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domenica 27 settembre 2015

USA - Georgia, fissata per il 29 settembre la prima esecuzione di una donna dal 1945

Corriere della Sera
Dopo la sospensione dell’esecuzione avvenuta in extremis alla fine di febbraio, Kelly Renee Gissendaner (nella foto WXIA) ha un nuovo appuntamento con la morte, fissato per il 29 settembre.
Kelly Renee Gissendaner 
Gissendaner è stata condannata a morte nel 1998 per aver spinto l’anno prima il suo fidanzato, Gregory Owen, a uccidere il marito per incassarne la polizza assicurativa sulla vita. Owen ha collaborato alle indagini, assumendosi la responsabilità dell’omicidio e chiamando in causa la mandante. Per questo, gli è stata risparmiata la pena capitale ed è stato condannato all’ergastolo.

Gissendaner rischia di essere la prima donna messa a morte in Georgia dal 1945. Le poche altre esecuzioni di donne nello stato risalgono addirittura al XIX secolo.

Il 5 marzo 1945 Lena Baker, un’afroamericana di 44 anni, finì sulla sedia elettrica per aver ucciso il suo datore di lavoro, un bianco di nome Ernest Knight. Il verdetto venne emesso da una giuria di uomini bianchi, al termine di un processo durato un solo giorno.

Sessant’anni dopo, lo stato della Georgia ha riconosciuto che Lena Baker non avrebbe dovuto essere messa a morte, avendo agito per autodifesa contro Knight, che l’aveva imprigionata e minacciata di morte se lo avesse lasciato.

Gissendaner è una delle 59 donne in attesa dell’esecuzione nei bracci della morte di 18 degli stati degli Usa.

La prima esecuzione documentata di una donna negli Usa risale al XVII secolo: dal 1632 al 2014 ve ne sono state 574 di cui 15 dal 1977 (su un totale di 1402), l’anno del ripristino della pena di morte dopo un quinquennio di moratoria.

Le ultime tre esecuzioni di donne (una nel 2013 e due nel 2014) hanno avuto luogo tutte in Texas.

Usa. Pena morte, Texas consegna a Virginia cocktail letale iniezioni e nasconde identità fornitori

Bliz Quotidiano
USA, Austin – Il Texas – primo stato Usa per il numero condanne a morte eseguite – ha fornito alla Virginia il cocktail di sostanze letali usato nelle esecuzioni con iniezione. 

La notizia e’ stata confermata dal dipartimento di giustizia penale del Texas che ha però rifiutato di rivelare da dove provengano le sostanze. Leggi che proteggono l’anonimato dei fornitori sono state approvate da vari stati dove è in vigore la pena di morte per evitare eventuali proteste o rappresaglie mirate. 

Non è quindi chiaro se il cocktail mortale a base di pentobarbitol fornito dal Texas, sia stato preparato da laboratori o farmacie nei confini dello Stato o se provenga dall’esterno. Il rallentamento delle esecuzioni in Usa è stato attribuito proprio alla carenza dei prodotti per le iniezioni, dopo che le aziende farmaceutiche europee hanno rifiutato di inviarli negli Stati Uniti a questo scopo. Ora però, vista l’ammissione del Texas, gli Stati Usa potrebbero cominciare a scambiarsi i composti. 

Secondo i legali, che difendono i condannati a morte, la mancanza di trasparenza sulle fonti delle sostanze impedisce di controllare che i prodotti usati non siano stati in qualche modo adulterati. 

Ruanda: Human Rights Watch denuncia: "emarginati reclusi in modo deplorevole senza alcun processo"

thepostinternazionale.it
Un rapporto realizzato dall'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) ha rivelato che il governo della Repubblica del Ruanda starebbe trattenendo illegalmente all'interno di un centro di detenzione non ufficiale la parte più emarginata della popolazione che vive a Kigali, la capitale del Paese. I detenuti vivrebbero in condizioni deplorevoli e di forte disagio, sottoposti anche a maltrattamenti e abusi da parte delle autorità del posto.

Il centro, comunemente conosciuto con il nome di Kwa Kabuga, si trova a Gikondo, uno dei sobborghi della capitale. La struttura ha cominciato a essere utilizzata come centro di detenzione almeno dal 2005. Il rapporto condotto da Human Rights Watch si basa su ricerche condotte nel sobborgo di Kigali tra il 2011 e il 2015 e fa seguito a diverse ricerche realizzate dalla stessa organizzazione nel 2006.
Dal report emerge che la maggior parte delle persone trattenute all'interno del centro provengono da situazioni di povertà e emarginazione. Le politiche adottate dal governo ruandese mirano ad allontanare dagli occhi dell'opinione pubblica tutti coloro che sono considerati come scomodi ai fini dell'immagine positiva della città che il presidente del Ruanda Paul Kagame sta cercando di diffondere al mondo: poveri, senzatetto, bambini di strada, venditori ambulanti, prostitute e presunti criminali sono le principali prede delle ronde della polizia locale.

