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sabato 6 agosto 2016

Israele - 325 prigionieri palestinesi in sciopero della fame in appoggio alla protesta di Bilal Kayed

Nena News
Roma – Sono oltre 300 gli stomaci vuoti nelle prigioni israeliane: un nuovo sciopero della fame di massa è ufficialmente partito, dopo che nelle scorse settimane detenuti si stavano già unendo alla prima forma di protesta lanciata per sostenere Bilal Kayed. Il militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, arrestato nel 2002, aveva scontato la sua pena a 14 anni e mezzo di carcere quando, al momento del rilascio, è stato posto in detenzione amministrativa: sei mesi di carcere senza processo né accuse.
Bilal Kayed in sciopero della fame
da 51 giorni, in detenzione amministrativa
dopo aver scontato 14 anni di carcere
Subito ha cominciato a scioperare, seguito poco dopo da altri detenuti. Oggi è al 51esimo giorno senza toccare cibo e le sue condizioni di salute sono deteriorate gravemente. Ieri la Palestinian Prisoners’ Society (Pps) ha annunciato che sono almeno 325 i prigionieri politici in sciopero: 285 legati ad Hamas nelle prigioni di Eshel e Nafha e 40 del Fronte Popolare. Accanto a Kayed altri cinque detenuti avevano lanciato la protesta per la stessa ragione, protestare contro la detenzione amministrativa, misura cautelare che il diritto internazionale autorizza solo in casi di emergenza e per periodi limitati. In Israele è la normalità.

Per questo stomaci vuoti anche per i fratelli Mahmoud e Mohammad al-Balboul, in sciopero dal 4 e dal 7 luglio; Malik al-Qadi e Ayyad Hreimi, dal 15; e Omar Nazzal, noto giornalista palestinese che digiuna da ieri.

Secondo i dati forniti da Addameer, associazione palestinese per i diritti dei prigionieri politici, sono circa 7mila i palestinesi in questo momento detenuti per ragioni politiche in un carcere israeliano, di cui 715 in detenzione amministrativi. Due numeri molto più alti della media della repressione israeliana e che Tel Aviv giustifica con l’ondata di violenze che dal primo ottobre è tornata a investire i Territori Occupati e lo Stato di Israele.

Israele ha già cominciato a reagire alla protesta degli stomaci vuoti: secondo la Pps molti prigionieri detenuti a Eshel sono stati trasferiti ieri nella prigione di Ohalei Kedar, mentre si moltiplicano i raid nelle celle e la confisca dei beni personali dei detenuti. A Ohalei Kedar, raccontano i detenuti, le forze israeliane hanno legato i prigionieri e li hanno spogliati e fotografati.

Tutte forme di pressione psicologica e fisica che le autorità carcerarie israeliane usano da decenni per interrompere gli scioperi della fame. Fin dagli anni ’70 il movimento dei prigionieri politici, tra le colonne portanti il più ampio movimento di resistenza popolare, organizza scioperi della fame di massa per ottenere condizioni migliori nelle carceri o per protestare contro forme di detenzione illegali. E in molti casi i prigionieri sono riusciti a raggiungere accordi con Israele, a volte però violati poco dopo da Tel Aviv.

Per questo la solidarietà da fuori è sempre immediata: in questi giorni si tengono molte manifestazioni e sit-in a sostegno dello sciopero della fame, in Cisgiordania e a Gaza. Tra i presidi anche quello del Sindacato dei Giornalisti Palestinesi, in solidarietà con il giornalista Nazzal, già posto in isolamento come forma punitiva: la famiglia e i colleghi si ritroveranno lunedì di fronte alla sede delle Nazioni Unite a Ramallah e Gaza City, nel giorno dell’udienza di fronte alla Corte Suprema israeliana.

Etiopia - 12 morti nelle manifestazioni anti-governative per dispute territoriali e etniche. Nessuno ne parla.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Autorità etiopi riferiscono che 
nelle ultime settimane, ameno una dozzina di persone sono state uccise in scontri con la polizia nelle manifestazioni sulle dispute territoriali ed etniche.


Decine di migliaia di persone appartenenti al gruppo etnico Amhara in Etiopia hanno preso parte ad una manifestazione anti-governativa nella città settentrionale di Gondar. Per i media locali è stato il più grande raduno del genere dopo una serie di recenti proteste.

