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domenica 24 gennaio 2016

Italia - Trapani, è arrivata al porto una nave che ha salvato 720 migranti. Un morto a bordo

Sicilia Informazioni

È arrivata questa mattina nel porto a Trapani una nave che ha soccorso oltre 720 migranti. Ci sarebbe anche un cadavere a  bordo.

Siria, nessuno farebbe crescere i figli in un posto simile

Famiglia Cristiana
Il 2016 si è aperto con le immagini di Madaya, città a nord di Damasco, circondata dall’ esercito governativo e dai libanesi di Hezbollah, e dei suoi abitanti costretti a mangiare erba e insetti, gatti e topi. L’ Onu dice da tempo di non essere più in grado di contare i cadaveri. Città arroccate, olio bollente lanciato dalle torri, bambini e famiglie malnutriti, corpi flagellati dalle malattie. Le organizzazioni umanitarie: cessate il fuoco e fine immediata degli assedi.


Sarà studiato sui libri di storia come un conflitto durato più a lungo della Prima guerra mondiale. Mentre i colloqui di pace non sembrano decollare, la guerra in Siria entrerà a marzo nel suo sesto anno. «Basta», dice l’ appello che 120 organizzazioni umanitarie e agenzie umanitarie delle Nazioni Unite (Caritas Internationalis, Oxfam, Unicef) hanno diffuso ieri, rivolgendosi a governi e cittadini di tutto il mondo. Sembra la fotocopia di un appello analogo lanciato tre anni fa. Però, alle porte del sesto anno di guerra, le sofferenze si acuiscono. L’ Onu dice da tempo di non essere più in grado di contare i cadaveri, mentre per l’ Osservatorio siriano per i diritti umani, ong che ha sede a Londra, sono morte solo nel 2015 più di 55mila persone, tra cui 2500 bambini, che porterebbero il bilancio delle vittime a 260mila dall’ inizio del conflitto.

Gli ultimi di cui si ha notizia sono 30 civili, tra cui diversi minori, uccisi ieri dai raid russi compiuti nella provincia orientale di Deir Ezzor. Intanto, varie fonti danno per imminente il rinvio dei colloqui di pace tra il governo di Damasco e l’ opposizione. Fissati per il 25 gennaio, sono il primo passo del piano approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ Onu il 18 dicembre per mettere fine al conflitto siriano attraverso la nomina di un governo di transizione entro sei mesi ed elezioni entro diciotto. Il futuro dell’ attuale presidente Bashar Al Assad e chi coinvolgere tra le diverse fazioni rivali che gli si oppongono sono i (principali) nodi del contendere. A causa della guerra 4.600.000 profughi hanno lasciato la Siria (la maggior parte sono in Libano, Turchia, Giordania, Egitto, Iraq, non in Europa), mentre 12 milioni di sfollati sono scappati dalla propria casa, rifugiandosi in altre zone del paese. Una tenda malandata, qualche vestito steso ad asciugare. Intorno fango e gelo, presto arriverà anche la neve. Questa è un’ immagine simbolo del campo di Bab al-Salam, nel nord della Siria, dove le infrastrutture sono quasi inesistenti e le condizioni igieniche disastrose.

Chi vorrebbe far crescere i propri figli in un posto simile? Solo una minaccia ancora peggiore - morire sotto le bombe o vivere sotto una banda di fanatici criminali - può spingere una famiglia ad accettare simili condizioni. Dal giugno 2014 Andrea Riccardi e la Comunità di Sant’ Egidio rilanciano l’ appello per la città di Aleppo, la più popolosa città della Siria, divisa tra quartieri in mano alle diverse milizie e sottoposta al ricatto dell’ acqua. Per l’ Unicef, 13 milioni e mezzo di persone all’ interno della Siria hanno bisogno di assistenza umanitaria. Aggiunge il portavoce Andrea Iacomini: «Vent’ anni fa, cessava a Sarajevo uno dei più lunghi assedi della storia. Non è finito, ha semplicemente cambiato nome: Madaya, Aleppo, Yarmouk, Foah, Deir Ezzor, Kefraya. Assedio nell’ immaginario collettivo fa pensare a qualcosa di medievale. Città arroccate, olio bollente lanciato dalle torri, lance, frecce e spade. L’ assedio contemporaneo di queste città sono mesi senza cibo e quasi senza acqua, bambini con le loro famiglie malnutriti, affamati, con i corpi flagellati dalle malattie, ridotti a cibarsi di carcasse di animali, cani e gatti, oppure foglie».