Il ministro della Giustizia Johnstone Busingye ha spesso definito la struttura come "un centro di transito", in cui le persone sarebbero trattenute "per brevi periodi prima di eventuali misure correttive a lungo termine". Ma una dichiarazione di questo tipo si scontra in pieno con i dati diffusi da Hrw, che ha documentato, invece, casi in cui le persone sono state trattenute illegalmente all'interno del centro anche per un periodo di nove mesi. In media, dalle persone intervistate risulta che siano state trattenute nella struttura per un periodo di circa 40 giorni.

Nei 57 casi documentati dall'organizzazione per i diritti umani, inoltre, risulta che le autorità ruandesi hanno bloccato queste persone violando le leggi in vigore nel Paese. Tutti i detenuti sono stati trattenuti senza un'accusa precisa e senza alcuna aspettativa di essere sottoposti a regolare processo.

Il contesto sociale all'interno delle stanze di Kwa Kabuga non appare migliore. Ex detenuti hanno raccontato di abusi quotidiani da parte della polizia o delle altre persone ospitate. Stando alle dichiarazioni di alcuni di loro basterebbe parlare a voce troppo alta o non essere in fila per andare al bagno per scatenare l'ira delle autorità lì presenti. Dal rapporto risulta che 41 dei detenuti intervistati hanno affermato di essere stati percossi, altri sette invece hanno rivelato di aver assistito ad abusi su alcuni dei loro compagni. Le autorità si difendono dalle accuse dichiarando che le condizioni di vita a Gikondo sono del tutto positive.

Ma ancora una volta dalle pagine diffuse da Human Rights Watch emerge tutt'altro. Gli intervistati parlano di condizioni deplorevoli e degradanti e di una totale insufficienza dei beni di prima necessità: fornitura di cibo e acqua potabile non adeguata e mancanza di luoghi e mezzi per un pernottamento quanto meno dignitoso. I detenuti dormivano sul pavimento, spesso senza neppure il materasso. Quando fornito erano costretti a condividerlo per necessità con altri ospiti della struttura e la maggior parte delle volte anche con pidocchi e pulci.

Il governo, dal suo canto, quando parla di Kwa Kabuga continua a descriverlo come un "centro di riabilitazione", ma, anche qui, gli intervistati sostengono che l'assistenza necessaria alla loro riabilitazione è inesistente. Per di più, anche presumendo che il centro sia rifornito di personale sanitario, risulta che l'accesso ai trattamenti medici non rispetta in alcuna maniera gli standard minimi. Questo tipo di detenzioni arbitrarie sembrano riflettere le politiche non ufficiali adottate dal governo ruandese che cerca ad ogni costo di diffondere un'immagine della città distante da quella reale. "Kigali viene spesso elogiata per la sua pulizia e il suo ordine, ma la parte più povera dei suoi abitanti sta pagando il caro prezzo di questa immagine positiva", sostiene Daniel Bekele, direttore della sezione Africa di Hrw.

Il presidente della Repubblica del Ruanda, Paul Kagame, è stato più volte celebrato per il progresso economico che il suo paese ha compiuto a partire dal genocidio del 1994, in cui furono uccise 800mila persone, ma se il prezzo da pagare dalla maggior parte della popolazione che solitamente è relegata ai confini della società di Kigali è così alto, sarebbe opportuno che il governo ruandese rivedesse gran parte delle sue politiche di risanamento in atto nella capitale. Anche perché, da quanto risulta dalle informazioni fornite da Hrw, i detenuti di Gikondo, una volta rilasciati sono spesso riabbandonati per strada e costretti dalle autorità a lasciare la capitale.

di Andrea De Pascale

sabato 26 settembre 2015

USA: la polizia crivella di colpi 38enne afroamericano paralizzato

Il Manifesto
L'unica differenza rispetto ad altri casi simili è che questa volta la vittima è un disabile. Per il resto sembra di leggere un copione già conosciuto in un'America che non riesce proprio a lasciarsi alle spalle rigurgiti di violenza e razzismo. Un afroamericano d 38 anni è stato ucciso mercoledì pomeriggio dalla polizia di Wilmington, nello Stato del Dalaware, dopo che un anonimo aveva segnalato al 911 la presenza di un uomo ferito dopo essersi sparato un colpo di pistola.