Gli Amhara, si lamentano regolarmente di discriminazioni, e per la decisione del governo di porre un distretto locale sotto l'amministrazione della 
vicina regione del Tigray .

Nel video condivisi sui social media, i manifestanti sono stati visti portare cartelli con la scritta: "smettere le uccisioni di massa degli Amhara" e "Ripristinare il confine storico".

Gondar è stata per settimane teatro di violente manifestazioni che chiedevano la restituzione alla regione di Amhara delle terre sottratte.

Il popolo Amhara è il secondo gruppo etnico dell'Etiopia dopo il Oromo. Entrambi i gruppi dicono che subiscono discriminazioni a favore die Tigray che occupano i posti di lavoro chiave nelle forze governative e di sicurezza.

I manifestanti hanno utilizzato l'occasione di queste proteste per esprimere solidarietà con il popolo Oromo che ha subito 
centinaia di morti tra lo scorso novembre e marzo durante le manifestazioni proprio contro la presunta appropriazione di terreno. Realtà denunciata dai gruppi per la difesa dei diritti umani.

Nessun commento o dichiarazione è venuta da parte del governo etiope sulle ultime proteste.

Il portavoce del governo Getachew Reda ha già accusato i manifestanti Amhara di "lavorare in combutta" con il governo eritreo nel tentativo di destabilizzare il paese.

Fonte: The Indian Express

venerdì 5 agosto 2016

Imam in chiesa, successo dell'iniziativa, risorsa di pace per una convivenza da costruire

Corriere della Sera
di Luigi Accattoli
l parroco di Santa Maria in Trastevere: "L’importanza del gesto sta nel suo carattere pubblico. Non si tratta di parole venute da intellettuali isolati, ma da esponenti musulmani già attivi nel lavoro di bonifica dai germi della radicalizzazione."


L'islam a  Roma è massima sfida, anche simbolica: «Prenderemo Roma» è uno dei gridi di battaglia dell’Isis. Ma la presenza in Roma dell’islam che prega può essere una risorsa, come si è visto domenica con l’accoglienza di delegazioni musulmane nelle chiese. A Roma pare che quell’accoglienza sia stata più ampia rispetto a ogni altra città italiana ed è bene che sia così, perché qui l’urgenza di porre segni di pace è maggiore.

Musulmani nelle chiese ci sono stati in tutta Italia: a Milano, Torino, Genova, Firenze, Napoli, Palermo, per indicare i luoghi più grandi. Ma anche in città medie e piccole, da Bergamo ad Agrigento, da Verona a Mazara del Vallo, da Trento ad Assisi, da Padova a Reggio Emilia, da Brescia a Venezia, da Novara a Frosinone. 

Il vescovo di Frosinone, Ambrogio Spreafico, è presidente della Commissione Cei per il dialogo con le religioni e vede in quelle ospitalità «un ottimo segno sulla strada di una migliore conoscenza reciproca e di una convivenza che è ancora da costruire». 

A Roma le chiese nelle quali c’è stata presenza musulmana sono state almeno quattro: Santa Croce in Gerusalemme, dov’erano presenti due imam; Santa Maria in Trastevere, con tre imam, alcuni professori e un gruppetto di giovani; Santa Maria ai Monti, con una coppia che è andata al microfono; la chiesa di Ostia affidata alla Comunità di Sant’Egidio, con una quindicina di ospiti.


«L’importanza del gesto – dice don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere – sta nel suo carattere pubblico e popolare: non si tratta di parole e presenze venute da intellettuali isolati, ma da imam o altri esponenti musulmani che già sono attivi nel lavoro di bonifica delle loro comunità dai germi della radicalizzazione». 

A chi obietta segnalando il carattere «provocatorio» – sia per i musulmani sia per i cattolici – della presenza di esponenti di altre fedi a un atto di culto, il vescovo ausiliare di Roma Gianrico Ruzza, che domenica ha accolto gli imam nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, risponde che «ovviamente si tratta di una presenza da ospiti e non da oranti, motivata da una circostanza straordinaria che chiedeva un gesto straordinario». 

