto, ai malati terminali e alle persone sole; portava i bambini del Donbass a Mosca per curarsi. Era un'altruista, era un angelo — ricorda con le lacrime chi conosceva la Dottoressa Lisa. Non era una persona di parole, ma di azioni concrete. Esteriormente una donna minuta, aveva mostrato dedizione e compassione, non aveva paura, combatteva e sempre era in prima linea per dire "no" alla guerra.

La Glinka faceva parte del Consiglio per i diritti umani del Cremlino. A settembre lei insieme con il presidente di quest'organo Mikhail Fedotov era stata in Siria: allora gli attivisti per i diritti umani avevano lanciato un appello per unire gli sforzi per opporsi alle sanzioni occidentali riguardo le forniture di medicinali e attrezzature mediche. 

Ora la Dottoressa Lisa era impegnata nelle consegne di aiuti umanitari in Siria, in particolare all'ospedale dell'università di Latakia: si trattava di farmaci per i bambini malati di cancro e di apparecchiature mediche, che mancavano per le sanzioni e la guerra. Più di recente, la scorsa settimana, aveva portato 17 bambini del Donbass in Russia per le cure e la riabilitazione in un ospedale di Mosca. 

Quest'anno la Dottoressa Lisa aveva ricevuto un'onorificenza di Stato per gli altissimi meriti nel campo delle attività per i diritti umani. La cerimonia ufficiale di premiazione si è svolta poche settimane fa, allora Dottoressa Lisa aveva rivelato i suoi piani per recarsi a Donetsk e in Siria. "Domani parto per Donetsk, da lì mi recherò in Siria, con me decine di altri volontari che sono impegnati in attività umanitarie. Non siamo mai sicuri di ritornare vivi, perché la guerra è l'inferno sulla terra. So quello che dico," — aveva detto Elizaveta Glinka. "E' molto difficile vedere i bambini morti e feriti nel Donbass ed i bambini siriani malati e morti", — aveva affermato, sottolineando che i veri difensori dei diritti umani sono avulsi dalla politica. "Siamo fiduciosi che un buon lavoro di compassione e misericordia sia più forte di qualsiasi arma," — aveva concluso la Dottoressa Lisa.

Sant'Egidio - Pranzi di Natale in carcere - La società civile fa festa nelle carceri accolta dai detenuti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Regina Coeli, Rebibbia, Mammagialla a Viterbo, Poggioreale e altri sono citati ogni giorno dalle cronache giudiziarie nelle pagine dei quotidiani. Ma a Natale diventano luoghi di festa vera con i Pranzi di Natale della Comunità di Sant'Egidio.


Pranzo di Natale a Regina Coeli realizzato dalla Comunità di Sant'Egidio
Anche questa immagine racconta la realtà del carcere dove i volontari offrono il loro lavoro silenzioso e gratuito tutto l'anno scegliendo di entrare per offrire il loro sostegno per contribuire ad umanizzare questa istituzione del nostro paese, aiutando in particolare chi è più povero ed in difficoltà. 
Il carcere è uno specchio della società, soprattutto di quella che presenta problemi di natura sociale.
Infatti, una percentuale rilevante della popolazione detenuta è portatrice di seri problemi di natura socio-sanitaria: malati psichici, persone senza fissa dimora, malati di AIDS, persone con scarsissime risorse economiche ed un gran numero di tossicodipendenti.
Gli immigrati che fanno parte come gli italiani di queste categorie hanno una ulteriore criticità dovuta alle scarse relazioni sociali con l’esterno, si pensi in particolare alla mancanza della famiglia e dell’alloggio. 
Le immagini dei pranzi di Natale fanno comprendere quanto sia importante che il carcere si apra alla società civile. In questo sforzo I volontari contribuiscono a costruire quel ponte tra dentro e fuori che potrà essere percorso da persone che, superando i loro errori, saranno aiutati a reinserirsi a pieno titolo nel tessuto sociale, rendendo le nostre città inclusive, giuste e sicure.
Quest'anno, con la Comunità di Sant'Egidio in Italia centinaia persone con più di 5.000 detenuti hanno vissuto così la festa di Natale in più di 40 carceri . E' una lunga tavolata che unisce l'Italia da Nord a Sud nello spirito di solidarietà.

lunedì 26 dicembre 2016

Libia. Le condizioni tragiche di detenzione dei migranti e profughi detenuti in meno di mezzo metro quadrato a testa

La Repubblica
Le persone vivono in condizioni antigeniche e inumane e in strutture malsane. Situazione drammatica dei rifugiati e dei migranti detenuti in un paese dilaniato dalla guerra civile e in balia di bande di delinquenti, formate da forze militari, milizie, reti di contrabbando, gang criminali e individui privati.



Lo staff di Medici Senza Frontiere (Msf) che fornisce assistenza in 7 centri per migranti a Tripoli e dintorni, attraverso le ormai celebri cliniche mobili, segnala le condizioni infernali di vita delle persone trattenute nelle carceri libiche in una detenzione tanto arbitraria, quanto indefinita, di migranti, rifugiati e richiedenti asilo in Libia. 