L'afroamericano si chiamava Jeremy McDole. Aveva alle spalle una serie di precedenti per possesso di droga e nel 2005 era rimasto paralizzato dopo che un amico gli aveva sparato alle spalle. Secondo il capo della polizia di Wilmington, Bobby Cummings, l'uomo sarebbe stato armato nel momento in cui sono arrivati gli agenti. Una ricostruzione smentita dalla famiglia di McDole, con la madre che ha accusato la polizia di aver ucciso il figlio. La sequenza dell'uccisione è stata ripresa con il cellulare da un passante che ha postato il video su Youtube.

Tutto comincia mercoledì verso le tre del pomeriggio quando al 911, il numero di pronto intervento della polizia arriva una telefonata che denuncia la presenza di un uomo sanguinante dopo che si era sparato. Sul posto si recano tra agenti e trovano McDole in mezzo alla strada sulla sua sedia a rotelle. È chiaramente disarmato, come si vede anche dal video, ma gli agenti avanzano pistola in pugno probabilmente perché allertati della presenza di un'arma. "Metti giù la pistola e alza le mani", intima uno di loro a McDole.

Non è chiaro se l'uomo è consapevole di quanto sta accadendo intorno a lui. Muove la testa, cerca di alzarsi sulle braccia, poi si rimette seduto e sposta le gambe con le mani. Nel video non si vede mai impugnare un'arma né inveire contro gli agenti ma solo portare le mani alla cintura. E forse proprio questo gesto gli è costato la vita, con gli agenti che potrebbero aver pensato che stesse per impugnare un'arma. E sparano uccidendolo. Più tardi hanno dichiarato di aver trovato una pistola calibro 38 vicino al corpo dell'uomo. "Mio figlio non era armato e adesso voglio risposte sulla sua morte", ha detto la madre di McDole mente un'altra parente ha parlato di "esecuzione".

È stata aperta un'inchiesta per verificare che gli agenti si siano comportati secondo la legge, ma la vicenda è seguita anche dell'Ufficio diritti civili, un nuovo ufficio creato dal Dipartimento delle giustizia proprio per evitare che casi del genere alimentino sfiducia verso e istituzioni. Di certo l'ennesima uccisione di un afroamericano da parte della polizia rischia di riaccendere le proteste nei confronti di forze dell'ordine accusate troppe volte di razzismo.

"Resta molto ancora molto da fare sul tema del razzismo e per assicurare che tutti gli americani si sentano al sicuro nella loro comunità" ha detto Hillary Clinton, candidata democratica alla Casa Bianca, il 9 agosto scorso, primo anniversario dell'uccisione da parte di un poliziotto di Michael Brown a Ferguson, nel Missouri. Proprio quest'ultimo caso dimostra quanto la Clinton abbia ragione. La strada è ancora lunga perché l'America bianca capisca che "Black lives matter", le vite dei neri sono importanti, come ha voluto chiamarsi un movimento nato proprio dopo i fatti di Ferguson.

di Marina Dalla Croce

venerdì 25 settembre 2015

Tunisia: grazia per 859 detenuti per Festa del Sacrificio, si pensa a riforma legge su droghe

Ansa
In occasione della festività religiosa dell'Eid al Adha (festa del Sacrificio) che ricorre oggi, una delle più importanti del calendario musulmano, il Presidente della Repubblica tunisina, Beji Caid Essebsi, ha deciso, dopo una riunione con il ministro della Giustizia e il direttore delle Case circondariali del paese, di concedere una grazia speciale in favore di 859 detenuti.
Lo rende noto un comunicato della presidenza che specifica che l'incontro è stato anche l'occasione per fare il punto sulla situazione carceraria tunisina e sulla questione della revisione della legge sul consumo degli stupefacenti leggeri al fine di ridurre la sovrappopolazione delle carceri.

La situazione delle carceri tunisine è tuttora deprecabile: sovraffollamento, condizioni igieniche precarie, mancanza di cure per i detenuti malati, e spesso è stata oggetto di critiche e rilievi da parte di associazioni umanitarie internazionali. La maggior parte dei detenuti è composta da semplici consumatori di droghe leggere, l'uso personale di stupefacenti in Tunisia è infatti punito con la reclusione. Da lungo tempo è in atto nel paese un dibattito sulla riforma della legge sugli stupefacenti e, secondo molteplici dichiarazioni di politici, sarebbe già pronto un disegno di legge per sostituire la famigerata legge 52 del 1992 su consumo e spaccio di stupefacenti, giudicata da molti troppo severa.