In partenza per Cracovia e poi al ritorno, Papa Francesco ha affermato a tutto tondo che quella a cui stiamo assistendo «è una guerra ma non è una guerra di religione». Detto dal vescovo di Roma è molto, ma è ancora di più se a dirlo, insieme a lui e ospiti delle sue parrocchie, sono dei credenti musulmani.

Il ricordo del Porrajimos, lo sterminio dei rom, a Budapest in Ungheria

www.santegidio.org
Il 2 agosto, nella Giornata della Memoria del Porrajimos (lo sterminio dei rom durante la Seconda Guerra mondiale), la Comunità di Sant'Egidio ha tenuto una veglia di preghiera ecumenica nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù.


Alla memoria delle vittime dell'olocausto rom si è aggiunta quella delle vittime di Kisléta, dove la notte dello stesso giorno, nel 2009, veniva uccisa Mária Balog e ferita sua figlia allora tredicenne nell'ultimo della serie di assassinii di origine razzista che nello stesso anno aveva fatto 6 vittime e numerosi feriti nella popolazione rom.
Erano presenti i rappresentanti della Conferenza episcopale e delle confessioni cristiane presenti in Ungheria. Tra i numerosi fedeli rom e non, che hanno acceso dei lumini per ricordare le vittime, era presente Éva Fahidi, testimone oculare della strage dei rom avvenuta ad Auschwitz-Birkenau tra il 2 e 3 agosto 1944.

Cina: Zhai Yanmin attivista per i diritti umani condannato a tre anni. Processo durato un giorno

BlogO
A Tianjin, secondo l’agenzia stampa Xinhua, Zhai Yanmin, attivista per i diritti umani, è stato dichiarato colpevole di sovversione. Per lui è arrivata una pena detentiva sospesa di tre anni, dopo un
processo che è durato un solo giorno. L'imputato non ha avuto il permesso ad essere presente in aula.


Secondo quanto affermato da Xinhua, l'attivista "ha attaccato il sistema legale nazionale e sollecitato l’odio del popolo nei confronti del governo". Inoltre, le autorità giudiziarie cinesi fanno sapere che Zhai ha confessato, in più di un'occasione, di aver tentato di organizzare una "rivoluzione colorata", sul modello di quelle fomentate in Georgia e in Ucraina dopo il crollo dell'Unione Sovietica. 

La decisione della pena sospesa indica la volontà di Pechino di non mostrarsi troppo rigida nei confronti dell'opinione pubblica internazionale. Dunque, Zhai, che ha iniziato a fare politica nel 1989, durante le proteste di piazza Tian’anmen, vivrà in regime di sorveglianza e non potrà incontrare attivisti e giornalisti.

Quello di Zhai è il primo processo dopo una clamorosa operazione di polizia del luglio 2015, decisa da Pechino nei riguardi di presunti dissidenti. In quell'occasione furono fermate circa 300 persone, tra attivisti e legali impegnati nella difesa dei diritti umani. La maggior parte di loro era legato allo studio legale Fengrui, noto per avere tra i suoi clienti l’artista Ai Weiwei e l’economista Ilham Tohti.

Attualmente sono ancora in carcere 20 persone in attesa di giudizio. Tutti sono accusati dello stesso reato di Zhai. Tra queste ci sono personalità importanti dello studio Fengrui, Hu Shigen, Zhou Shifeng e Li Heping.

Molto proteste sono arrivate da varie organizzazioni internazionali. "Se le autorità cinesi sono così sicuri della colpevolezza di questi avvocati per i diritti umani, perché li cerca in segreto?", ha dichiarato Maya Wang, ricercatrice di Human Rights Watch a Hong Kong. Ques'ultima ha aggiunto: "in tutto il mondo sanno che il caso è una farsa".


di Mario Lucio Genghini

Reportage Burkina Faso: Tra i bambini costretti a lavorare nelle miniere

AFP
Da quando vivo a Ouagadougou, ho l’abitudine di passeggiare nelle sue strade la sera molto tardi, quando la città si svuota. Una sera mi perdo nelle strade di Pissy, un quartiere popolare nella parte ovest della capitale. All’improvviso sento un odore di fumo acre, che mi stringe il naso e la gola. Per la prima volta entro in contatto con la cava di granito di Pissy, che dà lavoro a molte famiglie della zona.