I siriani sotto assedio muoiono di fame. Il 2016 si è aperto con le immagini degli abitanti di Madaya, città a nord di Damasco circondata dall’ esercito governativo e dai libanesi di Hezbollah, costretti a mangiare erba e insetti. In quei giorni, per Medici senza frontiere, almeno 28 persone sono morte di fame, mentre 42mila civili non hanno di che sopravvivere. Il 9 gennaio, finalmente, un accordo tra le fazioni di guerra ha permesso alle agenzie umanitarie di consegnare scorte di viveri a Madaya e in altre due città della provincia di Idlib (Foah e Kefraya), dove i ribelli, tra cui il Fronte al Nusra legato ad al Qaeda, impedivano a 12.500 persone di ricevere aiuti alimentari. «Ali, un ragazzo di 16 anni gravemente malnutrito, è morto nel centro medico di Madaya di fronte ai nostri occhi», hanno raccontato gli operatori entrati con l’ Unicef.

Per le Nazioni Unite ci sono altre 14 “Madaya” sparse in tutta la Siria, con 400mila siriani assediati. Il 26 dicembre, le forze lealiste di Assad hanno chiuso l’ ultima strada di accesso a Moadamiyah, città a sud di Damasco in mano ai ribelli, che già nel 2013 era stata assediata per un anno con la morte di sedici persone per fame e mancanza di medicine. La morte per inedia si è ripetuta: il 10 gennaio scorso è spirato un bambino di otto mesi, mentre tra posti di blocco e malnutrizione la popolazione vive distrutta e terrorizzata. Sempre a dicembre, il governo di Damasco e i suoi alleati hanno messo sotto assedio più di 181mila persone alla periferia di Damasco e a Zabadani, verso il confine libanese, mentre l’ Isis prova a prendere i 200mila abitanti di Deir Ezzor con la fame. L’ appello lanciato il 21 gennaio ha richieste molto concrete per rispondere alle sofferenze della popolazione civile.

Le 120 organizzazioni chiedono: il libero accesso in Siria a tutte le realtà umanitarie che portano aiuti immediati a chi ne ha bisogno; tregue umanitarie e incondizionate, un cessate il fuoco monitorato per consentire di portare cibo e assistenza ai civili, vaccinazioni e altre campagne sanitarie e di riportare a scuola i bambini; la fine degli attacchi alle infrastrutture civili; libertà di circolazione per tutti i civili e revoca immediata di tutti gli assedi messi in atto da tutte le parti. E, soprattutto, di agire subito.

Stefano Pasta

sabato 23 gennaio 2016

Birmania: rilasciati 52 prigionieri politici

Reuters
Sono oltre 52 i prigionieri politici birmani rilasciati oggi nell'ambito di un'amnistia concessa dalle autorità a 101 prigionieri, di cui molti criminali comuni. Lo specifica l'Associazione per l'assistenza ai prigionieri politici (Aapp), che dalla Tailandia monitora da anni le condizioni dei detenuti di coscienza in Birmania. Dal 2011, quando è iniziato il processo di riforme del governo Thein Sein, sono 1.300 i prigionieri politici rilasciati in Birmania.
Secondo l'Aapp, nelle carceri ci sono ancora un'ottantina di detenuti di coscienza, mentre altri 408 sono in attesa del processo. A fine mese, il nuovo Parlamento birmano si riunirà per iniziare le procedure per l'elezione del prossimo presidente, che entrerà in carica a marzo. Le elezioni dello scorso novembre hanno visto un trionfo per la "Lega nazionale per la democrazia" di Aung San Suu Kyi, che pur non potendo diventare presidente perché glielo vieta la Costituzione, ha i numeri per eleggere a capo dello stato un rappresentante del suo partito.