Azerbaijan: Journalist Shirin Abbasov Illegally Detained

Human Rights Watch
Berlin – Azerbaijani authorities illegally detained a TV journalist on September 16, 2015, and have neither allowed him to see a lawyer nor brought him before a judge, Human Rights Watch said today.
Azerbaijani journalist Shirin Abbasov, 19,
is being held incommunicado
Colleagues fear for the safety and well-being of the journalist, Shirin Abbasov, a regular contributor to independent online television station Meydan TV. The authorities should release Abbasov immediately and take swift action against those responsible for the violations of his right to liberty and security and basic detainee rights.

“Holding Shirin Abbasov in incommunicado arbitrary detention is outrageous and raises real concern that he may be ill-treated,” said Jane Buchanan, associate Europe and Central Asia director at Human Rights Watch. “This is an escalation in the Azerbaijan government’s campaign to silence independent media.”

Officials involved in Abbasov’s unlawful arrest should be investigated for abuse of power, misconduct, and potential criminal offenses, Human Rights Watch said.

A person close to Abbasov’s family with knowledge of the case told Human Rights Watch that officials from the Interior Ministry’s organized crime unit have confirmed that Abbasov is being held at their headquarters, known as “Bandhotel.” Azerbaijani law only allows authorities to hold detainees in temporary detention facilities such as police stations for 72 hours.

The source said that despite his lawyer’s repeated attempts to see Abbasov, officials have not allowed anyone to see him since a brief meeting with his mother on September 17.

A Meydan TV staff member said that Abbasov, 19, went missing at about 2 p.m. on September 16 on his way to university. His family and colleagues grew concerned when they could not reach him and began to search for him. Shortly after midnight, officials from the Interior Ministry’s organized crime unit confirmed to Abbasov’s family that he was in their custody. They refused to explain the reason for Abbasov’s arrest, saying they would tell his parents at a meeting the next morning. At the meeting, Interior Ministry officials claimed that Abbasov did not want to see them or anyone else.

Officials also told Abbasov’s lawyer that Abbasov refused his assistance. Under Azerbaijani law, a detainee must be allowed to meet with his lawyer and refuse legal assistance in writing.

According to Meydan TV, on September 17 officials claimed that they took Abbasov to the Nurmanski district court in Baku, which sentenced him to 30 days in administrative detention allegedly for resisting police. However, the individual with knowledge of the case said that Abbasov’s lawyer had requested documentation of the proceedings, but the court responded that it had no record of administrative or criminal cases against Abbasov.

Abbasov’s lawyer told Meydan TV that he was concerned that authorities could use Abbasov’s isolation and detention to put pressure on him to confess to trumped-up charges. Incommunicado detention, as well as violating due process rights, places detainees at an enhanced risk of ill-treatment.

Access to an independent lawyer and contact with relatives are critical safeguards against torture and other ill-treatment, Human Rights Watch said. Failure to bring Abbasov before a judge to rule on his continued custody is a clear violation of protections against arbitrary detention guaranteed under the European Convention on Human Rights, to which Azerbaijan is a party.

“There is absolutely nothing that justifies denying Shirin Abbasov contact with his lawyer or holding him in the police station for days beyond the legal limit,” Buchanan said. “This leaves the strongest impression that the Azerbaijan government has no actual reason for detaining Abbasov and in fact has something to hide.”

Abbasov’s detention is the latest attack on Abbasov and other Meydan TV staff and contributors, Human Rights Watch said.

In early September, prosecutors questioned Abbasov, allegedly in connection with a death of a local man in the city of Mingechevir after he had been questioned by police. The incident sparked protests that Meydan TV covered, although Abbasov did not go to Mingechevir. Meydan TV reported that Abbasov said that while he had been officially summoned in relation to the Mingechevir case as a witness, he was also questioned about Meydan TV’s activities. Officials also questioned several other Meydan TV journalists in early September about the Mingechevir events.

In June, authorities prevented Abbasov and three other Meydan TV journalists from leaving Azerbaijan as they attempted to attend an international event abroad. Officials reportedly told them they were on a blacklist and barred from exit, although later said that it was an administrative error.

In the last week, authorities have twice taken other Meydan TV journalists, Ayten Farhadova, Izolda Aghayeva, and Sevinc Vaqifqizi, into custody, interrogated them, and then released them, on September 20 at the Baku airport and again on September 22.

The journalists told another Meydan TV staff member that the officers interrogated them about Meydan TV’s activities, management, salary structure, and the coverage of clashes between police and protesters in Mingachevir. Authorities did not permit the journalists to contact their families, despite a requirement under Azerbaijani law allowing those detained to make a phone call after three hours in custody.