Ci torno la mattina dopo. Vedo, in fondo a un sentiero di terra rossa, delle piramidi di pietre bianche e di sabbia setacciata. Alcuni camion. Un nugolo di bambini, alcuni di loro annunciano il mio arrivo. Corrono dietro di me e urlano: “Nasara! Nasara!”, che significa “la bianca”. Si mettono in fila indiana davanti a me. Uno di loro viene a salutarmi: incrocia le braccia sul petto piegando leggermente le ginocchia. Un altro lo imita. Questa forma di saluto è un segno di rispetto e umiltà, rivolto a “coloro che ti superano”, mi ha spiegato un’amica. Glielo insegnano a casa o a scuola. Il gesto non è riservato ai “bianchi” ma agli adulti in generale.

All’inizio mi sento intimidita. Mi siedo al bancone di un chiosco che serve caffè: è un’enorme scatola metallica blu poggiata su un sentiero di terra. Saluto con un sorriso. Poi mi metto a fissare lo schermo della televisione. Uomini e bambini sono impegnati a guardare un vecchio film con Jackie Chan. Mi unisco a loro. Mamoudou, il proprietario, mi dà il benvenuto e mi serve un sacchetto d’acqua. Un adesivo con il volto di Gheddafi e un altro con quello di Ronaldinho sono incollati al frigo.

Mamoudou compra anche il granito. Lo rivende a privati e imprenditori. Pensa che io sia lì per comprarne un po’. Gli spiego cosa mi ha portato da quelle parti e il mio lavoro di giornalista. Gli rivelo che non sono di passaggio ma che vivo a Ouagadougou. Rassicurato, m’incoraggia a portare avanti il mio progetto.

Mamoudou m’accompagna nella cava per presentarmi ai lavoratori. Attraverso alcune file di capanne che vengono montate la mattina e smontate la sera. Una donna pianta una fragile canna di bambù e la ricopre con un lembo di tessuto consumato. Ogni mattina mettono su queste piccole capanne per proteggersi dal sole. Poco più avanti alcune donne scavano nel terreno. Hanno dieci chili di pietra sulla testa. Alcune trasportano anche i loro bambini sulla schiena.

Attrazione turistica
Vista dall’alto la cava somiglia a un abisso profondo varie decine di metri. La prima volta che entro in questa buca, mi sento soffocare. Intravedo alcune sagome che attraversano delle nubi polverose: sono i gas tossici rilasciati dagli pneumatici che vengono bruciati per rendere la pietra più fragile prima di romperla. Sento alcuni lavoratori tossire tra i rumori assordanti dei colpi di martello e piccone. La maggioranza delle persone che lavorano qui non ha maschere di protezione né guanti. Mentre scende un pendio sinuoso, una lavoratrice si rivolge a me chiedendomi: “Mana wana” (come va?). Le rispondo: “Lafi, za karamba” (tutto bene, e la famiglia?). “Lafi, lafi, lafi”, risponde lei, tenendo la sua mano nella mia, che viene scossa a ogni parola pronunciata in moré, la lingua parlata dai mossi, l’etnia maggioritaria del paese.

Fiduciosa, estraggo la mia macchina fotografica, faccio due o tre scatti di questa anziana, con il suo permesso, prima di essere avvicinata da un’altra donna che mi stringe la mano, poi con l’altra si tocca la bocca più volte, facendomi segno che vuole mangiare, che le devo dare da mangiare in cambio della foto. Altre donne fanno lo stesso.

Lo sfruttamento della cava di granito è artigianale. In un simile ambiente la macchina fotografica è assimilata a una forma di ricchezza e a un’intrusione straniera. Fin dai miei primi scatti, un gruppo di lavoratori s’è mostrato ostile. La loro diffidenza si è diffusa come una tempesta di sabbia sugli altri lavoratori.

Mamoudou, il proprietario del chiosco, è sempre al mio fianco. Mi spiega che qui “i bianchi quando vengono, quando venivano, portavano aiuti, dei vestiti, delle medicine. Davano qualcosa e poi se ne andavano”. E c’è anche stato un gruppo di turisti venuti in autobus una volta. “Hanno scattato alcune foto e hanno continuato il loro viaggio a Bobo Dioulasso”, ricorda. Secondo loro, i bianchi li trattano come oggetti di curiosità, e questa cava non è altro che un’attrazione turistica.