US: Justice of the Supreme Court Breyer renews call to review constitutionality of death penalty

ABA Journal
Justice Stephen G. Breyer has used an Alabama capital case to renew his call to examine the constitutionality of the death penalty.
The U.S. Supreme Court refused to grant a stay of execution for the inmate, Chistopher Eugene Brooks, drawing a dissent from Breyer, report BuzzFeed News, the Montgomery Advertiser and Al.com.

Brooks was executed Thursday evening.

Breyer said Alabama allows jurors to issue an "advisory verdict" in death penalty cases using a system that is much like the death penalty scheme struck down on Jan. 12 in Hurst v. Florida.

"The unfairness inherent in treating this case differently from others which used similarly unconstitutional procedures only underscores the need to reconsider the validity of capital punishment under the Eighth Amendment," Breyer wrote.

In a concurrence to the cert denial, Justices Sonia Sotomayor and Ruth Bader Ginsburg also pointed to possible problems with Alabama's capital sentencing scheme, but said they believed procedural obstacles would have prevented the court from granting relief.

Breyer dissented a day before the U.S. Supreme Court was scheduled to consider a cert petition raising the Eighth Amendment issue in the case of Shonda Walter, BuzzFeed News reports.

"The death penalty has outlived any conceivable use," Walter's cert petition asserts. "It is imperfect in application, haphazard in result, and of negligible utility."

If the court is considering taking up the case, it probably won't act before its next conference on Feb. 19, BuzzFeed reports.

At that time, a Louisiana case also raising the constitutional issue will likely be before the court.

Sud Sudan, Onu denuncia gravi violazioni diritti umani. Violenze sessuali e bambini soldato

Agenzia Nova
New York - Gravi abusi e violazioni dei diritti umani sono stati commessi in Sud Sudan da tutte le parti in conflitto. E’ quanto emerge da un rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, secondo cui nel paese sono state compiute esecuzioni extra-giudiziali, violenze sessuali, reclutamenti forzati e attacchi indiscriminati contro i civili a partire da dicembre 2013. 


Nel paese, prosegue il rapporto, stilato con la collaborazione della missione Onu in Somalia (Unmiss), vi sono solo pochi posti sicuri, in quanto la parti in conflitto “hanno attaccato di proposito anche ospedali e basi Onu”. 

Dalla metà del 2015, si legge nello studio, gli attacchi ai civili sono aumentati, soprattutto nello Stato di Unità, nel nord del paese, “dove numerosi villaggi sono stati rasi al suolo e interi raccolti rasi al suolo”. 

Secondo fonti citate dal rapporto, gli attacchi sarebbero attribuibili al Movimento di liberazione del popolo del Sudan (Spla), che punta a privare la popolazione locale dei propri mezzi di sostentamento al fine di forzarne l'esodo. Il rapporto documenta inoltre almeno 280 casi di violenze sessuali e un aumento esponenziale del reclutamento di minori nel mese di dicembre 2015

Fmi: i rifugiati in Europa faranno crescere l’economia dei Paesi coinvolti. Opportunità da cogliere

Il Sole 24 Ore
Francoforte – L'ondata di rifugiati dalla Siria e da altri Paesi del Medio oriente e dell'Africa può avere un modesto impatto positivo sull'economia europea, ma nel lungo periodo i suoi effetti dipenderanno dalla rapidità dell'integrazione dei nuovi arrivati nel mercato del lavoro, secondo uno studio del Fondo monetario pubblicato oggi. 

Christine Lagarde
L'Fmi, il cui direttore Christine Lagarde affronta il problema dei rifugiati questa mattina in una discussione al World Economic Forum di Davos, sostiene anche che ai Paesi più direttamente coinvolti nell'accoglienza dei rifugiati vada concessa una certa flessibilità nei vincoli europei di bilancio. Questa flessibilità, che secondo il Fondo esiste già nel Patto di stabilità per i Paesi dell'eurozona, sarà probabilmente temporanea. È anche importante, afferma lo studio, che le spese sostenute per i rifugiati vengano identificate in modo trasparente nei bilanci degli Stati. [...]