Un Paese ancora diviso da un conflitto interno, dove i combattimenti imperversano in diverse zone. La mancanza di sicurezza, il collasso economico e l'inesistenza di un sistema di legalità trasformano la vita quotidiana di molti libici in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Come non bastasse, la Libia è ormai sia un luogo di destinazione che un approdo di transito per centinaia di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti che scappano da conflitti, estrema povertà, o persecuzioni.

Esposti a violenze e sfruttamenti. Una volta in Libia, rifugiati e richiedenti asilo non possono ricevere protezione poiché manca un sistema di asilo funzionante, l'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) svolge un ruolo limitato e la Libia non è firmataria della Convenzione sullo status dei rifugiati. I migranti sono esposti ad altissimi livelli di violenza e sfruttamento per mano di forze militari, milizie, reti di contrabbando, gang criminali e individui privati.
Quelli intercettati in mare dalla guardia costiera libica, o trattenuti in Libia sono inviati in centri di detenzione per migranti. Qui le persone affrontano una detenzione arbitraria per periodi prolungati in condizioni antigeniche e inumane. Non c'è alcun modo di contestare la legittimità della detenzione, che espone le persone a maltrattamenti, le priva di contatto col mondo esterno e della possibilità di accedere a cure mediche.

Accesso alle cure nelle carceri. Da luglio, Msf ha condotto 5.579 consultazioni mediche, con una media di 500 visite ogni settimana. 32 donne incinte hanno ricevuto assistenza prenatale e sono stati visitati 41 bambini con meno di 5 anni di età. Molti di loro sono nati nelle strutture di detenzione: il bambino più piccolo visitato aveva solo 5 ore di vita. 
Nell'eventualità di un'emergenza medica all'interno di una struttura detentiva, Msf tenta di organizzare il trasferimento in ospedale. Finora, 113 casi medici urgenti o con complicazioni sono stati trasferiti in una struttura sanitaria, incluse 7 persone con gravi disordini psichiatrici. Ogni trasferimento è complicato e richiede molto tempo, poiché diversi ospedali di Tripoli non accettano africani sub-sahariani.

Le patologie prevalenti. Msf sta trattando infezioni respiratorie, diarrea grave, malattie della pelle, e infezioni urinarie. Questi malesseri sono per lo più legati alle condizioni presenti all'interno dei centri detentivi che sono sovraffollati e privi di luce e areazione naturali. In alcune strutture, la quantità di spazio per ogni persona è molto limitata (poco meno di 0.41 m² per persona).

Manche anche il cibo. Nei centri detentivi c'è carenza di cibo che rende le persone più suscettibili di ammalarsi. Un numero significativo di detenuti ha sofferto di una drammatica perdita di peso, ha un aspetto estremamente emaciato e mostra segni di insufficienza nutrizionale. A volte una razione di cibo è divisa tra 5 o più detenuti, o il cibo è servito in scodelle comuni così i più deboli o invalidi non mangiano nulla. Nella prima metà di novembre, MSF ha visitato 41 persone affette da malnutrizione moderata ma anche acuta. Questo dato, che rappresenta il circa 3% di tutti i detenuti nelle strutture visitate da Msf, è molto preoccupante considerato che il Paese non è affetto né da siccità né da disastri naturali.

Il disastro dei servizi igienici. I detenuti non hanno un adeguato accesso all'acqua potabile, quindi soffrono di mal di testa, costipazione e disidratazione. L'accesso alle latrine o alle docce è gravemente limitato e i servizi igieni sono inadeguati, causando molte infezioni della pelle e infestazioni di pidocchi, acari della scabbia e pulci. Msf si è occupata della distribuzione di kit per l'igiene, di taniche di acqua, secchi e materiale per la pulizia in diversi centri di detenzione. MSF inoltre, oltre a sollecitare le autorità competenti a fornire cibo in modo adeguato, in alcuni casi specifici, dove le riserve di cibo erano finite e la situazione era diventata critica, ha fornito generi alimentari.

Difficile assistere chi ha perduto la dignità. Un'équipe di pronto soccorso psicologico supporta i detenuti coinvolti in incidenti traumatici in mare. Il supporto è stato fornito a 29 sopravvissuti del naufragio avvenuto il 27 ottobre dove almeno 100 persone sono annegate. L'équipe cerca anche di migliorare l'accesso ai servizi di salute mentale e sostegno psicologico non solo per i migranti ma anche per i libici dell'area di Tripoli. È una scelta difficile per MSF quella di lavorare in un ambiente dove le persone sono tenute in condizioni che ledono la dignità umana, con nessuna prospettiva di migliorare la loro situazione e con nessuna idea del perché o per quanto ancora rimarranno rinchiusi.

Il lavoro quotidiano di Msf. Ciononostante l'aspettativa è che con la presenza e l'assistenza medica, Msf possa assicurare un miglioramento immediato delle condizioni di vita dei detenuti. Ogni giorno le équipe di Msf si fanno promotrici di un trattamento umano per le persone trattenute nei centri, sottolineando l'importanza di ricevere cibo e acqua adeguati, e di accedere a latrine e docce funzionanti. Lo staff di Medici Senza Frontiere preme affinché le autorità rilascino le donne incinte, le donne con neonati, bambini e ragazzi al di sotto dei 18 anni di età, e persone disabili o con gravi condizioni di salute.