Metto via la macchina fotografica e decido di trovare un terreno d’intesa. In Burkina Faso è importante saper conversare, le chiacchiere sono una vera e propria istituzione.

Un sostituto della scuola
Il primo giorno non scatto foto ma tengo la macchina al collo. Torno alla cava l’indomani. Saluto alcune donne e mi siedo al loro fianco. Qui si comincia dicendo il cognome: prima di essere individui si è innanzitutto discendenti di una stirpe. Discutiamo del significato dei nomi. Il mio, d’origine araba, significa “fabbro”. Un mestiere al contempo rispettato e temuto, anche se i fabbri sono sempre più rari. Ma ai loro discendenti sono ancora attribuiti poteri mistici. In moré il mio nome significa “piccolo capo”. Alcuni momenti di titubanza, poi risate: sono convinte che abbia degli antenati burkinabé.

Prendo un martello, colpisco una pietra. Cerco di portare dei sassi sulla testa. “È dura”, mi dice una di loro.

Vorrebbe fotografarmi. Le spiego come usare la macchina fotografica. Guarda la foto e sorride. Altre donne fanno lo stesso e s’impadroniscono della macchina che diventa un oggetto un po’ meno estraneo. Così nascono i miei primi scatti, durante i momenti di silenzio, tra le chiacchiere, cui spesso assistono un bambino o un adolescente. La maggior parte di loro ha imparato il francese a scuola.

Come Amy che, a soli 15 anni, conosce la cava come il palmo della sua mano. Sa come funziona e ha già qualche nozione di contabilità.

Ogni giorno saranno circa un migliaio le persone che penetrano in questo enorme cratere scavato durante gli ultimi vent’anni. Trasportano sulla testa un vassoio carico di pezzi di granito che rivenderanno a trecento franchi Cfa al pezzo (cinquanta centesimi d’euro). Ciascuno lavora per conto proprio e guadagna tra uno e due euro al giorno. Alla fine questo granito servirà a costruire degli edifici, delle case, delle strade.

Qui decine di bambini e adolescenti come Amy spaccano sassi dall’alba al tramonto, durante i fine settimana e le vacanze scolastiche. Altri, che non vanno a scuola, lavorano nella cava tutto l’anno. Amy mi spiega che il lavoro nella cava si svolge in famiglia, ciascuna delle quali può sfruttarne una piccola porzione. I figli aiutano i genitori per aumentare le entrate, pagarsi le spese per i bisogni più elementari e partecipare all’acquisto dei materiali scolastici.

Queste foto di bambini non rivelano solo la povertà, ma anche che la cava è un luogo dove imparano a essere autonomi, un sostituto della scuola in un paese dove sono troppo pochi i bambini che possono frequentarne una. Assisto a una scena rivelatrice dell’immersione dei bambini, loro malgrado, nel mondo del lavoro. Due di loro riempiono delle tazze con dei sassolini di granito. Hanno sette anni. Seduti in mezzo alla cava, la loro pelle e i loro vestiti sono ricoperti di una sottile pellicola bianca, probabilmente un misto di polvere rossa e del diossido di zolfo sprigionato dagli pneumatici bruciati. I loro gesti sono gli stessi di quelli degli adulti che riempiono i loro vassoi di granito per poi risalire i pendii sinuosi e scivolosi.

All’inizio penso che stiano giocando e imitando i gesti degli adulti, come fanno i bambini di tutto il mondo. Dieci minuti dopo uno dei bambini si alza e si mette a sedere davanti a una pila di granito. Prende un martello e sbriciola la pietra tra le sue mani fragili e ferite. Sembrano più vecchie. Il gioco era solo una pausa dal suo lavoro, anche se compiva le stesse azioni.

Da allora ho preso l’abitudine, una o due volte la settimana, di andare a trovare queste persone. A volte solo per salutarle. A volte, quando mi assento per troppo tempo, ricevo una chiamata da Josephine o da sua figlia Nadège: “Son due giorni che non passi. Ci hai abbandonati?”.