Nel breve periodo, secondo lo studio (fra i cui autori ci sono i responsabili delle missioni dell'Fmi in Germania, Enrica Detragiache, e in Turchia, Antonio Spilimbergo), la domanda aggregata riceverà un impulso dall'aumento della spesa pubblica per le abitazioni, il cibo, i servizi sanitari e l'istruzione forniti ai rifugiati. L'aumento della popolazione nell'Europa a 28 dovrebbe collocarsi fra lo 0,15% e lo 0,17% del totale fra il 2015 e il 2017, e ridursi progressivamente negli anni successivi. L'impatto sul prodotto interno lordo, secondo i calcoli dello staff dell'istituzione di Washington, è stato dello 0,05% l'anno scorso e sarà dello 0,09% quest'anno e dello 0,13% l'anno prossimo. Tuttavia, nel medio periodo gli effetti saranno più pronunciati nei Paesi nei quali i rifugiati finiranno per stabilirsi in numero maggiore: nel 2020, l'aumento del pil in Austria, Svezia e Germania arriverà fino all'1,1 percento. Dato che i redditi dei nuovi arrivati saranno comunque inferiori a quelli della popolazione nativa, l'incremento del reddito pro capite sarà molto più contenuto.

Nel medio periodo, l'impatto economico dei rifugiati dipenderà in modo cruciale, secondo l'Fmi, dalla rapidità con cui verranno integrati nel mondo del lavoro: al momento anche le statistiche sul loro grado di istruzione e preparazione professionale, oltre che sulla conoscenza delle lingue europee, sono incomplete. Il Fondo monetario è convinto che questa integrazione dipenderà dall'attuazione di un pacchetto di politiche attive per il mercato del lavoro. Più importante di tutto, è che ai rifugiati venga consentito di cominciare a lavorare il più presto possibile, anche con l'introduzione di sussidi a favore dei datori di lavoro, per evitare che cadano nella “trappola dell'inattività” e che la loro occupazione sia impedita dall'applicazione di salari troppo alti in relazione alla loro produttività. 

Lo studio sfata anche una delle convinzioni diffuse soprattutto dai politici xenofobi o populisti: l'esperienza del passato insegna, sostiene l'Fmi, che l'impatto sull'occupazione e i salari della forza lavoro nativa è molto piccolo. Il Fondo suggerisce anche che insieme alle politiche per il mercato del lavoro, i Paesi europei varino una serie di misure sull'abitazione e l'istruzione.

Alessandro Merli

venerdì 22 gennaio 2016

Libano: Sant’Egidio, Ecumenici e Valdesi a lavoro per portare 100 rifigiati in Italia entro gennaio

ONUItalia
New York – Portare 100 rifugiati altamente vulnerabili, come donne sole con bambini, potenziali vittime della tratta di esseri umani, anziani, disabili o persone affette da malattie gravi, da un campo in Libano in l’Italia entro fine gennaio o i primi di febbraio al massimo. 


E l’obiettivo della Comunità di Sant’Egidio, degli evangelici e dei valdesi, una cui rappresentanza è in Libano questa settimana per chiarire gli ultimi dettagli del progetto firmato con il Ministero degli Affari Esteri italiano a dicembre. Grazie all’accordo, infatti, mille rifugiati nei campi in Libano, Marocco e Etiopia potranno raggiungere l’Italia grazie a dei “visti umanitari”. Questo, composto dai rifugiati “più vulnerabili”, sarà soltanto il primo gruppo a partire.

La selezione avviene con il sostegno di gruppi che operano sul terreno, associazioni come Papa Giovanni XXIII, che lavora nei campi profughi al confine siro-libanese. Una volta scelti, i candidati sono portati al consolato italiano a Beirut: “I controlli saranno scrupolosi e verranno prese anche le impronte digitali”, aveva dichiarato il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, assicurando “massima sicurezza”.

Impagliazzo ha sottolineato come, grazie all’apertura di questi corridoi umanitari,“chi ne ha diritto potrà finalmente entrare nel nostro Paese evitando i cosiddetti viaggi della morte”.

L’agenzia ONU per i rifugiati ha ripetutamente manifestato il proprio sostegno a tali iniziative: “Ne siamo molto, molto felici e ci auguriamo che altri paesi decideranno di seguire questo esempio. Solo questi tipi di programmi possono rappresentare un incentivo a non rivolgersi ai trafficanti di esseri umani”, ha detto Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’UNHCR, a ABC News. (@annaaserafini)