According to the Committee to Protect Journalists, on September 18 police searched the Baku apartment of another Meydan TV contributor, Javid Abdullayev, and confiscated computers and cameras. On September 16, the same day as Abbasov’s detention, police from the organized crime unit also detained Aytaj Akhmedova, a freelance journalist and regular Meydan TV contributor, and a friend of hers, and questioned them for five hours, then released them. Akhmedova told colleagues that investigators also asked her about Meydan TV’s activities, management, and salaries.

These attacks are the latest in the government of Azerbaijan’s relentless crackdown against dissenting voices.

On September 1, a court in Baku sentenced leading investigative journalist Khadija Ismayilova to seven-and-a-half years in prison in a trial that violated international standards and was in retaliation for her critical reporting on corruption. Ismayilova is a 2015 recipient of Human Rights Watch’s Alison Des Forges award for extraordinary activism, in recognition of her exemplary courage as a journalist and human rights activist in the face of the unprecedented crackdown on freedom of expression in Azerbaijan.

The government should immediately release all wrongfully imprisoned journalists and human rights defenders and end its crackdown on free speech, Human Rights Watch said.

“The attacks on journalists working with Meydan TV, one of the last sources of independent news about Azerbaijan, shows that the government is going to great lengths to stamp out any remaining critical voices,” Buchanan said. “The European Union and Azerbaijan’s other international partners should call for Abbasov’s urgent release and make clear that there is a price to pay for trampling fundamental freedoms.”

Thailandia tratta di profughi Rohingya, indagati altri ufficiali

MISNA
Un colonnello e due capitani dell'esercito e uno della marina militare sono gli ultimi esponenti delle forze armate finiti sotto inchiesta per la tratta di profughi di etnia rohingya e fede musulmana in fuga dalla persecuzione in Myanmar. Per tutti il tribunale ha emesso un mandato di arresto per traffico di esseri umani.

Finora, nonostante le denunce locali e internazionali di un coinvolgimento di elementi delle forze armate thailandesi in una estesa rete di trafficanti che sfrutta le necessità dei Rohingya in transito dalla Thailandia verso la musulmana Malesia, finora un solo ufficiale dell'esercito (un maggiore) era stato ufficialmente indagato. Il mandato di ieri è il primo a carico di un ufficiale della marina e conferma che le accuse avanzate in passato hanno un fondamento nonostante la stessa marina militare abbia mandato sotto processo per calunnia due giornalisti di un media online locale – dichiarati innocenti dal tribunale a inizio settembre scorso - che avevano riportato parte di un esteso servizio delle Reuters su questo coinvolgimento.

Paveen Pongsirin, investigatore-capo della polizia sul caso ha indicato che sono 153 i mandati di arresto spiccati finora in connessione con un traffico emerso ufficialmente solo a aprile, con la scoperta di resti di campi clandestini con annesse tombe comuni con un centinaio di cadaveri. Una realtà resa possibile soltanto da connivenze e interessi congiunti di vari gruppi e autorità, data anche la prossimità del confine malese e la militarizzazione della regione, al centro di attività insurrezionali e terroristiche. Solo una novantina gli arrestati, mente gli altri sono probabilmente all'estero.

Dopo anni in cui i dinieghi ufficiali sulla presenza di estesi traffici di esseri umani, interni al paese e parte di network internazionali erano stati accettati o poco contrastati, da qualche tempo la Thailandia è finita nel mirino dei media e delle organizzazioni per i diritti umani, oltre che delle diplomazie. In particolare, la pretesa dal regimi militare in carica dal maggio 2014 di volere portare il paese verso una democrazia più responsabile, moralizzando la vita pubblica ed eliminando la corruzione diffusa, si scontra una realtà ben diversa. Le azioni di contrasto sono perlopiù cosmetiche (pubblici ufficiali e poliziotti vengono solo spostati in altra sede – come i 32 rimossi solo ieri - non incriminati e nessuno è stato finora condannato. Il dipartimento di Stato Usa lo scorso luglio ha confermato il paese al livello più basso quanto a impegno contro il traffico di esseri umani, citando lavoro forzato e sfruttamento sessuale come le conseguenze più vistose. L'Unione europea verificherà questo mese la situazione nel settore della pesca, dove gli abusi sono enormi e coinvolgono decine di migliaia di individui, soprattutto immigrati birmani. Possibile il blocco dell'import di prodotti ittici nella Ue, secondo mercato per la Thailandia con un valore di almeno 800 milioni di dollari l'anno.