Nabila El Hadad
(Traduzione di Federico Ferrone)

giovedì 4 agosto 2016

Pena di morte, aumentano le esecuzioni ma anche il trend abolizionista.

Avvenire
Aumentano le esecuzioni capitali nel 2015: il terribile primato per il maggior numero di pene eseguite spetta a Cina, Iran e Pakistan.
Mentre i primi Paesi-boia del 2016 (dati aggiornati al 30 giugno 2016, ndr) sono Cina, Iran e Arabia Saudita
.


Chi ha elaborato questi numeri?
A fotografare la situazione della pena di morte nel mondo è il Rapporto 2016 di Nessuno tocchi Caino, edito da Reality Book, che analizza il fenomeno nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, presentato a Roma.

Quanti sono i Paesi abolizionisti?
Nel dettaglio, dal rapporto emerge che l'evoluzione positiva verso l'abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre quindici anni, si è confermata nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016. I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 160. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 104; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 6; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44. I Paesi mantenitori della pena di morte sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni: nel 2016, al 30 giugno, erano scesi a 38, rispetto ai 54 nel 2005.

Quante sono state le esecuzioni capitali nel 2015 e nel 2016?
Aumentano le esecuzioni nel 2015. Nel 2015, i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali sono stati 25, rispetto ai 22 del 2014, mentre erano stati 26 nel 2008. Nel 2015, le esecuzioni sono state almeno 4.040, a fronte delle almeno 3.576 del 2014, mentre erano state almeno 5.735 nel 2008. Il significativo aumento delle esecuzioni nel 2015 rispetto al 2014 si giustifica con l'incremento registrato in Iran, Pakistan e Arabia Saudita. Nei primi sei mesi del 2016, almeno 1.685 esecuzioni sono state effettuate in 17 Paesi e territori. Nel 2015, non si sono registrate esecuzioni in 3 Paesi - Bielorussia, Guinea Equatoriale e Palestina (Striscia di Gaza) - che le avevano effettuate nel 2014. Nei primi sei mesi del 2016, non si sono registrate esecuzioni in 7 Paesi - Ciad, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, India, Indonesia e Oman - che le avevano effettuate nel 2015.

In quali Paesi del mondo avvengono le esecuzioni capitali?
Viceversa, 5 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2014, le hanno riprese nel 2015: Indonesia (14), Ciad (10), Bangladesh (4), Oman (2) e India (1). Altri 3 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2015, le hanno riprese nel 2016: Botswana (1), Bielorussia (1) e Palestina (Striscia di Gaza) (3). «Anche se non è possibile confermarlo - si legge nel rapporto -, è probabile che esecuzioni "legali" siano avvenute anche in Siria nel 2015 e in Corea del Nord, Siria, Sudan, Vietnam e Yemen nei primi sei mesi del 2016».

ASIA
Ancora una volta, l'Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state almeno 2.400 esecuzioni (più o meno come nel 2014), il dato complessivo del 2015 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.946 esecuzioni (il 97,6 per cento), un pò di più rispetto al 2014 quando erano state almeno 3.471. Nei primi sei mesi del 2016, nel continente asiatico sono state effettuate almeno 1.642 esecuzioni (il 98 per cento) in 12 Paesi. Le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l'unico Paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2015 (28) e nei primi sei mesi del 2016 (14). In molti Paesi dei Caraibi, non sono state comminate nuove condanne a morte e i bracci della morte erano ancora vuoti alla fine dell'anno.

AFRICA
In Africa, nel 2015, la pena di morte è stata praticata in 5 Paesi (1 in più rispetto al 2014) e sono state registrate almeno 66 esecuzioni (1 in meno rispetto al 2014): Somalia (almeno 25), Egitto (almeno 22), Ciad (10), Sudan del Sud (almeno 5) e Sudan (almeno 4). Nei primi sei mesi del 2016, sono state effettuate almeno 16 esecuzioni in 3 Paesi del continente: Somalia (almeno 13), Sudan del Sud (almeno 2) e Botswana (1). Nel 2015, non si sono registrate esecuzioni in Guinea Equatoriale che le aveva effettuate nel 2014 e, nei primi sei mei del 2016, in Ciad ed Egitto che le avevano praticate nel 2015, mentre è probabile che esecuzioni "legali" siano avvenute in Sudan nel 2016 anche se non è possibile confermarlo. Nell'aprile 2015, il Gruppo di Lavoro sulla Pena di Morte della Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli (Achpr) ha adottato la bozza di Protocollo alla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli per l'Abolizione della Pena di Morte in Africa. La bozza di Protocollo è ancora al vaglio dell'Unione Africana.

EUROPA
In Europa, l'unica eccezione in un continente altrimenti totalmente libero dalla pena di morte è rappresentata dalla Bielorussia, un Paese che negli ultimi anni ha continuato a giustiziare suoi cittadini. Nel 2015, non risulta siano state effettuate esecuzioni che però sono riprese nei primi sei mesi del 2016 (almeno 1). Per quanto riguarda il resto dell'Europa, tutti gli altri Paesi l'hanno abolita in tutte le circostanze, mentre la Russia rispetta una moratoria legale delle esecuzioni. Si rafforza il fronte abolizionista. Nel 2015 e nei primi sei mesi del 2016, altri 6 Paesi hanno rafforzato ulteriormente il fronte a vario titolo abolizionista: Costa d'Avorio, Figi, Mongolia, Nauru e Suriname hanno abolito totalmente la pena di morte; lo Zimbabwe ha superato i dieci anni senza effettuare esecuzioni e quindi può essere considerato un abolizionista di fatto.

Cosa accade negli USA?
Negli Stati Uniti, nel maggio 2015 il Nebraska è diventato il diciannovesimo Stato della federazione ad abolire la pena di morte e il settimo a farlo negli ultimi otto anni. In altri quattro Stati - Washington, Colorado, Pennsylvania e Oregon - i governatori hanno sospeso le esecuzioni a causa degli evidenti difetti che connotano il sistema capitale. Nello stesso periodo, ulteriori passi politici o legislativi verso l'abolizione o la moratoria di fatto della pena capitale si sono verificati in 43 Paesi.

Chi va verso l'abolizione della pena di morte?
In 5 Paesi - Burkina Faso, Corea del Sud, Guinea, Kenya e Uganda - sono state annunciate o proposte leggi per l'abolizione della pena di morte nella Costituzione o nei codici penali, mentre il Vietnam ha ridotto il numero di reati capitali. Altri 8 Paesi - Guyana, Laos, Liberia, Malawi, Niger, Sierra Leone, Tagikistan e Tailandia - hanno accettato raccomandazioni o annunciato passi verso l'abolizione della pena di morte in sede di Revisione Periodica Universale del Consiglio dei diritti umani dell'Onu.

Altri 12 Paesi hanno confermato la loro politica di moratoria di fatto sulla pena di morte o sulle esecuzioni in atto da molti anni: Bahrein, Comore, Eritrea, Etiopia, Libano, Marocco, Papua Nuova Guinea, Qatar, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Tunisia e Zambia. Nella Regione dei Caraibi, in 6 Paesi - Belize, Cuba, Dominica, Giamaica, Guatemala e Saint Lucia - non sono state comminate nuove condanne a morte e i bracci della morte erano ancora vuoti alla fine del 2015. In altri 5 Paesi della Regione dei Caraibi - Antigua e Barbuda, Bahamas, Grenada, Saint Kitts e Nevis e Saint Vincent e Grenadine - non sono state comminate nuove condanne a morte e i condannati nei bracci della morte erano poche unità.

Inoltre, commutazioni collettive di pene capitali o sospensioni di esecuzioni a tempo indeterminato sono state decise in 7 Paesi: Camerun, Gambia, Ghana, Myanmar, Nigeria, Sri Lanka e Swaziland.

Quali Paesi hanno ripreso le esecuzioni nel 2015?
Sul fronte opposto, 5 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2014, le hanno riprese nel 2015: Indonesia (14), Ciad (10), Bangladesh (4), Oman (2) e India (1). Altri 3 Paesi, che non avevano effettuato esecuzioni nel 2015, le hanno riprese nel 2016: Botswana (1), Bielorussia (1) e Palestina (Striscia di Gaza) (3). Ciad e Oman hanno ripreso le esecuzioni dopo, rispettivamente, 12 e 6 anni di moratoria di fatto.